Cap. 1 La prima guerra mondiale

Parola chiave

Propaganda

Il termine propaganda deriva dalla locuzione latina “de propaganda fide” (sulla fede da diffondere) con la quale la Chiesa designa la Congregazione che si occupa dell’attività di proselitismo e di diffusione dei principi cattolici in tutto il mondo.
Nel linguaggio contemporaneo per “propaganda” si intende la diffusione deliberata e sistematica di informazioni e messaggi volti a fornire un’immagine, positiva o negativa, di determinati fenomeni – o avvenimenti o istituzioni o persone -, ma anche a far apprezzare un prodotto commerciale (in questo caso propaganda è sinonimo di pubblicità).
Praticata per la  prima volta su vasta scala dai partiti socialisti, la propaganda politica è presto divenuta una componente essenziale della società di massa: soprattutto a partire dal primo conflitto mondiale, quando furono le autorità statali a impadronirsi dei metodi e delle tecniche propagandistiche per rendere popolare presso l’opinione pubblica la causa della guerra.
Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa (la radio e il cinema, poi la televisione) ha dato alla attività di propaganda nuove dimensioni e nuova capacità di penetrazione.
Di queste possibilità si sono avvalsi largamente i regimi totalitari che, controllando direttamente i canali di informazione, hanno potuto realizzare forme di persuasione e di indottrinamento molto più efficaci e sofisticate di quelle attuate in passato (quando la propaganda era affidata essenzialmente alla stampa o, tutt’al più, ai manifesti e ai volantini).
Anche in seguito a queste esperienze il termine “propaganda” ha finito con l’assumere una connotazione negativa, legata all’idea di manipolazione, o quanto meno di informazione unilaterale e distorta

Sommario

L’evento scatenante della prima guerra mondiale fu l’uccisione, a Serajevo, il 28 giugno ’14, dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono degli Asburgo.
Un mese dopo, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, mobilitò il suo esercito provocando la reazione della Germania, alleata dell’Austria.
Il 3 agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia e alla Francia sua alleata.
Il 5, dopo che le truppe tedesche ebbero invaso il Belgio neutrale, anche la Gran Bretagna scese in campo contro gli imperi centrali.
Allo scoppio del conflitto, e alla sua successiva estensione su scala mondiale, concorsero una serie di tensioni preesistenti, ma anche errori e scelte avventate commesse dai capi politici e militari dei paesi interessati.
Le scelte dei governanti furono del resto appoggiate da una forte mobilitazione dell’opinione pubblica.
Gli stessi partiti politici si schierarono, nella maggior parte dei casi, su posizioni patriottiche.
Gli eserciti scesi in campo nell’estate del ’14 non avevano precedenti per dimensioni e novità di armamenti.
Ma le condizioni strategiche rimanevano legate alle esperienze ottocentesche.
I tedeschi, in particolare, puntavano sull’ipotesi di una rapida guerra di movimento.
Ma, dopo essere entrati in territorio francese, furono bloccati sulla Marna.
Già alla fine del ’15 il conflitto assunse dunque i caratteri di guerra di posizione e di guerra di logoramento.
Allo scoppio del conflitto, l’Italia si dichiarò neutrale.
Successivamente, però, le forze politiche e l’opinione pubblica si divisero sul problema dell’intervento in guerra contro gli imperi centrali.
Erano interventisti: i gruppi della sinistra democratica e alcune frange eretiche del movimenti operaio, i nazionalisti, alcuni ambienti liberal-conservatori.
Erano neutralisti: la maggioranza dello schieramento liberale, che faceva capo a Giolitti, il mondo cattolico, i socialisti.
Contrarie alla guerra erano le masse operaie e contadine, mentre i ceti borghesi e gli intellettuali erano per lo più a favore dell’intervento.
Ciò che determinò l’entrata in guerra (maggio 1915) fu la convergenza fra la pressione della piazza e la volontà del sovrano, del capo del governo e del ministro degli esteri.
Nel 1915-16 la guerra sui fronti italiano e francese si risolse in una immane carneficina, senza che nessuno dei due schieramenti riuscisse a conseguire risultati significativi.
Più alterne furono le vicende sul fronte orientale, dove gli imperi centrali ottennero alcuni importanti successi.
Sul piano tecnico, la trincea fu la vera protagonista del conflitto: la vita monotona ma pesante che si svolgeva era interrotta solo, di quando in quando, da grandi e sanguinose offensive, prive di risultati decisivi.
Da ciò, soprattutto nei soldati semplici, uno stato d’animo di rassegnazione e apatia che a volte sfociava in forme di insubordinazione.
Altra novità fu l’utilizzazione di nuovi armi: gas, aerei, carri armati, sottomarini.
Il conflitto trasformò profondamente la stessa vita civile,  dei paesi coinvolti.
In campo economico si dilatò enormemente l’intervento statale, teso a garantire le risorse necessarie allo sforzo bellico.
Il potere dei governi fu enormemente condizionato da quello dei militari e, in genere, tutta la società fu soggetta a un processo di “militarizzazione”.
Col protrarsi del conflitto si rafforzarono i gruppi socialisti contrari ad esso, divisi però tra il pacifismo dei riformisti e la proposta dei rivoluzionari di utilizzare la guerra come occasione per la rivoluzione.
Il 1917 fu l’anno più difficile della guerra, soprattutto per l’Intesa: molti furono i casi di manifestazioni popolari contro il conflitto e di ribellione fra le stesse truppe.
Questo clima di stanchezza (espresso anche dall’iniziativa di pace lanciata senza successo dal papa) si riscontrava anche in Italia.
La stanchezza e la demoralizzazione delle truppe favorirono la vittoria degli austro-tedeschi dell’ottobre ’17 (Caporetto), dovuta comunque anzitutto ad errori dei comandi italiani.
Sempre nel 1917 si verificarono due avvenimenti di decisiva importanza.
In Russia dopo la caduta dello zar, in marzo, iniziò un processo di dissoluzione dell’esercito; dopo la rivoluzione di novembre, il paese si ritirò dal conflitto.
In aprile gli Stati Uniti entrarono in guerra con l’Intesa, dando al conflitto, per volontà del presidente Wilson, una nuova connotazione ideologica “democratica”.
Anche grazie alla superiorità militare conseguita con l’intervento americano, nel novembre 1918 la guerra terminava con la vittoria dell’Intesa: un esito ciu contribuirono in larga misura la dissoluzione interna dell’Austria-Ungheria (causata dal distacco delle varie nazionalità) e la rivoluzione scoppiata in Germania.
Alla conferenza della pace, che si tenne a Versailles, il compito dei vincitori si rivelò difficilissimo.
Nelle dure condizioni imposte alla Germania risultò evidente il contrasto fra l’ideale di una pace democratica e l’obiettivo francese di una pace punitiva.
La carta dell’Europa fu profondamente mutata, soprattutto in conseguenza della dissoluzione dell’Impero asburgico, che permise la nascita di nuovi Stati.
L’ideale wilsoniano di un organismo internazionale che potesse evitare guerre future in sostanza non si realizzò: la Società delle nazioni nacque minata da profonde contraddizioni (anzitutto la mancata adesione degli Stati Uniti).

Bibliografia

Le origini della seconda guerra mondiale / J. Joll. – Laterza, 1985
La prima guerra mondiale, 1914-1918 / B. H. Liddell Hart. – Rizzoli, 1968
La decadenza dell’Europa occidentale / M. Silvestri. – Einaudi, 1978
La grande storia della prima guerra mondiale / M. Gilbert. – Mondadori, 1998
La prima guerra mondiale: una storia politico-militare / J. Keegan. – Carocci, 2000
Assalto al potere mondiale: la Germania nella guerra, 1914-1918 / F. Fischer. – Einaudi, 1965
I militari e la politica nella Germania moderna / G. Ritter. – Einaudi, 1967-73
Rischio 1914: come si decide una guerra / G. E. Rusconi. – Il Mulino, 1987
Requiem per un impero defunto / F. Fejto. – Mondadori, 1990
Storia politica della grande guerra, 1915-1918 / P. Melograni. – Laterza, 1969
La grande guerra degli italiani, 1915-1918 / A. Gibelli. – Sanson, 1998
La grande guerra, 1914-1918 / G. Rochat. – La Nuova Italia, 1999
Caporetto / M. Silvestri. – Mondadori, 1984
Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra / G. Procacci. – Editori Riuniti, 1994
L’Italia nella prima guerra mondiale / G. Rochat. – Feltrinelli, 1976
Terra di nessuno: esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale / E. J. Leed. – Il Mulino, 1985
La Grande Guerra e la memoria moderna / P. Fussell. – Il Mulino, 1984
Il mito della grande guerra da Marinetti a Malaparte / M. Isnenghi. – Laterza, 1970
La grande guerra: esperienza, memoria, immagini / a cura di D. Leoni e C. Zadra. – Il Mulino, 1986
L’officina della guerra: la grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale / A. Gibelli. – Bollati Boringhieri, 1991

Cap. 2. La rivoluzione russa

Parola chiave

Soviet

Il termine “Soviet” altro non è che il corrispettivo russo di “consiglio” e indica quegli organismi rivoluzionari, espressi direttamente dai lavoratori, che, sorti a Pietroburgo durante la rivoluzione russa del 1905, avrebbero dovuto poi costituire, almeno in teoria, la struttura fondamentale dello Stato nato dalla rivoluzione bolscevica dell’ottobre ’17: Stato che avrebbe preso appunto il nome di Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (o Unione Sovietica).
Nel primo dopoguerra, l’esperienza dei soviet rappresentò per tutta la sinistra rivoluzionaria un esempio da seguire e un mito cui ispirarsi.
In tutti i maggiori paesi europei si formarono, all’interno delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, gruppi “consiliari” (in Italia il più importante fu quello che faceva capo ad Antonio Gramsci e alla rivista torinese “Ordine Nuovo”), poi in buona parte confluiti nei partiti comunisti.
Questi gruppi contestavano le forme tradizionali di rappresentanza politica e sindacale e vedevano nei consigli un organo di democrazia diretta (i cui delegati dovevano essere espressi dalle assemblee e potevano essere revocati in qualsiasi momento) e al tempo stesso la cellula attraverso cui realizzare la gestione dei processi produttivi da parte dei lavoratori.
La fortuna delle ideologie consiliari (o “soviettiste”) declinò rapidamente nel corso degli anni ’20: sia per il riflusso generale dell’ondata rivoluzionaria seguita alla fine della guerra;  sia per le vicende stesse dell’Urss, dove i soviet furono ben presto ridotti a una funzione puramente simbolica e di facciata (mentre il potere reale era assunto dalle organizzazioni di partito).
Una ripresa delle tematiche consiliari si ebbe in Europa molto più tardi, per opera dei movimenti di contestazione studentesca e operaia del 1968 (vedi cap. 13.6 e 16.4): movimenti che impostarono le loro lotte sul primato dell’assemblea e sul rifiuto della “democrazia delegata”.

Sommario

Nel marzo ’17, la rivolta degli operai e dei soldati di Pietrogrado provocò la caduta dello zar e la formazione di un governo provvisorio dominato dalle forze liberal-moderate.
Nel maggio si formò un secondo governo provvisorio cui parteciparono tutti i partiti, a eccezione dei bolscevichi.

Frattanto, accanto al potere “legale” del governo veniva crescendo il potere parallelo dei soviet, i consigli eletti direttamente dagli operai e dai soldati.
Col ritorno di Lenin in Russia, i bolscevichi accentuarono la loro opposizione al governo provvisorio, chiedendo la pace immediata, la socializzazione della terra e il passaggio di tutti i poteri ai soviet.
Il contributo da essi dato alla sconfitta del tentativo di colpo di Stato di Kornilov rafforzò ulteriormente la loro posizione.
A questo punto, grazie alla determinazione di Lenin, decisero di conquistare il potere con la forza.
La fulminea presa del potere da parte dei bolscevichi (7 novembre 1917) e il governo rivoluzionario incontrarono l’opposizione della maggioranza delle forze politiche.
In dicembre i socialisti rivoluzionari riportarono un grande successo nelle elezioni per l’assemblea costituente; questa, però, fu subito sciolta dai bolscevichi, che in tal modo rompevano con la tradizione democratica occidentale.
L’uscita della Russia dalla guerra (trattato di Brest-Litovsk del marzo ’18) provocò l’intervento militare dell’Intesa in appoggio alle armate bianche costituite dalle truppe ribelli al governo.
La gravità della situazione spinse i bolscevichi ad instaurare una vera e propria dittatura.
Grazie alla riorganizzazione dell’esercito operata con la costituzione dell’Armata rossa, il governo rivoluzionario riuscì a prevalere.
Nata ufficialmente nel 1919, ma di fatto effettivamente operante solo dal ’20, l’Internazionale comunista estese a tutto il movimento operaio europeo la frattura fra comunismo e socialdemocrazia che si era verificata in Russia.
I partiti comunisti dei vari paesi nacquero strettamente dipendenti dalle direttive dell’Internazionale, controllata dai russi, e non riuscirono ad ottenere l’adesione della maggioranza della classe operaia.
Nel 1918 il governo bolscevico attuò una politica economica più energica e autoritaria (“comunismo di guerra”), basata sulla centralizzazione delle decisioni e sulla statizzazione di gran parte delle attività produttive.
Questa politica ebbe tuttavia scarsi risultati, finendo con l’alimentare il malcontento di contadini e operai.
Nel marzo 1921 co fu un mutamento di rotta con la Nep (Nuova politica economica).
Basata su una parziale liberalizzazione delle attività economiche, la Nep stimolò la ripresa produttiva, ma ebbe anche effetti non previsti e non desiderati (crescita dei contadini ricchi, degli imprenditori e degli affaristi).
Le condizioni della grande industria di Stato – e degli operai in essa impiegati – non migliorarono sensibilmente.
Nel 1922 nacque l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (Urss).
La nuova costituzione comportava di fatto la dittatura del Partito comunista, l’unico del quale fosse consentita l’esistenza.
Il bolscevichi si proposero anche di trasformare cultura e valori tradizionali: da ciò la lotta contro la Chiesa ortodossa, nuove norme sulla famiglia e i rapporti tra i sessi, l’impegno nell’istruzione e nell’educazione dei giovani.
In campo culturale, i primi anni ’20 furono una stagione dk fioritura delle avanguardia artistiche.
Con l’ascesa di Stalin alla segreteria del partito (aprile ’22) e la malattia di Lenin (morto nel gennaio ’24) si scatenò una dura lotta all’interno del gruppo dirigente bolscevico.
Stalin riuscì dapprima a emarginare Trotzkij (fautore di un continuo sviluppo e di una continua estensione del processo rivoluzionario), contrapponendogli la teoria del “socialismo in un solo paese”.
Quindi si sbarazzò dell’”opposizione di sinistra” (Zinov’ev, Kamenev), che chiedeva la fine della Nep e l’accelerazione dello sviluppo industriale.
Si affermava sempre più il suo potere personale.

Bibliografia

L’Urss di Lenin: storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945 / A. Graziosi. - Il Mulino, 2007
La tragedia di un popolo: la rivoluzione russa, 1891-1924 / O. Figes. – Corbaccio, 1997
La rivoluzione russa / R. Pipes. – Mondadori, 1995
Storia dell’Unione Sovietica / G. Boffa. – Mondadori, 1976
Storia della Russia sovietica / E. H. Carr. – Einaudi, 1964-80
La rivoluzione russa: da Lenin a Stalin, 1917-1929
/ E. H. Carr. – Einaudi, 1980
Lenin e il suo tempo / A. B. Ulam. – Vallecchi, 1967
Le internazionali operaie / A. Agosti. – Loescher, 1973
Storia del pensiero comunista / M. L. Salvadori. – Mondadori, 1984

Cap. 3. L’eredità della grande guerra

Parola chiave

Inflazione

Col termine “inflazione” (dal latino inflatio, ossia gonfiamento) si intende la perdita di potere d’acquisto della moneta che si verifica quando la moneta stessa circola in quantità, e con velocità, superiore quella richiesta dai bisogni del mercato.
Il tasso di inflazione, per lo più calcolato su base annua, indica l’entità di questo deprezzamento: si parla dunque di inflazione al 5, al 10 o al 50 per cento se in un anno diminuisce di quella percentuale la quantità di beni che si possono acquistare con una determinata quantità di denaro.
Mentre un’inflazione minima è considerata fisiologica, anzi segno di buona salute dell’economia, un’inflazione elevata produce danni economici e sociali rilevanti e mina la credibilità del paese che la subisce.
Se il vocabolo è entrato nell’uso corrente negli Stati Uniti ai tempi della grande secessione, il fenomeno è antico quanto la moneta.
Quest’ultima, infatti,  è anch’essa una merce e dunque è soggetta alla legge della domanda e dell’offerta: se ne circola troppa, il suo valore scende sino ad annullarsi.
L’innesco di un processo inflazionistico è ovviamente diventato più facile da quando la moneta cartacea ha sostituito quella metallica (che ha comunque un valore intrinseco ed è più difficile da riprodurre).
Le autorità statali, per soddisfare esigenze improvvise (è il caso delle guerre) o semplicemente per guadagnare consenso,  possono essere infatti indotte a stampare banconote senza rispettare alcun limite: operazione che spesso si risolve in un sequestro di risorse ai danni dei cittadini che hanno prestato soldi allo Stato acquistando titoli del debito pubblico.
Un’altra conseguenza dell’inflazione è la rapida, spesso traumatica,  redistribuzione di redditi e patrimoni fra diverse categorie di cittadini,  che penalizza i debitori rispetto ai creditori, i percettori di redditi fissi (più lenti ad adeguarsi al costo della vita) rispetto ai commercianti e ai possessori di beni reali.
Anche per evitare le turbolenze sociali e politiche che in genere accompagnano questi processi, i governi dei paesi industrializzati,  dopo le disastrose esperienze dei due conflitti mondiali, hanno cercato con alterna fortuna di controllare e limitare i processi inflazionistici, peraltro ancora diffusi nel mondo (si pensi al caso di molti paesi dell’America Latina negli anni ’70 e ’80 del ‘900).
Un’ulteriore azione di vigilanza è quella esercitata dalle autorità sovranazionali: il controllo dell’inflazione può essere condizione per ottenere prestiti o sussidi o anche per fare parte di una determinata quantità, come nel caso dell’euro all’interno dell’Unione europea.

Sommario

La guerra era stata un’esperienza di massa senza precedenti e fece sentire i suoi effetti in ogni campo della vita sociale: tutti i valori tradizionali ne furono scossi.
Il problema maggiore che i governi si trovarono di fronte fu quello dell’inserimento dei reduci.
La politica si fece sempre più fenomeno di massa.
Dappertutto si diffondevano le aspirazioni al cambiamento, sia di tipo rivoluzionario, sia sotto forma di generiche aspirazioni alla pace e alla giustizia sociale.
La prima guerra mondiale segnò una tappa importante nella trasformazione del ruolo delle donne: nei campi, nelle fabbriche, negli uffici presero il posto degli uomini arruolati nell’esercito.
L’esercizio di mestieri fino ad allora considerati esclusivamente maschili e la crescente consapevolezza della propria capacità trasformarono l’immagine stessa della donna.
Questo processo di emancipazione ebbe nel dopoguerra un parziale riconoscimento sul piano dei diritti, ma suscitò anche forti resistenze nei gruppi più conservatori.
Negli anni ’20 e ’30, in molti paesi ci fu una vera e propria ondata di conservatorismo ideologico che cercò di riportare le donne ai loro compiti tradizionali.
Più tardi l’esperienza della seconda guerra mondiale accelerò ovunque i processi già inviati durante il primo conflitto.
Tranne gli Stati Uniti, tutti i paesi belligeranti uscirono dal conflitto in condizioni di dissesto economico.
L’inflazione modificava la distribuzione della ricchezza, mentre la nuova situazione del commercio internazionale vedeva ridotto il ruolo dell’Europa.
Fu necessario nei vari paesi, di fronte ai problemi posti dal ritorno all’economia di pace, tenere ancora in piedi le strutture statali di intervento nell’economia.
A un’iniziale e artificiale espansione economica seguì, nel 1920-21, una fase di crisi.
Tra la fine del ’18 e l’estate del ’20 (il “biennio rosso”) il movimento operaio europeo fu protagonista di una grande avanzata politica che assunse anche tratti di agitazione rivoluzionaria, sulla scia del mito della rivoluzione russa.
L’ipotesi rivoluzionaria fallì ovunque, mentre si accentuò, entro il movimento operaio, la divisione tra riformisti e rivoluzionari, con la fondazione del Comintern e la nascita di partiti comunisti.
Dopo l’armistizio e la caduta dell’Impero, la Germania si trovava in una situazione simile a quella della Russia nel ’17.
Ma la socialdemocrazia – che era il partito più forte e controllava il governo repubblicano – si oppose decisamente a esperienze di tipo sovietico, trovando un terreno di obiettiva convergenza con la vecchia classe dirigente.
L’insurrezione tentata nel gennaio ’19 dai comunisti “spartachisti” fu repressa nel sangue.
Le elezioni per l’Assemblea costituente, che si tennero poco dopo,  videro l’affermazione della socialdemocrazia e del Centro cattolico.
L’Assemblea, riunita a Weimar, elaborò una costituzione democratica fra le più avanzate dell’epoca.
Nel 1920 i socialdemocratici subirono una sconfitta elettorale e dovettero lasciare la guida del governo.
Simili furono le vicende politiche dell’Austria: dopo che i socialdemocratici governarono nella fase di trapasso di regime, il potere passo nelle mani del Partito cristiano-sociale.
In Ungheria, nel 1919, dopo una breve esperienza comunista, il potere u fu conquistato da Horthy che instaurò un regime autoritario.
Il biennio russo si concluse con un riflusso delle agitazioni operaie e una ripresa delle forze moderate.
La Francia degli anni ’20 vide sul piano politico un’egemonia delle forze moderate (tranne la breve parentesi del “cartello delle sinistre” nel ’24-25); alla stabilizzazione politica si accompagnò – nella seconda metà del decennio – una sensibile ripresa economica.
Più difficile fu la situazione dell’economia britannica, caratterizzata da una fase di ristagno per tutti gli anni ’20.
In questo periodo il Partito laburista si affermò come secondo partito del paese (nonostante la secca sconfitta subita dal movimento sindacale nel ’26).
La situazione politica della Repubblica di Weimar era caratterizzata da una forte instabilità politica: l’opinione pubblica borghese, in particolare, nutriva diffidenza per un sistema democratico che considerava indissolubilmente associato alla sconfitta.
Il problema delle riparazioni alimentò questo stato d’animo, provocando, sul piano economico, una gravissima crisi del marco.
All’inizio del ’23 Francia e Belgio occuparono la Ruhr, regione vitale per l’economia tedesca.
In Germania la crisi precipitò e l’inflazione raggiunse livelli impensabili.
Vi furono tentativi insurrezionali da parte dell’estrema sinistra (Amburgo) e dell’estrema destra (putsch di Monaco, capeggiato da Hitler, nel novembre ’23).
A partire dall’estate il governo Streseman avviò una politica di stabilizzazione monetaria e di riconciliazione con la Francia.
Grazie al piano Dawes del 1924, la Germania poté fruire di prestiti internazionali (soprattutto statunitensi), che le avrebbero consentito una rapida ascesa economica.
Con il piano Dawes iniziava una fase di distensione internazionale, confermata dagli accordi di Locarno del 1925, che normalizzavano i rapporti franco-tedeschi.
Questa fase si interruppe alla fine del decennio in coincidenza con la crisi economica internazionale.

Bibliografia

La grande guerra e la memoria moderna / P. Fussell. – Il Mulino, 1984
Le guerre mondiali: dalla tragedia al mito dei caduti / G. L. Mosse. – Laterza, 1990
Il lutto e la memoria: la grande guerra nella storia culturale europea / J. Winter. – Il Mulino, 1998
La violenza, la crociata, il lutto: la grande guerra e la storia del Novecento / A. Becker. – Einaudi, 2002
La rifondazione dell’Europa borghese / C. Maier. – Il Mulino, 1999
La rivoluzione nell’Europa centrale, 1918-1919 / F. L. Carsten. – Feltrinelli, 1978
Socialismo europeo e bolscevismo, 1919-1921 / A. S. Lindemann. – Il Mulino, 1977
Storia della Repubblica di Weimar, 1918-1933 / E. Eyck. – Il Mulino, 1987
La Repubblica di Weimar: la Germania dal 1917 al 1933 / H. Schulze. – Il mulino, 1987
La Repubblica di Weimar, 1918-1933: storia della prima democrazia tedesca / H. A. Winkler. – Donzelli, 1998
La crisi di Weimar: crisi di sistema e sconfitta operaia / G. E. Ruaconi. – Einaudi, 1977
La Repubblica di Weimar / W. Laqueur. – Rizzoli, 1977
La cultura di Weimar / P. Gay. – Dedalo, 1978
Storia dell’Inghilterra contemporanea / A. J. P. Taylor. – Laterza, 1968
Storia della Francia nel Novecento / J. F. Sirinelli…et al. – Il Mulino, 2003

Cap. 4. Il dopoguerra in Italia e l’avvento del fascismo

Problemi del dopoguerra

Con la vittoria l’Italia aveva superato la prova più impegnativa della sua storia unitaria, ma restava alle prese con i mille problemi che la grande guerra aveva ovunque lasciato dietro di sé.
L’economia presentava i tratti tipici della crisi postbellica: sviluppo abnorme di alcuni settori industriali (con conseguenti problemi di riconversione), sconvolgimento dei flussi commerciali, deficit gravissimo del bilancio statale, inflazione galoppante.
Tutti i settori della società erano in fermento.
La classe operaia, tornata alla libertà sindacale dopo la compressione degli anni di guerra e infiammata dagli echi di quanto stava accadendo in Russia, non solo chiedeva miglioramenti economici, ma reclamava maggior potere in fabbrica e manifestava, almeno in alcune frange, tendenze rivoluzionarie.
I contadini tornavano dal fronte con una accresciuta consapevolezza dei loro diritti, insofferenti dei vecchi equilibri sociali, decisi a ottenere dalla classe dirigente l’attuazione delle promesse fatte nel corso del conflitto.
I ceti medi, che erano stati fortemente coinvolti nell’esperienza della guerra – e fortemente colpiti dalle sue conseguenze economiche – tendevano ad organizzarsi e a mobilitarsi più che in passato per difendere i loro interessi e i loro ideali patriottici.
Questi problemi erano in parte comuni a tutti gli Stati usciti dal conflitto.
Ma si presentavano in forma più acuta in un paese come l’Italia, dove, rispetto all’Inghilterra e alla Francia, el strutture economiche erano meno avanzate e le istituzioni politiche meno profondamente radicate nella società.
Il processo di democratizzazione era appena agli inizi, anche perché il suffragio universale maschile era stato applicato per la prima volta nel 1913.
Il modo stesso in cui era stato deciso l’intervento – contro l’orientamento delle masse popolari e della maggioranza parlamentare – aveva provocato gravissime fratture e in seno alla classe dirigente liberale.
A guerra finita, questa classe dirigente si trovò sempre più contestata e isolata, non si mostrò in grado di dominare i fenomeni di mobilitazione di massa che il conflitto mondiale aveva suscitato e finì così col perdere l’egemonia indiscussa di cui aveva goduto fin allora.
Risultarono invece favorite quelle forze, socialiste e cattoliche, che si consideravano estranee alla tradizione dello Stato liberale, che non erano compromesse con le responsabilità della guerra e che, inquadrando larghe masse, potevano meglio interpretare le nuove dimensioni assunte dalla lotta politica.

Parola chiave.

Il termine “squadrismo” entrò nel linguaggio politico italiano nel primo dopoguerra in riferimento alle azioni di violenza organizzata e pianificata condotte dalle formazioni paramilitari fasciste (le squadre d’azione) contro le sedi e le persone fisiche dei loro avversari politici: in primo luogo contro le organizzazioni socialiste delle campagne padane (per questo si parla di squadrismo agrario).
Le origini e gli sviluppi dello squadrismo italiano, come di fenomeni analoghi manifestatisi in altri paesi europei (si pensi soprattutto alla Germania dei “corpi franchi” e delle SA naziste), si collegano strettamente all’esperienza della grande guerra: sia per le modalità organizzative delle squadre (per lo più comandate da ex-ufficiali), sia per i rituali e i simboli attuati.
E certamente all’esperienza bellica vanno fatti risalire la violenza spesso efferata e il diffuso disprezzo della vita umana che furono orgogliosamente esibiti come tratti caratterizzanti dell’attività squadristica.
Negli anni del suo massimo sviluppo, tra la fine del 1920 e l’estate del 1922, il fascismo squadrista, quello che aveva le sue roccaforti nelle province padane e faceva capo ai “ras” locali, fu considerato da molti cosa diversa dal fascismo politico, a base essenzialmente urbana, impersonato soprattutto da Mussolini, al quale in una breve fase si contrappose esplicitamente.
In realtà i “due fascismi” erano le facce di una stessa realtà, nessuna delle quali avrebbe potuto prescindere dall’altra.
In molti casi le squadre erano nate prima dei fasci: e un Partito nazionale fascista si costituì solo nel novembre 1921, assorbendo e inquadrando i gruppi paramilitari: fu così proposto un nuovo modello di formazione politica, quello che più tardi il politologo francese Maurice Duverger avrebbe definito partito milizia (diverso sia dal modello ottocentesco del “partito elettorale” sia da quello del più moderno partito di massa a forte radicamento territoriale, inventato dai socialisti).
Sarebbe dunque riduttivo vedere nello squadrismo un semplice braccio armato del fascismo o della reazione padronale.
Le squadre furono invece non solo il nucleo costitutivo dell’intero movimento, ma anche le depositarie dei suoi rituali (le bandiere, le sfilate, il culto dei caduti), le custodi della sua anima “rivoluzionaria” e della sua vocazione totalitaria.
In quanto fenomeno politico rilevante, lo squadrismo si esaurì con la trasformazione del fascismo in regime e sparì con la morte dei regimi fascisti.
Da allora si parla genericamente di squadrismo per definire, e stigmatizzare, azioni di violenza compiute in gruppo, e per motivi politici, contro persone e cose riconducibili a uno schieramento avverso.

Citazione

In questa delicata fase Mussolini giocò, come al solito, su due tavoli.
Da un lato intrecciò trattative con tutti i più autorevoli esponenti liberali in vista della partecipazione fascista a un nuovo governo; rassicurò la monarchia sconfessando le passate simpatie repubblicane; si guadagnò il favore degli industriali annunciando di voler restituire spazio all’iniziativa privata.
Dall’altro lasciò che l’apparato militare del fascismo si preparasse apertamente alla presa del potere mediante un colpo di Stato.

In effetti, nel generale disfacimento dei poteri statali (il ministero Facta si dimise proprio il 27 ottobre), fu l’atteggiamento del re a risultare decisivo.
Vuoi perché non si curò della lealtà dei vertici militari, vuoi perché deciso a evitare a ogni costo una guerra civile.
, Vittorio Emanuele 3. rifiutò, la mattina del 28 ottobre, di firmare il decreto per la proclamazione dello stato d’assedio (cioè il passaggio dei poteri alle autorità militari), che era stato preparato in tutta fretta dal governo già dimissionario.
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Sommario

I problemi del dopoguerra erano aggravati, in Italia, dalla debolezza delle strutture democratiche e dalla crisi della classe dirigente liberale.
I cattolici si organizzarono politicamente con il Partito popolare (1919).
A sinistra, la crescita del Partito socialista corrispondeva ad una prevalenza, in esso, delle correnti rivoluzionarie.
La nascita del fascismo (1919) introdusse nella vita politica un nuovo stile aggressivo e violento.
In relazione alle vicende della conferenza di Parigi, si diffuse tra l’opinione pubblica un atteggiamento di risentimento verso gli ex-alleati (la “vittoria mutilata”) e il governo.
Clamorosa fu la protesta attuata da D’Annunzio con l’occupazione di Fiume (settembre ’19).
Sul piano interno, il ’19-20 fu una fase di acute agitazioni sociali: moti contro il caro-viveri, scioperi operai e agrari, occupazione delle terre.
Le elezioni del novembre ’19, tenute col sistema proporzionale, segnarono la perdita del controllo del Parlamento da parte delle forze liberali, nonché un successo di socialisti e popolari.
Nel giugno 1920 Giolitti tornò al potere con un programma molto avanzato.
Durante il suo governo fu risolta la questione di Fiume (trattato di Rapallo e fine dell’impresa dannunziana).
Tuttavia il disegno giolittiano di ridimensionare le spinte rivoluzionarie del Psi attraverso un’apertura riformista fallì.
Il maggior episodio di conflittualità del periodo fu l’occupazione delle fabbriche (settembre ’20), al cui conclusione accentuò le divisioni del movimento socialista e diffuse in tutta la borghesia un desiderio di rivincita.
Al congresso socialista di Livorno del gennaio ’21, la corrente di sinistra guidata da Bordiga e Gramsci si scisse dal Psi e fondò il Partito comunista.
Tra la fine del ’20 e l’inizio del ’21 il fascismo, abbandonando gli originari caratteri radical-democratici si qualificò decisamente in senso antisocialista.
Le azioni squadristiche colpirono sedi ed esponenti del movimento operaio e contadino del Centro-Nord, in particolare le leghe rosse nella Valle Padana.
Le cause della repentina crescita del fascismo agrario furono varie: forza “militare”, connivenza con i pubblici poteri, tentativo di Giolitti di usare il fascismo pe ridurre alla ragione socialisti e popolari, ma anche consensi in quelle categorie contadine (piccoli proprietari, mezzadri, piccoli affittuari) che mal sopportavano il controllo esercitato dalle organizzazioni socialiste nelle campagne.
L’inserimento nel “blocchi nazionali” (elezioni del maggio ’21) diede al fascismo una completa legittimazione.
Profittando della debolezza dei governi liberali (Bonomi e Facta), il fascismo si rese protagonista di imprese sempre più clamorose, culminate nella risposta allo sciopero “legalitario” dell’agosto ’22, estremo tentativo socialista di arginare le violenze squadristiche.
Mentre trattava con i principali leader liberali per una partecipazione al governo, Mussolini lasciò che le milizie fasciste si preparassero per un colpo di Stato.
Il successo della marcia su Roma (28 ottobre ’22) fu reso possibile solo dal rifiuto del re a firmare lo stato d’assedio.
Il nuovo governo Mussolini – lungi dal rappresentare, come parve a molti, un ritorno alla normalità – preparava la fine dello Stato liberale.
Una volta al potere, Mussolini attuò una politica autoritaria (soprattutto contro il movimento operaio) e creò nuovi istituti (il Gran consiglio del fascismo e la Milizia) incompatibili con i principi liberali.
Allo stesso tempo continuò a promettere la “normalizzazione” e a collaborare con forze politiche non fasciste.
Oltre all’appoggio di liberali e cattolici, Mussolini poteva valersi di quello del potere economico, nonché del sostegno alla Chiesa, che vedeva nel fascismo un baluardo contro la minaccia socialista.
Un ulteriore rafforzamento il fascismo ottenne con le elezioni del ’24, tenute secondo la legge maggioritaria: da esse le opposizioni uscirono notevolmente ridimensionate.
Nel giugno ’24 il deputato socialista Matteotti – che aveva denunciato alla Camera i brogli e le violenze commesse dai fascisti in occasione delle elezioni – fu assassinato da un gruppo di squadristi.
L’ondata di sdegno che ne seguì fece vacillare il potere di Mussolini.
Ma le opposizioni, che abbandonarono la Camera (secessione dell’Aventino), erano troppo deboli per mettere in crisi al governo.
Col duro discorso del 3 gennaio ’25, Mussolini riacquistò il controllo della situazione.
Tra il ’25 e il ’26 si consumò la fine dello Stato liberale: “fascistizzazione” della stampa, persecuzione degli antifascisti, rafforzamento dei poteri del capo del governo, legge “per la difesa dello Stato” (che, tra l’altro, istituiva il Tribunale speciale), scioglimento di tutti i partiti (tranne quello fascista).

Bibliografia

Nascita e avvento del fascismo / A. Tasca. – La Nuova Italia, 1995
Lezioni di Harvard: l’Italia dal 1919 al 1929 / G. Salvemini. – In: Scritti sul fascismo. – Feltrinelli, 1961
Storia delle origini del fascismo / R. Vivarelli. – Il Mulino, 1991
Fascismo e antifascismo: i partiti italiani fra le due guerre / E. Gentile. – Le Monnier, 2000
Storia del socialismo italiano, 1892-1926 / G. Arfé. – Einaudi, 1965
Il partito socialista italiano dal 1919 al 1946 / L. Guerci. – Cappelli, 1969
Il movimento cattolico in Italia: il Partito popolare italiano / G. De Rosa. – Laterza, 1966
Storia del Partito fascista, 1919-1922 / E. Gentile. – Laterza, 1989
Le origini dell’ideologia fascista, 1918-1925 / E. Gentile. – Il Mulino, 1996

Cap. 5. La grande crisi: economia e società negli anni ‘30

5.1 Crisi e trasformazione

Alla fine degli anni ’20 l’Europa e il mondo sembravano avviati a superare i traumi e le ferite del primo conflitto mondiale.
I rapporti fra le maggiori potenze attraversavano una fase di distensione.
Il problema tedesco – punto critico dell’assetto europeo – sembrava avviato a una soluzione equilibrata, che garantiva gli interessi delle potenze vincitrici e assicurava al tempo stesso il reinserimento pacifico della Germania fra i  protagonisti della politica internazionale.
L’economia dell’Occidente capitalistico, trainata dalla spettacolosa espansione produttiva degli Stati Uniti, aveva ripreso a svilupparsi con discreta regolarità dopo le convulsioni del primo quinquennio postbellico.
In questo quadro di apparente stabilità e di diffusa prosperità si abbatté una crisi economica tanto imprevista quanto catastrofica.
Scoppiata negli Stati Uniti nell’autunno del ’29 e prolungatasi per buona parte degli anni ’30, la “grande crisi” – come ancora oggi viene chiamata – fece sentire i suoi effetti anche sulla politica e sulla cultura, sulle strutture sociali e sulle istituzioni statali, segnando una netta cesura – che si sovrappose a quella creata dalla grande guerra – nello sviluppo storico delle società occidentali.
Sconvolse i vecchi assetti e accelerò trasformazioni già in atto.
Diede un’ulteriore, decisiva spinta alla decadenza dell’Europa liberale.
Compromise seriamente gli equilibri internazionali, mettendo in moto una catena di eventi che avrebbe portato, nel giro di un decennio, a un nuovo conflitto mondiale.
Nel corso degli anni’30 vennero inoltre in primo piano i problemi e tematiche destinati a improntare di sé la società del secondo dopoguerra: la compenetrazione fra apparati statali ed economia (già venuta in evidenza durante la grande guerra) e l’affermarsi di forme di capitalismo diretto (ossia programmato dall’alto); lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa (radio e cinematografo); la crescita delle classi medie (in particolare dei ceti impiegatizi), in rapporto allo sviluppo continuo del settore terziario; la radicalizzazione dei conflitti ideologici e il loro trasferimento su scala internazionale.
Si tratta di processi molto diversi da loro, né tutti possono essere collegati in senso stretto alla grande crisi: questa tuttavia, in quanto fenomeno dominante di un intero decennio e origine di profonde trasformazioni, ha assunto nella ricostruzione storica il rilievo di un evento periodizzante.

Parola chiave

Ceto medio

L’espressione “ceto medio” (o “classe media”) indica genericamente quegli strati sociali che occupano una posizione intermedia nella distribuzione della ricchezza, del potere e del prestigio in una società che si presume divisa secondo uno schema bipolare (aristocrazia-popolo, poveri-ricchi, borghesia-proletariato).
Già nel tardo ‘700 si parlava di ceto medio in riferimento al “terzo stato”, cioè alla borghesia.
Più tardi, con lo sviluppo del capitalismo e col delinearsi di un antagonismo “primario” fra borghesia e proletariato, l’espressione è diventato sinonimo di “piccola e media borghesia” ed è passata a designare un arco molto ampio e variegato di classi e gruppi sociali.
Rientravano sotto questa definizione tutti quei gruppi che non potevano essere assimilati alla borghesia propriamente detta (imprenditori e proprietari), ma si distaccavano dalle classi popolari per cultura, mentalità e orientamenti politici, oltre che per condizioni economiche: piccoli proprietari e piccoli commercianti, ma soprattutto impiegati pubblici e privati.
Le trasformazioni economiche e sociali intervenute nel ‘900 – in particolare la crescita degli apparati statali e lo sviluppo del settore dei servizi – hanno gonfiato numericamente questi strati (che invece, secondo lo schema marxista, erano destinati a scomparire o a “proletarizzarsi”) e ne hanno progressivamente aumentato il peso politico.
Nel periodo fra le due guerre mondiali furono soprattutto le inquietudini e le oscillazioni del ceto medio (fin allora considerato come una garanzia di stabilità sociale e come la base più sicura delle istituzioni liberal-democratiche) a determinare le più profonde trasformazioni politiche.
I regimi autoritari e fascisti, in particolare, trovarono il loro principale sostegno di massa proprio nel ceto medio: mentre i partiti operai pagarono spesso duramente l’errore di aver sottovalutato la forza e di averlo giudicato fatalmente subalterno alle scelte della grande borghesia.
Nel secondo dopoguerra, tutti i partiti di massa, compresi quelli di sinistra, hanno riservato un’attenzione crescente alle esigenze di questo strato sociale (da cui, fra l’altro, provengono in gran parte i quadri dirigenti dei partiti stessi) e hanno cercato di guadagnarne i consensi.
Ciò è apparso tanto più necessario in relazione ai redenti sviluppi delle società industrializzate (innalzamento generale dei livelli di vita, crescita del settore terziario): sviluppi che, se da un lato hanno ulteriormente dilatato la consistenza numerica del ceto medio, dall’altro hanno reso meno netta la distinzione, in termini di reddito e di status sociale, fra classe operaia e piccola borghesia.
Oggi si parla sempre più spesso, nei paesi economicamente avanzati, di una progressiva scomparsa delle classi tradizionalmente intese: o meglio di un loro assorbimento in un unico, grande, ceto medio che comprende ormai la maggioranza della popolazione, lasciando fuori solo alcune consistenti sacche di “nuova povertà” (non più coincidenti col proletariato industriale) e alcune esigue minoranze di ricchissimi e privilegiati.

Sommario

Gli anni ’20 furono per gli Stati Uniti un periodo di prosperità economica che influì sulla stessa vita quotidiana degli americani (con la diffusione dell’automobile e delgi elettrodomestici).
Dal punto di vista politico fu incontrastata l’egemonia del Partito repubblicano, sostenitore di un indirizzo conservatore e liberista.
Si diffondevano, tra l’opinione pubblica, tendenze conservatrici e pregiudizi raziali.
La borghesia americana cercava facili guadagni nella speculazione borsistica, inconsapevole delle fragili basi dell’espansione economica di quegli anni.
Il crollo della Borsa di New York (ottobre 1929) fu a un tempo la spia di un malessere economico preesistente e la causa di ulteriori episodi di crisi.
Negli Stati Uniti molte aziende dovettero chiudere.
Le misure protezionistiche adottate subito negli Usa – e poi negli altri paesi – provocarono una brusca contrazione del commercio internazionale.
La recessione economica – cui si accompagnò un altissimo numero di disoccupati – si diffuse in tutto il mondo.
In Europa una grave crisi finanziaria culminò nella sospensione della convertibilità della sterlina.
Scarso successo ebbero le politiche di austerità perseguite dai governi dei paesi industrializzati, che finirono con l’aggravare la recessione in corso e col ripercuotersi negativamente sugli equilibri politici e sociali.
Nel 1932 divenne presidente degli Stati Uniti il democratico F. D. Roosvelt.
La sua politica (New Deal) si caratterizzò per un energico intervento dello Stato nell’economia e per alcune iniziative di riforma sociale.
Il New Deal, se rappresentò un’importante innovazione, non riuscì a determinare una piena ripresa dell’economia americana, che si sarebbe verificata solo con la guerra.
Un po’ in tutti i paesi la grande crisi finì col far adottare nuove forme di intervento dello Stato in campo economico, che giunsero a configurare una forma di capitalismo “diretto”.
Quanto i governo fecero solo empiricamente fu teorizzato dall’economista Keynes che, in particolare, sottolineò il ruolo della spesa pubblica ai fini dell’incremento della domanda e del raggiungimento della piena occupazione.
Nei paesi europei si verificò proprio durante la grande crisi uno sviluppo di quei consumi di massa che si erano affermati negli Usa negli anni ’20.
Grande diffusione ebbero la radio e il cinema, che divennero elementi caratteristici della società di massa: mezzi di svago, di informazione ma anche di propaganda, essi contribuirono ad accentuare il lato spettacolare della politica.
Negli anni ’20 e ’30 vennero fatte alcune scoperte scientifiche destinate a segnare la storia del 20. secolo: anzitutto quella dell’energia nucleare (che avrebbe portato alla costruzione della bomba atomica).
Sul piano delle applicazioni belliche della scienza, sono da ricordare i grandi sviluppi dell’Aeronautica.
Nella cultura europea si accentuarono alcuni fenomeni di disgregazione e di perdita dell’unità, tanto che nessuna delle correnti del periodo può essere assunta, da sola, come particolarmente rappresentativa.
Furono anni, per gli intellettuali, di grandi contrapposizioni ideologiche (liberismo-comunismo, democrazia-fascismo) e di impegno politico.
L’emigrazione degli intellettuali tedeschi durante il nazismo provocò un impoverimento culturale dell’Europa.

Bibliografia

Il grande crollo / J. K. Galbraith. – Boringhieri, 1972
La grande depressione nel mondo, 1929-1939 / C. P. Kindleberger. – Etas, 1982
La grande trasformazione / K. Polanyi. – Einaudi, 1974
L’età dell’ansia: gli Stati Uniti dal 1920 al 1940 / M. E. Parrish. – Il Mulino, 1992
L’età di Roosvelt / A. Schlesinger, jr. – Il Mulino, 1959-65
Roosvelt e il New Deal, 1932-1940 / W. E. Leuchtenburg. – Laterza, 1968
Il New Deal / a cura di M. Vaudagna. – Il Mulino, 1981
Storia del cinema / G. Fofi…et al. – Garzanti, 1988
Storia del cinema italiano / G. Brunetta. – Editori Riuniti, 1993
Storia del cinema e del film / D. Bordwell, K. Thompson. – Il Castoro, 1998
Storia della radio e della televisione / P. Albert. – Dedalo, 1983
 Storia della radio e della televisione in Italia: un secolo di costume, società e politica / F. Monteleone. – Marsilio, 2003
Da sponda a sponda: l’emigrazione degli intellettuali europei e lo studio della società contemporanea, 1930-65 / H. S. Hughes. – Il Mulino, 1977

Cap. 6. L’età dei totalitarismi

Citazione

Ai giovani in cerca di avventura, agli intellettuali bisognosi di certezze, ai piccolo-borghesi delusi  dalla democrazia e spaventati dall’alternativa comunista il fascismo pareva offrire una prospettiva nuova ed emozionante: la sensazione di appartenere ad una comunità e di riconoscersi in un capo, la convinzione di essere inseriti in una gerarchia basata sul merito (e non sulla ricchezza o sui privilegi di nascita), l’identificazione certa di un nemico.
Pag. 112

Parola chiave

Totalitarismo

Il termine “totalitarismo” fu inventato, a quanto sembra, dagli antifascisti italiani già nella prima metà degli anni ’20.
Successivamente, furono gli stessi fascisti, a cominciare da Mussolini, a usarlo “in positivo” per definire la loro aspirazione, peraltro mai pienamente realizzata, a una identificazione totale fra Stato e società.
Nel secondo dopoguerra, il termine fu adottato dalla scienza politica e dalla pubblicistica dei paesi occidentali per designare quella particolare forma di potere assoluto, tipica della società di massa, che non si accontenta di controllare la società, ma pretende di trasformarla dal profondo in nome di un’ideologia onnicomprensiva, di pervaderla tutta attraverso l’uso combinato del terrore e della propaganda: quel potere, insomma, che non solo è in grado di reprimere, grazie a un imponente apparato poliziesco, ogni forma di dissenso, ma cerca anche di mobilitare i cittadini attraverso il monopolio dell’educazione e dei mezzi di comunicazione di massa.
Il concetto di totalitarismo – così come lo ha definito la scienza politica, da Hannah Arendt a Carl J. Friedrich e Zbigniew K. Brzezinsky – è modellato sulla concreta esperienza del nazismo tedesco e del comunismo staliniano.
Più discussa è la sua applicabilità al caso del fascismo italiano (che pure, come abbiamo visto, si autodefiniva totalitario) o a quella dei regimi comunisti imposti all’Europa dell’Est nel secondo dopoguerra.
Certamente scorretto è parlare di “totalitarismo” in riferimento a regimi autoritari più “tradizionali” come il franchismo e il salazarismo.
Per molto tempo la categoria del totalitarismo è stata rifiutata, o quanto meno guardata con sospetto, dalla cultura di sinistra (in particolare da quella marxista) perché, prescindendo da qualsiasi riferimento alla base sociale dei regimi, accomunava fenomeni giudicati incomparabili come il nazismo e lo stalinismo.
Tuttavia, soprattutto negli ultimi anni, il termine si è largamente affermato nel linguaggio politico corrente (e anche in quello della sinistra).
Oggi il termine “totalitarismo” rischia di essere addirittura “inflazionato”.
Lo si usa infatti comunemente – e impropriamente – come sinonimo di “autoritarismo” o di “dittatura” o di “tirannia”.

Citazione

Il ministero Brüning continuò a governare per altri due anni grazie all’appoggio concessogli, in mancanza di alternative, dalla Spd e soprattutto grazie al sostegno del presidente Hindenburg, che si valse sistematicamente dei poteri straordinari previsti dalla costituzione nei casi di emergenza.
Pag. 115

Sommario

Dopo la crisi del ’29 si diffuse in tutta Europa il fenomeno della disaffezione verso la democrazia.
Parallelamente si affermarono, negli anni ’30, regimi antidemocratici, sia di tipi tradizionale sia di tipo “moderno” (cioè ispirati al fascismo e al nazismo).
La novità del fascismo e del nazismo si evidenziò nel campo dell’organizzazione del potere, con quella della ricerca di un controllo totale sui cittadini (comune al regime staliniano) che ha fatto coniare il termine “totalitarismo”.
Il successo del nazismo è strettamente collegato alle conseguenze della grande crisi.
Fu allora che la maggioranza dei tedeschi perse ogni fiducia nella Repubblica di Weimar e nei partiti democratici e prestò ascolto in misura crescente alla propaganda del nazismo, che prometteva il ritorno della Germania alla passata grandezza, indicando nelle sinistre e negli ebrei i responsabili delle difficoltà del paese.
Il partito di Hitler, rimasto fin allora ai margini della vita politica, vide crescere i suoi consensi nelle numerose elezioni che si tennero fra il ’30 e il ’32, fino a diventare il primo partito tedesco.
Nel gennaio ’33 Hitler fu chiamato dal presidente Hindenburg a guidare il governo.
La trasformazione della Repubblica tedesca in dittatura avvenne nel giro di pochi mesi.
Nel ’33, traendo pretesto dall’incendio del Reichstag, Hitler assunse i pieni poteri e annientò le opposizioni.
L’anno seguente si sbarazzò dell’ala estremista del nazismo (quella che faceva capo alla milizia armata delle SA) e, morto Hindenburg, si fece nominare capo dello Stato.
Tra i principi-base del nazismo stava il particolare rapporto del capo (Führer) e le masse (inquadrate nel partito unico e nei suoi programmi collaterali).
Dalla “comunità di popolo” in cui il nazismo voleva trasformare tutti i tedeschi erano esclusi gli ebrei, che una massiccia propaganda additava a bersaglio dell’odio popolare e che vennero legalmente discriminati con le leggi di Norimberga (1935).
Le azioni violente contro di essi si sarebbero trasformate, durante la guerra, nella politica dello sterminio.
Non vi fu, durante il nazismo, alcuna forma di opposizione politica.
La Chiesa cattolica e quelle luterane finirono con l’adattarsi al regime.
L’efficienza dell’apparato repressivo spiega la mancanza di un esplicito dissenso, non l’estensione notevole del consenso al regime.
Tale consenso ebbe varie cause: i successi in politica estera, la ripresa economica (dovuta a una politica di riarmo e lavori pubblici), il raggiungimento della piena occupazione e il miglioramento dei servizi sociali; ma anche l’uso molto abile che il nazismo seppe fare delle cerimonie pubbliche e dei mezzi di comunicazione di massa.
Già nel corso degli anni ’20 regimi autoritari si erano affermati in molti paesi: nell’Europa centro-orientale (Ungheria, Polonia), nei Balcani (Bulgaria, Jugoslavia) e nella penisola iberica (Spagna, Portogallo).
L’avvento del nazismo in Germania provocò una ulteriore diffusione di questi regimi (Austria, Grecia e Romania) e una loro radicalizzazione.
In Urss, alla fine degli anni ’20, Stalin pose fine alla Nep, dando inizio all’industrializzazione forzata.
Le attività agricole vennero collettivizzate (e i kulaki, di fatto, sterminati).
Parallelamente fu varato, nel 1928, il primo piano quinquennale che segnò una strepitosa crescita della produzione industriale (questo suscitò diffusa ammirazione nel mondo occidentale, che subiva le conseguenze della grande crisi).
Il nuovo indirizzo ebbe costi umani assai elevati e si accompagnò ad un clima di forte mobilitazione ideologica.
Gli anni ’30 videro anche il continuo rafforzamento della dittatura personale di Stalin, che eliminò tutti i suoi possibili rivali (in pratica l’intero gruppo dirigente bolscevico).
Col 1934 ebbe inizio la stagione delle “grandi purghe” e del terrore indiscriminato, funzionale al rafforzamento del potere di Stalin.
Quello che si consumò in Urss negli anni dello stalinismo fu un vero e proprio sterminio di massa.
Le prime iniziative hitleriane in politica estera (ritiro dalla Società delle Nazioni, appoggio al tentativo dei nazisti austriaci di impadronirsi del potere) rappresentarono una minaccia all’equilibrio internazionale).
A partire dal 1935 la causa della sicurezza collettiva trovò un sostegno nella nuova politica espera sovietica,  ispirata alla lotta al fascismo come principale nemico, che incoraggiò la formazione di alleanze tra comunisti e forze socialiste e democratiche-borghesi.
Nel ’36 governi di Fronte popolare sorsero in Spagna e Francia.
In Spagna, alla vittoria del Fronte popolare (febbraio ’36) seguì una ribellione militare.
I militari, guidati dal generale Franco, ebbero il decisivo aiuto di Italia e Germania, mentre i repubblicani poterono contare solo su rifornimenti sovietici e sui reparti di volontari antifascisti.
La sconfitta dei repubblicani fu dovuta anche alle profonde divisioni esistenti al oro interno soprattutto fra comunisti e anarchici.

Nel 1939 la guerra civile terminava con la vittoria di Franco.
Negli stessi anni della guerra di Spagna, la politica di arrendevolezza (appeasement) praticata da Francia e Inghilterra nei confronti della Germania finì con l’incoraggiare la politica espansionistica del nazismo.
Nel 1938 avveniva l’annessione dell’Austria (Anschluss); subito dopo Hitler avanzava mire sul territorio cecoslovacco abitato da popolazione tedesca (Sudeti).
Gli accordi di Monaco (settembre ’38) sembrarono conservare la pace ma – accettando le richieste tedesche – finirono con lo spianare la strada ad un nuovo conflitto mondiale.

Bibliografia

Le origini del totalitarismo / H. Arendt. – Comunità, 1967
Il totalitarismo / S. forti. – Laterza, 2001
Il totalitarismo / E. Traverso. – Bruno Mondadori, 2002
Da Weimar a Hitler / M. Broszat. – Laterza, 1986
La dittatura tedesca / K. D. Bracher. – Il Mulino, 1973
Storia sociale del Terzo Reich / D. Peukert. – Sansoni, 1989
Lo Stato nazista / N. Frei. – Laterza, 1992
Il Terzo Reich / H. U. Thamer. – Il Mulino, 1993
Hitler e l’enigma del consenso / I. Kershaw. – Laterza, 1997
Hitler / J. C. Fest. – 1974
Hitler, 1889-1945 / I. Kershaw. – Bompiani, 1999-2001
La nazionalizzazione delle masse / G. L. Mosse. – Il Mulino, 1975
Germania: un passato che non passa / a cura di G. E. Rusconi. – Einaudi, 1987
Che cos’è il nazismo/ I. Kershaw. – Bollati Boringhieri, 1995
Il fascismo in Europa / a cura di S. J. Wolf. – Laterza, 1968
Storia del sistema sovietico / F. Benvenuti. – Nis, 1995
Storia della Russia contemporanea, 1853-1996 / F. Benvenuti
Lo stalinismo / R. Medvedev. – Mondadori, 1972
Il fenomeno Stalin nella storia del 20. secolo / G. Boffa. – Laterza, 1982
Lo stalinismo / A. Romano. – Brino Mondadori, 2002
Il lungo terrore / F. Bettanin. – Editori Riuniti, 1999
Storia del Gulag / O. V. Chlevnjuk. – Einaudi, 1996
Storia del pensiero comunista / M. L. Salvadori. – Mondadori, 1984
Il passato di un’illusione: l’idea comunista nel 20. secolo / F. Furet. – Mondadori, 1995
Nazionalsocialismo e bolscevismo: la guerra civile europea, 1917-1945 / E. Nolte. – Sansoni, 1989
Storia della guerra civile spagnola / H. Thomas. – Einaudi, 1963
La guerra civile spagnola / P. Preston. – Mondadori, 1999
L’eclissi della democrazia / G. Ranzato. – Bollati Boringhieri, 2004
Le ombre dell’Europa: democrazie e totalitarismi nel 20. secolo / M. Mazower. – Garzanti, 2000
Crisi fra le due guerre mondiali, 1919-1939 / R. Overy. – Il Mulino, 1998
Guerra e rivoluzione in Europa, 1905-1956 / A. Graziosi. – Il Mulino, 2001

Cap. 7. L’Italia fascista

Parola chiave

Consenso

Nel linguaggio politico moderno, il termine “consenso” indica l’accordo tra i membri di una comunità su alcuni valori e principi fondamentali o su alcuni obiettivi specifici che la comunità stessa si pone attraverso l’azione dei suoi gruppi dirigenti.
Nei sistemi democratici e pluralisti, un certo grado di consenso sui principi e sulle istituzioni è considerato indispensabile alla vita dello Stato: ma sulle scelte dei governanti il dissenso è ammesso e in qualche misura istituzionalizzato attraverso meccanismi che permettono il ricambio della classe dirigente.
Invece nei sistemi autoritari – e soprattutto in quelli totalitari [parola chiave cap. 6] – il dissenso è represso o nascosto, mentre il consenso è dato per scontato, sulla base di una arbitraria attribuzione al capo, o al partito dominante, della capacità di rappresentare il popolo e di interpretarne i bisogni.
Questo non significa che anche i regimi autoritari non possano godere di autentico consenso popolare.
Il problema, per gli storici, è di verificare e misurare questo consenso, in assenza di indicatori attendibili (poiché tali non sono i risultati delle consultazioni elettorali “plebiscitari” e le manifestazioni di massa organizzate dai regimi stessi).
Nel caso del fascismo italiano, ad esempio, si è discusso e si continua a discutere sulla natura e sulle dimensioni del consenso di cui il regime godette.
Negli anni ’70 il più autorevole storico del fascismo, Renzo de Felice, autore di una grande biografia di Mussolini, ha sostenuto che, per la maggioranza della popolazione, questo consenso fu ampio e stabile, soprattutto nella prima metà degli anni ’30 (prima che cominciasse la fase delle guerre e dell’avvicinamento alla Germania nazista).
Altri studiosi hanno contestato sia le conclusioni di De Felice, sia l’attendibilità delle fonti da lui prevalentemente utilizzate (la stampa, le carte di Mussolini, i rapporti della polizia); e hanno affermato che il grosso della popolazione diede al regime niente più che un consenso “passivo”, un’accettazione rassegnata (salvo che in alcuni momenti particolari, come la conquista dell’Etiopia o al conferenza di Monaco).
Oggi la maggior parte degli storici tende a riconoscere al fascismo una certa base di consenso, soprattutto fra i ceti medi.
Anche se ci si rende conto della difficoltà di valutarne la natura (come si può distinguere il consenso “attivo” da quello “passivo”?) e di misurarne con precisione l’entità

Citazione

Per dare una risposta sintetica agli interrogativo circa il reale grado di fascistizzazione del paese, si può quindi concludere che questo fenomeno fu ampio, ma riguardò essenzialmente gli strati intermedi della società, toccando solo parzialmente le classi popolari e l’alta borghesia, che il regime riuscì a cambiare, in maniera anche vistosa, i comportamenti pubblici e le forme di partecipazione collettiva, ma non a trasformare nel profondo schemi mentali e strutture sociali
Pag. 147

L’obiettivo di “quota novanta” fu raggiunti in poco più di un anno, in virtù di una serie di provvedimenti che limitavano drasticamente il credito con l’aiuto di un cospicuo prestito concesso allo Stato italiano da grandi banche statunitensi
Pag. 151

Nei nuovi enti parastatali e nella stessa Banca d’Italia (che nel 1926 ottenne il monopolio dell’emissione di moneta e vide i suoi poteri ulteriormente rafforzati da una riforma bancaria nel 1936) si formò così una “burocrazia parallela” destinata a svolgere un ruolo di primo piano nell’Italia postfascista.
Pag. 153

Se si volesse tracciare un bilancio del movimento antifascista in base ai suoi scarsi successi immediati, si dovrebbe concludere che la sua incidenza sulla situazione italiana di quegli anni fu poco più che nulla.
Per molto tempo gli antifascisti attesero invano un grande sommovimento popolare che abbattesse il regime.
Si illusero che lo scossone potesse venire dalla grande crisi e dall’avventura etiopica, dovendo poi constatare che il fascismo era uscito rafforzato dall’una e dall’altra.
Quando infine scoppiò la guerra, si trovarono nella difficile posizione di chi è costretto ad augurarsi la sconfitta del proprio paese; e solo nell’ultima fase del conflitto, a disfatta ormai avvenuta, ebbero l’occasione di combattere il fascismo con le armi e sul suolo italiano.
Eppure il movimento antifascista svolse, fra il ’26 e il ’43, un ruolo di grande importanza politica oltre che morale.
Testimoniò con la sua sola presenza l’esistenza di un’Italia che non si piegava al fascismo e ad essa diede voce e rappresentanza politica, rese possibile il sorgere, dopo il ’43, di un movimento di resistenza armata al nazifascismo (movimento che invece mancò del tutto in Germania); anticipò con le sue riflessioni teoriche e i suoi dibattiti molti tratti della futura Italia democratica: un’Italia che gli antifascisti non sempre seppero immaginare quale poi sarebbe stata in realtà, ma che certo contribuirono più d’ogni altro a rifondare.
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Sommario

Nel regime fascista l’organizzazione dello Stato e quella del partito venivano a sovrapporsi.
Fu la prima però – per volere di Mussolini – ad avere sempre la prevalenza, mentre le funzioni del Pnf, sempre più burocratizzato, fu quella di “occupare” la società civile, soprattutto attraverso le sue organizzazioni collaterali.
Un primo limite ai propositi  totalitari del regime era rappresentato dal peso della Chiesa, la cui influenza venne espressamente riconosciuta con i Patti lateranensi (1929).
I Patti rappresentarono anche un successo politico per il fascismo, sancito dal plebiscito di quello stesso anno.
Altro limite ai propositi totalitari era costituito dalla presenza del re quale massima autorità dello Stato.
Negli anni del fascismo, nonostante l’aumento dell’urbanizzazione e degli addetti all’industria e ai servizi, la società italiana restava notevolmente arretrata.
La “fascistizzazione” perseguita dal regime – portatore di un’ideologia tradizionalistica, ma aspirante anche alla creazione di un “uomo nuovo” – poté realizzarsi solo in parte: il fascismo riuscì ad ottenere il consenso della piccola e media borghesia, ma solo in misura limitata e superficialmente quello dell’alta borghesia e delle classi popolari (queste ultime videro diminuire i loro salari e i loro consumi).
Il regime cercò in modo particolare di esercitare uno stretto controllo nell’ambito della scuola e della cultura.
Soprattutto si impegnò nel campo dei mezzi di comunicazione di massa, essendo consapevole della loro importanza ai fini del consenso.
La radio e il cinema furono, così, sia strumenti di propaganda sia mezzi di semplice intrattenimento.
Il fascismo non costruì un nuovo sistema economico: il modello corporativo rimase infatti sulla carta.
Sul piano della politica economica, si passò nel ’25 da una linea liberista ad una protezionistica e di maggior intervento statale.
La “battaglia del grano” doveva servire al raggiungimento dell’autosufficienza cerealicola; la rivalutazione della lira (“quota novanta”) aveva il compito di dare al paese un’immagine di stabilità monetaria.
Di fronte alla crisi del ’29, il regime reagì attraverso una politica di lavori pubblici (“risanamento” di Roma, bonifica della paludi pontine) e di intervento diretto dello Stato in campo industriale e bancario.
Con l’Iri lo Stato diventò proprietario di alcune fra le maggiori imprese italiane.
Superata la crisi, il fascismo indirizzò l’economia verso la produzione bellica.
Fino ai primi anni ’30 le aspirazioni imperiali, connaturate all’ideologia del fascismo, rimasero vaghe.
L’aggressione all’Etiopia (1935) mutò bruscamente la posizione internazionale del regime.
Se l’impresa indubbiamente costituì per Mussolini un grosso successo politico, vista l’adesione della maggioranza dell’opinione pubblica, rappresentò anche una rottura con le potenze democratiche.
Questa rottura fu accentuata dall’intervento nella guerra civile spagnola e dal riavvicinamento alla Germania (sancito nel ’36 dall’asse Roma-Berlino).
Tale riavvicinamento era concepito da Mussolini come un mezzo di pressione su Francia e Inghilterra: si risolse invece – con la firma del “patto d’acciaio” (1939) – in una subordinazione alle scelte di Hitler.
In Italia la maggioranza degli antifascisti – soprattutto ex-popolari e liberali – rimasero in una posizione di silenziosa opposizione.
I comunisti invece si impegnarono, benché con scarsi risultati, nell’agitazione clandestina; sulla stessa linea si mosse il gruppo di “Giustizia e Libertà”, di indirizzo liberal-socialista.
Gli altri gruppi in esilio  all’estero (socialisti, repubblicani, democratici, federati nel ’27 nella Concentrazione antifascista) svolsero soprattutto un’opera di elaborazione politica in vista di una sconfitta del regime che l’antifascismo non era in grado di provocare.
Nonostante questa debolezza, l’importanza dell’antifascismo risiedette nella funzione di testimonianza e di preparazione dei quadri e delle piattaforme politiche della futura Italia democratica.
Il consenso ottenuto dal regime cominciò ad incrinarsi dopo l’impresa etiopica.
La politica dell’”autarchia” – finalizzata all’obiettivo dell’autosufficienza economica in caso di guerra – ottenne solo parziali successi e suscitò un diffuso malcontento.
Soprattutto l’avvicinamento alla Germania e alla politica discriminatoria nei confronti degli ebrei suscitarono timori e dissensi nella maggioranza della popolazione.
Soltanto fra le nuove generazioni il disegno mussoliniano di trasformare in senso fascista la vita e la mentalità degli italiani ottenne qualche successo.

Bibliografia

L’organizzazione dello Stato totalitario / A. Aquarone. – Einaudi, 1965
La via italiana al totalitarismo / E. Gentile. – Nis, 1995
Fascismo e antifascismo: i partiti italiani fra le due guerre / E. Gentile. – Le Monnier, 2000
Il fascismo: la politica in un regime totalitario / S. Lupo. – Donzelli, 2000
L’economia italiana nel periodo fascista / a cura di P. L. Ciocca e G. Toniolo. – Il Mulino, 1976
L’economia dell’Italia fascista / G. Toniolo. – Il Mulino, 1980
Fascismo e politica di potenza / E. Collotti. – La Nuova Italia, 1999
Hitler e Mussolini: la difficile alleanza / J. Petersen. – La Nuova Italia, 1975
La fabbrica del consenso: fascismo e mass media / P. V. Cannistraro. – Laterza, 1975
Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista: l’organizzazione del dopolavoro / V. De Grazia. – Laterza, 1981
L’opinione degli italiani sotto il regime / S. Colarizi. – Laterza, 2000
Il culto del littorio / E. Gentile. – Laterza, 1993
L’educazione dell’italiano / M. Isnenghi. – Cappelli, 1979
L’interventismo della cultura: intellettuali e riviste del fascismo / L. Mangoni. – Laterza, 1974
L’autarchia della cultura / G. C. Marino. – Editori Riuniti, 1983
Il ventennio degli intellettuali / G. Belardelli. – Laterza, 2005
L’ideologia del fascismo / P. G. Zunino. – Il Mulino, 1985
Storia dei fuoriusciti / A. Garosci. – Laterza, 1953
L’Italia antifascista dal 1922 al 1940 / a cura di S. Colarizi. – Laterza, 1976
I nemici di Mussolini / C. F. Delzell. – Einaudi, 1966
Storia della Concentrazione antifascista / S. Fedele. – Feltrinelli, 1976
Storia degli ebrei italiani durante il fascismo / R. De Felice. – Einaudi, 1961
Gli ebrei nell’Italia fascista: vicende, identità, persecuzione / M. Sarfatti. – Einaudi, 2000
Il fascismo e gli ebrei: le leggi razziali in Italia / E. Collotti. – Laterza, 2003

Cap. 8. Il tramonto del colonialismo: l’Asia e l’America Latina

Parola chiave

Non violenza

La pratica della non violenza come strumento politico fu adottata sistematicamente e resa popolare presso l’opinione pubblica mondiale da Mohandas Karamchand Gandhi e dai suoi seguaci nella lotta per l’indipendenza dell’India, negli anni fra le due guerre mondiali.
Secondo la strategia gandhiana, gli indiani dovevano rispondere alla violenza della dominazione inglese non con la forza delle armi (secondo il modello delle rivoluzioni europee, da quella francese a quella russa), ma con la resistenza passiva, col digiuno volontario, col rifiuto di obbedire alle leggi ingiuste, con lo sfruttamento dei margini legali consentiti dalle leggi esistenti, con la non collaborazione con i dominatori e con il boicottaggio dei prodotti dell’industria europea : una scelta, quest’ultima, che significava anche difendere le strutture tradizionali della società e dell’economia locale, basata sull’agricoltura e sull’artigianato.
Del resto la pratica non violenta, se da un lato riprendeva spunti già presenti nel pensiero occidentale (il pacifismo dell’ultimo Tolstoj o la “disobbedienza civile”, teorizzata a metà dell’800 dal filosofo statunitense Henri David Thoreau), si collegava, nel pensiero di Gandhi, alla cultura e alla spiritualità induista, tutta volta alla trasformazione interiore dell’uomo, premessa necessaria per qualsiasi trasformazione politica.
Tutto questo non significava dunque rassegnarsi all’ingiustizia, ma combatterla adottando una strategia nuova e particolarmente rischiosa, in quanto non escludeva la risposta violenta degli avversari.
Questa strategia fece proseliti in tutto il mondo, in contesti molto diversi fra loro.
Il movimento per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti, guidato dal pastore Martin Luther King, la fece propria e la applicò con coerenza negli anni ’60 del ‘900.
In Italia il maggiore teorico della non violenza fu il filosofo Aldo Capitini, autore già nel 1937, in pieno ventennio fascista, di un libro (Elementi di una esperienza religiosa) in cui cercava di dimostrare come il ricorso alla forza, anche per i più nobili scopi, aprisse sempre la strada all’ingiustizia e come fosse necessario, per sperare in una società migliore, spezzare il circolo vizioso adottando la non violenza come un fine a sé.
Nell’Italia repubblicana, furono soprattutto i movimenti pacifisti e antimilitaristi, sia cattolici che laici (a partire soprattutto dagli anni ’60 e ancora in tempi recenti), a far propria la lezione gandhiana nella lotta contro gli armamenti nucleari o in quella a favore dell’obiezione di coscienza.
Ma sono stati soprattutto i radicali di Marco Pannella a servirsi di strategie non violente (dal digiuno alla disobbedienza civile) per condurre le loro battaglie sui temi più svariati: dall’aborto alla pena di morte, dall’informazione alla condizione carceraria.

Sommario

Il contributo, in uomini e materie prime, dato dalle colonie inglesi e francesi durante la grande guerra, le suggestioni della rivoluzione russa e dell’ideologia wilsoniana avevano alimentato le aspirazioni all’indipendenza delle colonie europee.
I movimenti indipendentisti erano stati spesso strumentalizzati durante la guerra, soprattutto in Medio Oriente, dove l’appoggio inglese al nazionalismo arabo contrastava in realtà con la contemporanea spartizione della regione tra Gran Bretagna e Francia e con il riconoscimento dei diritti del movimento sionista in Palestina.
In Turchia la sconfitta subita dall’Impero ottomano nella grande guerra suscitò un movimento di riscossa nazionale promosso dalle forze armate e guidato da un generale, Mustafà Kemal.
Dopo aver sconfitto la Grecia, che occupava la zona di Smirne, Kemal proclamò la repubblica e avviò una politica di modernizzazione e la laicizzazione del paese.
La Gran Bretagna cercò di venire incontro ad alcune delle aspirazioni delle sue colonie: concesse l’indipendenza all’Egitto e creò, con il Commonwealth, una libera associazione degli Stati ad essa soggetti.
Più difficile fu per gli inglesi affrontare il problema indiano, dove il movimento indipendentista si sviluppò soprattutto per opera di Gandhi; in India la Gran Bretagna alternò interventi repressivi a concessioni di autonomia.
Negli anni fra le due guerre la Cina fu teatro di una lunga guerra civile.
Fino alla metà degli anni ’20 il contrasto fu tra nazionalisti del Kuomintang – alleati con i comunisti – e il governo centrale.
Negli anni successivi si scatenò una dura lotta tra il Kuomintang, alla cui testa era ora Chang Kai-Skek, e i comunisti.
Sconfitto il governo centrale, Chang proseguì nella sua lotta contro i comunisti, relegando in secondo piano quella contro i giapponesi che, nel ’31, avevano invaso la Manciuria.
Il Partito comunista cinese, guidato da Mao Tse-Tung, estese la sua presenza tra i contadini e, nel ’34, con la “lunga marcia” riuscì, nonostante notevoli perdite, a salvare il gruppo dirigente.
Un accordo tra comunisti e nazionalisti in funzione antigiapponese non riuscì ad impedire di lì a poco che il Giappone invadesse il paese e ne occupasse un’ampia zona (’37-39).
In Giappone gli anni tra le due guerre videro un notevole sviluppo economico e l’affermarsi di una spinta imperialistica, in coincidenza col lo sviluppo del movimento di destra e con un crescente autoritarismo del sistema politico.
In America Latina la grande crisi ebbe conseguenze fortemente negative, ma stimolò comunque in alcuni paesi un processo di diversificazione produttiva.
Sul piano politico, molti Stati latino-americani  videro l’affermarsi di dittature personali o di governi più o meno autoritari.
In alcuni casi (Brasile, Messico e, più tardi, Argentina), questi regimi assunsero un indirizzo populista e godettero dell’appoggio dei lavoratori urbani.

Bibliografia

Storia del Medio Oriente, 1798-2005 / M. Campanini. – Il Mulino, 2006
Storia dell’India / P. Spear. – Rizzoli, 1970
Storia dell’India / M. Torri. – Laterza, 2000
Storia della rivoluzione cinese / M. Collotti Pischel. – Editori Riuniti, 1972
La Cina contemporanea / J. Chesneaux. – Laterza, 1975
Stella rossa sulla Cina / E. Snow. – Einaudi, 1965
Storia del Giappone moderno / W. G. Beasley. – Einaudi, 1969
Storia del Giappone contemporaneo / J. Halliday. – Einaudi, 1979
Storia dell’America Latina / T. Alperin Donghi. – Einaudi, 1982
Al’America latina nel 20. secolo / M. Plana e A. Trento. – Ponte alle Grazie, 1992

Cap. 9. La seconda guerra mondiale

Parola chiave

Genocidio

“Genocidio”  (dal greco génos, stirpe) è lo sterminio deliberato  di tutto un popolo, a prescindere dall’età, dal sesso, dalle opinioni politiche  e dalle credenze religiose dei suoi membri.
Il termine fu coniato nel 1946, durante il processo di Norimberga contro i dirigenti nazisti, per indicare la più orribile delle colpe che venivano addebitate agli imputati: il massacro degli israeliti nei paesi occupati dall’esercito tedesco.
Quello messo in atto dai nazisti contro gli ebrei non fu certo l’unico massacro indiscriminato compito nella storia ai danni di un intero popolo.
Riferendosi ai secoli passati, si è parlato di genocidio in relazione ad alcune guerre di religione del Medioevo (per esempio la crociata contro gli Albigesi) o la decimazione degli Incas e degli Aztechi a opera dei colonizzatori spagnoli.
Per restare al ‘900, basterà ricordare lo sterminio di oltre un milione di armeni perpetrato dai turchi durante la grande guerra (vedi cap. 1.7); la deportazione – che comportava un vero e proprio “sterminio di classe” – di milioni di contadini (ma anche di intere popolazioni considerate infide, sulla base di discriminanti etniche) decisa da Stalin nel corso degli anni ’30 e ’40; infine il trasferimento forzato, risoltosi in una vera e propria strage, di tutta la popolazione urbana della Cambogia sotto la dittatura comunista di Pol Pot  nel ’75-76 (vedi cap. 15.7).
Sul problema dell’”unicità” di quello che impropriamente  viene chiamato l’olocausto, ossia il sacrificio del popolo ebraico (e che gli ebrei preferiscono chiamare shoah, in ebraico sciagura, catastrofe) si è sviluppato in tempi recenti un acceso dibattito.
Certo è difficile, e forse inutile, stabilire una graduatoria fra stermini di massa tutti caratterizzati dal fatto di coinvolgere intere popolazioni inermi e di non risparmiare nemmeno i bambini.
Si può tuttavia osservare che nessuno di questi stermini  ebbe il carattere sistematico e pianificato della “soluzione finale” progettata da Hitler, che aveva lo scopo di cancellare tutti gli ebrei dalla faccia della terra e aveva l’aggravante di compiersi nel cuore della civilissima Europa.
A maggior ragione appare improprio usare il termine “genocidio” – come spesso si è fatto negli ultimi decenni – per denunciare il carattere di indiscriminata crudeltà (soprattutto nei confronti della popolazione civile) di alcune guerre condotte contro movimenti di guerriglia partigiana (per esempio, dagli americani in Vietnam o dai sovietici in Afghanistan) o per richiamare l’attenzione sull’oppressione di minoranze etniche e su episodi particolarmente sanguinosi di repressione politica.

Sommario

La distruzione della Cecoslovacchia (marzo ’39) determinò una svolta nella politica anglo-francese verso la Germania.
In risposta alle mire tedesche sulla Polonia, Francia e Inghilterra conclusero un’alleanza con questo paese.
Decisivo divenne a quel punto l’atteggiamento dell’Urss: ma, per reciproche diffidenze, le trattive tra sovietici e anglo-francesi si arenarono.
Garantitosi a est con il patto di non aggressione con l’Urss (agosto), Hitler poté attaccare subito dopo la Polonia (1 settembre 1939).
Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania mentre l’Italia – che da poco aveva concluso il “patto d’acciaio” con i tedeschi – annuncio la “non belligeranza”.
La conquista tedesca della Polonia fu rapidissima, grazie al nuovo tipo di “guerra lampo” praticato dai tedeschi (uso congiunto di aviazione e mezzi corazzati).
Nei primi mesi la guerra si svolse in pratica solo al nord: la Russia attaccò la Finlandia, la Germania occupò la Danimarca e Norvegia.
Nel maggio-giugno 1940 l’offensiva tedesca sul fronte occidentale si risolse in un travolgente successo: la parte centro-settentrionale della Francia fu occupata dai tedeschi, mentre la sovranità francese si esercitava si quella meridionale (La Repubblica di Vichy), di fatto subordinata alla Germania.
Il 10 giugno 1940, convinto che la guerra stesse ormai per finire, Mussolini annunciò l’intervento dell’Italia a fianco dell’alleato nazista.
Ma l’esercito italiano fornì una pessima prova sia contro i francesi, sia – in Africa e nel Mediterraneo – contro gli inglesi.
I successivi insuccessi in Grecia e nel Nord Africa obbligarono gli italiani a chiedere l’aiuto dei tedeschi: finiva così l’illusione di una “guerra parallela”.
Rimasta sola a combattere contro le potenze fasciste, l’Inghilterra, sotto la guida energica del primo ministro Churchill, riuscì a respingere il tentativo tedesco di invadere le isole britanniche.
La battaglia d’Inghilterra dell’estate ’40 – combattuta soprattutto nell’aria – segnò così per la Germania la prima battuta d’arresto.
Nel 1941 il conflitto entrò in una nuova fase, divenendo effettivamente mondiale.
Nell’estate la Germania invase l’Urss, riportando notevoli successi ma finendo con l’immobilizzare su quel fronte, in una guerra di usura, gran parte del proprio esercito.
In dicembre gli Stati Uniti – che già sostenevano economicamente lo sforzo bellico inglese – entrarono anch’essi in guerra dopo l’attacco che la loro flotta subì a Pearl Harbor ad opera del Giappone (unito alle potenze dell’Asse dal “patto tripartito”).
Nella primavera-estate del 1942 le potenze del Tripartito raggiunsero la loro massima espansione.
Nelle zone occupate, il Giappone e la Germania cercarono di costruire un “nuovo ordine” fondato sulla supremazia della nazione “eletta”.
I tedeschi, in particolare, miravano a ridurre i popoli slavi in condizioni di semi schiavitù.
La persecuzione si concentrò, però, soprattutto contro gli ebrei: dai 5 ai 6 milioni ne furono sterminati nei lager.
Soprattutto dopo l’attacco tedesco all’Urss, si svilupparono in Europa movimenti di resistenza (pur attraversati da divisioni tra comunisti e non comunisti).
In molti paesi controllati dai nazisti una parte della popolazione e della classe dirigente accettò di collaborare con gli occupanti.
Nel 1942-43 si ebbe la svolta della guerra.
I giapponesi subirono alcune sconfitte nel Pacifico.
Sul fronte russo la lunga e sanguinosa battaglia di Stalingrado si risolse in una sconfitta dei tedeschi.
Sul fronte nordafricano gli alleati fermarono le forze dell’Asse a El Alamein e le costrinsero a ritirarsi.
Nel luglio ’43 gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia.
Gli insuccessi militari ormai drammatici furono all’origine della caduta di Mussolini (25 luglio ’43).
L’8 settembre veniva annunciato l’armistizio tra Italia e gli anglo-americani.
Mentre il re e Badoglio fuggivano a Brindisi, i tedeschi occupavano l’Italia centro-settentrionale: prive di chiare direttive, le forze armate italiane si sbandarono.
A quel punto il paese era diviso in due: lo Stato monarchico sopravviveva nel Sud occupato dagli alleati.
Al Nord Mussolini costituiva la Repubblica Sociale Italiana, del tutto soggetta al controllo dei tedeschi.
Alla fine del ’43 si formarono le prime bande partigiane.
Tra la fine del ’42 e l’estate del ’43 si erano ricostituiti i partiti antifascisti, che nel settembre ’43 diedero vita al Comitato di liberazione nazionale.
La contrapposizione tra Cln e governo Badoglio si sbloccò per l’intervento di Togliatti, che propose di accantonare ogni pregiudiziale contro il re o Badoglio.

Nell’aprile ’44 si formò il primo governo di unità nazionale, con il partiti del Cln.
Dopo la liberazione di Roma il re trasmise i propri poteri al figlio Umberto e si costituì un nuovo governo (con alla testa Bonomi), più direttamente legato al movimento partigiano che si andava sviluppando in tutta l’Italia settentrionale.
Mentre gli anglo-americani erano impegnati in Italia, tra il ’43 e il ’44 l’Urss iniziava una lenta ma inarrestabile avanzata.
Nel giugno ’44 gli alleati sbarcavano in Normandia e, di lì a poco, liberavano la Francia.
Frattanto, nelle conferenze di Mosca (ottobre ’44) e di Yalta (febbraio ’45), russi, americani e inglesi si accordavano sulla futura sistemazione dell’Europa.
Nel 1945 i tedeschi dovettero arretrare su entrambi i fronti, sotto la pressione di anglo-americani e russi.
Il 25 aprile, mentre la Resistenza proclamava l’insurrezione generale, l’Italia era liberata dalle forze alleate (Mussolini fu allora giustiziato dai partigiani).
Pochi giorni dopo, entrati i russi a Berlino, la Germania capitolava.
La guerra proseguiva, a quel punto, solo nel Pacifico contro il Giappone; terminò il 2 settembre, dopo l’esplosione di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Bibliografia

Storia militare della seconda guerra mondiale / B. H. Liddell Hart. – Mondadori,
Storia della seconda guerra mondiale / H. Michel. – Mursia, 1977
La seconda guerra mondiale / A. Hillgruber. – Laterza, 1987
Storia della seconda guerra mondiale / A. J. P. Taylor. – Il Mulino, 1991
La decadenza dell’Europa occidentale / M. Silvestri. – Einaudi, 1982
La seconda guerra mondiale / W. Churchill. – Mondadori, 1948
La strana disfatta: testimonianza del 1940 / M. Bloch. – Einaudi, 1995
Storia d’Italia nella guerra fascista / G. Bocca. – Laterza, 1969
Una nazione allo sbando / E. Aga Rossi. – Il Mulino, 2003
Soldati: le forze armate italiane dall’armistizio alla liberazione / C. Vallauri . – Utet, 2003
Il sogno del ‘grande spazio’: le politiche d’occupazione nell’Europa nazista / G. Corni. – Einaudi, 1955
Il nazismo e lo sterminio degli ebrei / L. Poliakov. – Einaudi, 1955
La soluzione finale / A. J. Mayer. – Mondadori, 1990
La soluzione finale: come e perché si è giunti allo sterminio degli ebrei / H. Mommsen. – Il Mulino, 2003
Auschwitz, 1940-1945 / F. Sessi. – Rizzoli, 1999
Uomini comuni / Ch. R. Browning. – Einaudi, 1995
I volenterosi carnefici di Hitler / D. J. Goldhagen. – Mondadori, 1997
La guerra dell’ombra: la Resistenza in Europa / H. Michel. – Mursia, 1973
Storia della Resistenza in Europa, 1938-1945 / G. Vaccarino. – Feltrinelli, 1981
Vichy / R. O. Paxton. – Net, 2002
Storia della Resistenza italiana / R. Battaglia. – Einaudi, 1964
Storia dell’Italia partigiana / G. Bocca. – Laterza, 1966
Una guerra civile: saggio storico sulla moralità nella Resistenza / C. Pavone. – Bollati Boringhieri, 1991
La Resistenza in Italia / S. Peli. – Einaudi, 2004
La Repubblica di Mussolini / G. Bocca. – Laterza, 1977
Storia della Repubblica di Salò / F. W. Deakin. – Einaudi, 1963
La repubblica delle camicie nere / L. Ganapini. – Garzanti, 1999

Cap. 10. Il mondo diviso

Le conseguenze della seconda guerra mondiale

Alla seconda guerra mondiale si guarda oggi come a un grande spartiacque storico, al quale sono riconducibili molte fra le cause delle trasformazioni, dei conflitti e delle tensioni della società contemporanea.
Certo, il mondo attuale è anche il prodotto di processi cominciati molto prima della guerra (come il declino europeo o lo sviluppo della società di massa) e di altri successivi (come i mutamenti nell’economia, nelle tecniche e nel costume degli ultimi decenni).
Tuttavia pochi avvenimenti come la seconda guerra mondiale hanno avuto conseguenze così vaste e profonde sugli assetti internazionali, sulla vita dei singoli paesi, sulla stessa psicologia individuale e di massa.
La guerra non solo segnò la liquidazione del nazifascismo e il trionfo delle democrazie, non solo cambiò la carta territoriale del vecchio continente; ma portò al suo drammatico epilogo quella crisi dell’Europa delle grandi potenze già iniziata col primo conflitto mondiale.
La Germania era stata sconfitta (e si avviava a perdere la sua unità statale); ma anche la Francia, generosamente riammessa dagli alleati al tavolo dei vincitori, e la stessa Gran Bretagna vittoriosa uscivano dalla guerra gravemente indebolite, incapaci di mantenere i loro imperi coloniali (che infatti sarebbero stati smantellati nel giro di pochi anni) e di conservare il loro ruolo di potenze mondiali.
Due soli Stati potevano ormai aspirare a quel ruolo: gli Stati Uniti, forti di un’indiscussa superiorità economica e di un’altrettanto netta supremazia militare (esaltata dal monopolio dell’arma atomica) e l’Unione Sovietica, che usciva dalla guerra dissanguata sul piano economico e demografico, ma restava potenzialmente fortissima ed era già padrona di mezza Europa.
Le due superpotenze erano entrambe entità continentali e multietniche, molto diverse dai vecchi Stati-nazione, entrambe dotate di enormi risorse naturali e di un massiccio apparato industriale; entrambe avevano interessi di dimensione mondiale; ciascuna, infine, era portatrice di una propria cultura, di un proprio messaggio globale, radicalmente contrapposto a quello dell’altra, sul modo di assicurare il benessere e il progresso dei popoli.
Il messaggio americano era quello dell’espansione della democrazia liberale, in regime di pluralismo politico, di concorrenza economica e di ampia libertà personale, in base a un’etica del successo a sfondo individualistico.
Il messaggio sovietico era invece quello della trasformazione dei vecchi assetti politico-sociali in nome del modello collettivistico, fondato sul partito unico e sulla pianificazione centralizzata, nonché su un’etica anti-individualista  della disciplina e del sacrificio.
Proprio per effetto di questa contrapposizione globale fra Usa e Urss, si giunse a un nuovo sistema mondiale essenzialmente bipolare, con influenze  determinanti sulla vita dei singoli Stati: questo era evidente soprattutto in Europa, dove la linea divisoria fra area “socialista” e area “capitalistica” rispecchiava, in larga misura, le posizioni raggiunte alla fine delle ostilità dai due maggiori eserciti occupanti.
Sul piano psicologico e morale, il secondo conflitto mondiale conferì certamente una nuova dimensione all’orrore per la guerra, non solo per l’entità del massacro (50 milioni di morti, per oltre due terzi civili) ma anche per la sua inedita e sconvolgente “qualità”.
I bombardamenti indiscriminati sulle città, le carestie, la frequente violazione di ogni regola umanitaria, lo sviluppo dei mezzi di distruzione di massa: tutto questo entrò durevolmente, da allora, nella coscienza collettiva, gettando una nuova luce sulla natura stessa della guerra nella nostra epoca.
A ciò si aggiunse, alla fine del conflitto, un duplice trauma morale: da un lato quello rilevante dalle agghiacciante rivelazioni sui crimini nazisti e sul genocidio degli ebrei; dall’altro quello provocato dall’apparizione della bomba atomica, cioè di un’arma non solo dotata di capacità distruttive senza precedenti, ma addirittura capace di minacciare la sopravvivenza stessa dell’umanità.
Questa terribile lezione produsse allora un diffuso bisogno di cambiamento, un generale desiderio di rifondare si basi più stabili il sistema delle relazioni internazionali e di mutarne le regole.
Il fatto che di lì a poco il mondo si sia ritrovato nella morsa di nuove tensioni (quelle della cosiddetta “guerra fredda”) non toglie nulla ai tentativi che allora si fecero da parte delle grandi potenze, per porre riparo agli errori del passato ed evitarne il ripetersi: in particolare, la gestione della pace da parte americana fu complessivamente più generosa e lungimirante di quella messa in atto  dall’Intesa nel primo dopoguerra.
Un altro aspetto importante fu, come vedremo fra poco, il tentativo di dare nuova fisionomia e nuovi poteri all’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Infine, si intraprese un’opera di codificazione e di aggiornamento del diritto internazionale, includendovi per la prima volta un vero e proprio settore “penale”, applicato nel Processo di Norimberga (1945-46) contro i capi nazisti (e poi in quello di Tokyo contro i dirigenti giapponesi).
Il processo – che si concluse con la condanna a morte di alcuni fra i principali collaboratori di Hitler – destò grande scalpore in tutto il mondo e costituì un precedente di notevole rilievo, nonostante i numerosi problemi politici e morali suscitati da un procedimento intentato e condotto dai vincitori nei confronti dei vinti.
A farsi promotori e garanti del progetto di un nuovo sistema mondiale furono, in virtù della loro posizione egemonica, soprattutto gli Stati Uniti.
Come già nel primo dopoguerra, e in misura maggiore di allora, gli Usa diventarono per l’Europa occidentale il principale punto di riferimento non solo materiale (per la ricostruzione e per la difesa), ma anche ideale e “culturale” in senso lato.
Da allora l’imitazione dei modelli di vita d’oltreoceano, della musica e dello spettacolo, dell’abbigliamento, del linguaggio, dei moduli artistici (basti pensare al cinema e alla narrativa) costituì l’elemento caratterizzante di un rapporto complesso e ambivalente, ma comunque intenso, fra le sue sponde dell’Atlantico.
Con il mito americano che prese forma in quegli anni, l’egemonia materiale degli Usa sembrò assumere anche i connotati di un primato ideale: gli Stati Uniti apparivano, all’indomani della più terribile delle guerre, come l’unici paese in grado di dispensare speranze e gioia di vivere anche a tanti europei che erano tornati alla pace senza ottimismo, orfani dei vecchi valori e bisognosi di nuove certezze.

Parola chiave

L’energia nucleare – o, meno propriamente, “atomica” – è quella contenuta nel nucleo dell’atomo e liberata mediante processi di reazione (scissione o fusione) provocati artificialmente.
Le prime applicazioni dell’energia nucleare furono indirizzate a fini bellici.
Furono le “bombe atomiche” (basate sulla scissione del nucleo di materiali radioattivi come l’uranio o il plutonio) fatte esplodere dagli americani a Hiroshima e Nagasaki nell’agosto ’45 a porre fine al secondo conflitto mondiale.
Pochi anni più tardi (1952) sarebbero state sperimentate le più potenti bombe all’idrogeno (o termonucleari), in cui l’energia  è sviluppata dalla fusione di atomi all’idrogeno o dei suoi isotopi (deuterio e tritio).
L’apparizione delle bombe nucleari – col loro enorme potenziale distruttivo e con i loro disastrosi effetti di lungo periodo sugli equilibri naturali – aprì una nuova fase nella storia delle relazioni internazionali, portò un elemento di sconvolgente novità nella strategia militare e influì profondamente sugli stessi modi di pensare dei contemporanei.
Espressioni come “era nucleare” (o “era atomica”), “logica nucleare”, “equilibrio nucleare” sono entrate stabilmente nel linguaggio politico e militare.
Da un lato, l’affermarsi di due superpotenze nucleari, ciascuna delle quali dotata di arsenali nucleari capaci di distruggere l’avversario, ha dato una notevole stabilità al quadro internazionale e ha fatto apparire più remota l’eventualità di un conflitto generale.
D’altro canto, la stessa esistenza di armi capaci di alterare in modo irrimediabile gli equilibri naturali, di compromettere la salute delle generazioni future e, al limite, di distruggere ogni forma di vita sul pianeta ha introdotto un fattore di angoscia permanente che è tipico della nostra epoca (ed è sostanzialmente diverso dalla semplice paura della guerra e della morte).
L’incubo della morte nucleare ha dato argomenti e spazio alle tematiche pacifiste e, successivamente, ha costituito uno degli argomenti centrali delle campagne dei movimenti ecologisti, che nell’energia nucleare hanno contestato anche gli usi pacifici.
Le numerose centrali nucleari, costruite a partire dagli anni ’50 in molti paesi industrializzati per assicurare la produzione di energia elettrica a costi inferiori a quelli delle centrali “termiche” (alimentate da derivati del petrolio), presentano infatti alcune inquietanti incognite, legate sia al problema dell’eliminazione delle scorie radioattive sia al rischio di guasti o di errori umani.

Incidenti come quello accaduto nel ’79 nella centrale statunitense di Three Mile Island o quello, più grave, verificatosi nell’86 nella centrale sovietica di Chernobyl, destarono allarme in tutto il mondo e determinarono la rinuncia alla tecnologia nucleare da parte di alcuni paesi, fra cui l’Italia.

Sommario

La seconda guerra mondiale sancì la crisi definitiva della supremazia europea e l’emergere di due superpotenze, Usa e Urss.
Nasceva così un nuovo equilibrio internazionale di tipo bipolare.
Gli orrori della guerra, le rivelazioni sullo sterminio degli ebrei, lo spaventoso potere distruttivo della bomba atomica colpirono profondamente l’opinione pubblica e spinsero le potenze vincitrici a cercare basi più stabili e regole nuove per i rapporti internazionali.
La creazione dell’Onu (1945) rappresentò il risultato più importante del tentativo di dare vita a un nuovo ordine internazionale capace di scongiurare nuovi conflitti.
La creazione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale (1944), gli accordi commerciali Gatt (1947), il primato del dollaro come valuta internazionale furono gli strumenti della ripresa economica  occidentale.
La “grande alleanza” fra le potenze vincitrici aveva cominciato a incrinarsi già prima della fine della guerra, in relazione al problema del futuro della Germania e al controllo dell’Urss sui paesi dell’Europa orientale. La conferenza della pace (Parigi, luglio-ottobre 1946) lasciò irrisolto il problema tedesco.
Nel ’46-47 i contrasti fra le due superpotenze si accentuarono dando inizio a quella contrapposizione tra i due blocchi che fu definito “guerra fredda”.
La maggior tensione si ebbe nel ’48-49, quando i sovietici chiusero gli accessi a Berlino; questa crisi si risolse con la nascita della Repubblica federale tedesca (che inglobava le zone sotto il controllo di americani, inglesi e francesi), cui l’Urss rispose con la creazione della Repubblica democratica tedesca.
Il patto atlantico (1949) e il Patto di Varsavia (1955) completarono la divisione dell’Europa in due blocchi.
In Urss si ebbe nel dopoguerra un’accentuazione dei caratteri autoritari del regime.
La ricostruzione economica avvenne rapidamente, privilegiando l’industria pesante e comprimendo i consumi della popolazione.
L’Urss diventò una grande potenza militare, dotandosi anch’essa della bomba atomica.
La ricostruzione del paese avvenne anche grazie a massicce riparazioni imposte ai paesi dell’Est, ex-nemici.
Tutti questi paesi furono trasformati, nella seconda età degli anni ’40, in “satelliti” dell’Urss, politicamente ed economicamente dipendenti dalle decisioni della potenza egemone e modellati secondo il sistema sovietico.
Un’eccezione fu la Jugoslavia di Tito, la cui autonomia dai sovietici portò nel ’48 a una vera e propria rottura.
Negli Stati Uniti si esaurì, durante la presidenza Truman, la spinta progressista del New Deal e si diffuse, nei primi anni ’50, una campagna anticomunista il cui protagonista fu il senatore McCarthy.
L’Europa occidentale, nell’immediato dopoguerra, fu attraversata da una forte spinta riformista.
Il caso più emblematico fu quello dell’Inghilterra, dove nel ’45-51 i laburisti attuarono un vasto programma di riforme sociali, che segnava la nascita del Welfare State.
In Francia – dove nel ’46 fu varata una nuova costituzione democratico-parlamentare (Quarta Repubblica) – la coalizione fra i partiti di massa resse fino al 1947, quando i comunisti furono esclusi dal governo.
Grazie anche agli aiuti americani la Germania federale si risollevò rapidamente dalle disastrose condizioni della fine della guerra e fu protagonista di un vero e proprio “miracolo economico”.
Un altro miracolo economico fu quello del Giappone, dove gli Stati Uniti imposero una trasformazione in senso democratico-parlamentare senza tuttavia intaccare il potere delle grandi concentrazioni industriali.
Negli anni successivi il Giappone si affermò come una della maggiori potenze economiche mondiali.
La vittoria dei comunisti sui nazionalisti e la fondazione della Repubblica popolare cinese (1949) segnarono la nascita della Cina come Stato indipendente e, insieme, un allargamento del “campo socialista”.

L’anno successivo la dimensione mondiale del confronto tra i due blocchi si manifestò con la guerra di Corea, originata dall’invasione del Sud del paese da parte delle truppe del Nord comunista appoggiate dai sovietici.
All’intervento americano contro l’invasione rispose quello cinese, finché la crisi coreana si concluse nel ’53 col ritorno alla situazione precedente la guerra.
Negli anni successivi alla fine della presidenza Truman (1952) e alla morte di Stalin (1953) si affermò progressivamente un nuovo rapporto meno conflittuale tra le due superpotenze.
L’equilibrio fra i due blocchi si basava essenzialmente sul reciproco riconoscimento delle rispettive sfere di influenza.
Nel febbraio ’56, nel corso del 20. Congresso del Pcus, il leader sovietico Kruscev fece una clamorosa denuncia dei crimini di Stalin.
Il processo di “destalinizzazione” avviato in Urss alimentò nei paesi dell’Est la speranza di un allentamento del controllo sovietico.
Diffusi movimenti di protesta si verificarono in Polonia (giugno-ottobre ’56) e in Ungheria (ottobre-novembre).
Mentre le agitazioni polacche portarono a una cauta liberalizzazione, l’insurrezione ungherese fu stroncata dall’intervento dell’Armata rossa.
Negli anni ’50 e ’60, mentre l’economia britannica visse un prolungato ristagno, in tutti i paesi dell’Europa occidentale si verificò una crescita economica sostenuta.
Rapida fu soprattutto la ripresa della Germania favorita anche da una notevole stabilità politica.
Il definitivo ridimensionamento politico dell’Europa, conseguenza del conflitto mondiale, favorì l’integrazione economica dei vari Stati, dapprima con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) e poi con l’istituzione, nel 1957, della Comunità economica europea (Cee).
La Francia attraversò negli anni ’50 una grave crisi istituzionale, legata al problema algerino.
Nel ’58 De Gaulle assunse la guida del governo, varando una nuova costituzione (con cui nasceva la Quinta Repubblica) e concedendo l’indipendenza all’Algeria.
In politica estera De Gaulle seguì una politica finalizzata alla creazione di un’Europa indipendente dai due blocchi ed egemonizzata dalla Francia.

Bibliografia

Le conseguenze della seconda guerra mondiale: l’Europa da Yalta a Praga / A. Gambino. - Laterza, 1972
Storia della guerra fredda / A. Fontaine. – Il Saggiatore, 1968
Cinquant’anni di guerra fredda / R. Crockatt. – Salerno, 1997
La guerra fredda / M. Del Pero. – Carocci, 2001
Gli Stati Uniti e l’origine della guerra fredda / a cura di E. Aga Rossi. – Il Mulino, 1984
Il mondo contemporaneo, 1945-1980 / E. Galli Della Loggia. – Il Mulino, 1982
Il secolo breve / E. J. Hobsbawm. – Rizzoli, 1995
Ascesa e declino delle grandi potenze / P. Kennedy. – Garzanti, 1989
L’America da Roosvelt a Reagan / G. Mammarella. – Laterza, 1984
Storia d’Europa dal 1945 ad oggi / G. Mammarella. – Laterza, 2000
Dopoguerra: com’è cambiata l’Europa dal 1945 ad oggi / T. Judt. – Mondadori, 2007
Grande storia della Germania / H. A. Winkler. – Donzelli, 2004
De Gaulle e il gollismo / Il Mulino, 2003
L’Europa ricostruita / D. W. Ellwood. – Il Mulino, 1994
Storia delle democrazie popolari / F. Fejto. – Bompiani, 1977
La Cina dal 1949 ai giorni nostri / M.-C. Bergere. – Il Mulino, 2003
La guerra di Corea / S. H. Lee. – Il Mulino, 2003

Cap. 11 La decolonizzazione e il Terzo Mondo

Parola chiave

Neocolonialismo

Di “neocolonialismo” si cominciò a parlare intorno alla metà del ‘900, parallelamente al processo di decolonizzazione.
Numerosi osservatori sostennero che all’acquisita indipendenza politica delle ex colonie asiatiche e africane non corrispondeva una piena autonomia economica: la fine del dominio “formale” era accompagnata dal persistere, con nuove modalità, di rapporti di dipendenza e di alcuni aspetti caratteristici del vecchio colonialismo.
Secondo le teorie sul neocolonialismo, le ricchezze nazionali delle ex colonie continuavano ad essere sfruttate a vantaggio del capitale estero in collusione con le classi dirigenti locali, spesso corrotte e prive di reale autonomia, in quanto dipendenti dal sostegno economico, militare e finanziario dei governi occidentali e delle grandi multinazionali dell’industria e della finanza.
Anche lo sfruttamento dei lavoratori (bassi salari e scarse tutele) poteva essere perseguito più facilmente e in misura maggiore nelle aree arretrate, dove non esistevano forze in grado di opporsi e dove lo Stato sosteneva i capitalisti stranieri.
L’iniqua distribuzione delle risorse e il più elevato sfruttamento dei lavoratori sarebbero a loro volta stati sorretti da una visione eurocentrica del mondo, fondata sulla convinzione della superiorità economica-culturale dell’Occidente.
Molte teorie sul neocolonialismo si basavano sul concetto di scambio ineguale: da un lato, l’arretratezza economica e tecnologica, le marcate disuguaglianze, la diffusa povertà e l’accentuata preminenza della produzione di materie prime o di raccolti poco remunerativi portava gli Stati di nuova indipendenza a indirizzare l’economia verso l’esportazione e non alla creazione di un mercato interno; dall’altro, la netta predominanza economica, tecnologica, diplomatica e militare avrebbe permesso alle economie occidentale di imporre rapporti contrattuali a loro molto più favorevoli, riuscendo così a determinare l’andamento degli scambi commerciali e a ottenere prezzi più bassi.
Ciò avrebbe comportato un trasferimento di ricchezza dai paesi poveri a quelli ricchi.
Elaborate da studiosi marxisti e da movimenti indipendentisti asiatici e africani negli anni ’50 e ’60, le teorie sul neocolonialismo esprimevano la delusione per le difficoltà incontrate dal processo di decolonizzazione e per il fatto che la nascita di nuovi Stati non si traduceva in piena indipendenza politica né dava luogo a uno sviluppo economico.
All’accusa rivolta alle imprese multinazionali e ai governi occidentali di attuare politiche finalizzate a perpetuare le disuguaglianze e la subordinazione dei paesi sottosviluppati si saldò la denuncia del ruolo svolto dalle organizzazioni internazionali (soprattutto il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale), considerate una diretta emanazione degli interessi delle economie più avanzate, in particolare quella statunitense.
A partire dagli anni ’70 la crescita dell’economia e dell’autonomia politica di alcuni paesi sottosviluppati ha prodotto una forte differenziazione all’interno del Terzo Mondo, modificando pure il rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri: ciò ha indotto a una profonda revisione delle teorie e delle analisi elaborate sin allora.

Sommario

La seconda guerra mondiale sancì la definitiva crisi del colonialismo e l’affermazione, a livello internazionale, del principio di autodeterminazione.
La decolonizzazione avvenne in forme relativamente indolori nei possedimenti inglesi, mentre la Francia applicò nelle sue colonie una politica di forte resistenza nei confronti dei movimenti indipendentisti.
Solo assai di rado i nuovi Stati indipendenti avrebbero avuto regimi democratici, prevalendo in generale governi autoritari o militari.
L’Asia precedette di quasi dieci anni il continente africano nella liberazione dal dominio coloniale.
La prima e più importante tappa fu l’indipendenza dell’India (1947).
Al raggiungimento dell’indipendenza seguirono spesso aspri contrasti entro i nuovi Stati, come quello fra indù e musulmani in India e quello fra nazionalisti e comunisti in vari paesi del sud-est asiatico.
Particolarmente lungo il processo di emancipazione del Vietnam, ove la lotta contro i francesi si concluse nel ’54 con la divisione del paese in due Stati, l’uno comunista e l’altro filo-occidentale.
In Medio Oriente, già all’inizio del secolo si era sviluppato un movimento nazionalista arabo: la seconda guerra mondiale accelerò il processo di emancipazione.
Nel 1948, con il ritiro degli inglesi dalla Palestina e la nascita dello Stato d’Israele (cui seguiva immediatamente la prima guerra arabo-israeliana) nasceva il problema palestinese.
Il regime di Nasser in Egitto, nato dopo una rivolta di ufficiali che rovesciò la monarchia (1952), diede a quel paese una posizione di preminenza nella regione, soprattutto dopo la crisi di Suez del ’56 (quando inglesi e francesi, che avevano occupato il canale, furono costretti a ritirarsi dalle pressioni Usa e Urss).
In Libia, nel 1969, una rivoluzione portò al potere al colonnello Gheddafi, artefice di un esperimento di “socialismo islamico” e, sul piano internazionale, di una politica che avrebbe alimentato le tensioni nell’area mediorientale.
Particolarmente drammatico e cruento fu il processo di emancipazione dell’Algeria, per la presenza di oltre un milione di coloni francesi tenacemente avversi all’indipendenza.
Fu De Gaulle a capire l’inevitabilità della rinuncia all’Algeria, che ottenne nel ’62 l’indipendenza.
A sud del Sahara, nell’Africa nera, il processo di decolonizzazione si compì fra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60.
Fu un processo generalmente pacifico tranne in casi come quelli della Rhodesia del Sud o del Congo.
Le vicende del Congo furono particolarmente rappresentative dei conflitti intestini che agitavano spesso le colonie, costituitesi in Stati secondo gli artificiali confini della dominazione europea.
Le stesse istituzioni politiche, ricalcate sui modelli europei, avrebbero mostrato una particolare fragilità, lasciando spesso il posto a regimi militari.
Un caso a sé fu quello del Sud Africa, dove la consistenza minoranza bianca (presente nel paese da tre secoli) riuscì a conservare il potere praticando una politica di discriminazione (apartheid) ai danni della maggioranza nera.
Sul piano della politica internazionale, i paesi di nuova indipendenza cercarono una piattaforma comune (a partire dalla piattaforma di Bandung del ’55) nel “non allineamento”.
Progressivamente, però, tale neutralismo rispetto al contrasto Est-Ovest lasciò il campo, nella realtà, allo schieramento di molti paesi non allineati in senso filo-comunista o filo-occidentale.
Sul piano economico, il Terzo Mondo era accomunato dalla realtà del sottosviluppo, ovvero dall’incapacità a risolvere i problemi dell’arretratezza economica resi ancora più gravi dall’aumento assai rapido della popolazione.
I paesi dell’America Latina  godevano da tempo dell’indipendenza politica ma si trovavano tuttavia in condizioni di dipendenza economica degli Stati Uniti (che esercitavano una sorta di tutela su tutto il continente).
L’instabilità politica dell’America centrale e meridionale si caratterizzò nell’oscillazione tra liberalismo, populismo e autoritarismo.
Fra le esperienze più significative, quella del regime populista-autoritario stabilito da Peron in Argentina.
Di grande rilievo, per l’attrazione che esercitò in tutta l’America Latina, fu la rivoluzione cubana guidata da Castro (1959) che diede al nuovo regime un orientamento comunista.

Bibliografia

Decolonizzazione e Terzo Mondo / G. Calchi Novati. – Laterza, 1979
La decolonizzazione / R. Betts. – Il Mulino, 2003
Storia dell’India / P. Spear. – Rizzoli, 1970
Storia dell’India / M. Torri. – Laterza, 2000
La rivoluzione algerina / G. Calchi Novati. – Dall’Oglio, 1969
Storia della guerra d’Algeria, 1954-1962 / A. Horne. – Rizzoli, 1980
Israele e il rifiuto arabo / M. Rodinson. – Einaudi, 1969
La costruzione del Medio Oriente / B. Lewis. – Laterza, 1998
Il settimo milione: come l’olocausto ha segnato la storia di Israele / T. Segev. – Mondadori, 2001
Vittime / B. Morris. – Rizzoli, 2001
Storia dell’Africa nera / J. Ki-Zerbo. – Einaudi, 1977
L’Africa nera dal 1800 ai giorni nostri / C. Coquery-Vidrovitch, H. Moniot. – Mursia, 1977
Storia dell’Africa / J. Fage. – Sei, 1995
Capitalismo e sottosviluppo in America Latina / A. Gunder Franck. – Einaudi, 1969
Sociologia della modernizzazione / G. Germani. – Laterza, 1971
Storia dell’America Latina / T. Halperin Donghi. – Einaudi, 1972
Militari e potere in America Latina / G. Pasquino. – Il Mulino, 1974
L’America Latina nel 20. secolo / M. Plana, A. Trento. – Ponte alle Grazie, 1992
Storia di Cuba, 1762-1970 / H. Thomas. – Einaudi, 1973

Cap. 12. L’Italia dopo il fascismo

Parola chiave

Qualunquismo

Il “qualunquismo” come atteggiamento di diffidenza nei confronti dei partiti e in genere della politica (che si vorrebbe risolta nella buona amministrazione), come esaltazione dei valori dell’individuo e della tradizione contro le tendenze stataliste, come protesta contro la fiscalità, esiste da molto prima che qualcuno pensasse di dargli un nome,  o addirittura di fondare su di esso un vero e proprio partito.
In questo senso, tendenze qualunquiste sono sempre state presenti nei regimi parlamentari, anche se non avevano un’espressione politica autonoma, in quanto si risolvevano nell’adesione ai partiti conservatori o, più coerentemente, nell’astensione dal voto.
Nel periodo fra le due guerre mondiali, queste tendenze confluirono in larga parte nei movimenti fascisti o parafascisti, che proclamavano la loro avversione nei confronti della politica tradizionale e ne proponevano una nuova, basata sul drastico accentramento dei processi decisionali.
Solo nel secondo dopoguerra, alcuni abili quanto improvvisati leader pensarono di isolare e di coltivare il virus della sfiducia nella politica, per farne la base di inediti movimenti di massa.
Il primo di questi movimenti fu quello fondato in Italia nell’immediato dopoguerra dal commediografo Guglielmo Giannini, col nome di “Fronte dell’uomo qualunque” (donde il termine “qualunquismo” vedi cap. 12.2).
Una vicenda molto simile fu quella dell’”Unione per la difesa dei commercianti e degli artigiani”, fondata in Francia nel 1953 dal cartolaio Pierre Poujade (in francese il termine poujadisme corrisponde all’italiano “qualunquismo”).
Nato come gruppo di pressione extrapartitico e poi trasformatosi in movimento politico vero e proprio, sull’onda del rigurgito nazionalista seguito alla crisi dell’impero coloniale francese (vedi cap. 10.12), l’Unione ebbe il 10% dei voti nelle elezioni del ’56 e mandò cinquanta deputati alla Camera.
Ma, due anni dopo, la sua base era stata già erosa dalla crescita del movimenti gaullista.
Negli ultimi decenni, quasi tutte le democrazia industriali dell’Occidente hanno conosciuto fenomeni che, pur non potendosi definire qualunquisti in senso stretto, hanno non pochi punti di contatto col qualunquismo “storico”.
Dai gruppi che si richiamavano alla cosiddetta “maggioranza silenziosa” (termine coniato negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60) e che esprimevano le esigenze di “legge e ordine” delle classi medie spaventate dalle agitazioni operaie o studentesche, ai movimenti “antitasse”, nati nella seconda metà degli anni ’70 in Europa e negli Stati Uniti, nel quadro del rilancio delle ideologie liberiste e della crisi dello “Stato assistenziale” (vedi cap. 15.1).
Anche in Italia si è assistito in questi ultimi anni al crescere di nuove e diffuse forme di protesta contro un fisco ritenuto troppo esoso, ma anche contro una classe politica accusata in blocco di eccessiva invadenza nei confronti della società civile.
Se queste forme di protesta si possano o meno definire “qualunquiste” (termine che, nel linguaggio della classe politica, porta con sé una certa connotazione spregiativa), è un tema di discussione ancora aperto.

Sommario

Le condizioni in cui versava l’Italia alla fine della guerra erano gravissime: se le industrie non erano state eccessivamente danneggiate, era però stata fortemente colpita l’agricoltura: ingenti anche i danni subiti dall’edilizia e dai trasporti; elevatissima l’inflazione.
La maggioranza della popolazione risentiva della scarsità di cibo e di abitazioni e dell’alta disoccupazione.
I problemi dell’ordine pubblico erano gravi: difficoltà nella smobilitazione dei partigiani, occupazione delle terre, separatismo e banditismo in Sicilia.
Il ritorno della democrazia determinò una crescita della partecipazione politica.
La Democrazia cristiana si presentava come perno del fronte moderato, in quanto era l’unico partito in grado di competere con socialisti e comunisti sul piano dell’organizzazione di massa.
Molto minor seguito avevano i liberali, i repubblicani e il Partito d’azione.
A destra il movimento dell’”Uomo qualunque” ebbe, per breve tempo, un notevole successo.
La Confederazione generale italiana del lavoro fu ricostituita nel ’44 su basi unitarie.
Il primo governo dell’Italia liberata, basato sulla coalizione fra i partiti del Cln, fu presieduto da Ferruccio Parri, capo partigiano ed esponente del Partito d’Azione.
Nel novembre ’45 la guida del governo passò al democristiano De Gasperi.
L’avvento di De Gasperi segnò una svolta moderata nella politica italiana e la fine delle prospettive di radicale rinnovamento sociale.
Il 2 giugno ’46 un referendum popolare sancì la vittoria della repubblica e la caduta della monarchia.
Nello stesso giorno si tennero le elezioni per l’Assemblea costituente, che videro il successo dei tre partiti di massa, e soprattutto della Dc che divenne il partito di maggioranza relativa.
Nel ’46-47 i contrasti fra i partiti della coalizione si approfondirono.
Le accresciute tensioni interne e internazionali provocarono, nel gennaio ’47, la scissione del Partito socialista: l’ala guidata da Saragat, contraria alla stretta alleanza col Pci, fondò il Partito socialista dei lavoratori italiani (poi Partito socialdemocratico).
Nel maggio De Gasperi estromise i socialisti e comunisti dal governo e formò un ministero “monocolore”.
I contrasti tra i partiti non impedirono il varo della nuova Costituzione repubblicana (che entrò in vigore dal 1. gennaio 1948).
La Costituzione affiancava agli istituti tipici di un sistema democratico-parlamentare alcuni importanti principi di tipo sociale (diritto al lavoro, libertà sindacale, ecc.).
La campagna per le elezioni del 18 aprile ’48 – dalle quali doveva uscire il primo Parlamento -  vide una forte contrapposizione tra socialisti e comunisti (uniti nel Fronte popolare), da un lato e Dc e partiti laici minori dall’altro.
I democristiano ebbero un grande successo, anche grazie all’appoggio della Chiesa e degli Stati Uniti.
Dopo le elezioni De Gasperi diede vita ad una coalizione “centrista”, che vedeva la Dc alleata con liberali, repubblicani e socialdemocratici.
Sul piano della politica economica, ebbero sempre il sopravvento le forze moderate, che seguirono una politica di “restaurazione liberista”, rifuggendo da un uso incisivo degli strumenti di intervento statale nell’economia.
Tale politica si affermò pienamente, dopo l’estromissione delle sinistre dal governo, ad opera del ministro del Bilancio Einaudi: il successo della sua linea di risanamento finanziario ebbe comunque forti costi sociali, soprattutto in termini di disoccupazione.
Il trattato di pace, che comportava la rinuncia alle colonie e secondarie rettifiche di confine a favore della Francia, fu firmato dall’Italia nel ’47.
Restava aperta con la Jugoslavia la questione di Trieste, riunita all’Italia solo nel ’54.
L’appartenenza dell’Italia al blocco occidentale ottenne una sanzione sul piano militare con l’adesione, nel 1949, al Patto atlantico.
Negli anni del “centrismo” (’48-53) la politica dei governi De Gasperi non fu priva di interventi sociali, come la riforma agraria e l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno.
La politica di austerità finanziaria e contenimento dei consumi perseguita dal governo suscitò numerose proteste di piazza cui le forze dell’ordine risposero con durezza.
In questa situazione la Dc cercò di rendere più stabile la propria maggioranza con una riforma del meccanismo elettorale (“legge truffa”), al cui approvazione suscitò vivaci proteste a sinistra  e fu comunque priva di risultati pratici nelle elezioni del ’53.
Gli anni ’53-58 furono un periodo di transizione.
Alle novità sul piano economico (“piano Vanoni”, ministero delle Partecipazioni statali) e istituzionali (insediamento della Corte costituzionale) si affiancarono mutamenti entro i partiti, che avrebbero reso poi possibile l’allargamento della maggioranza ai socialisti.
Nella Dc si affermò con la segreteria Fanfani (1954) uan nuova generazione, più attenta all’intervento dello Stato nell’economia e più sensibili ai problemi sociali.
Il Psi, soprattutto a partire dal ’56, andava allontanandosi dai socialisti.

Bibliografia

Storia del dopoguerra: dalla Liberazione al potere Dc / A. Gambino. – Laterza, 1978
Le paure e le speranze degli italiani, 1943-1953 / E. Di Nolfo. – Mondadori, 1986
Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi / P. Ginsborg. – Einaudi, 1989
La repubblica dei partiti / P. Scoppola. – Il Mulino, 1991
Storia dell’Italia repubblicana: l’economia, la politica, la cultura: la società dal dopoguerra agli anni ’90 / S. Lanaro. – Marsilio, 1991
L’Italia contemporanea, 1943-1992 / G. Mammarella. – Il Mulino, 1993
Storia della prima repubblica / A. Lepre. – Il Mulino, 1995
La politica economica della ricostruzione, 1945-1949 / C. Daneo. – Einaudi, 1975
Stato e industria nella ricostruzione / M. Salvati. – Feltrinelli, 1982
Storia costituzionale della repubblica / F. Bonini. – Nis, 1993
La Costituente: un problema storico-politico / P. Pombeni. – Il Mulino, 1995
Storia dei partiti nell’Italia repubblicana / S. Colarizi. – Laterza, 1994
Partito e antipartito: una storia politica della prima repubblica, 1946-1978 / S. Lupo. – Donzelli, 2004
L’Uomo qualunque, 1944-1948 / S. Setta. – Laterza, 1975
Storia del Partito d’azione / G. De Luna. – Feltrinelli, 1982
Il partito cristiano al potere / G. Baget Bozzo. – Vallecchi, 1974
Il partito italiano: la Democrazia cristiana dal 1942 al 1994 / A. Giovagnoli. – Laterza, 1996
De Gasperi / P. Craveri. – Il Mulino, 2006
Storia del Partito comunista italiano / R. Martinelli. – Einaudi, 1995
Storia del Partito comunista italiano / G. Gozzini. – Einaudi, 1998
Storia del Psi / M. Degl’Innocenti. – Laterza, 1993
L’Italia nelle relazioni internazionali dal 1943 al 1992 / A. Varsori. – Laterza, 1998
L’Italia e il trattato di pace del 1947 / S. Lorenzini. – Il Mulino, 2007

Cap. 13. La società del benessere

Parola chiave

Multinazionali

Si dicono “multinazionali” quelle grandi imprese che posseggono stabilimenti e reti di distribuzione commerciale in diversi paesi e che, pur conservando il quartier generale (ossia gli uffici direttivi) nel paese d’origine, trasferiscono all’estero quote importanti della loro attività.
Diversi sono i motivi che possono spingere le imprese a dislocare la propria produzione fuori dai confini nazionali, anziché limitarsi ad esportare i loro prodotti: tagliare i costi per il trasporto delle merci nei paesi di destinazione, aggirare eventuali restrizioni al commercio o limiti all’importazione, penetrare stabilmente in un mercato per imporvi il proprio marchio, ma soprattutto risparmiare sul costo del lavoro, che è in genere più basso nei paesi poveri, tanto più se sprovvisti di tutele sindacali.
Da tempo, dunque, le grandi imprese (e a volte anche le medie) tendono a “delocalizzare” il grosso della produzione, concentrando nei paesi avanzati solo le lavorazioni a più alto contenuto tecnologico.
La crescita delle multinazionali, in numero, dimensione e peso, ebbe inizio negli anni ’60 del ‘900, per poi diventare uno dei dati caratterizzanti dell’”età della digitalizzazione” (vedi cap. 17.4).
Ma il fenomeno aveva origini più antiche.
Già alla fine dell’800 alcune grandi imprese avevano cominciato a trasferire all’estero parti importanti della loro produzione.
Si trattava, all’inizio, soprattutto di imprese britanniche, cui si aggiunsero (e in parte si sostituirono) quelle statunitensi (celebre il caso della United Fruit Company, che possedeva immense piantagioni di frutta in tutta l’America Latina) e, in una fase successiva, quelle giapponesi.
Presenti e attive su mercati vastissimi, le multinazionali sono giunte a gestire bilanci, e ad accumulare poteri, pari o superiori a quelli di Stati di media grandezza.
Nel 1999, ad esempio, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’americana General Motors superava, in termini di dimensioni di bilancio, la Grecia (o la Norvegia o il Sudafrica).
Con i loro enormi profitti, le multinazionali rappresentano una fonte di ricchezza per gli Stati di origine, che spesso sono impegnati a difenderne gli interessi, ma anche un’occasione di sviluppo per i paesi che le ospitano e in qualche caso ne subiscono il condizionamento.
Per questo rapporto squilibrato con i paesi del Terzo Mondo, ma anche per la loro capacità di sottrarsi alle decisioni politiche degli Stati o di influenzarle pesantemente, le multinazionali sono state oggetto di aspre contestazioni, rilanciate in anni recenti dai movimenti “no global”.

Sommario

Negli anni ’50 e ’60 l’economia dei paesi industrializzato attraversò una fase di intenso sviluppo, che ebbe tra le sue cause: crescita della popolazione (da cui un aumento della domanda); innovazione tecnologica e razionalizzazione produttiva; espansione del commercio mondiale; politiche statali in sostegno alla crescita.
L’applicazione delle scoperte scientifiche alla produzione divenne velocissima.
Nel campo della chimica si svilupparono le materie plastiche e le fibre sintetiche.
In medicina c’è da segnalare la produzione di nuovi farmaci (antibiotici, ormoni, psicofarmaci, anticoncezionali, ecc.) e i grandi progressi della chirurgia.
Le conseguenze dello sviluppo tecnologico si fecero sentire in modo decisivo nel campo dei trasporti (motorizzazione privata, sviluppo dell’aviazione civile), contribuendo a modificare radicalmente le abitudini di vita.
Nel 1957, col lancio del primo satellite artificiale sovietico, iniziava la conquista dello spazio (del ’69 è il primo sbarco dell’uomo sulla luna), che avrebbe determinato una “ricaduta” di tecnologia in tutti i settori produttivi.
Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa (anzitutto della televisione) ha rappresentato, tra i prodotti dello sviluppo tecnologico, quello che più  di ogni altro ha condizionato la vita quotidiana e i modelli di comportamento delle società industrializzate (e in parte anche quelle meno sviluppate).
Una caratteristica dei decenni del dopoguerra è il forte aumento della popolazione, concentrato però soprattutto nel Terzo Mondo, dove il calo della mortalità si è accompagnato un tasso di natalità notevolmente elevato.
Nei paesi industrializzati l’aumento demografico è stato invece molto contenuto e in alcuni di essi si è giunti ormai alla “crescita zero” della popolazione.
La notevole espansione dei consumi “superflui” è ormai caratteristica fondamentale delle società avanzate, ove ha suscitato fenomeni estesi di rifiuto ideologico, nonché di critica da parte di alcune correnti intellettuali (soprattutto quella che si richiama alla “Scuola di Francoforte”).
Alla fine degli anni ’60 si verificò un’esplosione della protesta giovanile contro la “società del benessere”: protesta iniziata negli Stati Uniti e poi diffusasi nell’Europa occidentale e in Giappone.
L’episodio più clamoroso della contestazione studentesca fu la rivolta parigina del maggio ’68.
La fase della ribellione giovanile lasciò un segno profondo nelle società occidentali, soprattutto nel campo dei valori e dei modelli di comportamento.
Negli stessi anni si sviluppava un nuovo femminismo che – raggiunta ormai la parità dei sessi sul piano dei diritti politici – criticava la divisione dei ruoli tra uomo e donna nella famiglia e nel lavoro, e più in generale rifiutava i valori “maschilisti” dominanti nelle società industrializzate.
Di fronte alla nuova realtà della società del benessere, la Chiesa cattolica – pur ribadendo la sua critica al diffondersi di valori materialistici e di comportamenti contrari alle sue dottrine – tentò un proprio rinnovamento interno e un’apertura ai problemi del mondo contemporaneo.
Tale nuovo corso iniziò col pontificato di Giovanni 23. (1958-63) con il Concilio Vaticano 2.

Bibliografia

Storia economica e sociale del mondo / P. Leon. – Laterza, 1979
La società opulenta / J. K. Galbraith. – Comunità, 1963
Il nuovo Stato industriale / J. K. Galbraith. – Einaudi, 1968
I persuasori occulti / V. Packard. – Einaudi, 1958
Apocalittici e integrati: comunicazioni di massa e teoria della cultura di massa / U. Eco. – Bompiani, 1964
Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan. – Il Saggiatore, 1961
Storia delle nuove sinistre in Europa, 1956-1976 / M. Teodori. – Il Mulino, 1976
Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America / P. Ortoleva. – Editori Riuniti, 1988
Il Sessantotto / M. Flores, A. De Bernardi. – Il Mulino, 1998
Esclusa dalla storia / S. Rowbotham. – Editori Riuniti, 1977
Fra mito della cristianità e secolarizzazione: studi sul rapporto Chiesa-società nell’era contemporanea / G. Miccoli. – Marietti, 1985
La Chiesa nella società contemporanea / G. Verucci. – Laterza, 1988

Cap. 14. Distensione e confronto

Parola chiave

Dissenso

In senso generico, il termine “dissenso” indica semplicemente l’espressione di un disaccordo: dunque un fenomeno del tutto normale, in politica come nella vita quotidiana.
Il dissenso diventa un problema politico solo nei regimi autoritari, dove il consenso sulle scelte dei vertici è obbligatorio e in qualche misura scontato e in qualsiasi organizzazione (per esempio militare o religiosa) basata sulla gerarchia e sull’obbedienza.
A partire dagli anni ’60, il termine è stato usato soprattutto in riferimento a due realtà fra loro molto diverse: l’atteggiamento  di quei gruppi cattolici (detti appunto “del dissenso”) che, pur rimanendo all’interno della Chiesa, ne contestavano l’organizzazione interna e in qualche caso la stessa dottrina (vedi cap. 13.8); e l’attività di quei gruppi minoritari, formati per lo più da scrittori, scienziati e in genere intellettuali, che alimentavano, in Urss e nelle “democrazie popolari” dell’Europa orientale, una corrente di critica ai regimi comunisti, sfruttando gli scarsi spazi di libertà che di tanto in tanto si aprivano e usando soprattutto canali di comunicazione clandestini per tenersi in contatto fra loro e per far giungere i loro scritti in Occidente: il principale di questi canali era il samiszdat  (in russo “autoedizione”), ovvero il dattiloscritto fatto passare di mano in mano.
Fu in relazione a questi gruppi che, a partire dagli anni ’60, si parlò di un “dissenso nei paesi dell’Est”, di “intellettuali del dissenso”, di “repressione del dissenso” e così via.
Inizialmente, l’emersione di fermenti critici fu favorita dalle parziali aperture tipiche della fase della destalinizzazione: il primo romanzo di Aleksandr Solzenicyn (Una giornata di Ivan Denisovic, del 1962, che descriveva l’esperienza dei campi di concentramento), fu pubblicato col consenso delle autorità sovietiche.
Ma il successivo blocco di ogni evoluzione in senso liberale del sistema – già negli ultimi anni di Kruscev e poi con i suoi successori -  ricacciò quei fermenti nell’area della clandestinità.
Un punto di svolta in questo senso fu, nel 1966, il processo ai due scrittori dissidenti Andrej Sinjavskij  e Julij Daniel, entrambi condannati a sei anni di carcere.
A volte tollerati, più spesso sottoposti a misure restrittive (dal carcere, all’esilio, al manicomio), sempre rigidamente controllati dagli apparati di regime, i dissenzienti dell’Est si rifacevano a diverse correnti di pensiero: dal tradizionalismo a sfondo religioso alla liberal-democrazia di modello occidentale, dalla critica “di sinistra” di marca trotzkista che denunciava il tradimento degli ideali rivoluzionari al riformismo di chi si batteva per una democratizzazione del sistema dall’interno (come quella tentata invano con la “primavera di Praga”).
Nell’insieme essi svolsero un ruolo importante nel tenere viva in Occidente l’attenzione nei confronti degli aspetti più oppressivi del sistema sovietico e di quello dei paesi satelliti.
Basti pensare all’eco suscitata in Europa e negli Stati Uniti dalla pubblicazione, nel 1973, di Arcipelago Gulag di Solzenicyn (espulso dall’Urss nel 1974) o dall’instancabile campagna per i diritti civili condotta dal fisico Andrej Sacharov (insignito del premio Nobel per la pace nel 1975).
Fu anche grazie alle loro denunce, e a quelle di tanti altri dissidenti,  se il comunismo sovietico non poté più godere, nella fase del suo tramonto, di quei diffusi consensi, soprattutto negli ambienti intellettuali, che lo avevano circondato (e indubbiamente aiutato) sia nelle fasi più buie dello stalinismo, sia negli anni del “disgelo” krusceviano.

Sommario

Negli Usa la presidenza Kennedy (durata dal ’60 al ’63, quando Kennedy fu assassinato) fu improntata ad un indirizzo riformistico.
In politica estera, la grande crisi legata alla presenza di missili nucleari sovietici a Cuba (1962) si risolse infine con un successo americano e non compromise la distensione (nel ’63 Usa e Urss firmarono un trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari nell’atmosfera).
In Urss Kruscev accentuò i caratteri pacifici del confronto con l’Occidente.
Ma nel 1964 fu destituito anche per il fallimento dei suoi piani economici.
In Cina, l’insuccesso della politica di sviluppo agricolo lanciata nel ’58 (“grande balzo in avanti”) favorì sul piano internazionale la definitiva rottura con l’Urss, mentre sul piano interno diede spazio alle componenti “moderate” del gruppo dirigente comunista.
Fra il ’65 e il ’68, per scalzare il potere di queste ultime, Mao stimolò un movimento di contestazione giovanile (la rivoluzione culturale) che portò alla defenestrazione di molti dirigenti, finché fu frenato dallo stesso Mao.
In politica estera, soprattutto per opera del primo ministro Chou En-Lai, la Cina attuò, all’inizio degli anni ’70, un clamoroso avvicinamento agli Stati Uniti.
A partire dalla metà degli anni ’60 si sviluppò progressivamente l’intervento militar americano nel Vietnam del Sud, dove era attivo un movimento di guerriglia che godeva del diretto appoggio dei nordvietnamiti.
Dopo il ritiro delle truppe americane (1973), avvenuto anche in seguito alla forte opposizione che quella guerra aveva suscitato negli Stati Uniti, il governo sudvietnamita fu sconfitto nel 1975.
Nello stesso anno si ebbe la vittoria dei partigiani comunisti in Cambogia e Laos.
La segreteria Breznev (1964-82) mutò più lo stile che la sostanza della politica sovietica: si accentuò, in particolare, la repressione dei dissidenti.
In politica estera l’Urss, se accettò la moderata autonomia conquistata dai rumeni, represse duramente il tentativo riformatore dei comunisti cecoslovacchi (“primavera di Praga”), intervenendo militarmente nell’estate del ’68.
Per le democrazie dell’Europa occidentale gli anni ’60 e i primi anni ’70 furono un periodo di stabilità economica e di mutamenti politici.
In Italia, Germania federale e Gran Bretagna entrarono al governo i socialisti.
In Germania il socialdemocratico Brandt inaugurò una politica estera di conciliazione con i paesi dell’Est.
Nel 1972 la Cee si allargò con l’ingresso di Inghilterra, Irlanda e Danimarca.
Il Medio Oriente fu teatro in questi anni di due successive guerre: la “guerra dei sei giorni” del ’67 e la “guerra del Kippur” del ’73.
In seguito alla guerra del ’67 Israele occupò nuovi territori arabi, riacutizzando il problema palestinese.
La guerra del ’73 fu all’origine del blocco petrolifero proclamato dai paesi arabi e del successivo aumento del prezzo del petrolio.
L’aumento del prezzo del petrolio del ’73 (che si inseriva in una fase di instabilità monetaria internazionale inaugurata nel ’71 dalla sospensione della convertibilità del dollaro) generò una crisi economica internazionale di vaste proporzioni.
A differenza delle crisi del passato, la crescita della disoccupazione di sommava a un elevato tasso di inflazione.
La gravità della crisi indusse ad interrogarsi sui fondamenti stessi della civiltà nata con la rivoluzione industriale.

Bibliografia

La Germania da Adenauer ad oggi / G. Mammarella. – Laterza, 1979
Storia d’Europa: l’Europa oggi. – Einaudi, 1993
Storia della guerra del Vietnam / S. Karnow. –Rizzoli, 1985
La guerra del Vietnam / M. K. Kall. – Il Mulino, 2003
Storia del conflitto arabo israeliano / G. Codovini. – Bruno Mondadori, 1999
Storia della Palestina moderna / I. Pappe. – Einaudi, 2005

Cap. 15. Anni di crisi

Parola chiave

Monetarismo

Il monetarismo è una corrente di pensiero economico sviluppatasi a partire degli anni ’60 del ‘900 e legata soprattutto al nome dell’economista statunitense Milton Friedman e alla cosiddetta Scuola di Chicago, la sede universitaria in cui Friedman insegnò.
Alla base delle teorie monetariste c’è l’importanza attribuita alla quantità di moneta come elemento regolatore dell’attività economica.
Secondo i monetaristi è l’ammontare di moneta resa disponibile dalla banca centrale a determinare, almeno nel lungo periodo, il livello dei prezzi e della produzione.
Regolando il quantitativo di moneta in circolazione, soprattutto attraverso la manovra del tasso di sconto (il tasso di interesse richiesto dalla banca centrale alle altre banche), le autorità pubbliche di uno Stato possono intervenire efficacemente sull’andamento generale dell’economia.
Infatti un’economia della moneta determina un aumento della domanda complessiva, che a sua volta stimola un incremento della produzione e dei prezzi.
Una riduzione, naturalmente, produce l’effetto opposto.
Se il governo e la banca centrale limitano la quantità di moneta in circolazione, i datori di lavoro ne hanno di meno a disposizione per acquistare nuovi macchinari, per assumere nuovi lavoratori o per aumentare i salari: la produzione e i consumi ne soffrono, ma l’inflazione viene bloccata.
L’equilibrio si ottiene con una politica che commisuri l’offerta di moneta al tasso di crescita dell’economia.
Secondo i monetaristi l’intervento sulla moneta non è solo il più efficace, ma anche l’unico compatibile con politiche che riducano al minimo l’ingerenza dello Stato nell’economia e interferiscano il meno possibile col funzionamento del mercato.
La concezione monetarista si contrappone dunque frontalmente alle teorie di John Maynard Keynes (vedi cap. 5.6) – che prevedono interventi mirati dello Stato per ridurre la disoccupazione e per stimolare il ciclo produttivo – e alle politiche ad essa ispirate, largamente praticate da molti governi nel secondo dopoguerra.
Il monetarismo si è perciò di fatto identificato con le posizioni neoliberiste, favorevoli a una maggiore libertà di mercato e dell’iniziativa privata.
Negli anni ’70 e ’80 di fronte alla difficoltà di controllare una spesa pubblica in continua crescita, molti governi occidentali adottarono politiche monetariste; e una prospettiva analoga fu fatta propria dalle organizzazioni internazionali quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, che la imposero ai paesi che fruivano dei loro aiuti.
Ne nacque un acceso dibattito, sia perché quelle politiche non furono coronate da un pieno successo (non sempre si riuscì a controllare la quantità di moneta in circolazione), sia per i costi sociali derivanti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dalla riduzione dell’intervento dello Stato.

Sommario

L’aumento del prezzo del petrolio del ’73 (che si inseriva in una fase di instabilità monetaria internazionale inaugurata nel ’71 dalla sospensione della convertibilità del dollaro) generò una crisi economica internazionale di vaste proporzioni.
A differenza delle crisi del passato, la crescita della disoccupazione si sommava a un elevato tasso di inflazione.
La gravità delle crisi indusse ad interrogarsi sui fondamenti stessi della civiltà nata con la rivoluzione industriale.
Nei paesi occidentali si manifestò nei tardi anni ’70 una crisi delle ideologie di sinistra, sia riformiste che rivoluzionarie, e la tendenza all’abbandono dell’impegno politico per un ritorno al privato o ai valori tradizionali (il cosiddetto “grande riflusso”).
Nello stesso periodo esplose il fenomeni del terrorismo politico.
Dopo un periodo di incertezza economica e politica, gli Stati Uniti inaugurarono, con la presidenza Reagan (1980-88) e poi di Bush, un nuovo corso basato sulla scelta liberista in economia e su una politica estera più dura nei confronti dell’Urss e dei regimi integralisti del Medio Oriente (Iran, Libia).
Negli ultimi anni dell’età di Breznev, l’Urss, pur non avendo risolto i suoi problemi interni, allargò la sua sfera di influenza mondiale.
Particolarmente costoso, anche da un punto di vista umano, fu l’intervento militare in Afghanistan (1979).
Con l’avvento di Gorbacev (1985) fu avviata una radicale svolta sia in politica estera sia in politica interna (riforme economiche e istituzionali, maggiore libertà di informazione); svolta che suscitò, però non poche difficoltà all’interno dell’Urss.
In seguito a una serie di incontro fra i leader sovietici e statunitensi, si instaurò, dopo l’85, un nuovo clima di distensione internazionale che consentì alcuni accordi fra le superpotenze sulla limitazione degli armamenti e si riflesse positivamente anche sulle prospettive di soluzione dei conflitti locali.
Sul piano dell’economia, l’Europa perse terreno, negli anni ’70 e ’80, rispetto a Usa e Giappone e il processo di unificazione non fece grandi passi in avanti.
Sul piano politico le principali novità furono: la vittoria dei conservatori di Margaret Thatcher in Gran Bretagna; il ritorno al potere dei cristiano-democratici in Germania federale; la vittoria del socialista Mitterand in Francia; il ritorno alla democrazia di Portogallo, Grecia e Spagna (entrati poi a far parte della Cee).
In America Latina gli anni ’70 e ’80 videro la prima massima espansione delle dittature militari (come quelle affermatesi in Cile nel ’73 e in Argentina nel ’76), poi il graduale ritorno alla democrazia politica.
Il processo di democratizzazione fu però ostacolato quasi ovunque da gravi problemi economici.
Il Sud-Est asiatico, dopo la partenza degli americani, vide l’esplodere di conflitti fra paesi comunisti.
Nel ’78, dopo essere stata teatro del sanguinoso esperimento rivoluzionario di Pol Pot, la Cambogia fu invasa dal Vietnam.
In Cina l’ascesa di Deng Xiaoping portò a un processo di riforme interne e liberalizzazione economica che diede buoni risultati in termini di sviluppo produttivo, ma non si accompagnò alla democratizzazione.
Il Giappone, già protagonista nel secondo dopoguerra di un “miracolo economico”, divenne, all’inizio degli anni ’80, la seconda potenza industriale e finanziaria del mondo, senza peraltro svolgere in campo internazionale un ruolo adeguato alla sua forza economica.

Bibliografia

Storia del Giappone contemporaneo / J. M. Bouissou. – Il Mulino, 2003
L’età del terrorismo / W. Lacqueur. – Rizzoli, 1987

Cap. 16. L’Italia dal miracolo economico alla crisi della prima repubblica

Parola chiave

Mafia

La parola “mafia” (o “maffia”), termine dall’etimologia incerta, fece la sua comparsa nel dialetto siciliano, e poi nella lingua italiana, intorno alla metà dell’800, per indicare una rete di associazioni legate da stretti vincoli gerarchici e da un codice d’onore fondato sull’omertà, che praticavano la violenza e l’intimidazione per trarne guadagni e vantaggi per i propri membri, ma anche per imporre, a livello locale, un proprio ordine, alternativo a quello dello Stato.
In questo senso la parola ha poi goduto di larghissima fortuna, ben al di là dei confini nazionali (si è parlato, fra l’altro, di mafia russa e turca, cinese e giapponese), e viene oggi comunemente usata, assieme a derivato “mafioso”, per indicare la tendenza a prevaricare, a sostituire il proprio potere a quelli istituzionali, valendosi di una rete di amicizie e complicità inconfessabili.
Storicamente, le radici del fenomeno sono state individuate nella Sicilia semifeudale del ‘700-‘800: nelle “compagnie d’armi” al servizio dei signori, ma anche nelle corporazioni artigiane di Palermo e soprattutto nell’azione dei grandi affittuari (gabellotti) per il controllo del mondo contadino nella parte centro-occidentale dell’isola.
Dopo l’unità d’Italia, l’associazionismo mafioso si estese e si rafforzò anche come reazione alla più forte presenza dello Stato, diventando subito oggetto di studi e inchieste.
Ma fu soprattutto dopo il 1893, con l’assassinio del direttore del Banco di Sicilia Raffaele Notarbartolo e il successivo processo che vide imputato come mandante il deputato Raffaele Palizzolo (sospettato di legami con la mafia), che il fenomeno assunse rilevanza nazionale, svelando i suoi stretti intrecci con la politica.
Questi legami si intensificarono all’inizio del ‘900, mentre la mafia varcava l’Oceano, inserendosi, tramite le comunità emigrate, nel “gangsterismo” nordamericano.
Nel 1926 il nascente regime fascista affrontò la questione, inviando a Palermi il prefetto Cesare Mori e investendolo di poteri straordinari per debellare la rete mafiosa, che fu in effetti colpita e decapitata, ma non del tutto estirpata.
Quando molti esponenti della mafia italo-americana sbarcarono in Sicilia nel luglio 1943 insieme alle truppe statunitensi (e forse con l’appoggio delle autorità alleate), la rete fu rapidamente ricostituita e, nell’immediato dopoguerra, fu largamente usata come strumento della reazione padronale contro il movimento contadino.
Un ulteriore “salto di qualità” si ebbe a partire dagli anni ’60, quando la mafia, originariamente espressione di una società contadina, si inserì, sfruttando anche i suoi collegamenti politici, nella speculazione edilizia per poi applicarsi con profitto al traffico internazionale degli stupefacenti, senza per questo rinunciare alle attività tradizionali, come il taglieggiamento delle attività commerciali (il “pizzo”) richiesto come contropartita a una protezione imposta con la forza.
L’estendersi degli interessi mafiosi scatenò una serie di cruente lotte interne all’organizzazione, da cui uscì vincitore il gruppo del “corleonesi” (così chiamati dal loro paese di origine), guidato da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.
Questi, a partire dalla fine degli anni ’70, di fronte ai primi segnali di reazione da parte dei poteri pubblici, dopo anni di interventi scarsamente incisivi, reagirono scatenando una autentica guerra allo Stato, che provocò molte vittime illustri, culminando nel 1982 nell’uccisione del prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa e, dieci anni dopo, nell’assassinio del magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Da allora l’azione repressiva di polizia e magistratura ha fatto registrare non pochi successi, a cominciare dall’arresto di Riina (1993) e di Provenzano (2006).
Ma la mafia, in quanto fenomeno radicato nel territorio e dotato di estesi collegamenti internazionali, è ancora ben lontana dall’essere definitivamente estirpata.

Sommario

Lo sviluppo dell’economia italiana si fece particolarmente intenso negli anni 1958-63.
Fu questo il cosiddetto “miracolo economico” che – nonostante il tasso di sviluppo si riducesse dopo la crisi del ’63-64 – mutò definitivamente in senso industriale il volto del paese.
Al boom nell’industria si accompagnarono due importanti fenomeni sociali: l’esodo dal Sud al Nord e la crescita dell’urbanizzazione.
Entrambi si svolsero in modo caotico, creando notevoli problemi.
In quegli anni, con la televisione si ebbe per la prima volta un’unificazione linguistica e nei modelli di comportamento.
Altro simbolo dell’Italia del miracolo economico fu l’automobile, che ebbe una diffusione di massa.
I mutamenti economici e sociali si accompagnarono, all’inizio degli anni ’60, a una svolta politica, con l’ingresso dei socialisti nell’area della maggioranza.
L’inserimento fu graduale e molto contrastato.
Nell’estate del ’60, dopo la crisi del ministero Tambroni (che aveva tentato, suscitando violente proteste, di governare con l’appoggio determinante del Msi), si formò un governo Fanfani che si reggeva grazie all’astensione (poi trasformata in appoggio parlamentare) dei socialisti.
Nel ’63 si formò il primo governo di centro-sinistra “organico”, presieduto dal leader della Dc Moro.
In questa fase furono varati due importanti provvedimenti: la nazionalizzazione dell’industria elettrica e l’istituzione della scuola media unica.
A partire dal ’63, il centro-sinistra venne esaurendo la sua spinta riformatrice, anche per le preoccupazioni suscitate nella Dc dal peggioramento della congiuntura economica e dall’ostilità dei gruppi moderati.
Nelle elezioni del ’63 e in quelle del ’68 sia la Dc sia il Psi ottennero risultati deludenti.
Nel ’68 esplose anche in Italia la contestazione studentesca, con caratteri di particolare radicalità dovuti alla forte tradizione marxista presente nella cultura italiana.
Nacquero, tra il ’68 e il ’70, i gruppo extraparlamentari.
Il ’69 fu segnato da acute agitazioni operaie (l’”autunno caldo”), protagonisti delle quali furono soprattutto i lavoratori immigrati al Nord.
Le lotte operaie si conclusero con forti aumenti salariali e con un rafforzamento delle confederazioni sindacali.
A queste agitazioni la classe dirigente seppe rispondere in modo adeguato.
Furono approvati tuttavia alcuni importanti provvedimenti (Statuto dei lavoratori, istituzione delle regioni, divorzio).
Gli anni ’70 furono segnati dalle manifestazioni del terrorismo di destra e di sinistra, cui il governo non seppe reagire adeguatamente.
Gli equilibri politici cominciarono a modificarsi dopo il successo del referendum (1974) che confermò il divorzio contro le posizioni della Chiesa e della Dc, testimoniando il profondo cambiamento della società.
La nuova politica del compromesso storico, annunciata dal segretario della Dc Berlinguer (1973), favorì le vittorie elettorali dei comunisti (’75-76).
Dopo il distacco dei socialisti dal governo (’75) si giunse – di fronte alla necessità di affrontare i problemi suscitati dalla crisi economica e dall’accentuarsi del terrorismo di sinistra – al governo di “solidarietà nazionale”, nel 1978.
Proprio allora le Brigate rosse compirono la loro azione più clamorosa: il rapimento e l’assassinio di Moro.
Nonostante alcune leggi di contenuto sociale (equo canone e riforma sanitaria) il programma riformatore del governo di solidarietà nazionale non riuscì a realizzarsi, mentre si accentuarono le divisioni tra le forze politiche.
Negli anni ’80, esauritasi l’esperienza della solidarietà nazionale, si ebbero per la prima volta governi a guida non democristiana (con Spadolini e poi con Craxi).
Tra i problemi maggiori affrontati dall’esecutivo vi furono quelli dell’espansione abnorme della spesa pubblica e della malavita organizzata (mentre il terrorismo, dopo la legge sui “pentiti”, risultava sostanzialmente sconfitto).
I contrasti interni alla maggioranza “pentapartita” portarono, nell’87, alla crisi del governo Craxi e a nuove elezioni anticipate, che segnarono un progresso del Psi e un calo del Pci.
Dopo le elezioni, la coalizione si ricostituiva, dando vita a tre successivi governi a guida democristiana (Goria, De Mita, Andreotti).
Si accentuarono frattanto nell’opinione pubblica la critica alle disfunzioni del sistema politico e l’attesa delel riforme istituzionali.

Bibliografia

Storia del miracolo italiano / G. Crainz. – Donzelli, 1996
Il paese mancato: dal mracolo economico agli anni ottanta / G. Crainz. – Donzelli, 2003
Le classi sociali negli anni ’80 / P. Sylos Labini. – Laterza, 1986
Italiani/e: dal miracolo economico a oggi / V. Vidotto. – Laterza, 2005
Il potere dei partiti: la politica in Italia dagli anni Sessanta ad oggi / P. Ignazi. – Laterza, 2002
Storia e cronaca del centro-sinistra / G. Tamburrano. – Feltrinelli, 1973
La cruna dell’ago: Craxi, il Partito socialista e la crisi della Repubblica / S. Colarizi, M. Gervasoni. – Laterza, 2005
Il caso Moro: una tragedia repubblicana / A. Giovagnoli. – Il Mulino, 2005
Il sistema politico italiano / a cura di P. Farneti. – Il Mulino, 1973
Il sistema politico italiano / a cura di G. Pasquino. – Laterza, 1985
Il sistema politico italiano / C. Guarnieri. – Il Mulino, 2006
Il terrorismo italiano, 1970-1980 / G. Bocca. – Rizzoli, 1981
Terrorismi italiani / D. Della Porta. – Il Mulino 1984
Il terrorismo di sinistra / D. Della Porta. – Il Mulino 1990

Cap. 17. Società postindustriale e globalizzazione

Parola chiave

Ecologia

Si chiama “ecologia” (dal greco oikos, dimora) la scienza che studia i rapporti fra gli esseri viventi e l’ambiente fisico in cui vivono.
Pur essendo da sempre una componente importante di tutte le scienze naturali, solo di recente l’ecologia – chiamata così per la prima volta dallo scienziato e filosofo positivista Ernst Haeckel  in un libro del 1966 – ha acquistato uno status di disciplina autonoma.
E’ stata soprattutto la crisi petrolifera del 1973-74 a far riflettere sui pericoli che potrebbero derivare all’umanità da un uso indiscriminato delle risorse naturali.
Ma, più in generale, sono stati gli sviluppi della civiltà dei consumi che, portando all’estremo alcuni fenomeni tipici delle società industrializzate, hanno costretto l’opinione pubblica e i governi a preoccuparsi dei problemi ambientali più di quanto non fosse mai avvenuto in passato.
L’estensione spesso abnorme dei centri urbani; la motorizzazione di massa; la moltiplicazione dei consumi, con conseguente accumulo di rifiuti solidi; l’uso crescente di prodotti non biodegradabili (ossia non riassorbibili nel ciclo naturale), come i contenitori di plastica o alcuni detersivi; gli scarichi delle industrie chimiche nell’atmosfera o nei corsi d’acqua: questi e altri fenomeni hanno non solo contribuito al degrado ambientale dei grandi agglomerati urbani, ma hanno anche influito sugli equilibri ecologici delle aree non industrializzate.
Negli ultimi anni la comunità scientifica ha richiamato l’attenzione su altri e ancor più inquietanti fenomeni, anch’essi riconducibili agli effetti dello sviluppo industriale: come l’assottigliarsi dello strato di ozono che protegge la terra dalle radiazioni ultraviolette; o come il formarsi di una cappa di anidride carbonica che, provocando un innalzamento della temperatura (“effetto serra”), rischierebbe, secondo molti scienziati, di compromettere gli equilibri ecologici dell’intero pianeta.
I temi dell’ecologia sono diventati così oggetto di discussione e di mobilitazione in tutti i paesi industriali.
Soprattutto negli anni ’70 sono sorti un po’ ovunque associazioni e gruppi – ricordiamo in particolare l’associazione internazionale Greenpeace, ecologista e pacifista, nata nel ’71 mentre il WWF (World Wildlife Fund, Fondo mondiale per la natura) era attivo già negli anni ’60 – che si propongono di lottare contro l’inquinamento atmosferico e marino, per la tutela degli spazi verdi e del territorio in generale, per la difesa delle specie animali minacciate di estinzione.
Oggi l’esigenza di una più attenta tutela dell’ambiente è riconosciuta da tutti.
Ma esiste ancora una profonda spaccatura fra gli ecologisti “puri”, spesso attivi nei movimenti “verdi”, e quelli che potremmo definire “industrialisti”.
I primi ritengono la difesa dell’ambiente naturale un obiettivo assolutamente prioritario, contestano il principio dello sviluppo ad ogni costo e mettono sotto accusa la logica stessa della società industriale.
Gli altri non intendono sacrificare alla causa dell’ecologia le ragioni del progresso economico e tecnologico e affidano proprio a questo progresso la speranza di risolvere in modo equilibrato anche il problema del rapporto fra uomo e il suo ambiente.

Sommario

Dopo la crisi petrolifera la prospettiva di una crescita illimitata cominciò ad apparire a molti non solo irreale, ma anche dannosa, in quanto portava con sé la tendenza allo spreco energetico e alla dissipazione delle risorse naturali.
Del resto il degrado dell’ambiente aveva assunto i caratteri di una vera e propria emergenza e già alla metà degli anni ’70 appariva necessario utilizzare fonti energetiche alternative ai combustibili fossili.
I governi promossero politiche di risparmio energetiche e cominciò ad affermarsi il concetto di “sviluppo sostenibile”.
Gli ultimi decenni del ‘900 hanno segnato nuove trasformazioni nell’economia, che hanno avuto il loro centro propulsore nelle crescenti  applicazioni dell’elettronica (computer) e delle scienze ad essa collegate (informatica, cibernetica, robotica, telematica).
La rivoluzione elettronica ha trasformato il sistema delle comunicazioni di massa: da una parte sono aumentati i mezzi di trasmissione, dall’altra è cresciuta l’integrazioen fra i diversi canali.
La digitalizzazione ha consentito di unificare i linguaggi e di far circolare informazioni di diversa natura sugli stessi canali di comunicazione.
Una delle più importanti novità dell’ultimo decennio del ‘900 è stato lo sviluppo di Internet: la rete ha contribuito a modificare i modi di espressione e gli orizzonti culturali di milioni di persone.
Gli sviluppi della rivoluzione elettronica hanno avuto effetti anche sull’industria culturale: si sono moltiplicate le imprese multimediali e si è accentuata la tendenza alla standardizzazione dei prodotti culturali di massa.
Gli sviluppi dell’elettronica hanno accelerato la transizione verso una società “postindustriale”, caratterizzata dalla prevalenza del terziario, dalla fine della centralità della fabbrica, dal ruolo crescente dell’informazione.
Cambia anche la natura dei conflitti, meno condizionati dai sistemi di produzione e più legati alle differenze di cultura, di età, di genere.
L’accresciuta velocità delle informazioni e la maggiore facilità di spostamento sono all’origine di una sempre maggiore integrazione economica e finanziaria a livello planetario.
Questa tendenza ha provocato da un lato il tentativo degli Stati più ricchi di coordinare meglio le loro economie, dall’altro un moto di protesta mondiale contro gli effetti della globalizzazione, in nome della difesa delle identità locali e di una più equa distribuzione delle ricchezze.
Nell’ultimo trentennio del ‘900 la popolazione mondiale ha continuato ad aumentare, ma il ritmo di crescita di sta lentamente riducendo.
Il tasso di fertilità è sceso sotto la soglia della “crescita zero” in Europa e ha cominciato a diminuire anche negli altri continenti: più lentamente in Africa, più rapidamente in America Latina e in Asia.
Questa tendenza è dovuta a volte a politiche demografiche attuate dai governi centrali, , altre volte a fenomeni spontanei (benessere, nuovi modelli culturali, urbanizzazione).
In Europa occidentale la “crescita zero” ha creato non pochi problemi proprio in relazione al mantenimento dei livelli di benessere raggiunti.
Alla fine del ‘900 c’è stato un considerevole incremento dei flussi migratori.
Si cominciò a emigrare da tutte le aree povere del mondo verso tutte quelle ricche e la scelta delle destinazioni seguiva una complessa rete di itinerari.
All’inizio del 21. secolo la portata di questo flusso imponente non è facilmente quantificabile perché in parte considerevole le migrazioni si svolgono in forma clandestina.
Lo sviluppo di una società multietnica ha dato luogo a reazioni di diverso segno.
Da un lato si è manifestata la tendenza a cogliere gli aspetti positivi dell’immigrazione, dall’altro ci sono state reazioni di ansia e di ripulsa.
Solo all’inizio degli anni ’80 in tutti i paesi occidentali fu legalmente sancita l’uguaglianza civile tra uomini e donne.
Per quanto riguarda l’emancipazione economica, invece, i progressi furono evidenti già negli anni ’50: il tasso di attività tra le donne cominciò a crescere rapidamente e, dalla fine degli anni ’60, iniziò progressivamente a ridursi la differenza salariale fra i sessi.
Ancora oggi, però, permangono ritardi e disparità tra i sessi.
Limitati, invece, sono stati i progressi nelle condizioni di vita della popolazione femminile in molti paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.
Al di là della mancanza di un riconoscimento legale dell’uguaglianza tra i sessi, risulta poco diffusa l’idea di un diritto della donna all’autorealizzazione personale.
All’inizio del 21. secolo la religione resta ancora il riferimento culturale fondamentale per buona parte dei popoli del pianeta.

La Chiesa di Roma, in particolare, ha guadagnato posizioni nelle tradizionali terre di missione, Africa e Asia, compensando così quella tendenza all’abbandono della pratica dei sacramenti che si registra in molti paesi europei.
Un ruolo importante nel rilancio planetario del cattolicesimo è stato svolto dal papa polacco Karol Woytila, salito al soglio pontificio nel 1978 col nome di Giovanni Paolo 2.
Una altro fenomeno caratteristico di questo periodo è l’espansione della religione musulmana al di là delle sue aree tradizionali di insediamento.
Questo rilancio dell’Islam ha preso spesso le forme dell’integralismo, che ha assunto un notevole peso dopo la rivoluzione iraniana del 1979.
L’integralismo, peraltro, rappresenta solo una componente minoritaria del mondo musulmano e non è una prerogativa esclusiva dell’Islam: correnti fondamentaliste sono attive da sempre nell’ambito delle Chiese cristiane e nel mondo ebraico.
Ai progressi della medicina nella cura delle più diffuse malattie, ha fatto riscontro negli ultimi decenni la comparsa di nuovi virus, fra cui quello che provoca la Sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids).
Gli sviluppi della medicina e della genetica hanno aperto nuovi problemi nei rapporti fra scienza ed etica.
I limiti degli interventi sulla natura e sulla vita costituiscono il campo di riflessione della bioetica.

Bibliografia

Storia verde del mondo / C. Ponting. – Sei, 1992
Energia: storia e scenari / U. Colombo. – Donzelli, 1996
Qualcosa di nuovo sotto il sole: storia dell’ambiente nel 20. secolo / J. R. McNeil. – Einaudi, 2002
Internet: viaggio nel cyberspazio / J. C. Guedon. – Electa-Gallimard, 1996
Il mondo digitale: introduzione ai nuovi media / F. Ciotti, G. Roncaglia. – Laterza, 2000
La fine del lavoro / J. Rifkin. – Baldini & Castoldi, 1995
Dentro la globalizzazione: le conseguenze sulle persone / Z. Bauman. – Laterza, 2001
Globalizzazione dal basso: economia mondiale e movimenti sociali / M. Pianta. – Manifestolibri, 2001
La globalizzazione e i suoi oppositori / J. E. Stiglitz. – Einaudi, 2003
Migranti, coloni, rifugiati: dall’emigrazione di massa alla fortezza Europa / S. Sassen. – Feltrinelli, 2000
La rinascita islamica / B. Lewis. – Il Mulino, 1991
La rivincita di Dio: cristiani, ebrei, musulmani alla riconquista del mondo / G. Kepel. – Rizzoli, 1991
Intransigenza e modernità: la Chiesa cattolica verso il terzo millennio / A. Riccardi. – Laterza, 1996
Il secolo biotech: il commercio genetico e l’inizio di una nuova era / J. Rifkin. – Baldini & Castoldi, 2000

Cap. 18. La caduta dei comunismi

Parola chiave

Pulizia etnica

Di “pulizia etnica” si cominciò a parlare in Europa a proposito dei conflitti interetnici seguiti alla dissoluzione della Jugoslavia e protrattisi per tutti gli anni ’90 del secolo scorso.
L’espressione serve a designare una pratica di persecuzione o di violenza fisica compiuta da una popolazione ai danni di un’altra per terrorizzarla o costringerla ad abbandonare un territorio conteso.
In questo senso, quindi, “pulire” un’area geografica significa renderla forzatamente omogenea, eliminandone tutti gli appartenenti alle etnie minoritarie.
In Jugoslavia, per esempio, il leader serbo Slobodan Milosevic tentò di allontanare in questo modo gli albanesi che risiedevano in Kosovo (e lo stesso fecero, in quegli anni, i serbi contro i croati e i croati contro i serbi nelle aree miste da essi controllate).
L’espressione è stata utilizzata anche a proposito degli scontri tra hutu e tutsi in Ruanda.
Ma può essere anche usata in riferimento a moltissimi episodi del passato, che videro intere popolazioni costrette ad abbandonare le loro terre.
E oggi viene utilizzata dai mass-media per denunciare casi di politiche discriminatorie contro minoranze etniche indesiderate all’interno di una nazione.
In questo senso la “pulizia etnica” si distingue dal genocidio propriamente detto (parola chiave cap. 9): in quest’ultimo, infatti, il fine che ci si propone è l’annientamento fisico di un popolo, mentre la pulizia etnica ha come obiettivo il suo allontanamento, indipendentemente dai mezzi usati per ottenerlo.
In realtà la giurisprudenza internazionale non ha ancora trovato una soluzione chiara riguardo all’eventuale corrispondenza tra genocidio e pulizia etnica.
Alcuni studiosi hanno suggerito una versione molto ristretta del concetto di genocidio: in questa prospettiva solo la Shoah potrebbe essere considerata in questi termini, poiché rimane l’unico caso in cui risulta evidente l’intenzione di distruggere completamente un gruppo, gli ebrei, indipendentemente dal luogo dove vivevano.
Una definizione simile distinguerebbe dunque automaticamente la pulizia etnica dagli atti del genocidio.
Ciò non esclude, tuttavia, che un’accezione più ampia di genocidio possa ricomprendere anche episodi di pulizia etnica.
E’ importante comunque sottolineare che la definizione di genocidio, contenuta nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio (1948) e ripresa nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (1998), pone come requisito l’esistenza di un progetto per distruggere in tutto o in parte un determinato gruppo.

Sommario

Il declino dell’Urss, e in generale dei sistemi comunisti, manifestatosi già negli anni ’70, conobbe una brusca accelerazione nel decennio successivo.
Decisivo , nel determinare la crisi, fu il fallimento del tentativo di Gorbacev di avviare un processo di parziale liberalizzazione aprendo limitati spazi di pluralismo nel sistema sovietico e nei rapporti con i paesi satelliti.
La Polonia aveva anticipato questi mutamenti già all’inizio degli anni ’80, con la nascita del sindacato indipendente Solidarnosc.
Il processo, interrotto nel 1981 da un colpo di Stato militar-comunista, riprese dopo l’avvento di Gorbacev, portando, nell’89, alle prime elezioni libere in un regime di “democrazia popolare”.
I mutamenti in Unione Sovietica ebbero immediati riflessi sui paesi dell’Europa orientale, provocando la crisi dell’intero blocco comunista.
Processi di liberalizzazione furono avviati prima in Polonia – dove già all’inizio degli anni ’80 si era affermato il sindacato indipendente Solidarnosc – e in Ungheria, poi in Germania orientale, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania – l’unico paese in cui il trapasso di regime avvenne in forma violenta.
Mentre in Romania e in Serbia i gruppi “neocomunisti” riuscirono a mantenere il potere, negli altri Stati i partiti comunisti furono completamente travolti.
Nella Repubblica Democratica Tedesca la caduta del muro di Berlino e la vittoria dei cristiano-democratici aprirono la strada alla riunificazione con la Repubblica federale, che fu portata a termine nell’ottobre 1990.
Fra il 1989 e il 1991 gli equilibri mondiali subirono un radicale sconvolgimento.
Nel vuoto aperto dalla crisi dell’Urss e dall’assenza di un nuovo ordine internazionale, si inserì una generale ripresa dei movimenti nazionalisti.
L’evento centrale di questa nuova fase fu la crisi dell’Urss.
Il processo di disgregazione avviato con le riforme di Gorbacev si accelerò dopo un fallito colpo di Stato tentato nell’agosto 1991 dai rappresentanti del vecchio regime.

Alla fine del ’91 l’Unione sovietica cessò di esistere e Gorbacev diede le dimissioni.
Negli anni ’90 l’Europa ex-comunista attraversò momenti difficili dal punto di vista economico e politico.
La Jugoslavia si divise in diversi Stati – Federazione Jugoslava, comprendente Serbia e Montenegro, Croazia, Slovenia, Bosnia e Macedonia – e, dal 1991, fu teatro di una spietata guerra fra le nazionalità: particolarmente sanguinoso il conflitto in Bosnia, concluso da un precario accordo solo nel 1995.
Fra il 1998 e il 1999 esplose la crisi del Kosovo, dove la repressione attuata dai serbi nei confronti della popolazione albanese venne bloccata dall’intervento militare della Nato.
Nel 1997 anche l’Albania conobbe una drammatica crisi interna, risolta solo con l’intervento dell’Onu.

Bibliografia

1989: riflessioni sulla rivoluzione in Europa / R. Dahrendorf. – Laterza, 1990
Le rovine dell’impero: Europa centrale, 1980-1990 / T. Garton Ash. – Mondadori, 1992
La fine delle democrazia popolari / F. Fejto. – Mondadori, 1994
La caduta dei comunismi / B. Bongiovanni. – Garzanti, 1995
Dall’Urss alla Russia: storia di una crisi non finita / G. Boffa. – Laterza, 1995
Le guerre jugoslave, 1991-1999 / J. Pirjevec. - Einaudi, 2001
Capire la Germania / G. E. Rusconi. – Il Mulino, 1990
Diario berlinese, 1989-1990 / R. Darnton. – Einaudi, 1992
Il crollo: la crisi del comunismo e la fine della Germania Est / C. S. Maier. – Il Mulino, 1999
Grande storia della Germania / H. A. Winkler. – Donzelli, 2004

Cap. 19. Il nodo del Medio Oriente

Parola chiave

Fondamentalismo

Si definisce “fondamentalismo” l’atteggiamento di chi si batte per un ritorno ai “fondamenti” della religione: dunque per una interpretazione letterale dei testi sacri posti alla base della propria confessione (si tratti della Bibbia, del Vangelo o del Corano) e per un’applicazione integrale dei precetti in essi contenuti, che dovrebbero informare di sé le leggi dello Stato, e dunque la politica, la cultura, la vita sociale e l’economia (in questo senso si parla anche di integralismo: un termine che però ha un significato più vago e un campo di applicazione più ampio).
I movimenti fondamentalisti si considerano i legittimi detentori delle verità religiose originarie, inquinate dai processi di modernizzazione.
Per imporsi, si inseriscono nelle fasi di crisi, offrendone una spiegazione unica e al tempo stesso una soluzione semplice e immediata: il ritorno, appunto, alle antiche tradizioni e alle certezze del credo religioso.
Essi forniscono, inoltre, ai propri aderenti un’organizzazione e una comunità da cui sono esclusi i non credenti e i dissidenti, considerati come nemici da combattere.
Se l’atteggiamento fondamentalista è antico quanto le religioni, il termine si è imposto soprattutto nel 20. secolo.
I primi a usarlo furono quei gruppi di protestanti conservatori americani che si riconoscevano nei Fundamentals, una raccolta di testi ricavata dalla Bibbia che doveva costituire la base per il rinnovamento spirituale della società.
In ambito islamico, le origini del fondamentalismo contemporaneo vanno fatte risalire al movimenti dei Fratelli musulmani, nato in Egitto alla fine degli anni ’20 del ‘900 per iniziativa di un insegnante, Hasan al-Banna, con lo scopo di reagire all’occidentalizzazione della società in nome di una totale adesione ai precetti coranici.
Ma la diffusione del fenomeno su vasta scala risale alla fine degli anni ’70, in coincidenza con la rivoluzione khomeinista in Iran e con la resistenza dei combattenti afghani all’occupazione sovietica.
Il carattere militante e aggressivo di un certo islamismo radicale – manifestatosi in forma emblematica soprattutto con gli attentati dell’11 settembre 2001 alle torri gemelle di New York (vedi cap. 22.4) – ha fatto sì che il fondamentalismo  islamico venisse avvertito in Occidente (e in molti degli altri paesi musulmani) come una minaccia permanente e come l’emergenza prioritaria del nostro tempo.
Ciò non deve tuttavia far dimenticare che il fondamentalismo in quanto tale non è un carattere esclusivo dell’islamismo.
Esiste un fondamentalismo evangelico, forte soprattutto negli Stati Uniti, legato alla destra conservatrice e impegnato nella battaglia contro le teorie evoluzioniste e contro la pratica dell’aborto.
Esiste un fondamentalismo cattolico, che si batte contro le innovazioni del Concilio Vaticano 2.
Esistono gruppi fondamentalisti ebraici, diffusi sia in Israele sia negli Stati Uniti.
Esiste un fondamentalismo induista, che in India si è spesso scontrato con la minoranza musulmana.
Si tratta, in ognuno di questi casi, di fenomeni minoritari e non necessariamente violenti, che però testimoniano la presenza di vaste aree di disagio e di reazione tradizionalista, che i processi di modernizzazione hanno allargato e acuito.

Sommario

Negli ultimi decenni del ‘900 la centralità strategica del Medio Oriente si accentuò per l’accentuarsi di tre fattori di tensione: l’accresciuto interesse per il petrolio, il prolungarsi del conflitto arabo-israeliano, la diffusione del fondamentalismo islamico.
La pace fra Israele e Egitto stipulata nel 1978 da Sadat e Begin con la mediazione degli Stati Uniti non bastò a favorire un accordo globale nella regione.
In Iran, nel 1979, una rivoluzione rovesciò la monarchia e instaurò una repubblica di stampo teocratico e fondamentalista guidata dall’ayatollah Khomeini.
Violentemente antioccidentale, il nuovo regime entrò subito in contrasto con gli Stati Uniti.
Nel 1980 l’Iran fu attaccato dall’Iraq: la guerra durò otto anni e si risolse in un’inutile carneficina.
Negli anni ’80 si accentuò il conflitto fra Israele e i palestinesi sulla sorte dei territori occupati nel 1967.
A partire dall’87 i palestinesi dei territori diedero vita a una rivolta (intifada) contro Israele che reagì duramente.
I riflessi dell’irrisolto nodo palestinese si erano intanto fatti sentire anche in Libano che, dalla metà degli anni ’70, era entrato in uno stato di cronica guerra civile.
La situazione si aggravò dopo che l’esercito israeliano invase il paese per cacciarne le basi dell’Olp.
L’invasione del Kuwait di Saddam Hussein nel 1990 provocò, nel ’91, la risposta di una coalizione militare guidata dagli Stati Uniti che agiva sotto la bandiera dell’Onu.
La campagna fu rapida e vittoriosa, ma il regime di Saddam rimase in piedi.
La sconfitta dell’Iraq favorì il rilancio del processo di pace, che portò nel 1993 a un accordo fra Israele e i palestinesi dell’Olp.
L’accordo era tuttavia minacciato sia dall’affermazione delle forze nazionaliste in Israele, dopo l’attentato che nel 1995 costò la vita al premier laburista Rabin, sia dalla recrudescenza del terrorismo palestinese inversione fondamentalista.
Nel 2000, dopo un fallito tentativo di giungere a un accordo generale, gli scontri e gli attentati ripresero con rinnovata violenza.
Nemmeno il ritiro israeliano da Gaza, nel 2005, servì a riportare la pace, mentre cresceva l’influenza del movimento integralista Hamas.
Sull’onda della rivoluzione iraniana, le correnti fondamentaliste si diffusero in tutto il mondo islamico e, nel ’96-97, trovarono una base in Afghanistan sotto il regime dei talebani.
L’ondata fondamentalista toccò anche paesi di tradizione laica, come la Turchia e soprattutto l’Algeria.
Qui la reazione dei gruppi fondamentalisti all’annullamento delle elezioni del ’92 provocò una serie di spaventosi massacri.

Bibliografia

Storia del Medio Oriente, 1798-2005 / M. Campanini. – Il Mulino, 2006

Cap. 20. L’Unione europea

Parola chiave

Europeismo

L’europeismo è un movimento politico e di idee che tende a promuovere l’avvicinamento tra gli Stati nazionali europei, fino alla costruzione di un’Europa politicamente unita.
Esso si richiama alle fondamentali affinità culturali e storiche che legano tra loro i popoli d’Europa, al di là dei mutevoli e controversi confini geografici che dividono il continente, e al sentimento di appartenenza a un destino comune.
Richiami a una civiltà europea intesa come unità culturale erano già presenti in epoca pre-rinascimentale, soprattutto in riferimento al lascito della tradizione cristiana medievale.
Il tema della unicità della civiltà europea ritornò in auge nel ‘700 (con Voltaire e Kant) e nell’800 (con Mazzini), non più inteso soltanto nei suoi aspetti culturali ma declinato anche come concreta opzione politica.
Il tema, però, rimase per decenni patrimonio di una ristretta élite.
Spazi per un movimento politico europeista sembrarono aprirsi dopo la fine della prima guerra mondiale: le tragiche conseguenze cui aveva condotto il nazionalismo dei diversi Stati e la crisi del tradizionale equilibrio confermavano le ragioni di chi si poneva l’obiettivo di un superamento delle divisioni interne al continente.
Negli anni ’20 del ‘900, un politico austriaco, Richard Coudenhove-Kalergi, fondò l’Unione paneuropea, finalizzata alla promozione dell’unione politica tra gli Stati del vecchio continente (escluse Russia e Inghilterra); furono anche elaborate alcune proposte federaliste, come il progetto del ministro francese Aristide Briand,  di istituire gli Stati Uniti d’Europa.
L’ascesa al potere dei nazisti, le tensioni e i conflitti degli anni ’30 e poi la seconda guerra mondiale dimostrarono che i tempi non erano ancora maturi.
La fine della guerra ebbe come risultato la divisione politica dell’Europa tra Est e Ovest e, con l’emergere delle superpotenze Usa e Urss, il ridimensionamento del continente nello scenario mondiale.
Fu in questo contesto che l’idea di un’Europa unita – rilanciata durante la guerra da varie forze antifasciste – divenne un tema all’ordine del giorno del dibattito politico e culturale.
Essa fu sostenuta da politici di diverso orientamento: socialisti come il francese Leon Blum e il belga Paul-Henri Spaak, cattolici come il tedesco Konrad Adenauer, l’italiano Alcide De Gasperi e il francese Robert Schuman, conservatori come Winston Churchill.
Importante fu poi l’azione di alcuni gruppi europeisti, il principale dei quali fu il Movimento federalista europeo (ispirato al Manifesto per l’Europa libera e unita, redatto nel 1941 dagli antifascisti italiani Ernesto Rossi e Altiero Spinelli durante il confino a Ventotene, e guidato dallo stesso Spinelli), sorto intorno all’obiettivo della costituzione degli Stati Uniti d’Europa.
Se l’idea di un avvicinamento tra le nazioni del continente fu largamente condivisa, profonde divergenze si registrarono – e in parte continuano a registrarsi -  sulle forme che avrebbe dovuto assumere il processo d’integrazione.
L’europeismo assunse diverse declinazioni: al modello federalista si contrapposero quello confederalista (basato sulla cooperazione tra i governi e sulla conservazione delle sovranità statali) di cui si fece assertore, tra gli altri, Charles De Gaulle con la sua “Europa delle patrie”, e quello funzionalista, cioè che puntava al superamento della sovranità statale assoluta attraverso accordi settoriali, portato avanti in particolare dal politico francese Jean Monnet.
Le idee europeiste, nel loro insieme, diedero un notevole impulso all’avvio del processo di integrazione.
Il percorso seguito a partire dalla costituzione della Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, 1951) e, soprattutto, della Cee (Comunità economica europea, 1957), sino ai più recenti sviluppi, è stato contrassegnato da un  prevalere del modello funzionalista, evidente soprattutto nella scelta di far precedere l’integrazione economica a quella politica, nel tentativo di aggirare le forti resistenze degli Stati nazionali.

Sommario

Dopo i trattati di Roma del 1957, il cammino verso l’integrazione politica dell’Europa si arrestò.
Solo nella seconda metà degli anni ’70 si ebbero due novità importanti: l’elezione a suffragio diretto del parlamento europeo e l’istituzione dello Sme, un sistema di cambi fissi fra le monete dei paesi membri.
Nel decennio successivo, il processo di integrazione fu rilanciato dalla firma dell’Atto unico europeo (1995) e del trattato di Maastricht (1992), che diede vita all’Unione europea e stabilì le condizioni per entrarvi.
I firmatari si impegnarono fra l’altro a realizzare entro il 1999 il progetto di una Unione monetaria europea, con una moneta unica (euro) e una Banca centrale (Bce).
A partire dal gennaio 2002 l’euro sostituì le monete nazionali (tranne la Gran Bretagna).
Il dibattito sull’Unione europea ( e sui vincoli che essa poneva alle politiche nazionali) si intrecciò con le vicende dei singoli paesi, che videro in questi anni una regolare alternanza tra forze moderate e forze di orientamento socialista.
All’inizio del nuovo secolo, l’Unione accolse le richieste di adesione di quali tutti i paesi ex-comunisti dell’Europa orientale.
Fu così cancellata la frattura creatasi con la guerra fredda.
Segnò invece il passo il processo di integrazione politica, soprattutto dopo la bocciatura, nel 2005, da parte dell’elettorato francese e olandese, del progetto di Costituzione europea elaborato, tra il 2001 e il 2003, da una apposita commissione

Bibliografia

Storia dell’idea di Europa / F. Chabod. – Laterza, 2001
Storia di un’idea e di un’identità / H. Mikkeli. – Il Mulino, 2002
Storia d’Europa dal 1945 a oggi / G. Mammarella. – Laterza, 2000
L’Europa difficile: storia politica dell’integrazione europea, 1948-2000 / B. Olivi. – Il Mulino, 2000
Storia dell’integrazione europea / L. Rapone. – Carocci, 2002
L’integrazione economica europea, 1947-2006 / F. Fauri. – Il Mulino, 2006
La costituzione dell’Europa / J. H. H. Weiler. – Il Mulino, 2003

Cap. 21. Sviluppo e disuguaglianza

Parola chiave

Debito estero

Si intende per “debito estero” un debito pubblico a scadenza pluriennale contratto da uno Stato con creditori privati, governi ed enti pubblici di altri paesi e rimborsabile in valuta straniera, merci e servizi.
Il debito estero di un paese si forma se il fabbisogno di fondi per finanziare la spesa privata in investimenti e la spesa pubblica è maggiore dei capitali disponibili all’interno dello Stato.
Prendere a prestito fondi dalle economie più avanzate, o semplicemente più ricche di capitali, è pratica normale per quegli Stati che debbano affrontare speciali emergenze (guerre, ricostruzioni, opere di modernizzazione) e in genere per ogni paese che intenda scommettere sulla propria crescita.
In particolare, negli anni ’70 del ‘900, i paesi in via di sviluppo acquisirono ingenti prestiti dall’estero al fine di avviare la propria industrializzazione.
E’ dunque in quel periodo che si registrò un rilevante aumento del volume del debito.
Già nel decennio successivo, per molti paesi in via di sviluppo, il debito estero divenne un problema drammatico.
Infatti, alla fine degli anni ’70, la rivalutazione del dollaro, provocata dalla necessità di contrastare gli effetti del caro petrolio, determinò un brusco aumento dei tassi di interesse sui prestiti internazionali e una crescita dello stesso ammontare dei debiti.
Molti paesi debitori entrarono allora in difficoltà: è stato calcolato che tra il 1978 e il 1981 il peso reale degli interessi, al netto dell’inflazione, passò da un fattore negativo (-20%) a uno positivo (+20%).
Questo incremento innescò una seria crisi economica nelle aree meno sviluppate del pianeta.
Nel 1982 il Messico dichiarò una moratoria sul debito estero, ovvero una sospensione temporanea dei pagamenti, e successivamente molti altri Stati presentarono richieste di rinvio delle scadenze e appelli per una rinegoziazione.
Il debito estero, infatti, si rivelò un peso insostenibile per le fragili economie di molti paesi, soprattutto dell’Africa e dell’America Latina.
Intervenne allora il Fondo monetario internazionale come garante di nuovi accordi di rinegoziazione tra paesi debitori e paesi creditori.
Questo coinvolgimento del principale organismo finanziario internazionale inaugurò una nuova politica dei prestiti, che vennero sempre più vincolati a riforme economiche da realizzare nei paesi beneficiari.
Lo scopo era quello di cercare di stabilizzare la situazione economica negli Stati debitori al fine sia di ridurre i rischi di insolvenza sia di promuovere l’espansione del mercato mondiale.
Ma questa strategia, che provocò una severa compressione dei consumi in paesi già poveri,  divenne oggetto di molte critiche.
Alla fine degli anni ’80 il Fondo monetario internazionale cambiò approccio e divenne promotore di interventi di rilancio economico nei paesi in via di sviluppo, appoggiando l’avvio di una riduzione volontaria del debito su basi bilaterali.
Da allora molti Stati si giovarono dell’annullamento di una parte del debito e di una serie di significativi condoni.
Il che non impedì il prolungarsi dello stato di crisi in molti paesi e il verificarsi di casi di insolvenza, come quello di cui fu protagonista l’Argentina nel 2000-1

Sommario

Nonostante i grandi mutamenti verificatisi in alcune aree del Terzo Mondo – fra i produttori di petrolio, nei paesi di nuova industrializzazione del Sud-Est asiatico, in India e in Cina – alla fine del ’900 il divario fra i paesi ricchi e i paesi poveri complessivamente si approfondì.
In Africa si registrarono vere e proprie tragedie della fame, mentre il problema del debito estero si faceva sempre più pressante.
In Asia, negli anni ’80 e ’90, lo straordinario sviluppo economico non fu accompagnato da un significativo progresso della democrazia.
In Cina gli eredi di Deng riuscirono a inserire il paese in un mercato internazionale da cui era rimasto isolato per decenni.
In Giappone, dopo un lungo periodo di sviluppo sostenuto, esplose negli anni ’90 una crisi economica aggravata da una serie di difficoltà politiche.
In India ci fu un consolidamento delle istituzioni rappresentative, mentre in Pakistan portarono al potere i militari.
In Indonesia finì la dittatura di Suharto, ma il paese rimase instabile per una proliferazione di conflitti etnico-religiosi.
Alla fine del ‘900 il modello di sviluppo asiatico, fondato sulla flessibilità e sui bassi salari, fu in parte incrinato da una grave crisi finanziaria.
Non s’interruppe però la crescita della Cina, cui si aggiunse quella dell’India.
Negli anni ’90 l’Africa nera vide i suoi mali aggravati da una lunga serie di colpi di Stato e di guerre civili che, in alcuni paesi, giunsero a distruggere ogni autorità centrale.
Le note incoraggianti vennero soprattutto dal Sudafrica, dove si concluse la lunga stagione dell’Apartheid.
Un conflitto che trovò soluzione fu anche quello tra gli indipendentisti eritrei e lo Stato etiopico: nel 1993, infatti, nacque lo Stato indipendente dell’Eritrea.
La Somalia divvenne teatro di una spietata guerra fra clan e bande rivali, che non venne arrestata nemmeno da una missione di pace dell’Onu.
Più tardi fu il Ruanda a essere dilaniato da una crudelissima guerra, fra le etnie degli hutu e dei tutsi, che ebbero tragiche conseguenze anche in Zaire.
In America Latina, negli anni ’80, si assisté alla caduta delle dittature militari e al conseguente ritorno a una sia pur precaria vita democratica.
Questo processo di democratizzazione, però, incontrò numerosi ostacoli di natura economica, politica e sociale.
Quasi tutti i paesi furono travagliati dall’inflazione e da un pesantissimo carico di debiti con l’estero.
Gli inizi degli anni ‘9’ segnarono l’inizio di una ripresa e la tendenza alla creazione di aree economicamente integrate (Nafta, Mercosur).
Per i maggiori paesi del Sud America una nuova crisi si profilò a partire dal 1998: il Brasile riuscì a superare il momento difficile, mentre l’Argentina precipitò in una gravissima crisi finanziaria.
Negli anni successivi, in alcuni paesi latino-americani (Venezuela, Bolivia, Ecuador) si alternarono regimi populisti di sinistra

Bibliografia

Globalizzazione e disuguaglianze / L. Gallino. – Laterza, 2007
Il leone e il cacciatore: storia dell’Africa subsahariana / A. M. Gentili. – Il Mulino, 1995
Il secolo cinese / F. Rampini. – Mondadori, 2005

Cap. 22. Nuovi equilibri e nuovi conflitti

Parola chiave

Multiculturalismo

Questo termine, elaborato originariamente nell’ambito delle discipline antropologiche, indica il riconoscimento della pari dignità delle espressioni culturali di tutti i gruppi e comunità che convivono in una società.
E’ un concetto che si fonda sull’idea che ciascun essere umano ha diritto a crescere dentro la propria cultura e la propria tradizione e non deve essere costretto ad assimilarsi a quella della maggioranza.
La parola “multiculturalismo” cominciò a circolare con insistenza negli Stati Uniti e in Canada durante gli anni ’70 del ‘900, per poi diffondersi altrove nel decennio successivo.
Inizialmente, il termine faceva riferimento soprattutto alla convivenza all’interno della società di etnie e culture diverse.
Decisiva, al riguardo, era stata, negli Stati Uniti, la mobilitazione degli afro-americani per il riconoscimento dei diritti civili negli anni ’60.
E altrettanto importante era stata la decisione del governo canadese di avviare, all’inizio degli anni ’70, una politica federale multiculturale per soddisfare le richieste delle minoranze, soprattutto di quella francofona.
Ma presto si affermò un’accezione più ampia del concetto di multiculturalismo, che faceva riferimento a tutte le differenze presenti in una società.
A ispirarla fu soprattutto l’esperienza dei movimenti collettivi degli anni ’60, in particolare del femminismo, che rivendicava il riconoscimento della differenza “di genere”.
A quest’ultima si aggiunsero poi le differenze di preferenze sessuali, di stili di vita, di credenze spirituali.
Oggi il tema del multiculturalismo è al centro del dibattito pubblico nelle società occidentali, non solo in quelle profondamente trasformate dall’immigrazione.
E costituisce il principio legittimante di tutte le politiche di affirmative action (azione affermativa), destinate cioè a garantire pari opportunità e quote di presenze (nelle università, in politica o negli uffici pubblici) a donne e minoranze culturali.
La questione risulta strettamente intrecciata all’idea che lo Stato debba trattare con rispetto non solo il cittadino in quanto entità astratta, ma anche la persona col suo patrimonio di esperienze e di culture: ovvero che le istituzioni pubbliche debbano valorizzare anche ciò che rende diversi gli individui.
Questa idea, però, pone a sua volta problemi nuovi, resi evidenti negli ultimi decenni soprattutto dalla crescita e dalla riscossa identitaria delle comunità islamiche immigrate in Occidente.
Ci si chiede in particolare se l’ideale del rispetto per l’identità culturale di ogni singola comunità (comunitarismo) possa entrare in contrasto con i valori dello Stato di diritto e della stessa democrazia basata sull’uguaglianza dei cittadini, o quantomeno rendere più difficile il funzionamento di leggi e istituzioni che dovrebbero valere per tutti, al di là dei confini comunitari.

Sommario

Dopo il crollo dell’Urss gli equilibri mondiali subirono un radicale sconvolgimento.
Nel vuoto aperto dalla crisi dell’Urss e dall’assenza di un nuovo ordine internazionale, si inserì una generale ripresa dei movimenti nazionalisti e fu lanciata la sfida al fondamentalismo islamico.
Negli Stati Uniti, le difficoltà economiche provocarono, nel ’92, la sconfitta del presidente americano Bush, che pure aveva riportato notevoli successi in politica internazionale e l’elezione del democratico Clinton.
Dopo le iniziali incertezze (dovute anche alle difficoltà inerenti al nuovo ruolo degli Usa, diventati l’unica super potenza mondiale), Clinton accrebbe la sua popolarità grazie soprattutto alla notevole congiuntura economica e fu rieletto nel ’96.
Nonostante i buoni risultati ottenuti da Clinton nel suo secondo mandato, le presidenziali del 2000 furono vinte di strettissima misura dal repubblicano George W. Bush.
La Federazione russa, sotto la guida di Eltsin, cercò di ereditare il ruolo dell’Urss, ma si trovò in condizioni di grave dissesto economico e di cronica instabilità politica, aggravata dal conflitto con i separatisti della Cecenia.
Una parziale stabilizzazione fu avviata a partire dal 2000, con l’elezione di Putin alla presidenza.
Questi rilanciò la guerra in Cecenia e avviò una politica estera con l’obiettivo di rafforzare il ruolo della Russia.
L’11 settembre 2001 il terrorismo integralista mise a segno un clamoroso attentato contro le Twin Towers a New York e contro il Pentagono a Washington.
L’intero Occidente ne fu sconvolto.
La reazione degli Stati Uniti e dei loro alleati si indirizzò contro l’Afghanistan, che ospitava il presunto capo dei terroristi, Osama bin Laden: l’oppressivo regime dei talebani fu spazzato via dai bombardamenti americani e dall’offensiva delle forze d’opposizione.
Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti volsero la loro attenzione all’Iraq di Saddam Hussein, accusato di nascondere armi di distruzione di massa.
Dopo un infruttuoso negoziato tra Onu e Iraq, Stati Uniti e Gran Bretagna cominciarono a preparare un’operazione militare.
Su questa decisione la comunità internazionale si divise: da una parte Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna, determinati all’uso della forza; dall’altra Francia, Germania, Russia, Cina e Stati arabi, favorevoli a una soluzione diplomatica.
Il 20 marzo 2003 i primi missili statunitensi colpirono Baghdad.
Nei giorni seguenti le truppe anglo-americane cominciarono ad avanzare in Iraq.
Il regime di Saddam Hussein si sfaldò all’istante ma la pacificazione del paese si rivelò lenta e difficile.

Bibliografia

L’impero riluttante / a cura di S. Romano. – Il Mulino, 1992
Verso il 21. secolo / P. Kennedy. – Garzanti, 1993
America senza rivali? / G. J. Ikenberry. – Il Mulino, 2004
Colossus: ascesa e declino dell’impero americano / N. Ferguson. – Mondadori, 2006
Occidentalismo: l’Occidente agli occhi dei suoi nemici / I. Buruma, A. Margalit. – Einaudi, 2004

Cap. 23. La seconda repubblica

Parola chiave

Proporzionale / Maggioritario

A partire dalle elezioni per l’Assemblea costituente e fino ai due referendum del 9-10 giugno 1991 e del 18 aprile 1993, gli italiani hanno eletto i loro rappresentanti politici in Parlamento con un sistema proporzionale plurinominale basato sullo scrutinio di lista: nei collegi elettorali venivano presentate liste di partiti, ciascuna contrassegnata da un simbolo e composta da un numero di candidati pari ai seggi in palio; gli elettori esprimevano la loro opzione per una lista ed eventualmente per uno o più candidati (voto di preferenza).
Ad ogni partito veniva assegnato un numero di seggi proporzionale ai voti raccolti.
Il sistema proporzionale assicura un’esatta raffigurazione delle scelte dell’elettorato, ma spesso indebolisce la stabilità del governo.
Viene infatti incoraggiata e moltiplicata la frammentazione politica, garantendo rappresentanti in Parlamento a piccoli gruppi o partiti con basse percentuali di voti: tutti così sono incoraggiati a partecipare alla corsa elettorale, anche se la differenza tra formazioni affini è limitata.
Perciò difficilmente in un sistema proporzionale un partito conquista la maggioranza assoluta: per formare un governo è spesso necessaria una vasta coalizione di partiti, dove ogni forza tende a sottolineare le differenze rispetto agli alleati per accrescere il proprio consenso, indebolendo l’attività del governi.
Inoltre, in un regime parlamentare privo di altre cariche direttamente elette dal popolo (come il capo dello Stato o il capo del governo), questo sistema elettorale contribuisce ad assegnare ai partiti un ruolo determinante nelle decisioni politico-istituzionali, a scapito degli elettori: con il voto nell’urna viene indicato soltanto il partito preferito, mentre la formazione del governo, l’elaborazione del programma, la scelta dei ministri sono il risultato di trattative tra le forze politiche dopo le elezioni.
Per questo, in alcuni casi, il metodo proporzionale viene corretto con l’introduzione di un premio di maggioranza, ovvero di una quota supplementare di seggi, allo scopo di favorire la stabilità.
In altri casi (come quello della Repubblica federale tedesca dopo la seconda guerra mondiale) lo stesso obiettivo viene perseguito attraverso una soglia di sbarramento (in Germania è del 5%): chi non la supera è escluso dalla rappresentanza parlamentare.
Con il sistema maggioritario uninominale, invece, il territorio elettorale è diviso in un numero di collegi pari ai rappresentanti da eleggere (dunque molto più piccoli rispetto a quelli del sistema proporzionale e tali da favorire un contatto più diretto tra eletto ed elettori), dove si raffrontano i candidati, uno per ciascun partito o coalizione di partiti (da cui “uninominale”): chi ottiene il maggior numero di voti (anche se non necessariamente la maggioranza assoluta) ha diritto al seggio.
Esistono molte versioni del sistema uninominale: le più note sono l’inglese e la francese.
Nel primo caso la votazione avviene in un unico turno: è così possibile conquistare il seggio anche con una maggioranza relativa molto bassa di voti.
Nel secondo caso, invece, qualora nessun candidato si sia aggiudicata la maggioranza assoluta al primo turno, viene svolto un secondo turno elettorale (detto ballottaggio) tra i candidati più votati, consentendo eventualmente agli elettori dei candidati esclusi di votare per l’esponente politicamente più vicino tra quelli rimasti in gara.
Il sistema maggioritario uninominale elimina la corrispondenza proporzionale tra voti e seggi: generalmente chi ottiene la maggioranza relativa di voti conquista un numero di seggi superiore a quanti gliene spetterebbero in proporzione.
Viene così garantita una semplificazione del panorama politico, che tende ad evolvere verso il bipartitismo (nel caso del turno unico) o verso il bipolarismo (nel caso del doppio turno), poiché i piccoli gruppi con un consenso limitato sono incoraggiati a fondersi o allearsi con le formazioni più vicine.
In Italia la legge elettorale per il Parlamento, approvata dopo il referendum del 1993, era diversa dai modelli descritti: per evitare gli effetti traumatici del maggioritario puro su un sistema politico abituato al proporzionale,  era previsto un unico turno maggioritario per i tre quarti dei seggi, mentre era mantenuto il proporzionale per il restante quarto.
Le conseguenze furono contraddittorie: per un verso i partiti erano incoraggiati ad aggregarsi in cartelli elettorali per conquistare i seggi uninominali, per l’altro tendevano a differenziarsi per ottenere consensi nella quota proporzionale.
Alla fine del 2005, la maggioranza di centro-destra attuò una nuova riforma, che reintroduceva il criterio proporzionale con liste bloccate (ossia decise dai partiti, senza voto di preferenza), correggendolo con un premio di maggioranza per la coalizione vincente (su base nazionale alla Camera, regionale al Senato) e con una clausola di sbarramento fissata al 4%.
Il risultato ambiguo delle elezioni dell’aprile 2006 e la difficile governabilità che ne seguì convinsero le maggiori forze politiche (compresi alcuni fra i promotori della riforma) dell’opportunità di un ulteriore intervento legislativo, sollecitato anche da una nuova proposta referendaria che mirava a semplificare il sistema attribuendo il premio alla lista, anziché alla coalizione, vincente.
Il tema della riforma elettorale tornava così ancora una volta al centro del dibattito politico.

Citazione

Il Presidente della Repubblica designò allora, come figura indiscussa al di sopra delle parti, il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, per formare il nuovo governo.
Ciampi costituì il nuovo governo, muovendosi al di fuori delle logiche partitiche e delle maggioranze precostituite, richiamando ministri del precedente gabinetto, ma inserendo tecnici ed esponenti di altre aree.
Pag. 447-48

L’impegno di un nuovo esecutivo era rivolto in primo luogo a favorire il varo di una nuova legge elettorale per le due Camere che recepisse il principio maggioritario indicato dal referendum per il Senato.
Si proponeva inoltre di continuare sulla via delle privatizzazioni, della riduzione della spesa pubblica e delle riforme fiscali.
L’intento, infine, di contenere o diminuire la disoccupazione sembrava contraddetto dalla recessione economica e dall’obiettivo di ridurre la spesa.
Pag. 449-50

Per un insieme di fattori dipendenti dall’alto numero di collegi dell’Italia settentrionale e dal sistema elettorale uninominale i candidati eletti della Lega Nord furono più numerosi di quelli di Forza Italia, nonostante il movimento di Berlusconi avesse ottenuto percentualmente il maggior numero di voti in tutta Italia (21%) e superato la Lega persino in Lombardia.
Il Pds si assestò come secondo partito (20,3%) seguito da Alleanza nazionale (13,5%) e dal Ppi (11,1%).
Pag. 452

Sommario

Nel linguaggio corrente è ormai consuetudine indicare con l’espressione “seconda repubblica” il nuovo assetto politico determinatosi in Italia negli anni 1992-94.
I primi anni ’90 vedevano aggravarsi i fattori di crisi, sia sul terreno dell’economia (aumento del deficit pubblico, rallentamento della produzione, svalutazione della lira), sia su quello della convivenza civile (ripresa dell’offensiva mafiosa, dilagare della corruzione).
Sul piano politico, le maggiori novità furono la trasformazione del Pci in Partito democratico della sinistra e l’emergere di nuovi movimenti ostili al sistema dei partiti (verdi, Lega, Rete).
Dopo le elezioni del 5 aprile 1992, che segnavano la sconfitta delle forze tradizionali e mettevano in crisi i vecchi equilibri, il governo presieduto da Giuliano Amato ottenne alcuni successi nell’affrontare l’emergenza economica e quella dell’ordine pubblico.
Ma il ceto politico, delegittimato dalle inchieste della magistratura, non riusciva a trovare un accorso sulle riforme istituzionali.
Il referendum dell’aprile 1993 imponeva il passaggio al sistema maggioritario uninominale, passaggio confermato dalle nuove leggi elettorali.
Dopo le dimissioni di Amato (aprile) il governo Ciampi affrontava la crisi economica e occupazionale del paese, mentre le forze politiche si preparavano a un nuovo confronto elettorale.
Le elezioni del marzo 094, tenutesi col nuovo sistema maggioritario uninominale (che poneva le premesse per instaurare un meccanismo di alternanza tra maggioranza e opposizione), portarono al governo una precaria maggioranza di centro-destra guidata dall’imprenditore Silvio Berlusconi.
Costretto dopo solo sette mesi a dimettersi per i contrasti sopraggiunti all’interno della maggioranza, gli succedeva un ministero di tecnici presieduto da Lamberto Dini e sostenuto da uno schieramento di forze di centro-sinistra.
Nuove elezioni anticipate (aprile ’96) vinte dalla coalizione di centro-sinistra, inauguravano una nuova fase di governo diretta dal leader dell’Ulivo Romano Prodi.
Il governo di centro-sinistra affrontò il problema del deficit di bilancio riuscendo a ridurlo nel corso del 1997 e quindi a rientrare nei parametri indicati nel trattato di Maastricht per l’ingresso nell’Unione monetaria.
Fra i problemi politici del paese rimanevano aperti quello dei correttivi al Welfare e quello relativo alle riforme istituzionali, in presenza di una perdurante instabilità politica.
Nel 1998 il governo Prodi cadde e fu sostituito da un nuovo centro-sinistra guidato da D’Alema.
Nel 1999 l’Italia partecipò con gli altri paesi della Nato all’intervento militare in Kosovo.
Nel 2000, dopo la sconfitta elettorale nelle regionali, a D’Alema succedette un altro governo di centro-sinistra presieduto da Amato.
Alla fine della legislatura la maggioranza approvò un’importante legge costituzionale che ampliava i poteri degli enti locali.
Le trasformazioni sociali dell’Italia si misuravano ormai con i comportamenti demografici che registravano una spiccata denatalità e un invecchiamento della popolazione.
L’omologazione dei consumi non riusciva a nascondere differenze sociali basate soprattutto sulla disuguaglianza dei redditi e dei livelli culturali.
Le elezioni politiche del maggio 2001 diedero una netta vittoria alla Casa delle libertà, al coalizione guidata da Berlusconi, che nel giugno successivo formò il nuovo governo di centro-destra.
La grande riforma istituzionale voluta dalla maggioranza e approvata nel 2005, fu respinta dal successivo referendum di conferma.
Le elezioni dell’aprile 2006, tenute con una nuova legge elettorale,  segnarono la sconfitta, con stretto margine, del centro-destra.
Dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, il diessino Giorgio Napolitano, Romano Prodi formò, in maggio, il nuovo governo di centro-sinistra.
Ma, due anni dopo, le divisioni interne alla maggioranza provocarono una nuova crisi di governo.
Alle elezioni anticipate dell’aprile 2008 si presentarono schieramenti largamente rinnovati: il Popolo della libertà, la nuova formazione politica creata da Berlusconi, prevalse nettamente sul Partito democratico, guidato da Walter Veltroni.
E Berlusconi riassunse la guida del governo

Bibliografia

La grande slavina / L. Cafagna. – Marsilio, 1993
Terra incognita: le radici geopolitiche della crisi italiana / L. Caracciolo. – Laterza, 2001
Dal Pci al Pds / P. Ignazi. – Il Mulino, 1992
La Lega / I. Diamanti. – Donzelli, 1993
La popolazione italiana: dall’espansione al contenimento / E. Sonnino. – In: Storia dell’Italia repubblicana, Vol. 2, t. 1. – Einaudi, 1995
I mutamenti della stratificazione sociale / M. Paci. - In: Storia dell’Italia repubblicana, Vol. 3, t. 1. – Einaudi, 1996
L’Italia del tempo presente: famiglia, società civile, Stato / P. Ginsborg. – Einaudi, 1998
Italiani/e: dal miracolo economico a oggi / V. Vidotto. – Laterza, 2005


Cap. 1. La nascita degli Stati Uniti

Parola chiave

Costituzione

Quando si parla di Costituzione, si fa riferimento in genere alla “legge fondamentale dello Stato”, cioè al testo legislativo che contiene le norme fondamentali relative all’organizzazione dei poteri dello Stato poste alla base di qualsiasi altra legge.
In essa il cittadino trova affermati i suoi doveri e i suoi diritti nei confronti dello Stato.
Costituzione appare dunque un sinonimo di Carta costituzionale.
Benché questa definizione sia prevalente nell’uso comune, essa non è propriamente corretta.
Non tutti gli stati infatti hanno una costituzione scritta.
L’esempio più significativo in proposito è quello dell’Inghilterra.
Quando si parla di “Costituzione inglese” si fa riferimento non a uno specifico testo legislativo ma a un complesso di norme che hanno in parte carattere consuetudinario o convenzionale (derivano cioè da consuetudini affermatesi nel corso del tempo) e in parte sono scritte in testi emanati in periodi diversi.
In generale, nell’uso corrente, con il termine costituzione si fa riferimento a una tipologia di Costituzione largamente prevalente: la Costituzione scritta, la Carta costituzionale.
A l loro apparire, le Costituzioni scritte rappresentarono una profonda rottura col passato.
Le prime ad entrare in vigore furono quelle emanate dagli stati nordamericani: nel 1776 in Virginia, nel New Jersey, nel Delaware, nella Pennsylvania, nel Maryland e nel North Carolina; nel 1777 nella Giorgia e nello Stato di New York; nel 1778 nel Massachusetts.
Nel 1788 la maggioranza degli stati nordamericani, riuniti alla Convenzione di Philadelphia, ratificò la Costituzione degli Stati Uniti d’America, tuttora in vigore.
Nell’ultimo decennio del 18. secolo  videro invece la luce le Costituzioni francesi del 1791, del 1793(anno 1.), del 1795 (anno 3.) e del 1799 (anno 8.), che assegnava il potere esecutivo a Napoleone Bonaparte, divenuto Primo console.
In Italia la prima Costituzione scritta fu quella della Repubblica di Bologna (1796), seguita da quella della Repubblica cispadana (1797) e della Repubblica cisalpina (1797 e 1798), testi legati all’esperienza giacobina, che restarono in vigore per breve tempo.
Fu nel corso della prima metà dell’800, in concomitanza con la diffusione delle idee liberali e costituzionaliste, che la gran parte degli stati europei si dotò di carte costituzionali destinate a rimanere a lungo in vigore.
Secondo il “costituzionalismo”, un indirizzo politico-filosofico emerso nel ‘600 e affermatosi alla fine del ‘700, sono da considerare costituzionali solo gli stati che garantiscono la libertà dei cittadini e la divisione dei poteri; in assenza di radicate consuetudini, tale garanzia può essere assicurata solo da un documento scritto, solennemente adottato come legge fondamentale dello Stato.

Sommario

La colonizzazione inglese del Nord America, iniziata al principio del ‘600 e costantemente legata ad un’aspra lotta contro gli indiani, fu il prodotto dell’iniziativa di compagnie commerciali e dell’emigrazione di minoranze politiche e religiose (anzitutto puritani).
Alla metà del ‘700 i possedimenti inglesi comprendevano tredici colonie, tutte sulla fascia costiera atlantica.
L’economia delle colonie del Nord si fondava sulla coltivazione dei cereali e, nei centri urbani, su una vivace attività commerciale e cantieristica.
Nel Sud prevalevano le piantagioni di tabacco, con grandi proprietà basate sul lavoro degli schiavi.
Nel Centro, l’economia presentava un quadro differenziato e gli squilibri sociali erano più marcati.
Per tutte le colonie, alla forte dipendenza economica dalla Gran Bretagna faceva riscontro una notevole autonomia sul piano politico.
I vincoli delle colonie con la madrepatria erano sempre stati strettissimi.
Il contrasto da cui ebbe origine la lotta per l’indipendenza nacque, negli anni ’60 del secolo 18., in seguito alla decisione della Gran Bretagna di far pagare in misura crescente alle colonie i costi del proprio impero americano (che, dopo la guerra dei sette anni, si estendeva dal Canada alla Florida).
I coloni affermavano il principio che ogni tassa dovesse essere approvata da un’assemblea in cui fossero rappresentati i diritti dei tassati (e non era questo il caso del Parlamento britannico).
Su tale base la protesta di andò sempre più orientando verso la rivendicazione dell’indipendenza.
Nel 1774, dopo dure misure di ritorsioni inglesi, la ribellione divenne aperta.
Nel 1775 si formò un esercito di coloni, sotto il comando di Washington; l’anno successivo il Congresso continentale approvò la Dichiarazione d’indipendenza.
Sul piano militare le colonie avevano un netto svantaggio rispetto alle truppe inglesi, e inoltre erano divise al loro interno; notevoli anche i problemi finanziari della guerra contro la Gran Bretagna.
Poterono valersi della solidarietà dell’opinione pubblica europea e, soprattutto, dell’intervento in loro favore di Francia e Spagna.
Nel 1783 la Gran Bretagna riconobbe l’indipendenza delle tredici colonie.
Nel 1787 una Convenzione costituzionale dette vita ad uno Stato federale, e ad un sistema politico di tipo presidenziale basato sulla divisione e l’equilibrio dei poteri.
Il presidente della repubblica era a capo dell’esecutivo e indipendente dal legislativo (esercitato dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato); il potere giudiziario era posto sotto il controllo di una Corte suprema.
La Costituzione doveva però essere approvata dai singoli stati dell’Unione: in questa fase si sviluppò un acceso dibattito tra federalisti (che erano favorevoli ad un forte potere centrale ed esprimevano gli interessi di commercianti, industriali e grandi proprietari terrieri) e antifederalisti (che esprimevano le esigenze dei ceti medio-bassi ed erano portatori di posizioni democratiche e “ruraliste”).
Prevalsero le tesi federaliste, pur se mitigate dall’approvazione di dieci emendamenti alla Costituzione.
Nel 1789 Washington fu eletto presidente.
Negli anni successivi, la politica economica di Hamilton, leader dei federalisti, suscitò l’opposizione dei proprietari del Sud e dei coloni dell’Ovest, che trovarono un punto di riferimento nel partito repubblicano-democratico, il cui esponente più autorevole fu Jefferson.
Contemporaneamente si precisavano i criteri dell’espansione verso ovest: le regioni di nuova colonizzazione acquisivano lo status di “territori” per poi trasformarsi, raggiunti i 60000 abitanti, in Stati dell’Unione.

Bibliografia

Le origini degli Stati Uniti / B. Bailyn, G. S. Wood. – Il Mulino, 1987
La rivoluzione americana: una rivoluzione costituzionale / N. Matteucci. – Il Mulino, 1987
La formazione degli Stati Uniti d’America / A. Aquarone…et al. – Nistri-Lischi, 1961
La rivoluzione americana / T. Bonazzi. – Il Mulino, 1977
Storia degli Stati Uniti / A. Nevins…et al. – Einaudi, 1980
Gli Stati Uniti / R. Luraghi. – Utet, 1974
L’era delle rivoluzioni democratiche / R. R. Palmer. – Feltrinelli, 1971 

Cap. 2. La Rivoluzione francese

Parola chiave

Rivoluzione

Nel linguaggio storico il concetto di rivoluzione ha assunto solo gradatamente il significato corrente di rovesciamento rapido e violento di un assetto politico e sociale.
Nel ‘500 e ‘600 il termine (mutuato dall’astronomia, dove designava il movimento di un corpo celeste e il suo ritorno al punto di partenza, o il compimento di un ciclo temporale) indicava genericamente un mutamento politico.
Poté così  essere riferito, ad esempio in Inghilterra, tanto agli avvenimenti del periodo di Cromwell che alla restaurazione di Carlo 2.; veniva impiegato inoltre nell’accezione che diamo oggi all’espressione “colpo di Stato”.
Nel definire “rivoluzione” l’espulsione della dinastia Stuart nel 1688-89 e l’ascesa al trono di Guglielmo e Maria, il termine conservava il duplice significato di cambiamento politico e di ritorno (ciclico) alle antiche libertà inglesi.
Nel pensiero degli illuministi il concetto cominciò a riflettere idee e aspettative di trasformazione sociale.
“Voi avete fiducia nell’ordine attuale della società – scrisse Rousseau nell’Emilio (1782) – senza pensare che questo ordine è soggetto a rivoluzioni inevitabili […].
Il grande diventa piccolo, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito […].
Ci avviciniamo alla situazione di crisi e al secolo delle rivoluzioni”.
Dopo il 1789 il termine prese il suo significato attuale e assunse, nel vocabolario politico democratico, una valenza fortemente positiva apparendo sempre più come un momento necessario e ineliminabile per lo sviluppo delle istituzioni politiche e il progresso dell’umanità.
Sotto l’influsso del pensiero socialista (e in particolare marxista) la dimensione di necessità della rivoluzione arricchì il termine di contenuti programmatici sul terreno dell’azione politica: obiettivo del socialismo e del comunismo sarà la rivoluzione del proletariato.
Contemporaneamente il concetto divenne chiave di lettura privilegiata del mutamento storico.
Al leader socialista e storico francese Jean Jaurés (1859-1914) la rivoluzione francese apparve come la fase preparatoria dell’ascesa del proletariato, perché contribuì a crearne le due premesse essenziali: la democrazia e il capitalismo.
Ma segnò soprattutto l’avvento della borghesia.
All’interno di questa scala evolutiva la rivoluzione francese fu considerata una rivoluzione borghese, intendendo per borghesia la classe sociale che dà avvio al sistema economico capitalistico.
Come scrisse lo storico Albert Soboul nel 1962, “la rivoluzione costituisce, con le rivoluzioni inglesi del secolo 17., il coronamento di una lunga evoluzione economica e sociale che rese la borghesia padrona del mondo”.
In realtà gli studi storici hanno smentito la visione di una rivoluzione che realizza il passaggio dal feudalesimo al capitalismo, e che si caratterizza per una dinamica di lotta di classe.
Il ceto politico che prese il potere non fu una borghesia imprenditoriale legata al profitto, e l’evoluzione economica verso il capitalismo fu piuttosto ostacolata che favorita dall’egemonia dei notabili e dallo sviluppo della categoria dei proprietari terrieri (borghesi ma anche contadini) che si appropriarono dei beni nazionali.
La radicale trasformazione dei rapporti politici e giuridici realizzata dalla rivoluzione francese autorizza a parlare piuttosto – per gli anni dall’89 al ’92 e poi dal ’95 al ’99 – di una rivoluzione politica della borghesia dove borghesia è da intendere più come ceto che come classe sociale.

Sommario

La debolezza della monarchia francese si riassumeva nell’incapacità di risolvere la crisi finanziaria superando le resistenze della nobiltà e del clero, ostili all’abolizione dei propri privilegi fiscali.
Di fronte all’opposizione dei Parlamenti Luigi 16. si rassegnò alla convocazione degli Stati generali, che determinò la mobilitazione politica del Terzo Stato.
All’inizio del 1789 si tennero le elezioni dei deputati agli Stati generali, nel contesto di forti tensioni popolari determinate dalla crisi economica.
Quando, avviati i lavori degli Stati generali, il Terzo Stato si autoproclamò Assemblea nazionale, iniziò una rivoluzione istituzionale che il re fu costretto a riconoscere: la rappresentanza per ordini veniva meno, come richiesto dal Terzo Stato, e nasceva la nuova Assemblea nazionale costituente.
Il processo rivoluzionario subì un’accelerazione con l’assalto alla Bastiglia il 14 luglio (che segnò l’entrata in scena del popolo parigino), la nascita di nuove municipalità, la sollevazione delle campagne che spinse l’Assemblea a decretare l’abolizione del regime feudale, l’approvazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
La requisizione dei beni ecclesiastici, infine, determinò la vendita di una consistente porzione del territorio nazionale, legando saldamente alla rivoluzione i nuovi proprietari.
A un anno dalla presa della Bastiglia l’ampiezza del consenso mascherava sensibili differenze politiche.
I due maggiori problemi di questa fase furono comunque legati all’opposizione da parte del clero al giuramento di fedeltà (stabilito dalla Costituzione civile del clero) e all’ostilità del re alle conquiste rivoluzionarie, resa evidente dal suo fallito tentativo di fuga.
Alla fine del ’91 nessuna forza era in grado di imporre la propria egemonia: i moderati, che avevano la maggioranza nell’Assemblea legislativa (apertasi il 1° ottobre); i giacobini, presenti soprattutto nell’attività dei club; la corte e gli emigrati, che organizzavano la controrivoluzione, incoraggiati da Austria e Prussia; i ceti popolari, mobilitati dal grave disagio sociale.
In questa situazione si vide nella guerra (dichiarata nell’aprile ’92) una via d’uscita, sia pure per motivi opposti: il re per sconfiggere la rivoluzione, i girondini, il geuppo più attivo della Legislativa, per diffondere gli ideali rivoluzionari.
Di fronte alle prime difficoltà militari, l’iniziativa fu ripresa dal popolo di Parigi, con due manifestazioni alle Tuileries, la seconda delle quali vide il successo degli insorti e determinò l’arresto e la sospensione del re (10 agosto 1792).
La grave situazione militare alimentò le voci di un complotto controrivoluzionario da cui trassero origine i “massacri di settembre”, che rivelarono le potenzialità del radicalismo dei sanculotti.
Poso dopo, la vittoria di Valmy, oltre ad allontanare la minaccia esterna, sancì la nuova identificazione tra passione nazionale e ideali rivoluzionari (cui si legava una politica espansionistica).
Il giorno successivo (21 settembre ’92) venne dichiarata la decadenza della monarchia dalla nuova assemblea eletta a suffragio universale, la Convenzione nazionale (i cui lavori, fino al giugno ’93, furono caratterizzati dalla lotta tra girondini e montagnardi).
Il processo e l’esecuzione del re accentuarono l’ostilità delle altre potenze.
In una situazione grave – e per le tensioni interne (rivolta contadina in Vandea e rivendicazioni del popolo parigino), e per il nemico alle frontiere – i deputati del centro (la Pianura) si allearono con i montagnardi, adottando una serie di misure radicali e istituendo il Comitato di salute pubblica.
Sconfitti i girondini, dal giugno del ’93 prendeva corpo la dittatura dei giacobini (che ormai si identificavano con i montagnardi), il cui principale esponente fu Robespierre.
Proclamandosi unici interpreti del popolo, essi inaugurarono un modello di “democrazia totalitaria”.
La nuova costituzione del ’93 non entrò mai in vigore; fu invece instaurata una dittatura attraverso l’eliminazione fisica degli avversari (il Terrore) e l’accentramento dell’esecutivo.
Fu repressa l’insurrezione “federalista” e, sua pure provvisoriamente, fu domata la Vandea; contemporaneamente la riorganizzazione dell’esercito portò, alla fine dell’anno,  a nuove vittorie.
Se con il maximum dei prezzi e salari i giacobini vennero incontro alle richieste dei sanculotti, tentarono anche di ridurre l’influenza del movimento popolare.
Fu promossa un’opera di scristianizzazione, che portò all’introduzione del calendario repubblicano, alla celebrazione di feste laiche e al culto della dea ragione e dell’Essere supremo.
La lotta del gruppo dirigente robespierrista contro le altre frange rivoluzionarie fece maturare la congiura termidoriana (luglio ’94).
La Convenzione termidoriana smantellò le strutture della dittatura giacobina: fu attenuato l’accentramento dell’esecutivo e furono abolite le norme repressive su cui si era fondato il Terrore, si introdusse la separazione tra Stato e Chiesa, fu abolito il maximum.
La stabilizzazione interna fu consolidata dai successi militari  e da alcuni trattati di pace.
Una nuova Costituzione proclamò la difesa del diritto di proprietà e accentuò il carattere censitario del sistema elettorale; fu creato un parlamento bicamerale e un Direttorio cui era affidato il potere esecutivo.
La debolezza del nuovo regime costrinse il Direttorio ad una politica pendolare tra la destra filomonarchica e la sinistra giacobina (il cui gruppo più radicale, capeggiato da Babeuf, tentò nel ’96 un’insurrezione).
Il rafforzarsi della destra spinse la maggioranza del Direttorio ad un colpo di Stato (settembre ’97) realizzato con l’intervento dell’esercito.
La guerra, l’uccisione del re e il Terrore ridussero notevolmente, in Europa, il numero dei sostenitori della rivoluzione.
La riflessione politica fu aperta dall’inglese Burke, che contrappose la difesa della tradizione all’astrattezza dei principi dell’89.
La rivoluzione da un lato spinse i governi europei a reprimere il dissenso interno, dall’altro stimolò lo sviluppo dei nuclei di opposizione.
L’influenza della rivoluzione fu marcato in Belgio e Olanda, dove l’intervento francese portò nel primo caso all’annessione e nel secondo alla costituzione della Repubblica batava.
In Italia si formarono vari club giacobini, duramente repressi dai governo.
Il Direttorio continuò nella politica di espansione in Europa, che univa il progetto di liberazione dei popoli ad obiettivi di sfruttamento economico.
Nel 1796 Bonaparte ottenne il comando dell’armata in italia.
I suoi straordinari e rapidi successi costrinsero l’Austria alla pace.
Con il trattato di Campoformio(1797) gli austriaci venivano compensati delle loro perdite con il Veneto, l’Istria e la Dalmazia (la Repubblica di Venezia cessò di esistere).
A quel momento i francesi avevano in Italia il controllo diretto di Lombardia, Emilia e Romagna.
Lo sfruttamento dei territori italiani si legava al progetto della creazione di una serie di Repubbliche “giacobine”: nel 1896-97 la Repubblica cispadana (Emilia e Romagna), che si fuse poco dopo con la Cisalpina (Lombardia) e la Repubblica ligure; nel 1798 la Repubblica romana (Lazio, Umbria, Marche); nel 17999 la Repubblica partenopea.
Queste repubbliche ebbero costituzioni moderate e i loro organi legislativi e di governo furono soggetti al controllo francese.
L’estraneità dei ceti popolari al dominio francese determinò frequenti episodi di rivolta (la sollevazione dei contadini fu decisiva per la restaurazione borbonica nell’Italia meridionale, cui seguì una durissima repressione).
Mentre l’instabilità politica caratterizzava la situazione interna francese, Bonaparte organizzò una spedizione in Egitto (1798) per colpire da lì gli interessi commerciali inglesi.
Il suoi successi militari furono annullati dalla distruzione della flotta francese operata da Nelson, mentre l’Inghilterra organizzava una seconda coalizione contro la Francia.
Le sconfitte militari provocarono una ripresa dell’attività giacobina in opposizione al Direttorio.
La situazione di crisi politica si risolse attraverso il colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre ’99), che – ideato da Sieyés – poté realizzarsi solo grazie all’intervento militare di Bonaparte).
Il colpo di Stato pose fine alla dinamica politica rivoluzionaria, pur se la stabilizzazione delle conquiste della rivoluzione si realizzò soltanto negli anni del consolato di Napoleone.
Con la rivoluzione francese cambiarono radicalmente modi e contenuti della politica: in questo senso dà inizio alla storia contemporanea divenendo il punto di riferimento obbligato di tutte le tendenze politiche dell’800.

Bibliografia

La rivoluzione francese / F. Furet, D. Richet. – Laterza, 1974
La Rivoluzione francese / A. Soboul. – Laterza, 1964
La Rivoluzione francese / G. Lefebvre. – Einaudi, 1958
L’età della rivoluzione europea, 1780-1848 / F. Furet. – Vol. 26. della Storia universale Feltrinelli, 1970
La Rivoluzione francese, 1789-1799 / M. Vovelle. – Guerini, 1993
Introduzione alla storia contemporanea, vol. 1.: L’antico regime e la rivoluzione francese, 1750-1815 / P. Remond. – Rizzoli, 1976
Le rivoluzioni, 1770-1799 / J. Godechot. – Mursia, 1975
Dizionario critico della rivoluzione francese / a cura di F. Furet e M. Ozouf. – Bompiani, 1988
Rivoluzione e controrivoluzione: la Francia dal 1789 al 1815 / D. M. G. Sutherland. – Il Mulino, 2000
Le origini culturali della Rivoluzione francese / R. Chartier. – Laterza, 1991
Libri proibiti: pornografia, satira e utopia all’origine della rivoluzione francese / R. Darnton. – Mondadori, 1997
L’Ottantanove / G. Lefebvre. – Einaudi, 1949
La grande paura del 1789 / G. Lefebvre. – Einaudi, 1953
1789: l’anno primo della libertà / A. Soboul. – Episteme, 1975
La Francia rivoluzionaria: la caduta della monarchia, 1787-92 / M. Vovelle. – Laterza, 1974
La mentalità rivoluzionaria: società e mentalità durante la rivoluzione francese / M. Vovelle. – Laterza, 1987
La Grande Nazione: l’espansione rivoluzionaria della Francia nel mondo, 1789-1899 / J. Godechot. – Laterza, 1962
Storia sociale della Francia dal 1789 ad oggi / H.-G. Haupt. – Laterza, 1991
Come uscire dal Terrore: il Termidoro e la Rivoluzione / B. Baczko. – Feltrinelli, 1989
L’autunno della Rivoluzione: lotta e cultura politica nella Francia del Termidoro / S. Luzzatti. – Einaudi, 1994
In nome del popolo sovrano: alle origini della rivoluzione francese / T. Tackett. – Carocci, 2000
Storia dell’Italia moderna, vol. 1.: Le origini del Risorgimento / G. Candeloro. – Feltrinelli, 1956
Italia giacobina / R. De Felice. – Esi, 1965
Vincenzo Cuoco / A. De Francesco. – Laterza, 1997
La rivoluzione francese: miti e interpretazioni, 1789-1970 / A. Gérard. – Mursia, 1972
La società francese e la rivoluzione / A. Cobban. – Vallecchi, 1967
Il mito della rivoluzione francese / a cura di M. Terni. – Il Saggiatore, 1981
Critica della rivoluzione francese / F. Furet. – Laterza, 1980
L’albero della rivoluzione / a cura di B. Bongiovanni e L. Guerci. – Einaudi, 1989
La rivoluzione francese: problemi storici e metodologici / A. Groppi… et al. – Angeli, 1978 

Cap. 3. Napoleone e l’Europa

Parola chiave

Codice

Nella storia del diritto con il termine codice si intende la raccolta di tutti i testi delle leggi e delle disposizioni giuridici riguardanti una determinata materia.
I periodi storici in cui vennero elaborati o rielaborati i codici coincidono strettamente con fasi di profonde trasformazioni politiche, sociali , economiche e culturali.
A distanza di secoli dai codici promossi dagli imperatori romani Teodosio (438) e Giustiniano (534), il 3 marzo 1804 Napoleone promulgò il Codice civile.
Dopo secoli dominati dall’incertezza e dal disordine dei privilegi feudali, un testo che raccoglieva leggi scritte, stabili e uguali per tutti, rappresentò una vera e propria conquista, oltre che una rivoluzione nella storia del diritto.
Il Codice napoleonico costituì allo stesso tempo un monumento ai valori della rivoluzione francese, poiché riprendeva le norme emanate durante gli anni della rivoluzione, e un compromesso trai nuovi valori e le antiche consuetudini.
Il Codice inoltre passò alla storia per l’estrema chiarezza e l’organicità dell’esposizione.
In esso trovarono spazio tutte le novità rivoluzionarie in termini di proprietà privata, laicità dello Stato, certezza del diritto, libertà di coscienza, abolizione del feudalesimo, libertà del lavoro, uguaglianza di fronte alla legge.
L’insieme di queste norme determinò, sul piano giuridico, il passaggio dall’assolutismo allo Stato moderno.
Molto importanti furono le norme legate alla famiglia, alla scuola e alla successione, con il passaggio dal diritto di primogenitura alla divisione in parti uguali tra figli del patrimonio paterno.
Il Codice riordinò anche il sistema di tassazione dello Stato, con l’introduzione di un rapporto molto più stretto tra il governo centrale e la periferia, ossia le unità amministrative in cui era divisa il territorio nazionale.
Il nuovo ordinamento giuridico napoleonico introdusse poi alcuni provvedimenti a favore delle donne, come ad esempio il diritto al divorzio, anche se nel complesso le escludeva dalla cittadinanza politica, riaffermando la loro inferiorità sul piano giuridico.
Il Codice venne applicato in tutti i paesi europei controllati da Napoleone e anche fuori dall’Europa, come in Canada.
La sua influenza andò oltre i confini dell’Impero, divenendo un modello di riferimento per la modernizzazione dello Stato.
Ancora oggi, infatti, il Codice napoleonico è alla base della legislazione vigente in gran parte d’Europa. 

Sommario

Fondato sul ruolo avuto dall’esercito nella vicenda rivoluzionaria, il potere di Napoleone fu sancito dalla Costituzione dell’anno 8. Al Primo Console era attribuito il potere esecutivo e parte di quello legislativo; di fatto si instaurò un governo dittatoriale, basato su un consenso diretto del popolo ottenuto su un consenso diretto del popolo ottenuto attraverso i plebisciti.
L’istituzione dei prefetti fu il principale strumento della centralizzazione burocratica e amministrativa, mentre lo Stato allargò enormemente il campo delle proprie competenze (dedicando, tra l’altro, particolare attenzione all’istruzione).
Sconfitte le opposizioni più radicali di destra e di sinistra, il consolidamento del potere napoleonico restava legato al raggiungimento della pace, conclusa nel 1801 con l’Austria e l’anno successivo con l’Inghilterra, ultimo avversario in campo.
Rafforzato ulteriormente il proprio potere mediante il Concordato con la Chiesa di Roma (1801), Napoleone si fece nominare console a vita nel 1802; due anni dopo, il Codice civile – che accoglieva le più importanti conquiste del’89 – rappresentò il coronamento della sua opera riformatrice.
Dopo la pace con l’Austria proseguì l’espansione francese in Italia (Piemonte, Parma, trasformazione della Repubblica Cisalpina in Repubblica Italiana).
Repressa duramente la congiura realista, nel 1804 Napoleone si fece nominare imperatore dei francesi.
Le guerre dei cinque anni successivi sconvolsero profondamente la carta d’Europa.
Nel 1805 la Repubblica italiana si trasformò in Regno d’Italia e, sconfitti gli austro-russi ad Austerlitz, il dominio napoleonico in Italia si estese a Veneto, Istria e Dalmazia, Regno di Napoli; la vittoria inglese a Trafalgar segnò tuttavia la rinuncia definitiva al progetto di invadere l’Inghilterra.
Nel 1806 Napoleone creò la Confederazione del Reno e proclamò la decadenza del Sacro Romano Impero; sconfisse la Prussia, quindi per minare la potenza inglese proclamò il blocco continentale che stabiliva il divieto per i paesi europei di commerciale con l’Inghilterra.
Nel 1807 la pace di Tilsit con la Russia, inserendo lo zar nella politica internazionale francese, segnò l’apice della potenza napoleonica.
L’espansione francese si scontrò tuttavia con gravi difficoltà in Spagna, dove la sollevazione del paese portò nel 1808 alla prima sconfitta dell’esercito napoleonico.
L’anno successivo una nuova sconfitta dell’Austria determinò altri ingrandimenti territoriali del Regno d’Italia e dell’Impero francese: a quest’ultimo vennero anche annessi nel 1808-1809 Parma, Toscana e – dopo l’arresto del papa – Lazio e Umbria.
Nel 1810 Napoleone volle legittimare il proprio dominio sposando Maria Luisa d’Austria.
L’impero napoleonico si fondava su una supremazia militare basata su un esercito di “cittadini” reclutato attraverso la coscrizione obbligatoria.
L’esercito rappresentò anche la principale via di ascesa sociale, contribuendo fortemente alla formazione della nuova nobiltà napoleonica.
Negli stati conquistati o annessi, ove fu esteso il sistema amministrativo e giuridico francese, il consenso al nuovo regime fu sempre modesto.
Soprattutto in Germania e in Italia il dominio napoleonico portò al superamento della dimensione particolaristica, suscitando aspirazioni all’indipendenza.
L’economia degli stati soggetti all’egemonia napoleonica fu sottoposta alle esigenze della Francia e danneggiata dal blocco continentale; e ciò contribuì ad accrescere l’ostilità antifrancese.
In Spagna e Nella Sicilia (occupata dagli inglesi) furono approvate nel 1812 costituzioni moderate che sarebbero state assunte a modello del movimento liberale dell’età della Restaurazione.
In Prussia la sconfitta militare stimolò una rinascita intellettuale tedesca, una politica di riforme economiche e sociali ed un rinnovamento dell’esercito.
Il periodo relativamente pacifico tra il 1809 e il 1812 non portò a un consolidamento dell’Impero, impedito dall’ostilità inglese, dal conflitto con il papa, dalla ribellione spagnola e dall’opposizione delle forze nazionali.
A ciò si aggiunse lo sganciamento russo dall’alleanza con la Francia, che Napoleone tentò di fronteggiare con l’invasione della Russia (1812).

L’avanzata francese, di fronte a un nemico che faceva terra bruciata e si rifiutava di trattare, si risolse infine in una ritirata a prezzo di fortissime perdite.
Una nuova coalizione tra Inghilterra, Russia, Prussia e Austria sconfisse i francesi a Lipsia; dopo l’occupazione di Parigi, Napoleone dovette abdicare (aprile ’14) e ricevette il possesso dell’Isola d’Elba.
Al trono di Francia saliva Luigi 18. mentre il Congresso di Vienna iniziava la ridefinizione della carta d’Europa.
Nel marzo 1815 Napoleone, tornato in Francia, riassunse il potere facendo leva sul malcontento serpeggiante tra gli strati popolari e l’esercito.
Sconfitto a Waterloo, venne deportato a Sant’Elena.
Di lì a poco un’analoga impresa compiuta da Murat nell’Italia meridionale si risolse tragicamente. 

Bibliografia

L’Europa e l’America all’epoca napoleonica, 1800-1815 / J. Godechot. – Mursia, 1985
Napoleone: il mito del salvatore / J. Tulard. – Rusconi, 1980
Napoleone / G. Lefebvre. – Laterza, 1960
L’età di Napoleone / J.-C. Herold. – Il Saggiatore, 1967
Napoleone / V. Criscuolo. – Il Mulino, 1997
Napoleone e la conquista dell’Europa / S. J. Woolf. – Laterza 1990
Napoleone e la società francese, 1799-1815 / L. Bergeron. – Guida, 1975
Le campagne di Napoleone / D. G. Chandler. – Rizzoli, 1973
L’anti-Napoleone / J. Tulard. – Veutro, 1970 

Cap. 4. Le origini della industrializzazione

4.1 La rivoluzione industriale

Con una serie di profondi mutamenti nelle forme di produzione prese avvio in Inghilterra, tra la fine del 18. e gli inizi del 19. secolo, la “rivoluzione industriale”.
Il termine rivoluzione non deve tuttavia suggerire la repentinità del cambiamento quanto piuttosto indicare il suo carattere irreversibile e radicale.
In un arco di tempo relativamente breve un assetto economico-sociale stabile e sostanzialmente stagnante fu sostituito da una fase di sviluppo economico senza precedenti, caratterizzata da una crescita gradualmente accelerata, non più sottoposta ai limiti imposti dalla pressione demografica.
Il passaggio da un’economia agricolo-artigianale a una economia industriale, fondata sulla fabbrica, si affermò gradualmente in tempi successivi e con differenti modalità anche nel continente europeo, avviando quella trasformazione dell’organizzazione sociale, dei sistemi politici, dei modelli culturali e degli stessi comportamenti individuali che caratterizza ancora oggi el aree sviluppate del mondo contemporaneo e che esercita un profondo condizionamento anche su quelle arretrate.
La diffusione del sistema di fabbrica e delle macchine, lo sviluppo dell’industria e dei servizi a scapito dell’agricoltura, la formazione di nuovi strati sociali (classe operaia e ceti medi) non sono che gli aspetti più significativi delle trasformazioni intervenute nell’Occidente sviluppato a partire dalla fine del ‘700.
Per tutti questi motivi la Rivoluzione industriale ha assunto, con la Rivoluzione francese, il valore periodizzante di inizio di una nuova età – quella contemporanea.
Un’età in cui, fra profondi squilibri e contrasti talora durissimi, si è registrata, per i paesi industrializzati e per una parte del mondo da essi dipendente, l’uscita dalla penuria alimentare e dalla povertà.
Un’età dominata dall’ideologia del progresso e da una nuova mentalità, fatta di disponibilità continua al mutamento e di promozione di ulteriori mutamenti.
A distanza di oltre duecento anni dalle sue origini, la Rivoluzione industriale si è confermata come grande dispensatrice di benessere e di ricchezze materiali, ma non sempre di quella “felicità” che riformatori e utopisti avevano ritenuto dovesse essere il compito e il principale obiettivo del progresso economico e sociale.
Per quali ragioni la Rivoluzione industriale si verificò inizialmente in Inghilterra e quali fattori concorsero a determinarla? Sono questi gli interrogativi a cui la storiografia, in oltre un secolo di dibattiti, ha tentato di fornire una risposta.
Alla fine del ‘600 l’Inghilterra presentava per certi versi caratteristiche simili a quelle di altri paesi europei: l’attività economica prevalente era rappresentata dall’agricoltura, tanto che, secondo stime dei contemporanei, l’80% degli abitanti lavorava nei campi e viveva dei prodotti della terra; le attività industriali, fra le quali predominavano quelle tessili, erano organizzate prevalentemente su scala domestica e l’unità tipica di produzione era costituita dalla famiglia.
Una quota notevole del prodotto, in tutti i rami di attività, era destinata all’autoconsumo, e anche quella parte che veniva commercializzata entrava in un mercato estremamente ristretto a base locale o al massimo regionale.
La popolazione era infatti dispersa nelle campagne e i contatti e gli scambi erano precari anche per la scarsità delle vie di comunicazione interne.
Tanto i redditi individuali che la ricchezza nazionale e la sua distribuzione tra i diversi ceti sociali conoscevano modeste oscillazioni lungo intervalli di tempo secolari.
La crescita economica si scontrava con quelle che sembravano essere leggi naturali e immodificabili dell’equilibrio fra popolazione e disponibilità di risorse alimentari, descritte dall’economista inglese Thomas Robert Malthus nel suo Saggio sul principio di popolazione (1798).
A questa condizione “malthusiana” si aggiungeva la strozzatura energetica legata al ridotto rendimento delle fonti disponibili: acqua, aria, animali, lavoro umano.
Se molti erano dunque gli elementi che accomunavano l’Inghilterra al resto d’Europa, molte erano anche le differenze, divenute ancor più significative alla metà del ‘700.
Come scrive lo storico inglese Eric Hobsbawn, la Gran Bretagna, intorno al 1750, avrebbe colpito un viaggiatore straniero
“come un paese ricco e ricco soprattutto grazie al suo commercio e al suo spirito d’iniziativa; come uno Stato di potenza formidabile, ma la cui forza si basava sulla marina, un’arma cioè essenzialmente fondata sul commercio e orientata verso i traffici; come uno Stato in cui erano straordinariamente presenti la libertà e la tolleranza, cose a loro volta strettamente collegate col commercio e la classe media. E sebbene il paese non brillasse per aristocratiche leggiadrie di vita, spirito e Joie de vivre, e fosse incline a eccentricità religiose e d’altro genere, pure aveva senza dubbio un’economia fra le più fiorenti e progressive, e vantava una parte di spicco nei campi scientifico e letterario, per non parlare di quello tecnologico.


Parola chiave

Luddismo

Il luddismo fu una delle prime forme di contestazione delle trasformazioni del lavoro causate dalla rivoluzione industriale.
Tra la fine del 18. secolo e l’inizio del 19., gruppi di artigiani impegnati nel settore tessile, messi in crisi dalla diffusione dei telai meccanici, reagirono organizzandosi nelle bande dell’”esercito del generale Ludd”, giustiziato nel 1779 per aver distrutto il telaio su cui lavorava.
I luddisti iniziarono perciò a distruggere le macchine introdotte dagli imprenditori in sostituzione dei lavoratori a domicilio del settore tessile.
La distruzione delle macchine fu quindi la principale forma di lotta adottata dagli operai in quel periodo.
I luddisti sono stati considerati a lungo i promotori di una rivolta sociale caotica e disorganizzata, simile per molti aspetti a quelle dei contadini d’età moderna, messa in atto dalla manodopera operaia a cui la severa legislazione penale inglese impediva qualsiasi forma di organizzazione in difesa delle proprie condizioni di lavoro.
Emblematicamente, le grandi sommosse del biennio 1811-13, che tanto colpirono l’opinione pubblica inglese, furono represse ricorrendo all’impiego di forze militari.
Secondo lo storico Eric Hobsbawm, contro i luddisti furono dispiegati più soldati di quelli condotti nel 1808 dal duca di Wellington nella penisola iberica per combattere Napoleone.
Nonostante lo sbigottimento causato nelle classi medio-alte della società britannica, le forme estreme di lotta adottate dalle bande luddiste non erano affatto inedite.
Per tutto il ‘700, infatti, nei conflitti sviluppatisi nel mondo del lavoro, specie nel settore della manifattura e del lavoro a domicilio, la distruzione dei macchinari, ma anche delle materie prime, dei prodotti finiti e, nei casi estremi, delle proprietà individuali dell’imprenditore, rientrava tra le pratiche adottate dai lavoratori per esercitare pressione sui datori di lavoro al dine di strappare migliori condizioni lavorative.
Nella fase di passaggio dal sistema di lavoro a domicilio a quello di fabbrica al centro della contestazione dei lavoratori c’era la questione del controllo del mercato del lavoro e non quella dell’introduzione delle macchine.
In altre parole, per i lavoratori inglesi il problema era costituito non dalle macchine in sé, ma dall’uso che ne facevano i datori di lavoro, i quali spesso e volentieri le utilizzavano per licenziare le maestranze e ridurre i salari.
Lo scompiglio sociale che ne derivava spesso finiva col coinvolgere anche ceti diversi dai lavoratori manuali, come i piccoli produttori e imprenditori, che a modo loro parteciparono alle agitazioni, magari non svelando alle forze dell’ordine i nomi degli esecutori materiali delle distruzioni delle macchine.
Ciò tuttavia non bastò a vincere la guerra contro i telai meccanici: finché venne praticata la lavorazione a domicilio la distruzione del macchinario rafforzò il potere contrattuale dei lavoratori, ma con l’avvento della moderna fabbrica quel modo di lotta divenne inefficace e, soprattutto, troppo pericoloso per chi lo praticava.

Sommario

Si dà il nome di “rivoluzione industriale” al complesso di profondi mutamenti nelle forme di produzione che si verificò in Inghilterra tra fine ’700 e inizio ‘800, mutamenti che successivamente si sarebbero affermati anche nel continente europeo.
L’affermazione del capitalismo industriale e i profondi mutamenti sociali che l’accompagnarono (con la nascita di nuovi ceti e classi) determinarono, insieme alla rivoluzione francese, l’inizio di una nuova età, quella contemporanea, contrassegnata – nonostante profondi squilibri – dal raggiungimento del benessere economico nei paesi più sviluppati.
L’economia dell’Inghilterra preindustriale presentava alcune peculiarità che spiegano perché proprio lì avrebbe preso avvio la rivoluzione industriale.
Il controllo  inglese del commercio internazionale favorì le manifatture tessili inglesi (rapido e poco costoso approvvigionamento di cotone grezzo, ampio mercato di vendita per i prodotti) e la diffusione di una mentalità imprenditoriale.
La concentrazione nella proprietà della terra e l’introduzione di nuove tecniche di coltivazione configurarono una rivoluzione agricola che stimolò in vari modi il processo di industrializzazione: maggiori disponibilità alimentari per una popolazione in crescita, estensione del mercato interno (dovuta al diffondersi del lavoro salariato e alla riduzione dell’autoconsumo), disponibilità di capitali per impieghi industriali, aumento della popolazione ed esodo dalle campagne (che consentirono la formazione di un proletariato industriale).
Infine, la rivoluzione industriale fu favorita anche dalle particolari caratteristiche del sistema politico e dalla vivacità della società inglese.
Alla rivoluzione industriale si collegò l’introduzione di nuove tecnologie.
Il rapporto di reciprocità tra invenzione e produzione è evidente nel settore tessile: l’aumentata capacità della tessitura (grazie alla “navetta volante”) spinse alla meccanizzazione della filatura, che a sua volta stimolò l’invenzione del telaio meccanico.
La fase successiva della innovazione tecnologica fu quella dell’utilizzazione del vapore come forza motrice.
La prima attività in cui si sviluppò il sistema di produzione basato sulla fabbrica fu quella cotoniera, la cui produzione aumentò enormemente grazie a vari fattori fra i quali: i costi limitati delle nuove tecnologie, la possibilità di alti profitti, la disponibilità di manodopera a basso costo, l’espansione del mercato.
La meccanizzazione favorì l’industria siderurgica, che riuscì a far fronte alla nuova domanda soprattutto attraverso l’innovazione tecnologica.
Il sistema di fabbrica comportò la trasformazione del lavoratore in operaio, inserito in una crescente divisione del lavoro  e soggetto a condizioni di lavoro (disciplina , rari) e di vita durissime.
La semplificazione del processo produttivo rese possibile inoltre, soprattutto nell’industria tessile, l’impiego di donne e bambini.
La prima reazione al sistema di fabbrica fu opera di lavoranti a domicilio e artigiani del settore tessile, tra cui si diffuse il luddismo.
Spentesi le agitazioni luddiste all’inizio dell’800, e nonostante la politica repressiva del governo inglese, cominciarono a diffondersi tra gli operai nuove forme di organizzazione (società di mutuo soccorso, leghe di categoria).
Le trasformazioni legate all’industrializzazione sollecitarono, nell’ambito del radicalismo inglese, una nuova riflessione sui temi della partecipazione politica e della riforma sociale.
Bentham, principale teorico dell’utilitarismo, individuò nel concetto di utile il criterio fondamentale cui deve conformarsi l’azione politica.
Ricardo, il maggiore teorico dell’economia “classica”, pose in relazione la conflittualità sociale con la distribuzione del prodotto complessivo tra le varie classi.
La rivoluzione industriale inglese, inoltre, diede l’avvio a un nuovo sistema produttivo che, dal 1830 circa, si sarebbe esteso al resto dell’Europa e agli Stati Uniti.
Complessivamente considerato, il quadro dell’economia dell’Europa continentale dal 1815 alla metà dell’800 si presenta contraddittorio, per la compresenza di elementi di arretratezza e di fattori economici.
Tale economia era dominata dalle attività agricole, che rimanevano tecnicamente arretrate. Inoltre, la lentezza nei trasporti e l’esistenza di barriere doganali determinavano una frammentazione del mercato: anche per questo le crisi agricole (le più gravi si ebbero nel 1816-17 e 1846-47) potevano portare a vere e proprie carestie.
Tar i fattori che favorirono lo sviluppo economico va ricordato anzitutto l’incremento demografico (dovuto soprattutto a un calo della mortalità), che determinò un allargamento del mercato e dunque stimolò la crescita produttiva.
Inoltre, rilevanti furono le conseguenze economiche del progresso scientifico: in questo periodo la novità maggiore, e davvero rivoluzionario, fu rappresentata dalla ferrovia.
Nell’Europa continentale l’affermarsi dell’industria moderna fu assai lento.
L’industrializzazione era ritardata dalla scarsezza di capitali (che si dirigevano principalmente verso l’agricoltura), dall’arretratezza del sistema bancario, dal basso livello dei prezzi e del tenore di vita della popolazione.
Intorno al 1830 si verificò una accelerazione del processo di industrializzazione nell’Europa continentale.
Il primato, in questo periodo, spettava al Belgio, seguito dalla Francia,  (qui, però, si faceva sentire il peso di un’agricoltura di piccoli e medi proprietari).
Più lenta fu l’industrializzazione nei paesi tedeschi, ove tuttavia furono poste alcune premesse per il decollo dei decenni successivi.
Nell’Impero asburgico lo sviluppo industriale fu ostacolato dalle aristocrazie terriere e dai particolarismi nazionali.
Alla diffusione dell’industria moderna si accompagnò lo sviluppo di una nuova classe, il proletariato.
Le condizioni di vita degli operai di fabbrica erano estremamente pesanti e favorirono la spinta a raccogliersi in associazioni e a ribellarsi: anche per questo la “questione operaia” si impose sempre più all’attenzione dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti.

Bibliografia

La prima rivoluzione industriale / P. Deane. – Il Mulino, 1982
Prometeo liberato / D. S. Landes. – Einaudi, 1978
La rivoluzione industriale e l’impero / E. J. Hobsbawn. – Einaudim 1972
La rivoluzione industriale, 1760-1830 / T. S. Ashton. – Laterza, 1969
La rivoluzione industriale / P. Hudson. – Il Mulino, 1995
Leggere la rivoluzione industriale / J. Mokyr. – Il Mulino, 1997
L’età del progresso: l’Inghilterra fra il 1783 e il 1867 / A. Briggs. – Il Mulino, 1987
Storia economica Cambridge. Vol. 6.: La rivoluzione industriale e i suoi sviluppi. – Einaudi, 1974
Storia economica dell’Europa continentale / A. S. Milward, S. B. Saul. – Il Mulino, 1977
La conquista pacifica: l’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970 / S. Pollard. – Il Mulino, 1984
L’industrializzazione in Europa nell’800 / T. Kemp. – Il Mulino, 1975
La trasformazione demografica delle società europee / M. Livi Bacci. – Loescher, 1977
Nascita della classe operaia / J. Kuczinski. – Il Saggiatore, 1967
Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra / E. P. Thompson. – Il Saggiatore, 1969
Classi lavoratrici e classi pericolose / L. Chevalier. – Laterza, 1976

Cap. 5. Le origini della politica contemporanea

Parola chiave

Socialismo/Comunismo

Nel linguaggio politico dell’800 e del ‘900 il termine “socialismo” indica un progetto di riorganizzazione della società volto ad abolire – o a limitare fortemente – la proprietà privata dei mezzi di produzione, a porre le risorse economiche sotto il controllo della collettività, a promuovere in questo modo l’eguaglianza sostanziale – e non solo giuridica – fra i membri della collettività stessa.
In questo senso, il termine si cominciò ad usare negli anni ’20 del 19. secolo  in Francia e in Gran Bretagna per opera dei gruppi sansimoniani e dei seguaci di Owen, legandosi strettamente alle prime lotte e ai primi tentativi di organizzazione della classe operaia.
Nel decennio successivo, altri pensatori e agitatori (Cabet e Blanqui in Francia, Weitling in Germania) preferirono servirsi del termine “comunismo”, che già si usava, a partire dal ‘700, in riferimento alle utopie collettivistiche ed egualitarie sviluppatesi nell’ambito della società preindustriale.
Anche Marx ed Engels si dissero comunisti e parlarono di “società comunista” per definire lo stadio finale dell’evoluzione storica: quello in cui, scomparse le classi e abolito il diritto borghese, ognuno avrebbe potuto dare secondo le proprie capacità e ricevere secondo i propri bisogni.
Da allora si intese per “comunismo” una variante più radicale del socialismo, in cui l’accento era posto sugli obiettivi finali più che sulle tappe intermedie delle lotte proletarie.
Nello stesso tempo – cioè negli anni attorno alla metà del secolo – il termine “socialismo” veniva assumendo una caratterizzazione più generica ed era usato per designare l’atteggiamento di chi cercava soluzioni nuove alla questione operaia, o semplicemente per indicare la tendenza dei poteri pubblici a intervenire attivamente nelle vicende economico-sociali (in questo senso il socialismo era l’antitesi del liberismo).
Nonostante queste oscillazioni di significato, il termine “socialismo” continuò ad essere il più usato per designare il programma e l’organizzazione politica del movimento operaio europeo.
Socialisti (o socialdemocratici) si chiamarono i partiti nati negli ultimi decenni dell’800 come espressione politica delle classi lavoratrici.
Socialista si chiamò l’organizzazione internazionale (la “Seconda internazionale) che riuniva quei partiti.
La distinzione tra socialismo e comunismo tornò d’attualità – e si tradusse in scissione tra due modelli di partito e tra due internazionali – dopo la rivoluzione russa del 1917.
Da allora continuarono a chiamarsi socialisti i partiti che restavano fedeli alla tradizione e ai metodi della Seconda Internazionale e che tendevano gradualmente ad abbandonare le strategie rivoluzionarie; mentre presero il nome di comunisti quelli che si ispiravano direttamente all’esperienza dell’ottobre ’17, all’ideologia leniniana e al modello organizzativo del Partito bolscevico.

Sommario

Il compimento del processo di costruzione dello Stato moderno nel periodo napoleonico si tradusse nella diffusione nell’Europa continentale dello Stato burocratico amministrativo.
Lo Stato si dota di un personale burocratico e tecnico e utilizza i dato prodotti dalla nuova scienza statistica (come i censimenti) per operare nei sempre più ampi settori di sua competenza.
Dopo la rivoluzione francese la sovranità non apparteneva più al sovrano, ma tendenzialmente al popolo e ai suoi rappresentanti.
Nascevano i sistemi politici rappresentativi; i sudditi si trasformavano in cittadini; la costituzione divenne la carta fondamentale dei nuovi diritti.
Nel corso dell’800 si avranno in Europa due forme di governo nei regimi rappresentativi: costituzionale e parlamentare.
Il confronto fra le due grandi ideologie del liberalismo e della democrazia si misurò anche sulla questione elettorale.
I liberali erano sostenitori del suffragio ristretto, i democratici di quello universale.
Durante l’età della Restaurazione si diffuse in tutta Europa la cultura romantica: il Romanticismo – che esaltava la spontaneità del sentimento, i valori della tradizione e della nazione, che guardava con nuovo interesse alla storia – segnava un mutamento profondo rispetto alla cultura e alla mentalità illuministica.
Gli elementi di fondo della mentalità romantica potevano ben corrispondere al nuovo clima politico della Restaurazione.
Ma in realtà il Romanticismo poté costituire altrettanto bene la premessa delle battaglie liberali dell’epoca e stimolare, con il culto del passato e dei valori nazionali, lo sviluppo del nazionalismo.
Il liberalismo, oltre che per alcune idee fondamentali (libertà di opinione, tolleranza, principio rappresentativo, ecc.) si qualificava per l’adesione a un modello istituzionale simile a quello operante in Gran Bretagna.
Sul piano dei principi, il liberalismo si distingueva radicalmente dal pensiero dei democratici (che aspiravano alla repubblica e consideravano l’assemblea eletta a suffragio universale come unica espressione legittima della volontà popolare).
Ma le due correnti si trovavano vicine nella comune lotta per la costituzione, il parlamento elettivo, la garanzia delel libertà fondamentali.
J. S. Mill cercò di mettere il liberalismo in grado di dare una risposta alle nuove esigenze di giustizia sociale e di partecipazione politica.
Tocqueville sostenne l’inevitabilità dell’avvento della democrazia, ma denunciò i rischi di appiattimento e di autoritarismo che tale avvento avrebbe comportato.
L’idea di nazione, nel senso in cui la intendiamo oggi, fu da un lato una conseguenza del principio di sovranità popolare e delle teorie rousseauiane, dall’altro un tipico prodotto della cultura romantica, soprattutto tedesca.
Queste due componenti si fusero nei movimenti di emancipazione nazionale della prima metà del secolo.
All’inizio dell’800 la Chiesa e il mondo cattolico si attestarono su posizioni di radicale rottura con la tradizione illuminista e rivoluzionaria.
Accanto alle utopie reazionarie e teocratiche (come quella di Joseph de Maistre), si sviluppò in Francia, con Lamennais, un pensiero cattolico-liberale.
Dopo che queste aperture furono condannate dalla Chiesa (enciclica Mirari vos del 1832, l’impegno di molti cattolici si sviluppò sul terreno sociale.
I primi decenni del secolo videro un grande sviluppo del pensiero socialista.
L’inglese Owen ebbe un ruolo di rilievo nell’organizzazione del movimento operaio.
Più articolato fu lo sviluppo delle teorie socialiste in Francia.
Se il pensiero di Fourier si qualificava in senso chiaramente utopista e anti-industriale, quello di Saint-Simon si legava invece a una piena accettazione della realtà dell’industrialismo.
Blanc fu per certi versi il capostipite del riformismo socialista.
Ancora diverse le posizioni di Proudhon, caratterizzate da un cooperativismo più anarchico che socialista.
La principale novità, nel panorama delle teorie socialiste, fu il prender forma del nuovo indirizzo “scientifico” di Marx ed Engels.
Nucleo fondamentale del loro pensiero, già presente nel Manifesto dei comunisti (1848), fu la concezione materialistica della storia e la sottolineatura del ruolo rivoluzionario che il proletariato – facendo leva sulle contraddizioni oggettive dello sviluppo capitalistico – era destinato a svolgere per abbattere la società borghese.

Bibliografia

La vicenda dello Stato moderno / G. Poggi. – Il Mulino, 1978
Storia del potere politico in Europa / W. Reinhard. – Il Mulino, 2001
La rivoluzione romantica / A. De Paz. – Liguori, 1984
L’uomo romantico / a cura di F. Furet. – Laterza, 1975
Le nazioni romantiche / J- Plumyene. – Sansoni, 1982
Storia del liberalismo europeo / G. De Ruggiero. – Laterza, 1984
L’idea del nazionalismo nel suo sviluppo storico / H. Kohn. – La Nuova Italia, 1961
L’idea di nazione / F. Chabod. – Laterza, 1961
Nazioni e nazionalismo / E. J. Hobsbawn. – Einaudi, 1991
Aquile e leoni: Stato e nazione in Europa / H. Schulze. – Laterza, 1995
Nazioni e nazionalismi in Europa / G. Hermet. – Il Mulino, 1997
La creazione delle identità nazionali in Europa / A. M. Thiesse. – Il Mulino, 2001
Storia del pensiero socialista / G. D. H. Cole. – Laterza, 1967
Le origini del socialismo / G. Lichtheim. – Il Mulino, 1970
Il pensiero socialista, 1791-1848 / G. M. Bravo. – Editori Riuniti, 1971

Cap. 6. Restaurazione e rivoluzioni, 1815-1848

Parola chiave

Legittimismo

Il termine “legittimismo” si cominciò a usare nell’epoca del congresso di Vienna: quando i rappresentanti della Francia sconfitta – nell’intento di difendere l’integrità territoriale del loro paese – si richiamarono al “principio di legittimità”, che fu accettato dalle potenze vincitrici come base per l’assetto europeo.
La legittimità a cui ci si riferiva era quella dinastica, fondata sul diritto divino dei sovrani: una legittimità contrapposta, nel pensiero dei teorici della Restaurazione, a quella rivoluzionaria che invece vedeva nella volontà popolare l’unica genuina fonte del potere.
Da allora furono definiti “legittimisti” tutto coloro che difendevano i diritti delle antiche dinastie, quando fossero stati violati da eventi rivoluzionari o da vere o presunte usurpazioni; e, più in generale, coloro che si battevano per il ritorno ai principi, alle tradizioni e alle gerarchie sociali dell’antico regime, all’assolutismo monarchico, allo stretto legame fra potere civile e potere religioso.
Nella seconda metà dell’800, col progressivo affermarsi di sistemi politici costituzionali e rappresentativi, la correnti legittimiste vennero rapidamente perdendo consistenza e peso politico.
Esse rimasero tuttavia attive, soprattutto in quei paesi, come la Francia e la Spagna, dove le vecchie famiglie regnanti erano state rovesciate o sostituite.
In Francia, in particolare, sopravvisse fino al nostro secolo, andando a confluire nella più vasta corrente di quel nazionalismo reazionario e clericale che avrebbe creato non pochi problemi alla vita democratica e alle istituzioni repubblicane

Citazione

Non bisogna dimenticare inoltre che la fine dei rapporti feudali significò non solo la liberazione dei contadini da una serie di gravami e di servitù nei confronti dei signori, ma anche lo scioglimento dei signori dai tradizionali doveri di tutela e di assistenza nei confronti dei contadini e delle loro terre.
Anche se in forme diverse e in tempi generalmente più lenti, l’Europa continentale cominciava così a conoscere un fenomeno analogo a quello che già si stava verificando in Inghilterra: la formazione di una massa di lavoratori non più legata alla terra e alle antiche comunità rurali, pronta a spostarsi verso i centri urbani e verso le nuove opportunità di lavoro offerte dall’industria.
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Sommario

Sconfitto Napoleone a Waterloo, si chiudeva il periodo delle guerre tra la Francia rivoluzionaria e le monarchie europee.
Iniziava l’età della Restaurazione.
Ma “restaurare” in tutto e per tutto il vecchio ordine non era in realtà possibile, dopo i mutamenti sociali, istituzionali e giuridici verificatisi nel venticinquennio precedente.
Assai rilevanti furono, comunque, i mutamenti della carta d’Europa sanciti dal congresso di Vienna (novembre 1814-giugno 1815), per opera delle quattro maggiori potenze vincitrici (Gran Bretagna, Russia, Prussia, Austria) nonché della stessa Francia.
Il principio di fondo seguito fu quello della “legittimità”, secondo cui dovevano essere restaurati i sovrani spodestati.
Benché sconfitta, la Francia conservò in gran parte la propria integrità territoriale (grazie all’interesse delle altre potenze a creare un nuovo equilibrio europeo stabile e duraturo).
Russia e Prussia si ingrandirono espandendosi verso Occidente.
Gli Stati tedeschi, drasticamente ridotti di numero, furono riuniti in una Confederazione germanica.
L’Impero asburgico perse Belgio e Lussemburgo, ma ottenne la sovranità sul Lombardo-Veneto e, in generale, una vera egemonia sulla penisola italiana (Granducato di Toscana, Ducato di Parma e Piacenza, Ducato di Modena e Reggio, Regno delle Due Sicilie).
Solo il Regno di Sardegna poté mantenere una certa autonomia nei confronti dell’Austria.
Il nuovo assetto europeo fu sancito dalla Santa alleanza (tra Russia, Prussia, Austria e Francia), ispirata – almeno nelle intenzioni del suo promotore, lo zar Alessandro 1. – a un’impostazione fortemente religiosa.
Ad essa si affiancò la Quadruplice alleanza promossa dalla Gran Bretagna, cui aderirono le altre tre potenze vincitrici.
La Restaurazione ebbe caratteri diversi nei singoli paesi, sempre però nel quadro di un indirizzo conservatore e tradizionalista.
In Gran Bretagna si ebbe la prevalenza dell’ala destra del partito conservatore, che favorì gli interessi della grande proprietà terriera.
In Prussia, Austria e Russia venne seguita una linea che si richiamava all’assolutismo settecentesco e ostacolava ogni evoluzione in senso liberale.
Il caso più significativo di Restaurazione “morbida” fu quello della Francia.
Luigi 18. promulgò una costituzione, che tra l’altro prevedeva un parlamento bicamerale, e conservò molte innovazioni del periodo napoleonico.
In Italia la Restaurazione fu particolarmente dura nel Regno di Sardegna, mentre nello Stato della Chiesa e nel Regno delle due Sicilie  le spinte reazionarie furono in parte frenate dalla presenza di correnti moderate.
Nel Lombardo-Veneto l’Austria ispirò il proprio governo ad una miscela di autoritarismo e buona amministrazione.
Per quel che riguarda i rapporti sociali, la Restaurazione non interruppe il processo di crescita della borghesia e di emancipazione dai vincoli feudali accelerato dalla rivoluzione francese.
Tuttavia la borghesia fu danneggiata da politiche dei governi che favorivano gli interessi della proprietà terriera.
Inoltre, in buona parte dell’Europa dell’Est, il processo di emancipazione dai vincoli feudali fu assai lento.
La lotta politica nell’età della Restaurazione fu dominata dalla contrapposizione trai partigiani dell’antico regime, da un lato, e i liberali e democratici dall’altro.
In quasi tutti i paesi europei l’azione dei liberali e democratici si doveva svolgere in forme clandestine, attraverso società segrete.

La Carboneria si ispirava ad un liberalismo moderato, mentre altre sette avevano posizioni più spiccatamente democratiche.
In massima parte la base sociale delle società segrete era costituita da intellettuali, studenti e – soprattutto – militari: furono essi i protagonisti delle rivoluzioni delgi anni ’20.
L’ondata rivoluzionaria partì dalla Spagna: il re fu costretto a concedere la costituzione ma il nuovo regime non riuscì a consolidarsi, anche per i contrasti in seno allo schieramento costituzionale.
Nel napoletano, per iniziativa di alcuni ufficiali, una insurrezione (luglio ’20) obbligò il re a concedere la costituzione; lo schieramento liberale e democratico rimase fragile, anche per il sopraggiungere della violenta rivolta a Palermo a sfondo indipendentista.
I moti piemontesi del marzo ’21 contavano sull’adesione del principe Carlo Alberto; all’ultimo momento, venuta essa meno, non fu possibile fermare la programmata insurrezione, che venne schiacciata.
Nel ’21, dopo che il re Ferdinando 1. ebbe chiesto espressamente l’aiuto delle potenze alleate al congresso di Lubiana, gli austriaci intervennero contro la rivoluzione napoletana.
La rivoluzione spagnola fu schiacciata, invece, dall’intervento militare della Francia (1823).
Trai motivi della sconfitta delle rivoluzioni del ’20-’21 vanno ricordate le divisioni entro lo schieramento rivoluzionario, nonché la mancanza di seguito tra le masse.
L’unica rivoluzione del decennio che si concluse positivamente fu quella greca contro la dominazione turca.
Iniziata nel ’21, questa rivoluzione si concluse solo nel 1830.
Il suo successo fu dovuta in misura determinante alle simpatie dell’opinione pubblica europea e all’intervento militare della Gran Bretagna, Francia e Russia.
La politica di Carlo 10., divenuto re di Francia nel 1824, fu ispirata al disegno degli ambienti oltranzisti di realizzare una restaurazione integrale.
Nel luglio 1839, il popolo di Parigi reagì con un’insurrezione che costrinse il re alla fuga; le camere nominarono nuovo sovrano Luigi Filippo d’Orleans.
La “monarchia di luglio”, benché prodotta da una rivoluzione, si ispirò sin dall’inizio ad una linea di liberalismo moderato.
La rivoluzione di luglio incoraggiò una ripresa delle iniziative rivoluzionarie a livello europeo.
La rivolta del Belgio – che mirava ad ottenere l’indipendenza dall’Olanda – si risolse in un successo, reso possibile dall’atteggiamento favorevole di Francia e Inghilterra.
Esito diverso ebbero i moti rivoluzionari scoppiati in Italia e in polonia, schiacciati dall’intervento militare – rispettivamente – di Austria e Prussia.
La base di consenso della monarchia di luglio era assai ristretta e precaria, fondandosi soprattutto su una identificazione con gli interessi dell’alta borghesia degli affari.
Forte era l’opposizione legittimista e bonapartista, ma ancor più minacciosa quella repubblicana (che si concretizzò in vari tentativi insurrezionali).
Per reazione, la monarchia sposò una linea ancor più conservatrice che accentuò i caratteri oligarchici del regime e la frattura tra ceto dirigente e società civile.
Tra la metà degli anni ’20 e la fine degli anni ’40 in Inghilterra vennero varate alcune decisive riforme: diritto per i lavoratori di unirsi in associazione (e ciò stimolò lo sviluppo delle Trade Unions); parità di diritti politici e civili per tutte le confessioni religiose; riforma elettorale (che estendeva il diritto di voto a consistenti settori del ceto medio); riforma municipale; leggi sociali (sul lavoro nelle fabbriche e sui poveri).
La lotta politica degli anni ’40-’40 vide l’emergere di due movimenti: quello “cartista”, che si batteva per il suffragio universale ed era animato soprattutto dalle Trade Unions; e quello per la riforma doganale, di cui fu principale leader Cobden, che si risolse in una vittoria delle trsi liberiste (abolizione del dazio sul grano).
Negli anni ’30-’48 di contro alle trasformazioni avvenute in Gran Bretagna e Francia, le monarchie autoritarie dell’Est europeo mostravano indirizzi legati a immobilismo politico e conservazione sociale.
Mentre la Russia ribadiva il suo ruolo di pilastro dell’autocrazia, l’Austria-Ungheria vedeva il primo manifestarsi delle spinte autonomistiche delle varie nazionalità dell’Impero.
Il nazionalismo costituì invece un fattore di coesione nell’area tedesca, ove le aspirazioni della borghesia si indirizzarono verso l’attuazione di una Unione doganale (Zollverein).
Negli anni ’30 fu l’intesa franco-britannica a condizionare largamente l’equilibrio europeo.
Tale intesa di spezzò alla fine del decennio in relazione al diverso atteggiamento tenuto dalle due potenze nei confronti della Questione d’Oriente.
Da allora la politica estera francese si andò qualificando sempre più in senso conservatore

Bibliografia

L’età della rivoluzione europea, 1780-1848 / L. Bergeron…et al. – Laterza, 1991
Le rivoluzioni borghesi, 1789-1848 / E. J. Hobsbawn. – Laterza, 1991
L’età della Restaurazione: reazione e rivoluzione in Europa, 1814-1830 / N. Nada. – Loescher, 1981
La diplomazia della Restaurazione / H. Kisisnger. – Garzanti, 1973
Storia dell’Italia moderna. Vol. 2.: Dalla Restaurazione alla rivoluzione nazionale / G. Candeloro. – Feltrinelli, 1958
Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’800 / A. Galante Garrone. – Einaudi, 1951
Con il fuoco nella mente / J. H. Billington. – Il Mulino, 1986
La rivoluzione napoletana del 1820-1821 / A. Lepre. – Editori Riuniti, 1967
Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale / R. Romeo. – Laterza, 1974
Il Risorgimento in Sicilia / R. Romeo. – Laterza, 2001
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Il “secolo borghese” in Francia, 1815-1914 / R. Magraw. – Il Mulino, 1987
Storia della Francia nell’Ottocento / D. Barjot…et al. – Il Mulino, 2003
Storia dell’Inghilterra nel secolo 19. / G. M. Trevelyan. – Einaudi, 1971
La rivoluzione industriale e l’impero: dal 1750 ai giorni nostri / E. J. Hobsbawn. – Einaudi, 1971
L’età del progresso: l’Inghilterra fra il 1783 e il 1867 / A. Briggs. – Il Mulino, 1987
Grandezza e caduta dell’Impero asburgico, 1815-1918 / A. Sked. – Il Mulino, 1987
La Prussia tra riforma e rivoluzione, 1791-1848 / R. Koselleck. – Il Mulino, 1987
Tra Asburgo e Prussia: la Germania dal 1815 al 1866 / H. Lutz. – Il Mulino, 2000
Storia dell’Impero russo, 1801-1917 / H. Seton-Watson. – Einaudi, 1971
La Russia degli zar / M. Raeff. – Laterza, 1984

 Cap. 7. Il Risorgimento italiano

Parola chiave

Federalismo

Per federalismo (dal latino foedus, patto) si ntende quella teoria politica che propugna l’associazione tra diversi stati e la creazione di entità sovranazionali capaci di assicurare la convivenza e la cooperazione fra diverse realtà salvaguardandone al tempo stesso la reciproca autonomia.
Presente come ipotesi teorica nel pensiero illuminista (in particolare in Kant), il federalismo, nella sua versione sovranazionale, trovò le sue prime occupazioni e i suoi primi modelli nella Svizzera e negli Stati Uniti d’America.
In concreto, il federalismo è stato fatto proprio, in tempi e contesti diversi, da correnti politiche molto diverse tra loro.
“Federalisti” si definirono quegli intellettuali americani (Hamilton, Madison, Jay) che, ai tempi del dibattito sulla costituzione degli Usa, si schierarono per un rafforzamento degli organi federali  pur nel rispetto dell’autonomia dei singoli stati.
Successivamente il federalismo è stato spesso invocato, in polemica col modello di Stato accentrato proprio dai fautori delle autonomie, sia di ispirazione liberale, come Cattaneo, sia di tendenza socialista, come Proudhon: capostipite quest’ultimo di una nutrita corrente di federalismo socialista e anarchico.
Un caso a parte è quello di Mazzini, strenuo sostenitore dello Stato nazionale unitario, ma favorevole a una federazione fra le nazioni d’Europa (e, in prospettiva, del mondo intero).
Nel ‘900, l’ideale federalista ha tratto nuovi spunti dall’esperienza delle due guerre mondiali per invocare il superamento dello Stato nazionale e la creazione di entità sovranazionali capaci di bloccare l’insorgere di altri conflitti.
Nell’Europa del secondo dopoguerra, questa corrente ha dato origine al movimento federalista europeo (rappresentato in Italia soprattutto da Altiero Spinelli), attivo nel promuovere e nello stimolare i processi di integrazione politica fra i paesi del vecchio continente.
Negli ultimi decenni del 20. secolo, mentre il progetto di Unione europea procedeva verso una lenta e contrastata realizzazione (sia pure con modalità diverse da quelle auspicate dai federalisti), si manifestava in alcuni paesi del vecchio continente un nuovo tipo di federalismo, a vocazione non più sovranazionale ma infranazionale: orientato cioè non all’unione fra stati già sovrani ma, al contrario, alla divisione di Stati già accentrati in entità autonome, individuate in base a criteri etnici, culturali o anche economici e considerate, al contrario degli “artificiali” Stati nazionali, più vicine ai bisogni e ai sentimenti delle popolazioni.
Questo federalismo – che sui tempi lunghi non esclude la creazione di entità più ampie (l’Europa delle regioni) – può facilmente sfociare in forme di vero e proprio separatismo.
In Italia ciò è accaduto in tempi recenti ad opera del movimento leghista, sviluppatosi prima in Veneto e in Lombardia e poi diffusosi in buona parte delle regioni settentrionali.

Citazione

Come molti altri paesi europei – dalla Polonia all’Irlanda, dalla Grecia all’Ungheria – anche l’Italia conobbe, nella prima metà dell’800, un processo di graduale riscoperta e di sempre più netta rivendicazione della propria identità nazionale.
Questo processo, che avrebbe portato nel giro di pochi decenni alla conquista dell’indipendenza, fu definito dai contemporanei, e poi dagli storici, col nome di “Risorgimento”: una definizione che ne sottolineava il carattere di rinascita culturale e politica, di riscatto da una condizione di servitù e di decadenza morale, di ritorno a un passato glorioso (non importa se reale o mitico).
Per la verità l’Italia, diversamente dalla Polonia o dall’Ungheria, non aveva mai conosciuto, lungo tutto il corso della sua storia, l’esperienza di uno Stato unitario.
Era stata unita politicamente solo ai tempi dell’Impero romano, ma all’interno di un’unità statale di tipo universalistico e sovranazionale.
In seguito, era sempre rimasta divisa e, almeno in parte, subordinata a sovranità straniere: subordinazione che era diventata pressoché completa a partire dal ‘500, proprio in coincidenza con una stagione di splendore artistico e di indiscusso primato culturale.
Eppure, se uno Stato italiano non era mai esistito, un’idea di Italia, in quanto comunità linguistica, esisteva almeno fin dall’epoca dei comuni.
E questa idea era sempre stata viva nel pensiero degli intellettuali italiani, da Petrarca a Machiavelli ad Alfieri.
Nel ‘700, col diffondersi della cultura illuminista, questa consapevolezza si era fatta più viva e assieme ad essa si era manifestata in misura crescente l’aspirazione a una rinascita, a un rinnovamento culturale e morale di tutto il popolo italiano: anche se questa aspirazione non si era tradotta immediatamente in una precisa rivendicazione politica.
Voci unitarie e indipendentiste erano emerse, negli ultimi decenni del secolo, all’interno del movimento giacobino (soprattutto fra le correnti più radicali).
Ma erano rimaste soffocate dalla contraddizione tipica di tutto il giacobinismo italiano: quella di essere portatore di idee rivoluzionarie anche nel campo dei rapporti fra le nazioni e di dover legare la realizzazione di queste idee alle sorti di una potenza straniera.
La stessa esperienza della Repubblica italiana e poi del Regno italico – esperienza per molti aspetti positiva, se non altro per il fatto di aver unito in un unico organismo statale tutte le popolazioni della parte più progredita del paese – era stata minata da questa contraddizione di fondo, aggravata dalla politica nazionalista e assolutista di Napoleone.
Con la Restaurazione e con lo stabilirsi di un’egemonia austriaca su tutta la penisola, la situazione dell’Italia peggiorò sotto molti punti di vista.
Ma certamente per i patrioti italiani i problemi risultarono semplificati: la lotta per gli ideali liberali e democratici poteva ora coincidere con quella per la liberazione dal dominio straniero.
Questo però non significava ancora battersi per l’indipendenza e l’unità italiana.
Nei moti del ’20-’21 la questione nazionale fu pressoché assente, o comunque subordinata alle rivendicazioni di ordine costituzionale, alle spinte per un mutamento politico all’interno dei singoli stati.
Lo stesso programma dei Federati lombardi e piemontesi non andava oltre l’ipotesi di un Regno dell’Italia settentrionale sotto la monarchia sabauda.
Nei moti che ebbero luogo dieci anni dopo nelle regioni del Centro-Nord, l‘assenza di una visione unitaria risultò ancora in modo evidente.
Dal fallimento di questi moti, come vedremo fra poco, avrebbe tratto spunto Giuseppe Mazzini per elaborare una nuova concezione, che aveva il suo punto centrale proprio nella rivendicazione dell’unità e dell’indipendenza nazionale.

Sommario

Se uno Stato italiano non era mai esistito, l’idea di una nazione italiana era presente, sin dall’età comunale, nel pensiero degli intellettuali.
Questa idea acquistò nuovo vigore durante la dominazione napoleonica, che vide il diffondersi tra i giacobini italiani di orientamenti unitari e indipendentisti.
Orientamenti che, messi in ombra durante la Restaurazione e sostanzialmente assenti nel moti del ’20-’21, riemersero nei nuovi moti del 1831.
I moti del 1831 nei Ducati di Modena e Parma e nelle Legazioni pontificie trassero origine, oltre che dalla rivoluzione di luglio in Francia, da una trama cospirativa che tentò di coinvolgere lo stesso duca Francesco 4.
Questi, però, rivelò i suoi veri intenti arrestando i capi della congiura.
La rivolta scoppiò egualmente nelle Legazioni pontificie e si estese successivamente ai Ducati.
La novità dei moti stava nel fatto che i suoi protagonisti furono i ceti borghesi, appoggiati dall’aristocrazia liberale e da una certa mobilitazione popolare.
Divisioni municipaliste e contrasti tra moderati e democratici favorirono l’intervento austriaco, che stroncò l’insurrezione dell’Italia settentrionale.
La sconfitta dei moti del ’31 provocò la crisi definitiva della Carboneria a favore di un nuovo indirizzo che ebbe il suo principale sostenitore in Giuseppe Mazzini.
In lui le aspirazioni democratiche erano inserite in una concezione caratterizzata da aspetti mistico-religiosi e dominata dall’idea di una missione spettante all’Italia.
Non privo di attenzione per le questioni sociali, il pensiero mazziniano era tuttavia incentrato sugli obiettivi nazionali (indipendenza, unità, repubblica) e sulla convinzione che unico mezzo per raggiungerli fosse l’insurrezione popolare.
Fondata la Giovine Italia (1831), Mazzini si impegnò nell’organizzazione di tali insurrezioni; nel ’34 una spedizione in Savoia si risolse in un fallimento.
Gli insuccessi di altre simili iniziative favorirono le critiche all’impostazione data da Mazzini al problema nazionale e il diffondersi di nuovi orientamenti politici.
Il decennio 1830-40 fu segnato in Italia, a differenza di quanto accadeva in Europa, da una sostanziale continuità con l’età della Restaurazione.
L’opposizione a qualsiasi riforma caratterizzò lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie, mentre la politica del Granduca di Toscana continuò ad essere moderatamente tollerante e il Piemonte, nonostante gli orientamenti clericali e legittimisti di Carlo Alberto, attuò alcune significative riforme.
Lo sviluppo economico del periodo fu assai lento: qualche progresso non bastò a ridurre il divario che si stava accumulando nei confronti dell’Europa più avanzata.
Sul piano degli orientamenti politici, gli anni ’40 si caratterizzarono per l’emergere di un orientamento che cercava di dare soluzioni moderate al problema nazionale.
Tale orientamento, che ebbe il suo maggiore interprete in Gioberti, era imperniato sulla  riscoperta della funzione nazionale della Chiesa Cattolica (neoguelfismo).
Il successo delle correnti moderate era dovuto al fatto che esse sembravano offrire soluzioni graduali e tali da non implicare, a differenza dell’indirizzo mazziniano, via insurrezionali.
Elementi di gradualismo e federalismo erano presenti anche nella corrente democratica e repubblicana lombarda, il cui maggior esponente fi Cattaneo.
L’elezione al soglio pontificio, nel ’46, di Pio 9. suscitò, per le circostanze da cui era risultata, un’ondata di grande entusiasmo in tutta Italia: entusiasmo accresciuto da alcune, pur limitate, riforme che egli varò.
Si vide così nel nuovo papa l’uomo capace di realizzare i disegni del moderatismo neoguelfo (tale tendenza dell’opinione pubblica fu accentuata dall’occupazione austriaca di Ferrara).
Nel corso del 1847 gli altri Stati italiani (escluso il Regno delle Due Sicilie) si trovarono costretti, di fronte alle pressioni dell’opinione pubblica e alle manifestazioni popolari, a concedere anch’essi alcune limitate riforme.

Bibliografia

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Le premesse dell’Unità. Vol. 1. della Storia d’Italia / Sabbatucci, Vidotto. – Laterza, 1994
L’Italia del Risorgimento / A. Scirocco. – Il Mulino, 1990
Il Risorgimento italiano / A. M. Banti. – Laterza, 2008
Pensiero e azione del Risorgimento / L. Salvatorelli. – Einaudi, 1943
Mazzini e i rivoluzionari italiani: il “Partito d’Azione” / F. Della Peruta. – Feltrinelli, 1974
La nazione del Risorgimento / A. M. Banti. – Einaudi, 2000
Gioberti / G. Rumi. – Il MUlino, 1999
Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale / R. Romeo. – Laterza, 1974
Il Regno Lombardo-Veneto / M. Meriggi. – Utet, 1987
Società e imprenditori nel Regno borbonico / J. A. Davis. – Laterza, 1979

Cap. 8. Le Americhe

Parola chiave

Frontiera

Nell’uso corrente, e nel senso letterale, il termine “frontiera” altro non è che sinonimo di “confine”.
In senso figurato, la parola ha acquisito un significato più ampio, legato a una dimensione non solo materiale: quella di un limite che si tende continuamente a superare (si parla quindi di “frontiere della scienza”, di “frontiere del sapere”).
Fu uno storico statunitense, Frederick Jackson Turner (1861-1932), a usare questo termine, alla fine dell’800, per indicare il carattere costitutivo e peculiare della storia del suo paese.
Contrariamente ai vecchi Stati europei, confinanti con altri Stati e costretti a combattere contro di essi per accrescere i loro territori, gli Stati Uniti d’America, originariamente dislocati lungo la costa atlantica, avevano come limite alla loro espansione continentale una frontiera “mobile”, costituita dagli immensi spazi disabitati, o abitati da popolazioni seminomadi, che si estendevano a Ovest fino all’Oceano Pacifico.
La conquista e la colonizzazione di questi spazi, durata per oltre un secolo, aveva, secondo Turner, forgiato il carattere nazionale, stimolando l’individualismo e lo spirito di iniziativa e favorendo il radicamento e la crescita della democrazia: nell’Ovest, a contatto con la natura selvaggia,  non esistevano infatti gerarchie sociali consolidate e ognuno si sentiva responsabile del proprio destino.
Le tesi di Turner (esposte compiutamente in un volume pubblicato nel 1920 e intitolato appunto La frontiera nella storia americana) sono state spesso criticate per aver idealizzato eccessivamente una vicenda che in realtà fu intessuta anche di violenza e prevaricazione, ma certamente riflettevano l’immagine prevalente che i cittadini degli Stati Uniti avevano di sé e del loro paese.
Non a caso, un uomo politico del ‘900, John Fitzgerald Kennedy, nel suo discorso di accettazione della candidatura a presidente degli Usa per il Partito democratico (Los Angeles, 15 luglio 1960) avrebbe ripreso quell’immagine additando ai suoi concittadini i traguardi di una “nuova frontiera” tutta immateriale, al di là della quale si estendevano i territori ancora inesplorati della scienza e dello spazio, della pace e della giustizia sociale.

Sommario

Al principio dell’800 le diverse zone dell’America Latina erano caratterizzate da comuni caratteri economici (prevalenza delle aziende agricole di grandi dimensioni) e sociali (una stratificazione imperniata sulla distinzione razziale tra creoli, meticci, indios).
Con l’invasione della Spagna da parte di Napoleone si mise in moto la lotta per l’indipendenza.
Dopo una battuta di arresto dovuta alla restaurazione della monarchia spagnola, la lotta riprese nel 1816 (con l’appoggio decisivo della Gran Bretagna), sotto la guida di Bolivar e San Martin. Nel 1824, sconfitti definitivamente gli spagnoli, l’America Latina era ormai indipendente.
La fase successiva all’indipendenza vide il fallimento dei progetti di unire l’America Latina in una grande confederazione sul modello degli Usa; si ebbe invece una frammentazione politica in diversi stati.
Né, sul piano economico, l’indipendenza segnò una svolta verso lo sviluppo: l’economia latino-americana continuò infatti ad essere modellata in funzione delle esportazioni verso l’Europa.
Gli squilibri sociali ereditati dall’età coloniale non si attenuarono, e anzi il peso dei grandi proprietari terrieri divenne maggiore.
Tutti questi fattori contribuirono a determinare, dal punto di vista politico, una costante instabilità in cui trovava spazio  l’azione di capi militari.
L’eccezionale sviluppo degli Stati Uniti nei decenni successivi all’indipendenza traeva origine da alcuni caratteri peculiari della società americana.
Anzitutto il fattore geografico: esistevano ad Ovest immensi spazi, occupati da poche centinaia di migliaia di indiani, su cui si riversò una ondata di pionieri.
Questo carattere “mobile” della frontiera contribuì a plasmare profondamente la mentalità americana, favorendo uno spirito individualista ed egualitario.
La naturale tendenza verso la democrazia era poi rafforzata dalle peculiarità di una rivoluzione borghes, che non si era dovuta scontrare contro retaggi feudali ed aristocratici.
Fino agli anni ’20 la scena politica negli Usa fu dominata dal contrasto tra federalisti (che esprimevano gli interessi della borghesia urbana ed erano favorevoli ad un rafforzamento del potere centrale e al protezionismo) e repubblicani (che esprimevano gli interessi degli agrari del Sud e dei coloni dell’Ovest, difendevano l’autonomia dei singoli stati e richiedevano una politica liberistica).
Saliti al potere nel 1800 con Jefferson, i repubblicani vi rimasero per quasi trent’anni.
Scomparsi dalla scena i federalisti e dopo la scissione dei repubblicani in due correnti, nazionali e democratici, questi ultimi si affermarono nel 1828 con l’elezione alla presidenza di Jackson, tipico rappresentante dello spirito della frontiera.
L’espansione territoriale degli Stati Uniti si attuò, nella prima metà dell’800, secondi due direttrici: verso ovest e verso sud.
La corsa all’Ovest fu il risultato dell’iniziativa dei pionieri ma fu anche appoggiata dal potere centrale, soprattutto per quel che riguardava i continui conflitti con gli indiani (progressivamente scacciati verso ovest).
L’espansione a sud si realizzò attraverso l’acquisto della Louisiana  (dalla Francia) e della Florida (dalla Spagna).
Negli anni ’40, dopo una guerra contro il Messico, gli Stati Uniti ottennero i territori compresi tra il golfo del Messico e il Pacifico.
Nel 1823 il presidente Monroe aveva affermato l’egemonia degli Usa su tutto il continente, sostenendo che ogni intervento europeo sarebbe stato considerato ostile.

Bibliografia

Storia dell’America Latina / T. Halperin Donghi. – Einaudi, 1972
L’America Latina / C. Gibson…et al. – Utet, 1976
La grande illusione delle oligarchie / M. Carmagnani. – Loescher, 1981
Gli Stati Uniti / R. Luraghi. – Utet, 1974
Storia degli Stati Uniti / A. Nevins, H. S. Commager. – Einaudi, 1980
Espansione e conflitto: gli Stati Uniti dal 1820 al 1877 / D. B. Davis, D. H. Donald. – Il Mulino, 1987
La frontiera nella storia americana / E. J. Turner. – Il Mulino, 1959

Cap. 9. Le rivoluzioni del 1848

Parola chiave

Suffragio universale

Nell’antica Roma lo jus suffragis era il diritto del cittadino di votare nei comizi, ossia nelle assemblee popolari in cui si prendevano le decisioni più importanti.
Dopo aver assunto nel corso del tempo altri e diversi significati (nel linguaggio della Chiesa la parola sta per “aiuto”, “soccorso”, e anche “preghiera” per le anime dei defunti), il termine “suffragio” è tornato in età moderna e contemporanea come sinonimo di voto o diritto di voto per l’elezione dei membri delle assemblee rappresentative.
Il suffragio può essere diretto, se serve a designare direttamente i rappresentanti, o indiretto, se esprime un corpo ristretto che poi procederà all’elezione; uguale, quando ogni voto conta come gli altri, o plurimo se si riconosce un peso maggiore al voto di alcune categorie di elettori rispetto ad altre.
Può essere inoltre – e su questo punto soprattutto si incentrò il dibattito nel corso dell’800 – universale, se attribuito a tutti i cittadini senza distinzione, o ristretto, se limitato in base a requisiti economici (censo) o di merito (titolo di studio, professione o altro).
In realtà anche il suffragio nominalmente universale poteva soffrire di limitazioni di diverso tipo: la più vistosa era quella che riguardava le donne, i cui diritti per tutto l’800 furono sostenuto solo da poche voci isolate (fra queste quella di John Stuart Mill).
Ma si poteva essere esclusi dal voto anche per motivi di “indegnità morale” o perché di condizione servile.
Nei primi decenni del 19. secolo il suffragio universale – s’intende maschile – fu invocato dai democratici, mentre i liberali moderati erano per lo più favorevoli al suffragio ristretto (di fatto limitato a strati assai sottili della popolazione).
Dopo l’esperienza delle rivoluzioni del ’48, le cose si fecero più complicate: molti democratici, infatti, pur mantenendo ferma la richiesta di principio, si mostrarono in realtà perplessi nei confronti di una riforma che avrebbe portato alle urne anche i ceti rurali, sospetti quanto influenzabili dai grandi proprietari e dal clero.
Per gli stessi motivi, alcuni conservatori, sull’esempio di quanto avevano fatto Napoleone 3. in Francia e Bismarck in Prussia, si schierarono a favore del suffragio universale, visto come strumento di stabilizzazione politica e sociale.
Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, anche in coincidenza con al diffusione dell’istruzione, il suffragio universale maschile si affermò, a prescindere dai regimi politici, in tutti i paesi dotati di istituzioni rappresentative.
Per il suffragio veramente universale, quello esteso ad ambo i sessi, si dovette aspettare ancora qualche decennio.
In Italia le donne votarono per la prima volta nelle elezioni del 1948.

Sommario

La crisi rivoluzionaria del ’48 interessò gran parte dell’Europa continentale, anche a causa di alcuni elementi comuni presenti nei vari paesi: crisi economica del 1846-47, azione dei democratici, attesa di un nuovo grande sommovimento rivoluzionario.
Simili furono anche i contenuti delle varie insurrezioni: richiesta di libertà politiche e di democrazia e – in Italia, in Germania e Impero asburgico – spinta verso l’emancipazione nazionale.
La novità delle rivoluzioni del ’48 risiedette nella massiccia partecipazione dei ceti popolari urbani e nella presenza di obiettivi sociali accanto a quelli politici.
Il centro di irradiazione del moto rivoluzionario fu la Francia.
L’insurrezione parigina di febbraio portò alla proclamazione della repubblica, che ebbe all’inizio un indirizzo democratico-sociale.
Le elezioni per l’Assemblea costituente dell’aprile ’48 sancirono la vittoria dei repubblicani moderati.
L’insurrezione di giugno dei lavoratori di Parigi fu duramente repressa e segnò la svolta in senso conservatore della Repubblica, concretizzatasi in dicembre con l’elezione a presidente di Luigi Napoleone Bonaparte.
In marzo il moto rivoluzionario si propagò all’Impero asburgico, agli stati italiani e alla Confederazione germanica.
A Vienna, Metternich dovette lasciare il potere e venne concesso un parlamento dell’Impero.
In Ungheria l’agitazione ebbe un accentuato carattere indipendentistico.
Anche a Praga e negli altri territori della monarchia asburgica si estesero, sia pure in forma meno accentuata, le rivendicazioni di autonomia.
La repressione militare della sollevazione di Praga (giugno 1848) segnò la riscossa del potere imperiale, che utilizzò abilmente le rivalità fra gli slavi e i magiari.
Dopo la repressione di una nuova insurrezione a Vienna (ottobre ’48), saliva al trono imperiale Francesco Giuseppe.
La rivoluzione di Berlino portò inizialmente ad alcune concessioni da parte del re Federico Guglielmo 4.; il movimento liberal-democratico conobbe però un rapido declino.
In maggio, sulla spinta delle agitazioni e sommosse scoppiate nei vari stati tedeschi, si era riunita a Francoforte un’Assemblea costituente con l’obiettivo di avviare un processo di unificazione nazionale tedesca.
Il rifiuto  da parte di Federico Guglielmo 4. della corona imperiale offertagli dall’Assemblea di Francoforte nell’aprile ’49 segnò in pratica la fine di quest’ultima.
All’inizio del 1848, e prima della rivoluzione di febbraio in Francia, negli stati italiani c’erano forti aspettative di un’evoluzione interna dei vecchi regimi.
La sollevazione di Palermo, in gennaio, induceva Ferdinando di Borbone a concedere una costituzione; il suo esempio era subito seguito da Carlo Alberto, Leopoldo 2. di Toscana e Pio 9.
Lo scoppio della rivoluzione in Francia dava nuova spinta all’iniziativa dei democratici italiani e riportava n primo piano la questione nazionale.
A Venezia si proclamava la repubblica; a Milano, dopo “cinque giornate” di insurrezione, fu costituito un governo provvisorio.
Il 23 marzo ’48 Carlo Alberto dichiarava guerra all’Austria, ottenendo l’appoggio del re delle Due Sicilie, del granduca di Toscana e del papa, appoggio che sarebbe stato ritirato di lì a poco.
I piemontesi, anche per la scarsa risolutezza con cui condussero le operazioni militari, vennero sconfitti a Custoza (luglio’48) e costretti a firmare un armistizio con l’Austria.
A combattere contro l’Impero asburgico restavano i democratici italiani (oltre a quelli ungheresi).
In Sicilia esistevano i separatisti, a Venezia era proclamata di nuovo la repubblica, in Toscana si formava un triumvirato democratico, a Roma, dopo la fuga del papa (novembre ’48), si proclamava la repubblica.
Nel marzo ’49 il Piemonte riprendeva la guerra contro l’Austria.
Subito sconfitto a Novara, Carlo Alberto abdicava a favore del figlio Vittorio Emanuele 2.
I governi rivoluzionari venivano sconfitti in tutta Italia: terminava la rivoluzione autonomistica siciliana, gli austriaci ponevano fine alla Repubblica toscana e occupavano le Legazioni pontificie, i francesi intervenivano militarmente contro la Repubblica romana.
Gli ultimi focolai rivoluzionari a soccombere furono quelli ungherese e veneto, in entrambi i casi per l’intervento asburgico.
La causa fondamentale del generale fallimento delle rivoluzioni del ’48 va individuato nelle fratture all’interno delle forze che di quelle rivoluzioni erano state protagoniste: nei contrasti, cioè, fra correnti democratico-radicali e gruppi liberal-moderati.
Aveva pesato inoltre, nel determinare la sconfitta delle esperienze rivoluzionarie italiane, l’estraneità delle masse contadine, che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione.
In Francia si accentuava, nel 1849, l’evoluzione della situazione politica in senso conservatore.
Nel dicembre 1851 Bonaparte effettuò un colpo di Stato e riformò la costituzione.
L’anno successivo un plebiscito sanzionava la restaurazione dell’impero: Luigi Napoleone Bonaparte diventava imperatore col nome di Napoleone 3.

Bibliografia

L’età della borghesia / a cura di G. Palmade. – Vol. 27 della Storia universale Feltrinelli
La Francia della Seconda Repubblica, 1848-1852 / M. Agulhon. – Editori Riuniti, 1979
Grandezza e caduta dell’Impero asburgico, 1815-1918 / A. Sked. – Laterza, 1992
Storia della Germania moderna / H. Holborn. – Rizzoli, 1973
Tra Asburgo e Prussia: la Germania dal 1815 al 1866 / H. Lutz. – Il Mulino, 1992
La rivoluzione nazionale / G. Candeloro. – Vol. 3. della Storia dell’Italia moderna. – Feltrinelli, 1960
Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 / K. Marx. – Editori Riuniti, 1973
Una rivoluzione fallita / A. De Tocquevile. – In: Scritti politici, vol. 1. – Utet, 1969

Cap. 10. Società borghese e movimento operaio

Parola chiave

Progresso

Nel linguaggio comune, “progresso” è “sinonimo” di avanzamento o di “sviluppo”.
In termini storico-filosofici, credere nell progresso significa pensare che il corso della storia sia necessariamente orientato verso il graduale miglioramento della condizione umana, verso un aumento della felicità – o del benessere materiale, o della ricchezza spirituale – dei singoli e della collettività.
L’idea moderna di progresso è nata con l’Illuminismo: tipica della cultura illuministica è infatti una concezione laica della storia, che considera la natura umana perfettibile e la felicità realizzabile nel mondo degli uomini (e non solo dell’aldilà).
Nell’età romantica, l’idea di progresso viene mutando i suoi tratti e si lega alle concezioni idealistiche e storicistiche che vedono la storia come un processo di continuo arricchimento dello spirito universale: un processo che è inarrestabile e necessario, ma non dipende dall’azione dell’uomo, anzi la determina.
L’epoca del positivismo è stata quella in cui l’ideale di progresso ha conosciuto la sua maggiore affermazione, fino a costituire il nucleo centrale e l’idea-guida della cultura borghese nella seconda metà dell’800.
Anche per i positivisti il progresso è il risultato di leggi immanenti allo sviluppo storico, più che della volontà dei singoli (gli uomini possono tutt’al più agire per accelerare il progresso o per rallentarlo).
Ma si tratta di leggi scientifiche, analoghe a quelle che regolano l’evoluzione del mondo naturale; e l’accento è posto non tanto sul progresso “spirituale”, quanto sullo sviluppo tecnico e materiale.
Questa idea di progresso è entrata in crisi alla fine dell’800, assieme a tutto il sistema culturale e filosofico legato al positivismo.
Le vicende drammatiche del ‘900 – in particolare le due guerre mondiali – hanno ulteriormente incrinato la fiducia in un corso razionale e ordinato della storia dell’umanità; e la cultura del ‘900, in tutte le sue molteplici correnti, ha assunto nei confronti dell’idea di progresso un atteggiamento più critico e disincantato.
Nemmeno il grande processo di sviluppo economico e di avanzamento scientifico verificatosi nell’epoca successiva al secondo conflitto mondiale (epoca per altro verso dominata dall’incubo della guerra nucleare) è valso a riproporre l’idea del progresso nei termini ottimistici in cui veniva concepita nell’800.

Citazione

Molti furono i fattori che resero possibile il boom degli anni ’50 e ’60.
Fra questi possiamo elencarne cinque principali.
1. Dopo il 1848, soprattutto in quei paesi dell’Europa centro-orientale dove più forti erano le sopravvivenze dell’antico regime, furono cancellate o lasciate cadere in disuso molte leggi che fin allora avevano inceppato le attività economiche.
Furono smantellati gli ordinamenti corporativi che regolamentavano l’esercizio dei mestieri, ostacolando la mobilità del lavoro e l’innovazione tecnologica.
Furono definitivamente abrogate le vecchie (e mai seriamente applicate) leggi che proibivano il prestito a interesse.
Furono mitigate le pene dei condannati per debiti o per fallimento.
Fu perfezionata la disciplina dei brevetti.
Si diffuse sempre più l’uso della carta-moneta e degli assegni.
2. Assieme ai vecchi vincoli giuridici, caddero, nel giro di pochi anni, le numerose barriere che si frapponevano alla ibera circolazione delle merci: imposte sul traffico delle vie d’acqua, dazi interni e soprattutto dazi di entrata e di uscita ai confini tra gli stati.
Una fitta rete di trattati commerciali, che prevedevano congrue riduzioni delle tariffe doganali, fu stretta tra le principali potenze europee, Russia compresa.
Il trionfo del libero scambio favorì in primo luogo la Gran Bretagna che, grazie alla sua più collaudata struttura industriale, poteva offrire i suoi prodotti a prezzi competitivi sui mercati stranieri; ma finì col giovare anche agli altri paesi europei, in quanto, provocando la scomparsa delle imprese meno attrezzate per reggere la concorrenza, favorì la modernizzazione dell’apparato produttivo.
3. Dopo la metà del secolo, la scoperta e lo sfruttamento di nuovi giacimenti minerari nell’Europa continentale (come quelli di Pas de Calais in Francia o del bacino della Ruhr in Germania) aumentarono in misura considerevole la disponibilità delle materie prime più importanti: i minerali ferrosi e soprattutto il carbone, prima ed essenziale fonte di energia per i paesi industrializzati.
4. La scoperta, nel 1848, di nuovi giacimenti auriferi in California fece affluire in Europa cospicue quantità di metalli preziosi.
Ne derivò un rapido aumento della circolazione monetaria, che causò a sua volta l’abbassamento dei tassi di interesse e l’espansione del credito.
Le banche assunsero una funzione decisiva nel promuovere lo sviluppo, incanalando i capitali disponibili verso gli investimenti produttivi.
Nacquero a questo scopo, soprattutto in Francia e in Germania, “banche di investimento” (o “banche d’affari”), la cui funzione principale non consisteva tanto nel fornire prestiti a breve termine per operazioni commerciali, quanto nel sostenere iniziative di ampio respiro con finanziamenti a lunga durata.
Fu questo il caso delle banche di credito mobiliare sorte nella Francia del Secondo Impero o delle banche miste tedesche, chiamate così perché svolgevano contemporaneamente due funzioni: quella tradizionale della raccolta di risparmio e dell’offerta di credito a breve termine  e quella nuova dell’investimento a lungo termine nelle imprese industriali.
5. Ai fattori che abbiamo appena elencato ne va aggiunto un altro non meno importante, che fu insieme causa ed effetto dello sviluppo industriale: l’affermazione e la diffusione di nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione, primo fra tutti la ferrovia, simbolo dell’età industriale, ma al tempo stesso contribuì potentemente ad alimentarla: sia perché allargava a dismisura le possibilità di circolazione dei prodotti dell’industria, sia perché determinava essa stessa una domanda in continua espansione per i settori siderurgico e meccanico. 

Sommario

Al conservatorismo politico che, dopo il fallimento delle rivoluzioni del ’48-49, caratterizzava la situazione europea, faceva riscontro un processo di profondo mutamento sociale.
Il ventennio successivo al ’48 vide la crescita della borghesia: un ceto sociale attraversato da notevoli differenziazioni interne e tuttavia portatore di uno stile di vita e di un insieme di valori sostanzialmente unitari.
Centrale, tra questi valori, era la fede nel progresso generale dell’umanità, che poggiava sull’imponente sviluppo economico e scientifico della seconda metà dell’800.
Sul piano culturale, il progresso scientifico diede origine a una nuova corrente filosofica, il positivismo, che diventò l’ideologia della borghesia in ascesa e influenzò tutta la mentalità dell’epoca.
Il rappresentante più noto del nuovo spirito “positivo” fu Darwin, cui si deve la teoria dell’evoluzione e della selezione naturale.
Dalla fine degli anni ’40 l’economia europea conobbe una fase id forte sviluppo durata quasi un quarto di secolo.
Lo sviluppo interessò anzitutto l’industria, principalmente nei settori siderurgico e meccanico.
Si generalizzò in quest’epoca l’impiego delle macchine a vapore e del combustibile minerale.
I fattori principali del boom industriale degli anni ’50 e ’60 furono: la rimozione dei vincoli giuridici che ostacolavano le attività economiche, l’affermarsi del libero scambio, la disponibilità delle materie prime, la diminuzione dei tassi di interesse e l’espansione del credito a favore degli impieghi industriali, lo sviluppo dei nuovi mezzi di trasporto (navi a vapore e, soprattutto, ferrovie) e di comunicazione (telegrafo).
Si diffondeva, nello stesso periodo, la figura dell’operaio di fabbrica, le cui dure condizioni di vita e di lavoro favorivano il formarsi di una coscienza di classe e delle prime associazioni operaie (soprattutto in Gran Bretagna, Germania e Francia).
La teoria socialista assunse, con l’opera di Marx, il carattere di teoria “scientifica” contenente un’indicazione di superamento del capitalismo.
Progressivamente il marxismo si sarebbe affermato quale dottrina ufficiale del movimento operaio.
Nel 1864 venne fondata la Prima internazionale, la cui storia fu caratterizzata dai contrasti fra le varie correnti – principalmente tra marxisti e anarchici – che avrebbero presto condotto alla sua dissoluzione.
Il maggior teorico dell’anarchismo  fu Bakunin, le cui teorie si distinguevano per alcuni aspetti sostanziali da quelle di Marx.
Bakunin, tra l’altro, riteneva che, una volta abbattuto il potere statale, il comunismo si sarebbe instaurato spontaneamente, senza dunque la fase di “dittatura del proletariato” prevista da Marx.
Egli considerava, inoltre, le masse diseredate (e non il proletariato industriale) il soggetto della rivoluzione.
Per quest’ultimo motivo il bakunismo si diffuse soprattutto nei paesi più arretrati.
Di fronte alla società borghese, il mondo cattolico da un lato assunse un atteggiamento di dura condanna (Sillabo, 1864), dall’altro, si fece promotore, con i movimenti cristiano-sociali, di un intervento dello Stato a favore dei lavoratori e di un associazionismo cattolico.

Bibliografia

Il trionfo della borghesia, 1848-1875 / E. J. Hobsbawm. – Laterza, 1976
Il Secolo di Darwin / L. Eiseley. – Feltrinelli, 1975
Prometeo liberato / D. S. Landes. – Einaudi, 1978
Storia economica dell’Europa continentale / A. S. Milward, S. B. Saul. – Il Mulino, 1977
La conquista pacifica: l’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970 / S. Pollard. – Il Mulino, 1984
Storia del pensiero socialista / G. D. H. Cole. – Laterza, 1967
Introduzione a Marx / G. Bedeschi. – Laterza, 1981
Liberalismo e integralismo: tra stati nazionali e diffusione missionaria, 1830-1870. – Vol. 8/2 della Storia della Chiesa / a cura di H. Jedon. – Jaca Book, 1977
Il pontificato di Pio 9., 1846-1878 / R. Aubert. – Ed. Paoline, 1976. – Vol. 21/1-2 della Storia della Chiesa dalle origini ai nostri giorni / a cura di A. Fliche e V. Martin

Cap. 11. Città e campagna

Parola chiave

Piano regolatore

Il piano regolatore è lo strumento normativo – ossia l’insieme di regole e prescrizioni – impiegato per dare ordine alla costruzione delle città.
I regolamenti per lo sviluppo urbano sono in realtà antichissimi: si ritrovano nelle città mesopotamiche, cinesi, romane.
La maglia regolare delle strade, la distinzione tra le diverse funzioni dei quartieri non riguarda solo la città contemporanea.
In età moderna è celebre il piano del papa Sisto 5. (1585-90) per Roma con la definizione di un tridente che si diparte da piazza del Popolo e collega i percorsi verso le grandi basiliche (S. Maria Maggiore, S. Croce in Gerusalemme, S. Giovanni in Laterano).
Ma con la trasformazione delle città tradizionali in centri industriali e commerciali, con l’ampliamento delle loro funzioni burocratico-amministrative, con la costruzione delle grandi stazioni ferroviarie, dei parlamenti e dei municipi (tutti fenomeni che furono accompagnati, nel corso del 19. secolo, da un vistoso incremento della popolazione urbana) la redazione dei piani regolatori divenne un passaggio obbligato.
La spinta iniziale venne dalla necessità di risanare igienicamente i vecchi quartieri e dotarli di una rete fognaria.
Seguirono i grandi interventi di trasformazione delle città: i boulevards di Haussmann a Parigi (1855-70), la costruzione del Ring a Vienna (1860), gli inizi della metropolitana a Londra (1863).
L’Italia fissò in una legge del 1865 (rinnovata e ampliata con una nuova legge urbanistica del 1942)le norme relative ai piani regolatori e ai criteri di espropriazione per cause di pubblica utilità.
Nel 1865 Firenze (allora capitale d’Italia) ebbe il suo piano regolatore, seguita da Roma nel 1882, Napoli nel 1885, Milano nel 1889.
In molti casi, però, il piano regolatore non veniva rispettato nella sua integrità: lo sviluppo urbano non riusciva a seguire le previsioni del piano e gli interessi in gioco – rappresentati da proprietari di aree, da costruttori e anche dalle esigenze dei cittadini alla ricerca di una casa – erano troppo forti per essere disciplinati.
Si aprivano così innumerevoli contese con le autorità pubbliche per modificare e attenuare le disposizioni vigenti tanto da rendere la redazione dei nuovi piani regolatori un’impresa lunga e difficile, realizzabile solo in presenza di amministrazioni comunali in grado di costruire (o di imporre) un largo consenso tra le parti.
In anni recentisi è giunti a rinunciare a un piano regolatore generale per ricorrere a strumenti più agili per risolvere i problemi caso per caso.

Sommario

Nell’800 ebbe inizio quel grande processo storico che va sotto il nome di urbanesimo: aumentò non solo la popolazione  urbana ma anche il numero delle grandi città.
In Gran Bretagna, in particolare, piccoli centri si trasformarono in grandi città in pochi decenni: accadde in quei luoghi che, per la particolare posizione geografica, acquisirono nuova importanza dopo la rivoluzione industriale.
Nella seconda metà dell’800 furono soprattutto gli Stati Uniti a offrire un nuovo modello di sviluppo della città, con la costruzione dei grattacieli e l’espansione dei sobborghi periferici.
Nella seconda metà dell’800 molti grandi centri urbani assunsero una forma simile a quella che ancora oggi conosciamo.
Punti di riferimento essenziali divennero le stazioni ferroviarie, la Borsa, i centri commerciali, il tribunale, i palazzi dei ministeri.
I ceti popolari andarono ad addensarsi nelle grandi periferie, ben distinte dai quartieri residenziali borghesi.
Nello stesso periodo, quasi tutte le grandi  città europee videro moltiplicarsi le iniziative dei poteri pubblici per favorire lo sviluppo dei trasporti e per cercare di risolvere i più urgenti problemi igienici.
La ristrutturazione di Parigi fu un esempio di intervento attuato dallo Stato.
Haussmann sventrò buona parte del centro medievale e aprì una serie di larghi viali.
Principi completamente diversi guidarono lo sviluppo di Londra.
Qui l’intervento pubblico risultò quasi assente: l’espansione della città rimase nelle mani dell’iniziativa privata.
Vienna rappresentò invece un modello urbanistico per la costruzione della Ringstrasse, dove furono collocati i principali edifici pubblici e una serie di eleganti palazzi privati.
Alla fine dell’800 Chicago fu uno dei simboli più efficaci del dinamismo americano.
Distrutta da un incendio nel 1871, la città venne in breve tempo ricostruita e da allora cominciò a espandersi a ritmi straordinari.
Alla metà dell’800, in tutta l’Europa continentale erano i lavoratori della terra a costituire la grande maggioranza della popolazione attiva.
Diversi furono gli effetti della privatizzazione delle terre: in alcune regioni la scomparsa del regime feudale lasciò il posto alla piccola e media proprietà, in altre invece andò a vantaggio dei grandi latifondisti.
Ovunque, comunque, i lavoratori agricoli occupavano i gradini inferiori della scala sociale.
Fra il 1849 e il 1870 milioni di persone lasciarono il vecchio continente per andare a dissodare le terre vergini del Nord America.

Bibliografia

Storia della città / L. Benevolo. – Laterza, 1975
La città moderna e contemporanea / A. Caracciolo. – Guida, 1982
La città europea dal Medioevo a oggi / P. M. Hohenberg…et al. – Laterza, 1987
La città europea dal 15. al 20. secolo / C. De Seta. – Rizzoli, 1996
La città dell’Ottocento / G. Zucconi. – Laterza, 2001
Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea / a cura di P. Bevilacqua. – Marsilio, 1989-1991. – 3 voll. 

Cap. 12. L’unità d’Italia

Parola chiave

Plebiscito

Nella Roma repubblicana con il termine plebiscitum (“decisione della plebe”) si indicavano le deliberazioni che venivano espresse dai comizi della plebe, su proposta dei tribuni e che, in alcuni casi, assumevano valore di legge.
Il termine riapparve nella Francia rivoluzionaria per indicare un solenne pronunciamento del popolo, unico depositario della sovranità.
Il primo vero plebiscito dell’età moderna fu quello a cui Napoleone Bonaparte fece ricorso per legittimare a posteriori il colpo di Stato del 1799.
Anche le successive tappe della costruzione del potere napoleonico – dalla nomina a Primo console in quello stesso anno all’assunzione del titolo imperiale nel 1804 -  furono segnate da plebisciti, ovvero da consultazioni popolari, a suffragio universale maschile, in cui gli elettori dovevano semplicemente approvare decisioni già prese, conferendo ad esse la ratifica della sovranità popolare.
L’istituto del plebiscito fu ripreso in Francia da Luigi Napoleone Bonaparte, che anche in questo senso ripercorse un cammino analogo a quello del primo Napoleone (attraverso le due tappe della presidenza a vita, dopo il colpo di Stato del 1851, e della restaurazione dell’Impero l’anno seguente) e fu successivamente adottato in Italia dalla monarchia sabauda, che se ne servì per legittimare le annessioni con cui nacque e poi si ingrandì il Regno d’Italia e per rendere omaggio al principio della sovranità  popolare, rompendo con la tradizione della monarchia per diritto divino.
Gli elettori furono chiamati a pronunciarsi con un sì o con un no, senza alcuna garanzia di segretezza del voto, sulla scelta di una “Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale”.
Nel ‘900 il ricorso alle forme plebiscitarie fu ampiamente praticato dai regimi totalitari: sia per ratificare la scelta imposta dall’alto dei componenti degli organismi rappresentativi (in Italia le elezioni fasciste su lista unica del 1929 e 1934), sia per conferire maggior forza a decisioni di speciale importanza (ad esempio, nella Germania nazista, l’uscita dalla Società delle nazioni nel novembre 1933).
Da allora il termine, usato per lo più in senso negativo, sta a indicare lo strumento di cui si servono i regimi autoritari per richiamarsi alla legittimazione popolare e rafforzare così il ruolo del capo, senza correre i i rischi connessi alla libera espressione del voto democratico, che presuppone la possibilità di scegliere senza costrizioni fra alternative reali.
Più in generale si parla di “voto plebiscitario” o di “consenso plebiscitario” per designare l’esito schiacciante, e per questo a volte sospetto, di una consultazione elettorale.

Sommario

In Italia, la “seconda restaurazione” – cioè il ritorno dei sovrani legittimi dopo il fallimento delle rivoluzioni del ’48-49 – bloccò ogni esperimento riformatore e frenò pesantemente lo sviluppo economico dei vari stati, mentre veniva sancita l’egemonia austriaca nella penisola.
Aumentava anche il fossato che separava i sovrani dall’opinione pubblica borghese, fenomeno evidente soprattutto nei due stati che più perseguirono una politica repressiva e autoritaria: lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie
Solo in Piemonte la situazione era diversa.
Qui fu conservato il regime costituzionale: inoltre, superata la crisi legata alla ratifica del trattato di pace con l’Austria, venne intrapresa dal governo D’Azeglio un’opera di modernizzazione dello Stato, soprattutto nel campo dei rapporti con la Chiesa (leggi Saccardi).
Nel 1850 Cavour entrava nel governo (come ministro dell’Agricoltura e del Commercio) e, due anni dopo, diveniva presidente del consiglio.
Si affermava, così, un politico dai vasti orizzonti culturali e d’ampia conoscenza dei problemi economici, animato dalla fede nelle virtù della libera concorrenza e da un liberalismo pragmatico e moderno.
Spostato a sinistra l’asse del governo (“connubio” con Rattazzi), Cavour pose mano anzitutto alla modernizzazione economica del paese, attraverso l’adozione di una linea liberoscambista, il sostegno dello Stato all’industria, la riorganizzazione delle attività creditizie, le opere pubbliche.
La conservazione delle libertà costituzionali, lo sviluppo economico, l’accoglienza data agli esuli provenienti dagli altri stati italiani fecero del Piemonte cavouriano il punto di riferimento per l’opinione pubblica liberale di tutta la penisola.
Proseguiva instancabile, dopo le sconfitte del ’48-49, l’attività di Mazzini, volta al raggiungimento dell’indipendenza e dell’unità per via insurrezionale.
I tragici insuccessi contro cui la sua strategia si scontrò fecero crescere i dissensi entro il movimento democratico.
Si affacciava, soprattutto con Pisacane, un’ipotesi “socialista” di liberazione nazionale, che cioè facesse leva  sulle masse diseredate del Mezzogiorno.
Il tragico esito della spedizione di Sapri (1857) – dovuto soprattutto all’ostilità delle popolazioni locali – sollecitò l’iniziativa di quegli esponenti democratici che vedevano nell’alleanza con la monarchia sabauda l’unica possibilità di successo (nel 1857 si costituì la Società nazionale).
Dopo aver ottenuto un successo diplomatico dalla partecipazione piemontese alla guerra di Crimea e alla Conferenza di Parigi (1855-56), Cavour si convinse che era indispensabile l’appoggio di Napoleone 3. per scacciare gli austriaci dalla penisola.
Favorito dagli effetti che l’attentato di Orsini ebbe sull’imperatore, strinse con questi a Plombières (1858) un’alleanza militare in vista della guerra contro l’Austria, che scoppiò nell’aprile dell’anno successivo.
Le sorti del conflitto volsero subito a favore dei franco-piemontesi.
Ma l’armistizio di Villafranca – improvvisamente stipulato da Napoleone 3. – assegnava allo Stato sabaudo la sola Lombardia.
Si dové alla nuova situazione creata dalle insurrezioni nell’Italia centro-settentrionale se il Piemonte poté annettere anche Emilia, Romagna e Toscana.
Rimanevano scontenti i democratici, che cominciarono a pensare a una prosecuzione della lotta attraverso una spedizione nel Mezzogiorno.
Nel maggio 1860 Garibaldi sbarcò in Sicilia con mille volontari e, sconfitte le truppe borboniche, formò un governo provvisorio.
Le aspirazioni dei contadini – desiderosi anzitutto di una trasformazione dei rapporti di proprietà – causarono presto la fine del clima di concordia che aveva salutato i “liberatori”.
Spaventati dalle agitazioni agrarie, i proprietari terrieri guardarono con favore all’annessione al Piemonte.
Dopo lo sbarco di Garibaldi in Calabria e il suo ingresso a Napoli, divenne urgente per il governo piemontese un’iniziativa al Sud tale da evitare complicazioni internazionali e garantire alla monarchia sabauda il controllo della situazione.
Con l’intervento dell’esercito piemontese e le annessioni, la liberazione del Sud veniva così ricondotta entro i binari della politica cavouriana.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele 2. fu proclamato de d’Italia.

Bibliografia

Dalla rivoluzione nazionale all’unità / G. Candeloro. – Vol. 4. della Storia dell’Italia moderna. – Feltrinelli, 1964
Cavour: un europeo piemontese / H. Hearder. – Laterza, 2000
Cavour e il suo tempo / R. Romeo. – Laterza, 1969-84
Cavour / L. Cafagna. – Il Mulino, 1999
Garibaldi / A. Scirocco. – Laterza, 2001
Garibaldi: l’invenzione di un eroe / L. Riall. – Laterza, 2007
Democrazia e socialismo nel Risorgimento / F. Della Peruta. – Editori Riuniti, 1965
La monarchia e il Risorgimento / F. Mazzonis. – Il Mulino, 2003
Le interpretazioni del Risorgimento / W. Maturi. – Einaudi, 1962
Il Risorgimento: storia e interpretazioni / L. Riall. – Donzelli, 2007

Cap. 13. L’Europa delle grandi potenze, 1850-1890

Parola chiave

Potenza

Nel linguaggio della diplomazia, sono definiti potenze quegli Stati che si dimostrano in grado, in virtù della loro forza economica e militare o della loro capacità politica, di essere soggetti attivi, e non solo oggetti, della politica internazionale, di assumere autonomamente impegni ed iniziative senza essere condizionati da vincoli di subordinazione.
Si parla poi di grandi potenze in riferimento a quegli Stati che, in un dato periodo, acquistano un ruolo egemonico in una determinata area e sono chiamati per questo ad assumere responsabilità speciali nella conduzione degli affari internazionali.
Nell’800 le grandi potenze erano cinque: Francia, Gran Bretagna, Russia, Prussia (poi Germania) e Austria.
Negli ultimi decenni del secolo a esse si aggiunsero l’Italia (cui non tutti, per la verità, riconoscevano questo ruolo) e le nuove potenze extraeuropee, gli Stati Uniti e il Giappone.
Dopo la prima guerra mondiale, l’Austria, non più centro di un impero, uscì dal novero delle grandi potenze e ne furono escluse, ma solo temporaneamente, la Germania e la Russia (che vi sarebbe rientrata come Unione Sovietica).
Quella di grande potenza è naturalmente una condizione di fatto, non prevista dal diritto internazionale, fondato sulla presunzione di uguaglianza formale fra tutti i soggetti indipendenti.
Eppure essa fu sancita ufficialmente nello statuto delle Nazioni Unite, che implicitamente attribuiva questa qualifica a cinque Stati (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina), designati come membri permanenti del Consiglio di sicurezza.
In realtà, all’indomani del secondo conflitto mondiale, stava già emergendo un nuovo equilibrio internazionale, basato sull’esistenza di due sole superpotenze (Stati Uniti e Urss) capaci di far sentire il loro peso sull’assetto dell’intero pianeta e di esercitare così una sorta di condominio conflittuale a livello mondiale.
Con la crisi del blocco comunista e la fine dell’Urss (1991), gli scenari mutavano di nuovo.
Gli Stati Uniti restavano l’unica superpotenza planetaria.
Ma nel frattempo emergevano altre candidate al ruolo di grande potenza (le due sconfitte della seconda guerra mondiale, la Germania riunificata e il Giappone, la stessa Russia portata ad ereditare il ruolo dell’ex-Unione Sovietica) e nuove potenze regionali (il Brasile e l’Argentina, la Turchia e l’Iran, l’India e l’Indonesia) pronte a inserirsi in una realtà internazionale diventata di nuovo fluida dopo la fine dell’equilibrio bipolare durato quasi mezzo sesolo.

Sommario

Nella seconda metà del secolo 19., la scena europea continuò a essere dominata dalla cinque “grandi potenze”, impegnate in una lotta per l’egemonia che, fra il 1850 e il 1870, provocò ben 4 guerre.
In questo periodo, il ruolo più attivo fu svolto dalla Francia del Secondo Impero, che però, nel suo tentativo di indebolire l’Austria, finì col facilitare l’ascesa della Prussia.
Dalla guerra franco-prussiana del ’70-71 uscì un nuovo equilibrio che faceva perno sulla Germania riunificata.
Il regime di Napoleone 3. cercò di coniugare l’autoritarismo allo sviluppo economico.
Al tempo stesso si impegnò in una politica estera ambiziosa e aggressiva, volta a modificare l’assetto europeo uscito dal Congresso di Vienna.
Una prima manifestazione di tale politica si ebbe con la guerra di Crimea (1854-55), quando Francia e Inghilterra si unirono per contrastare le mire della Russia sull’Impero ottomano.
Un’altra fu l’appoggio dato ai movimenti nazionali, soprattutto attraverso l’alleanza col Piemonte e la guerra con l’Austria del ’59.
Negli anni ’60 si avviò un’evoluzione liberale del regime.
L’Impero asburgico, dopo le rivoluzioni del ’48-49, accentuò i suoi caratteri autoritari e burocratici.
L’appoggio dei contadini e della Chiesa cattolica non fu sufficiente ad arrestare il declino dell’Impero, travagliato dai contrasti fra i diversi gruppi nazionali.
Nello stesso periodo la Prussia, anch’essa retta da un regime autoritario e dominata dai ceti aristocratici, ripropose la sua candidatura alla guida dei paesi di lingua tedesca, grazie soprattutto al suo sviluppo industriale.
Con l’ascesa al governo di Bismarck, la Prussia scelse la strada di un’unificazione da ottenersi soprattutto per mezzo della forza militare.
La vittoriosa guerra del ’66 contro l’Austria portò alla formazione di una Confederazione della Germania del Nord sotto l’egemonia prussiana e all’adesione della borghesia tedesca alla politica di Bismarck.
L’Impero asburgico sconfitto si riorganizzò in forma “dualistica”, dividendosi in una parte austriaca e una ungherese, dotate di larghe autonomie.
Nel 1870 Bismarck riuscì a provocare una guerra con la Francia (ultimo ostacolo ai suoi progetti di unificazione tedesca), che fu rovinosamente sconfitta a Sedan.
Col trattato di Francoforte (1871) nasceva il nuovo Reich tedesco.
La sconfitta, che rappresentò per la Franci un’autentica umiliazione nazionale, comportò la caduta di Napoleone 3. e la perdita dell’Alsazia e della Lorena.
La sconfitta ebbe tra le sue conseguenze la ribellione di Parigi e la proclamazione della Comune, radicale esperienza di democrazia diretta.
Isolata dal resto del paese, la Comune venne schiacciata dalle truppe governative dopo durissimi combattimenti nelle strade della capitale.
Dopo la guerra franco-prussiana si diffuse in Europa un nuovo clima politico: si affermò l’ideologia della forza e tramontò la politica del libero scambio.
Ciononostante l’Europa godette di un lungo periodo di pace destinato a protrarsi fino al 1914.
Fino al 1890 l’equilibrio europeo si fondò soprattutto sul sistema di alleanze costruito da Bismarck allo scopo principale di isolare la Francia.
Il sistema bismarckiano si fondò sul “patto dei tre imperatori” con Austria e Russia, reso però precario dalla rivalità fra queste due potenze: rivalità che emersero con la guerra russo-turca del ’77 e col successivo congresso di Berlino del ’78.
Il sistema di alleanze bismarckiano fu completato nel 1882 dalla Triplice Alleanza con Austria e Italia.
Dal punto di vista degli assetti interni, l’Imero tedesco era caratterizzato dalla prevalenza dell’esecutivo sul legislativo e dalla presenza di un blocco sociale dominante, fondato sull’alleanza fra industriali e aristocrazia agraria.
Ciò non impedì la nascita di nuove formazioni politiche, quali il Centro Cattolico e il Partito socialdemocratico.
La lotta di Bismarck contro i cattolici (Kulturkampf) si risolse in un insuccesso e fu abbandonata anche per la necessità di fronteggiare la socialdemocrazia.
Ma né le leggi repressive promulgate a tale scopo né le avanzate riforme sociali varate da Bismarck in materia di assistenza e previdenza per i lavoratori riuscirono a bloccare la crescita elettorale dei socialisti.
Ripresasi rapidamente dalla sconfitta del ’70-71, la Francia si diede nel ’75 una nuova costituzione repubblicana.
Il nuovo regime, dominato dai repubblicani moderato (gli “opportunisti”), riuscì a consolidarsi e a evolversi in senso parlamentare, nonostante l’instabilità dei governi e i frequenti scandali politico-finanziari.
Alla fine degli anni ’80 una minaccia fu rappresentata dall’emergere di un movimento nazionalista guidato dal generale Boulanger.
In Gran Bretagna gli anni centrali del lungo regno della regina Vittoria coincisero con un periodo di notevole prosperità economica, col rafforzamento del regime parlamentare e con alcune importanti riforme, soprattutto in materia di allargamento del suffragio.
Dopo un lungo periodo di incontrastata egemonia liberale, fra il ’66 e l’86 si alternarono al governo il liberale Gladstone, espressione dell’ala progressista del suo partito, e il conservatore Disraeli, fautore di una politica imperialistica non priva di aperture sociali.
Gladstone affrontò fra l’altro la questione irlandese cercando, senza fortuna, di concedere all’isola un regime di autonomia.
In Russia all’arretratezza politica e sociale faceva riscontro una grande vivacità della vita culturale e del dibattito ideologico.
L’avvento al trono di Alessandro 2. alimentò grandi speranze di rinnovamento, in conseguenza di alcune riforme varate dal sovrano: la più importante di tutte fu l’abolizione della servitù della gleba (1861), che però non produsse  i risultati sperati.
Seguì una nuova stretta autoritaria, con conseguente accrescersi del distacco fra potere statale e ceti intellettuali

Bibliografia

L’Europa delle grandi potenze / A. J. P. Taylor. – Laterza, 1961
Il secolo della rivoluzione / F. Furet. – Rizzoli, 1989
Il “secolo borghese” in Francia, 1815-1914 / R. Magraw. – Il Mulino, 1987
La Comune di Parigi: le otto giornate di maggio dietro le barricate / P. O. Lissagaray. – Feltrinelli, 1979
La Comune del 1871 / J. Bruhat…et al. – Editori Riuniti, 1971
La febbre francese: dalla Comune al maggio ’68 / M. Winock. – Laterza, 1987
Da contadini a francesi: la modernizzazione della Francia rurale, 1870-1914 / E. Weber. – Il Mulino, 1989
Grandezza e caduta dell’Impero asburgico, 1815-1918 / A. Sked. – Laterza, 1982
La monarchia asburgica / A. A. May. – Il Mulino, 1973
Tra Asburgo e Prussia: la Germania dal 1815 al 1866 / H. Lutz. – Il Mulino, 1992
I militari e la politica nella Germania moderna / G. Ritter. – Einaudi, 1967
L’ascesa della Germania a grande potenza: economia e politica nella formazione del Reich, 1848-1881 / H. Bohme. – Ricciardi, 1970
Bismarck: l’uomo e lo statista / A. J. P. Taylor. – Laterza, 1988
L’Impero guglielmino, 1871-1918 / H. U. Wehler. – De Donato, 1981
L’impero inquieto: la Germania dal 1866 al 1918 / M. Sturmer. – Il Mulino, 1986
L’Inghilterra vittoriana / E. Grendi. – Sansoni, 1975
L’Inghilterra vittoriana / A. Briggs. – Editori Riuniti, 1978
L’Inghilterra vittoriana: genesi e formazione / G. Kitson Clark. – Jouvence, 1980
Democrazia e impero: l’Inghilterra fra il 1865 e il 1914 / E. J. Feuchtwanger. – Il Mulino, 1989
La Russia degli Zar / M. Raeff. – Laterza, 1984
La Russia nell’età della nazione e delle riforme, 1801-1881 / D. Saunders. – Il Mulino, 1997 

Cap. 14. I nuovi mondi: Stati Uniti e Giappone

Parola chiave

Modernizzazione

“Modernizzazione” è un termine creato dalla sociologia e dalla scienza politica del ‘900 per designare quell’insieme di trasformazioni politiche, economiche e sociali che hanno avuto luogo nelle società occidentali negli ultimi due secoli (a partire, grosso modo, dalle grandi rivoluzioni politiche del ‘700 e dalla rivoluzione industriale inglese) e si sono successivamente verificate – o si stanno verificando, pur fra molte resistenze e contraddizioni – nella maggior parte del mondo.
Nel linguaggio politico contemporaneo il concetto di modernizzazione tende a sostituirsi a quello di progresso (parola chiave del capitolo 10) e a superarne la genericità mediante il riferimento a una serie di parametri “oggettivi”.
Sul piano politico, si ha modernizzazione quando l’autorità statale acquista autonomia dagli altri poteri (in particolare da quello religioso) e capacità di far rispettare le proprie decisioni; quando esistono leggi valide per tutti; quando per la popolazione si verifica il passaggio dalla condizione di sudditi a quella di cittadini dotati, almeno in teoria, di uguali diritti.
Sul piano economico, la modernizzazione è quel processo mediante il quale un sistema acquista razionalità ed efficienza e accresce la sua capacità di produrre beni e di soddisfare bisogni; in questo senso la modernizzazione coincide col passaggio da un’economia agricola a un’economia industriale e si misura con indici quali il prodotto nazionale, il reddito pro-capite e, soprattutto, il tasso di sviluppo annuo.
Sul piano sociale, la modernizzazione si identifica con una serie di processi tutti in qualche modo legati fra loro: la diffusione dell’istruzione, premessa essenziale per lo sviluppo della partecipazione politica e per la stessa crescita economica; l’urbanizzazione, conseguenza dello sviluppo industriale; l’aumento della mobilità geografica e sociale della popolazione; la rottura delle vecchie stratificazioni legate alla società tradizionale e la creazione di gerarchie basate non più, o non solo, sulla nascita, ma piuttosto sul merito individuale.
Tutti i processi cui abbiamo accennato hanno, nella tradizione culturale occidentale, un valore implicitamente positivo; e il processo di modernizzazione nel suo complesso è considerato, in questo contesto, come un fenomeno auspicabile e in qualche misura necessario.
Ma una simile prospettiva non è condivisa universalmente, né all’interno delle società industrializzate, né soprattutto in molti di quei paesi che oggi si definiscono “in vi di sviluppo”.

Se alcuni di questi paesi hanno imboccato con decisione la strada dell’industrializzazione, cercando, con alterna fortuna, di imitare l’esempio del Giappone (o quello delle economie pianificate dell’Est europeo), in altri la modernizzazione è stata vista come una “occidentalizzazione” più o meno forzata e ha provocato reazioni talora molto aspre, a sfondo nazionalistico o religioso-tradizionalistico.

Sommario

Alla metà dell’800 gli Stati Uniti erano un paese in crescente espansione, benché attraversato da forti differenze tra le diverse zone: il Nord-Est industrializzato, il Sud agricolo e tradizionalista nelle cui grandi piantagioni lavoravano milioni di schiavi neri, gli stati dell’Ovest con una popolazione di liberi agricoltori e di allevatori di bestiame.
Le popolazioni dell’Ovest cominciarono intorno alla metà del secolo a stringere invece i loro rapporti con il Nord-Est.
Lo scontro sull’estensione della schiavitù ai nuovi territori dell’Unione vide dunque una contrapposizione tra gli stati dell’Ovest e del Nord-Est e quelli del Sud.
Questa nuova dislocazione dei rapporti tra le varie zone del paese trovò riscontro nella crisi del Partito democratico e nella nascita del Partito repubblicano (che faceva proprie sia le rivendicazioni protezionistiche degli industriali settentrionali sia le richieste di terre dei coloni dell’Ovest, e si qualificava in senso nettamente antischiavista).
La vittoria del repubblicano Lincoln alla elezioni presidenziali del ’60 fece precipitare il contrasto, provocando la secessione degli stati del Sud.
Era la guerra civile (1861.65), che – dopo i primi successi dei “confederati” – doveva concludersi con la vittoria degli “unionisti”, superiori come popolazione e potenza economica.
La liberazione degli schiavi fu uno dei portati più rilevanti della guerra, benché si riproducesse presto, per la popolazione nera, una situazione di segregazione di fatto.
Superati i traumi della guerra civile, gli Stati Uniti vissero una stagione di intenso sviluppo economico e di grandi trasformazioni sociali, cui non fu estranea la continua crescita del flusso migratorio.
Sul piano della politica estera, gli Stati Uniti – impegnati a proseguire la colonizzazione dell’Ovest e il consolidamento dell’espansione nei territori di recente acquisizione – si limitarono per tutto l’800 a una interpretazione difensiva della “dottrina Monroe”, senza un grande coinvolgimento nelle vicende dell’emisfero meridionale del continente.
Unica eccezione fu l’aiuto dato ai repubblicani messicano contro il tentativo di egemonia francese in Messico (1864-67).
L’isolamento della Cina dal resto del mondo fu violentemente interrotto, alla metà dell’800, dalla pressione esercitata, dopo le due “guerre dell’oppio” (1839-42 e 1856-60), dagli stati europei (soprattutto l’Inghilterra), che imposero al paese l’apertura al commercio straniero.
Diverse furono invece, in Giappone, le conseguenze dell’impatto con l’Occidente.
Anche qui fu la costrizione a permettere, dopo i “trattati ineguali” del 1858, la penetrazione economica delle grandi potenze.
Ma l’umiliazione subita spinse i grandi feudatari e i samurai a una rivolta consto lo shogun, che di fatto esercitava il potere di sovrano assoluto relegando l’imperatore a un ruolo puramente simbolico.
La “restaurazione Meiji” (1868) si risolse in una modernizzazione accelerata dell’intera società giapponese: una “rivoluzione dall’alto” che coinvolse l’economia e la legislazione, il sistema politico e i rapporti sociali, e che consentì al Giappone di compiere in pochi anni la transizione dal feudalesimo allo Stato moderno.

Bibliografia

Gli Stati Uniti / R. Luraghi. – Utet, 1974
Storia degli Stati Uniti / A. Nevins, H. S. Commager. – Einaudi, 1980
Espansione e conflitto: gli Stati Uniti dal 1820 al 1877 / D. B. Davis, D. H. Donald. – Il Mulino, 1987
L’economia politica della schiavitù / E. D. Genovese. – Einaudi, 1972
Storia della guerra civile americana / R. Luraghi. – Einaudi, 1976
La guerra civile americana / a cura di R. Luraghi. – Il Mulino, 1978
L’Asia orientale nell’età dell’imperialismo: Cina, Giappone, India e Sud-Est asiatico nei secoli 19. e 20. / J. Chesneaux. – Einaudi, 1969
La nascita del mondo moderno in Asia orientale: la penetrazione europea e la crisi delle società tradizionali in India, Cina e Giappone / G. Borsa. – Rizzoli, 1977
Storia della Cina: dalle origini alla fondazione della Repubblica / M. Sabattini, P. Santangelo. – Laterza, 1986
La Cina. Vol. 1.: dalle guerre dell’oppio al conflitto franco-cinese, 1840-1885 / J. Chesneaux. – Einaudi, 1974
Storia del Giappone / E. O. Reischhauer. – Rizzoli, 1974
La nascita del Giappone moderno / E. H. Norman. – Einaudi, 1975
Il Giappone contemporaneo / a cura di F. Gatti. – Loescher, 1976
Le origini sociali della dittatura e della democrazia: proprietari e contadini nella formazione del mondo moderno / B. Moore jr. – Einaudi, 1969 

Cap. 15. La seconda rivoluzione industriale

Parola chiave

Liberismo / Protezionismo

“Liberismo” è quella dottrina che affida al mercato – e solo al mercato – il compito di regolare l’attività economica, che si oppone all’intervento dello Stato nel mondo della produzione e del commercio, che sostiene il principio del libero scambio nei traffici tra paese e paese.
In quest’ultimo senso il liberismo si oppone al “protezionismo”: ossia quella pratica che tende a proteggere la produzione nazionale imponendo sui prodotti di importazione dazi doganali così elevati da scoraggiarne l’acquisto.
Al contrario del protezionismo – che è solo una pratica adottabile, o adottata, da regimi diversi per motivazioni diverse – il liberismo è anche un’ideologia a sfondo ottimistico che ha il suo fondamento nelle teorie di Adam Smith.
Un’ideologia che vede nella libertà economica non solo il mezzo più sicuro per ottenere il maggior benessere possibile per l’intera collettività (attraverso il perseguimento del benessere privato da parte dei singoli soggetti, ma anche il complemento indispensabile della libertà politica.
Il momento di maggior fortuna del liberismo si può collocare attorno alla metà del 19. secolo: in particolare nel periodo che seguì l’abolizione del dazio sul grano in Gran Bretagna (1846).
In questo periodo il liberismo fu, non solo in Inghilterra, l’ideologia delle correnti progressiste (che vedevano in esso anche un mezzo per sconfiggere i privilegi dell’aristocrazia terriera); e finì quasi per identificarsi col liberismo politico.
Successivamente, a partire dagli anni ’70 dell’800, le fortune del liberismo andarono declinando in tutti i paesi, salvo che in Gran Bretagna.
Negli ultimi decenni del secolo si assisté ovunque all’imposizione di elevati dazi protezionistici e, più in generale, a un intervento crescente dei poteri pubblici nelle vicende economiche (sotto forma sia di leggi sociali, sia di provvedimenti a favore di singoli comparti produttivi).
Nel corso del 20. secolo l’intervento statale si è andato continuamente sviluppando in quantità e in qualità, anche all’interno dei sistemi economici fondati sulla proprietà privata e sulla libera impresa.
Soprattutto negli anni della “grande depressione” seguita alla crisi del ’29, l’era del lassez-faire sembrò definitivamente conclusa.
Tuttavia, anche nel ‘900, le teorie liberiste hanno trovato numerosi e autorevoli sostenitori, soprattutto fra gli economisti.
Fra gli studiosi formatisi  alla fine dell’800, è il caso di ricordare Luigi Einaudi, che diede vita negli anni ’30 a una celebre polemica con Benedetto Croce, postulando un inscindibile legame fra il liberismo economico e liberalismo politico (legame che Croce contestava).
Nel secondo dopoguerra, il liberismo ha conosciuto una fase di rilancio, grazie anche alle opere di economisti come Friedrich Hayek e Milton Friedman.
Alle loro teorie si sono in parte ispirate le politiche “neoliberiste” affermatesi verso la fine degli anni ’70 come reazione alla crisi dello “Stato sociale” e applicate nei decenni successivi soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

Sommario

L’ultimo trentennio dell’800 vide una profonda trasformazione economica (“seconda rivoluzione industriale”).
La crisi di sovrapproduzione del 1873 dette inizio ad una fase di rallentamento dello sviluppo durata oltre un ventennio.
La prolungata caduta dei prezzi che le si accompagnò era però conseguenza soprattutto di profonde trasformazioni organizzative e innovazioni tecnologiche.
Vari fattori – tra cui la diminuzione dei prezzi e l’acuirsi della concorrenza internazionale – portarono allo sviluppo delle grandi concentrazioni produttive e finanziarie e a una stretta compenetrazione tra banche e industrie.
Si affermava contemporaneamente nei vari stati una politica di appoggio all’economia nazionale attraverso il protezionismo e una maggiore aggressività sul piano dell’affermazione economica all’estero, che fu tra le principali cause della politica di espansione coloniale seguita dalle maggiori potenze.
Gli effetti più gravi della caduta dei prezzi si ebbero nell’agricoltura.
Qui i progressi tecnici rimasero limitati ad alcune aree europee più sviluppate.
Diverso, invece, perché privo di tali squilibri, il rilevante sviluppo degli Stati Uniti, i cui prodotti a buon mercato inflissero un colpo durissimo alla più arretrata agricoltura europea.
Di conseguenza nelle campagne d’Europa aumentarono la conflittualità sociale e l’emigrazione (soprattutto quella transoceanica, che conobbe un vero e proprio boom).
Anche la crisi agraria spinse in direzione di politiche doganali che proteggessero la produzione nazionale dalla concorrenza estera.
Nel complesso, comunque, il calo dell’agricoltura in rapporto al complesso  delle attività economiche fu comune a tutti i paesi industrializzati.
Caratteristica fondamentale della seconda rivoluzione industriale fu la stretta integrazione fra scienza e tecnologia e fra tecnologia e attività produttive, il rinnovamento tecnologico si concentrò nelle industrie giovani: chimica, elettrica, dell’acciaio (la prima rivoluzione industriale del secolo precedente era stata invece dominata dal cotone e dal ferro).
Soprattutto gli sviluppi della chimica aprirono nuove prospettive un po’ in tutti i settori produttivi: dalla produzione di alluminio a quella dei prodotti “intermedi” (come acido solforico e soda) con impieghi estesissimi, dalle fibre tessili artificiali ai nuovi metodi di conservazione degli alimenti.
L’invenzione del motore a scoppio e la produzione di energia elettrica furono tra le caratteristiche salienti della seconda rivoluzione industriale.
L’energia elettrica, in particolare, forniva una nuova importante forza motrice per gli usi industriali e rivoluzionava – anzitutto con l’illuminazione – la vita quotidiana.
Questo periodo vide anche la trasformazione scientifica della medicina, dovuta a quattro fattori: prevenzione e contenimento delle malattie epidemiche attraverso la diffusione delle pratiche igieniste; identificazione dei microrganismi; progressi della farmacologia; nuova ingegneria ospedaliera.
I progressi della medicina e dell’igiene, sommandosi allo sviluppo dell’industria alimentare, determinarono in Europa una riduzione della mortalità.
Nonostante il calo delle nascite verificatosi nei paesi economicamente più avanzati (dovuto alla diffusione dei metodi contraccettivi e a una nuova mentalità tesa a programmare razionalmente la famiglia), si ebbe così un sensibile aumento della popolazione.

Bibliografia

Prometeo liberato / D. S. Landes. – Einaudi, 1978
Storia economica Cambridge. Vol. 7. – Einaudi, 1979-80
Storia economica e sociale del mondo / a cura di P. Leon. – Laterza, 1980
Malattia e medicina / a cura di F. Della Peruta. – Vol. 7. Degli Annali di Storia dell’Italia. – Einaudi, 1984
Storia della medicina e della sanità in Italia / G. Cosmacini. – Laterza, 1987
La trasformazione demografica delle società europee / M. Livi Bacci. – Loescher, 1977
La popolazione italiana dal Medioevo ad oggi / L. Del Panta…et al. – Laterza, 1996 

Cap. 16. Imperialismo e colonialismo

Parola chiave

Imperialismo

Coniato in Francia ai tempi del Secondo impero in riferimento ai disegni egemonici di Napoleone 3., il termine “imperialismo” si affermò in Inghilterra alla fine degli anni ’70 per indicare il programma di espansione coloniale del primo governo Disraeli, per entrare poi nell’uso comune come sinonimo di politica di potenza e di conquista territoriale su scala mondiale.
In generale, l’imperialismo rappresentò la tendenza degli Stati europei a proiettare più progressivamente verso l’esterno i propri interessi economici, le proprie esigenze di difesa, la propria immagine nazionale e la propria cultura: la fusione di queste diverse componenti (economiche, politiche, ideologiche) si tradusse in una politica di potenza realizzata con la forza e spesso perseguita come fine a sé.
Nel tentativo di identificare le forze profonde che erano alla base di questi sviluppi, molte delle teorie dell’imperialismo, avanzate all’inizio del ‘900 soprattutto – ma non soltanto – da parte di studiosi marxisti, hanno posto l’accento sui suoi moventi economici (la ricerca di materie prime a buon mercato e di nuovi sbocchi per merci e capitali in eccedenza) e sui suoi legami con le trasformazioni interne del sistema capitalistico (la svolta protezionistica, le concentrazioni, la prevalenza del capitale finanziario), lasciandone in secondo piano gli aspetti ideologici e politico-militari.
Per il liberale progressista John A. Hobson  e per la marxista rivoluzionaria Rosa Luxemburg, la causa principale del fenomeno stava nel “sottoconsumo”, ossia nel divario fra la capacità sempre crescente del sistema capitalistico di produrre merci e la possibilità di acquistarle da parte dei consumatori: donde la necessità di trovare sbocchi nei mercati esteri.
Per Lenin l’imperialismo era legato alla concentrazione industriale e alla formazione del capitale finanziario e costituiva la “fase suprema” dello sviluppo capitalistico (quella che l’avrebbe condotto alla catastrofe).
Al contrario, il sociologo ed economista austriaco Joseph. A. Schumpeter sosteneva che l’imperialismo andava contro le tendenze politiche dell’economia capitalistica e andava fatto risalire alla permanenza di interessi  valori tipici delle società preindustriali.
Le diverse teorie divergono non solo sugli elementi caratterizzanti dell’imperialismo, ma anche sui suoi termini cronologici.
Secondo molti studiosi il fenomeno va collocati fra gli anni ’70 dell’800 e la prima guerra mondiale.
Altri ne spostano in avanti la data finale, comprendendovi la seconda guerra mondiale o, come alcuni marxisti, lo considerano tuttora operante.
In sede storica, si può dunque affermare che, se da un lato è scorretto identificare l’imperialismo col colonialismo (iniziato, fra l’altro, due secoli prima), dall’altro non sarebbe utile dilatare sino ai giorni nostri l’estensione del concetto, staccandolo dal contesto in cui nacque e si affermò: che è appunto quello della grande espansione delle potenze europee tra la fine del 19. e l’inizio del 20. secolo.

Sommario

Vari fattori determinarono negli ultimi decenni dell’800, quella corsa alla conquista coloniale che costituì il più caratteristico tratto dell’imperialismo europeo.
Vi fu certamente la spinta esercitata dagli interessi economici (ricerca di materie prime a basso costo e di sbocchi per i prodotti industriali e i capitali d’investimento), ma non meno importante fu l’affermarsi delle tendenze politico-ideologiche che affiancavano a un acceso nazionalismo la fede nella missione civilizzatrice dell’uomo bianco.
Le potenze conquistatrici fecero generalmente un uso indiscriminato della forza contro le popolazioni indigene; sconvolsero l’economia dei paesi afroasiatici sottoponendola a un sistematico sfruttamento; colpirono, spesso irrimediabilmente, antiche culture.
Tuttavia gli effetti della conquista non furono sempre e solo negativi: sul piano economico, essa significò anche, in molti casi, un inizio di modernizzazione, sia pure finalizzata agli interessi dei dominatori; su quello culturale, alcuni paesi con tradizioni e strutture politico-sociali più solide riuscirono a difendere la loro identità ovvero ad assimilare aspetti della cultura dei dominatori; sul piano politico, infine, la colonizzazione, a più o meno lunga scadenza, favorì il formarsi di nazionalismi locali che avrebbero alimentato la lotta per l’indipendenza.
Agli inizi dell’età dell’imperialismo, gli europei avevano già numerosi possedimenti in Asia.
Più importanti di tutti, l’India, soggetta dal ‘700 alla dominazione della Gran Bretagna e affidata al controllo della Compagnia della Indie.
I tentativi inglesi di introdurre elementi di modernizzazione nell’arcaica società indiana suscitarono violente reazioni, cui il governo britannico rispose con una sanguinosa repressione e con la riorganizzazione della colonia sotto la diretta amministrazione della corona.
L’apertura del canale di Suez, nel 1689, diede nuovo impulso alla penetrazione europea in Asia.
In questo periodo si ebbero la conquista francese dell’Indocina, la spartizione del Pacifico, lo sviluppo della colonizzazione russa della Siberia.
L’altra direttrice dell’espansionismo russo – quella versa l’Asia centrale – portò l’Impero zarista ad un duro contrasto con l’Inghilterra.
Fu in Africa che l’espansione coloniale si verificò con la velocità più sorprendente, portando nel giro di pochi decenni alla conquista quasi completa – sotto forme di colonie e protettorati – di tutto il continente.
Francia e Inghilterra occuparono rispettivamente Tunisia (1881) ed Egitto (1882).
Poco dopo (1884-85), la Conferenza di Berlino, convocata per risolvere i contrasti internazionali suscitati  dall’espansione belga in Congo, stabiliva i principi della spartizione dell’Africa e riconosceva il possesso di vari territori a Belgio, Francia, Germania e Inghilterra.
L’incidente di Fashoda (Sudan) del 1898, quando Francia e Inghilterra furono a un passo dalla guerra, mostrò quali rischi di conflitti internazionali comportasse la corsa alla conquista.
In Sud Africa l’Inghilterra, soprattutto attraverso la politica di Cecil Rhodes, mirò ad estendere il suo dominio dalla Colonia del Capo alle due repubbliche boere dell’Orange e del Transvaal, ricche di giacimenti d’oro e di diamanti.
Il disegno poté realizzarsi solo dopo una lunga e sanguinosa guerra, vinta dalla Gran Bretagna contro i boeri (1899-1902).

Bibliografia

Teorie dell’imperialismo / T. Kemp. – Einaudi, 1969
L’economia dell’imperialismo / M. Barratt Brown. – Laterza, 1977
L’età dell’imperialismo, 1830-1914 / D. K. Fieldhouse. – Laterza, 1975
Gli imperi coloniali del 18. secolo. – Vol. 29. della Storia universale Feltrinelli
L’età dell’imperialismo / G. Carocci. – Il Mulino, 1979
L’alba illusoria: l’imperialismo europeo nell’Ottocento / R. F. Betts. – Il Mulino, 1986
Al servizio dell’impero: tecnologia e imperialismo europeo nell’Ottocento / D. R. Headrick. – Il Mulino, 1984
Storia dell’India / M. Torri. – Laterza, 2000
La Cina dalla guerra franco-cinese alla fondazione del partito comunista cinese, 1885-1921 / M. Bastid…et al. – Einaudi, 1974
Storia della Cina / M. Sabbatini, P. Santangelo. – Laterza, 2007
Africa: dalla preistoria agli stati attuali / P. Berteaux. – Vol. 32 della Storia universale Feltrinelli
Storia dell’Africa nera / J. Ki-Zerbo. – Einaudi, 1977

Cap. 17. Stato e società nell’Italia unita

Parola chiave

Accentramento / Decentramento

Per tutto il secolo 19. la scena politica europea fu dominata dallo scontro “triangolare” fra conservatori, liberal-moderati e democratici: uno scontro che riguardava essenzialmente le forme e i modi della partecipazione al potere.
Ma un altro scontro non meno importante, anche se meno appariscente, era quello che concerneva l’organizzazione del potere: ovvero la forma accentrata o decentrata delle istituzioni statali.
Su questo tema si fronteggiavano due modelli: quello francese – nato con l’assolutismo regio e rafforzatosi con la rivoluzione giacobina e con l’Impero napoleonico -  prevedeva uno stretto controllo del potere centrale sugli organi di governo locale, realizzato attraverso uan fitta rete di funzionari che facevano capo ai prefetti, rappresentanti del governo nelle singole circoscrizioni amministrative (dipartimenti); quello britannico lasciava invece ampi spazi, nel campo amministrativo e anche in quello giudiziario, all’iniziativa delle comunità locali.
La linea di divisione fra i sostenitori dell’uno o dell’altro modello non coincideva con quella tra conservatori e progressisti.
Nell’800 furono soprattutto i democratici a farsi paladini dell’accentramento e dell’unità amministrativa vista come strumento di uguaglianza, mentre conservatori e moderati difesero le autonomia e le diversità locali come il contesto più adatto a far valere i tradizionali privilegi sociali delle classi alte.
Ma non mancarono, e non sarebbero mancati in seguito, esempi contrari nell’uno e nell’altro senso.
In Italia esisteva fra i democratici una forte corrente autonomista e federalista (si pensi a Cattaneo, mentre i moderati, al potere dopo l’unificazione, realizzarono un ordinamento fortemente accentrato.
Presi in sé, dunque, l’accentramento e il decentramento non sono né “di destra” né “di sinistra”: entrambi possono essere usati con scopi politici opposti.
E’ vero invece che la propensione all’accentramento è propria in qualche misura da chi detiene il potere centrale (e cerca di rafforzarne le basi), mentre il decentramento è solitamente rivendicato dalle forze che da quel potere sono escluse o non vi si sentono adeguatamente rappresentate.

Sommario

Al momento dell’unità l’agricoltura era l’attività economica nettamente prevalente nel paese; si trattava di un’agricoltura per lo più povera, caratterizzata da una grande varietà negli assetti produttivi: aziende agricole moderne (Pianura Padana), mezzadria (Italia centrale), latifondo (Mezzogiorno).
La condizione di vita dei contadini era generalmente ai limiti della sussistenza fisica.
Questa realtà di arretratezza economica e disagio sociale era assai poco conosciuta dalla classe dirigente.
Morto Cavour (giugno ’61), il gruppo dirigente che tenne le redini del paese proseguendone l’opera – sia pure senza al sua genialità e abilità – fu quello della Destra.
Le si contrapponeva la Sinistra, che faceva proprie le rivendicazioni della democrazia risorgimentale (suffragio universale, decentramento amministrativo, completamento dell’unità attraverso l’iniziativa popolare).
Destra e Sinistra erano espressione d’una classe dirigente molto ristretta (gli aventi diritto al voto erano 400000): il che diede un carattere accentrato e personalistico alla vita politica.
I leader della Destra realizzarono, sul piano amministrativo e legislativo, una rigida centralizzazione.
Tra le circostanze che li spinsero in tale direzione va ricordata soprattutto la situazione del Mezzogiorno, dove l’ostilità delle masse contadine verso i “conquistatori” assunse col brigantaggio caratteristiche di vera e propria guerriglia.
Il brigantaggio fu sconfitto grazie a un massiccio impiego dell’esercito; restò tuttavia irrisolto il problema di fondo del Mezzogiorno, cioè quello della terra (non favorirono i contadini né la divisione dei terreni demaniali né la vendita dei beni ecclesiastici).
Sul piano economico, la linea liberista seguita dal governo produsse un’intensificazione degli scambi commerciali che favorì lo sviluppo dell’agricoltura e consentì l’inserimento del nuovo Stato nel contesto economico europeo.
Fu importante anche l’impegno della Destra nella creazione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo economico (strade, ferrovie).
Nell’immediato, tuttavia, il tenore di vita della popolazione non migliorò, anche a causa della dura politica fiscale seguita dalla Destra, soprattutto quando, dopo il ’66, alla necessità di coprire gli ingenti costi dell’unificazione si sommarono le conseguenze di una crisi internazionale e le spese per la guerra contro l’Austria.
Particolarmente impopolare fu la tassa sul macinato, che provocò violente agitazioni sociali in tutto il paese.
Il completamento dell’unità costituì uno dei problemi più difficili che la Destra si trovò di fronte.
Falliti i tentativi di conciliazione con la Chiesa, riacquistava spazio l’iniziativa dei democratici: nel 1862 l’iniziativa garibaldina di una spedizione di volontari si risolse in uno scontro con l’esercito regolare (Aspromonte).
Nel 1864 fu firmata la Convenzione di settembre con la Francia, che prevedeva il trasferimento della capitale a Firenze.
L’alleanza con Bismarck contro l’Austria e la vittoria prussiana consentirono nel 1866 l’acquisto del Veneto, cui si accompagnò però una profonda amarezza nell’opinione pubblica: solo grazie alla Prussia, infatti, l’Italia allargava il suo territorio dopo una guerra in cui aveva subito due cocenti sconfitte (Custoza e Lissa).
Il problema della conquista di Roma – fallito a Mentana (1867) un nuovo tentativo garibaldino -  poté risolversi inaspettatamente con la caduta del Secondo Impero, che permise al governo italiano la presa della città (20 settembre 1870).
Con la legge delle guarentigie lo Stato italiano si impegnava a garantire al pontefice le condizioni per il libero svolgimento del suo magistero spirituale.
L’intransigenza di Pio 9. si manifestò nel divieto peri cattolici italiani di partecipare alle elezioni.
Nel marzo 1876, il governo fu battuto alla Camera su un progetto di legge relativo alla statizzazione delle ferrovie.
Il nuovo governo presieduto da Depretis segnava il definitivo allontanamento della Destra dal potere.
L’avvento al potere della Sinistra segnò l’inizio di una nuova fase nella politica italiana: si allontanava il periodo delle lotte risorgimentali e si allargavano in qualche misura le basi dello Stato.
Tuttavia – approvate le leggi Coppino sull’istruzione e la riforma elettorale dell’82 – gran parte del programam riformatore della Sinistra fu accantonato.
Il sistema politico italiano perse, col “trasformismo” di Depretis, il suo carattere bipartitico, finendo con l’essere dominato da un grande centro che emarginava le ali estreme.
La Sinistra abolì la tassa sul macinato e aumentò la spesa pubblica.
Se si escludono le zone più sviluppate del Nord, l’agricoltura italiana versava in condizioni assai arretrate.
Situazione ulteriormente aggravata dalle ripercussioni della crisi agraria, tra i cui effetti vi fu un rapido incremento dell’emigrazione.
La crisi agraria finì col favorire indirettamente il “decollO” industriale italiano, dimostrando quanto fosse illusoria l’idea che lo sviluppo economico del paese potesse basarsi solo sull’agricoltura.
Si affermò così una linea di appoggio dello Stato all’industria, che si manifestò anzitutto nell’adozione di tariffe protezionistiche (1878 e, soprattutto, 1887).
Il protezionismo era una strada obbligata per l’industrializzazione del paese.
Restava, e anzi si aggravava, lo squilibrio economico fra Nord e Sud.
La stipulazione della Triplice alleanza (1882) segnò nella politica estera italiana una svolta, determinata dal timore di un isolamento internazionale e dal trauma rappresentato dall’occupazione francese della Tunisia.
Il trattato costringeva l’Italia a rinunziare implicitamente alla rivendicazione di Trentino e Venezia Giulia, tenuta viva dal movimento irredentista.
Fu avviata in quegli anni un’espansione coloniale sulle coste del Mar Rosso.
Il tentativo di estendersi verso l’interno portò al contrasto con l’Etiopia e all’eccidio di Dogali (1887).
Dati i ritardi nello sviluppo industriale, la classe operaia italiana era costituita solo per una minoranza da proletariato di fabbrica.
Le società di mutuo soccorso, inizialmente dominate da mazziniani e moderati, perdettero via via terreno a favore del movimento internazionalista che in Italia ebbe essenzialmente indirizzo anarchico.
Gli anni ’80 videro una notevole crescita del movimento operaio, con la fondazione di federazioni di mestiere e Camere del lavoro, leghe bracciantili e cooperative agricole.
Nel 1892 fu fondato il Partito dei lavoratori italiani (poi Partito Socialista).
Benché il non expedit (1874) vietasse la partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche (ma non alle amministrative), la presenza cattolica nella società italiana, soprattutto nelle campagne, era massiccia.
L’Opera dei congressi sorse per organizzare tale presenza, secondo una linea di rigida opposizione a liberalismo e al socialismo.
L’elezione di papa Leone 13. (1878), più aperto ai problemi della società moderna, favorì l’impegno sociale dei cattolici e lo sviluppo delle loro organizzazioni.
Alla morte di Depretis (1887) divenne presidente del consiglio Crispi: la sua politica autoritaria e repressiva si accompagnò a una importante riorganizzazione dell’apparato statale.
La sua politica estera portò alla “guerra doganale” con la Francia e a un maggiore impegno in Africa orientale.
Nettamente diversa la politica di Giolitti, a capo del governo nel ’92-93, imperniata su una più equa pressione fiscale e su una linea non repressiva nei confronti dei conflitti sociali.
Il rifiuto di Giolitti di adottare misure eccezionali contro i Fasci siciliani e lo scandalo della Banca romana provocarono le sue dimissioni.
Gli atti di maggio rilievo del nuovo governo Crispi (1893) furono: la riforma bancaria (nascita della Banca d’Italia), la proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia e Lunigiana, le leggi antisocialiste, l’ulteriore spinta all’azione coloniale che portò alla guerra con l’Etiopia.
La sconfitta di Adua (1896) causò la fine politica di Crispi.

Bibliografia

La costruzione dello Stato unitario / G. Candeloro. - Vol. 5. della Storia dell’Italia moderna. – Feltrinelli, 1968
Lo sviluppo del capitalismo e del movimento operaio.- Vol. 6. della Storia dell’Italia moderna. – Feltrinelli, 1970
L’Italia liberale, 1861-1900 / R. Romanelli. – Il Mulino, 1979
Il nuovo Stato e la società civile, 1861-1900. – Vol. 2. della Storia d’Italia / a cura di G. Sabbatucci e V. Vidotto. – Laterza, 1995
Storia politica dell’Italia liberale, 1861-1901 / F. Cammarano. – Laterza, 1999
Dall’Unità ad oggi. – Vol. 4. della Storia d’Italia / a cura di R. Romani e C. Vivanti. –Einaudi, 1975-76. – 3 t.: La storia economica / V. Castronovo. – La cultura / A. Asor Rosa. – La storia politica e sociale / E. Ragionieri
Il lungo Risorgimento: la nascita dell’Italia contemporanea, 1770-1922 / G. Pécout. – Mondadori, 1999
Storia costituzionale d’Italia, 1848-1948 / C. Ghisalberti. – Laterza, 1974
Storia dello Stato italiano dall’unità ad oggi / a cura di R. Romanelli. – Donzelli, 1995
Storia dell’amministrazione italiana / G. Melis. – Il Mulino, 1996
Storia economica dell’Italia liberale, 1850-1918 / G. Toniolo. – Il Mulino, 1988
Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia / L. Cafagna. – Marsilio, 1989
Dalla periferia al centro: la seconda rinascita economica dell’Italia, 1861-1981 / V. Zamagni. – Il Mulino, 1990
Unità nazionale e sviluppo economico / G. Pescosolido. – Laterza, 1998
Risorgimento e capitalismo / R. Romeo. – Laterza, 1959
Breve storia della grande industria in Italia, 1861-1961 / R. Romeo. – Cappelli, 1972
La formazione dell’Italia industriale / a cura di A. Caracciolo. – Laterza, 1963
L’industrializzazione in Italia 1861-1900 / a cura di G. Mori. – Il Mulino, 1981
Storia della borghesia italiana: l’età liberale / A. M. Banti. – Donzelli, 1996
Il comando impossibile / R. Romanelli. – Il Mulino, 1988
Fare gli italiani. – Vol. 1.: La nascita dello Stato nazionale / a cura di S. Oldani e G. Turi. – Il Mulino, 1993
Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 / F. Chabod. – Laterza, 1951
Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887 / G. Carocci. – Einaudi, 1956
Creare la nazione: vita di Francesco Crispi / Ch. Duggan. – Laterza, 2000
Il socialismo nella storia d’Italia: storia documentaria dal Risorgimento alla Repubblica / a cura di G. Manacorda. – Laterza, 1966
Storia del socialismo italiano, 1892-1926 / G. Arfé. – Einaudi, 1965
Storia del socialismo italiano: dalle prime lotte nella Valle Padana ai fasci siciliani / R. Zangheri. – Einaudi, 1997
Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale: il caso italiano, 1880-1900 / S. Merli. – La Nuova Italia, 1972
Movimento operaio e lotte sindacali, 1880-1922 / A. Pepe. – Loescher, 1976
Il Fasci siciliani, 1892-94 / R. Renda. – Einaudi, 1977
Storia del movimento cattolico in Italia / G. De Rosa. – Laterza, 1966
Il movimento cattolico in Italia / G. Candeloro. – Editori Riuniti, 1961 

Cap. 18. Verso la società di massa

Parola chiave

Secolarizzazione

Nel linguaggio della Chiesa, “secolarizzazione” (da “secolo”, inteso come vita terrena) significa passaggio allo stato laicale di chi ha ricevuto gli ordini religiosi oppure destinazione all’uso profano di beni già destinati al culto.
Nel linguaggio delle scienze sociali contemporanee, per secolarizzazione si intende il processo di emancipazione della società dal condizionamento dei valori sacri e dal controllo delle autorità religiose.
Una società secolarizzata non è necessariamente uan società irreligiosa.
E’ piuttosto una società laica, in cui le credenze e le pratiche religiose non si traducono in norme vincolanti per tutti; in cui i comportamenti collettivi – in materia di attività economiche, di istruzione, ma anche di morale familiare e sessuale – tendono ad allontanarsi dagli schemi della tradizione e a orientarsi secondo criteri di pura razionalità
In questo senso la secolarizzazione è componente essenziale della modernizzazione e si accompagna ai processi di sviluppo industriale e di urbanizzazione.
Ma è soprattutto con l’avvento della società di massa – e con la conseguente crisi delle culture e tradizionali legate al mondo rurale -  che la secolarizzazione riceve una spinta decisiva.
Non si deve pensare però alla secolarizzazione come a una tendenza irreversibile, a un portato necessario del progresso scientifico e dello sviluppo economico.
Se nei paesi industrializzati dell’Occidente il processo può considerarsi in larga parte compiuto, nonostante i molti segni del risveglio religioso e nonostante la tenace opposizione delle Chiese (lo testimonia la scarsa osservanza, negli stessi paesi cattolici, delle prescrizioni ecclesiastiche in materia di contraccezione e in genere di morale sessuale), la situazione è molto diversa in altre parti del mondo.
In particolare nei paesi islamici, e non solo in quelli più arretrati economicamente, si è assistito negli ultimi decenni a un prepotente ritorno dell’integralismo, ossia al tentativo di sottomettere all’autorità della religione le scelte dei pubclici poteri e dei privati cittadini.

Sommario

Alla fine dell’800 cominciarono a delinearsi, nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti, i caratteri della moderna società di massa.
La maggioranza della popolazione viveva ormai nei centri urbani ed era inserita nel circolo dell’economia di mercato; i rapporti sociali si facevano più intensi e si basavano non più sulle comunità tradizionali, bensì sulle grandi istituzioni nazionali (apparati statali e organizzazioni di massa).
Gli anni 1896-1913 furono, per paesi industrializzati, un periodo di intensa espansione economica, cui si accompagnò, tra l’altro, un aumento del reddito pro-capite che determinò un allargamento del mercato.
Le dimensioni di massa assunte dalla domanda stimolarono la produzione in serie, nonché la diffusione di processi di meccanizzazione e razionalizzazione produttiva (catena di montaggio, taylorismo).
Mutava, parallelamente, la stratificazione sociale.
Se nella classe operaia si accentuò la distinzione fra lavoratori generici e qualificati, la maggiore novità fu il crescere di nuovi strati del ceto medio.
Di fondamentale importanza nel determinare i caratteri della nuova società di massa fu il diretto impegno dello Stato nel campo dell’istruzione, che ebbe per conseguenza una drastica diminuzione dell’analfabetismo in tutta Europa.
Si allargava, anche per l’incremento nella diffusione dei giornali, l’area dell’opinione pubblica.
Anche l’introduzione generalizzata del servizio militare obbligatorio e la creazione di eserciti di massa (imposta dall’evoluzione delle strategie e delle tecniche militari) contribuirono ad accelerare i processi di socializzazione.
Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 si ebbe un processo di allargamento della partecipazione alla vita politica determinato dall’estensione del diritto di voto, dall’affermarsi di un nuovo modello di partito (il partito di massa) e dalla crescita di grandi organismi sindacali nazionali.
Parallelamente, la politica delle classi dirigenti tenne in maggior conto le esigenze delle classi lavoratrici (legislazione sociale, servizi pubblici urbani, aumento della tassazione diretta).
I primi albori della società di massa segnarono il manifestarsi di una questione femminile, anche per le conseguenze dell’industrializzazione sull’assetto della famiglia e il ruolo della donna.
I primi movimenti di emancipazione femminile, all’epoca nettamente minoritari, concentrarono la loro azione nella lotta per il suffragio delle donne.
Alla fine dell’800 sorsero nei principali paesi europei dei partiti socialisti che si ispiravano per lo più al modello della socialdemocrazia tedesca e facevano capo alla Seconda Internazionale, fondata nel 1889.
Nella maggioranza di questi partiti il marxismo fu assunto come dottrina ufficiale; si affacciarono presto, tuttavia, contrasti fra il revisionismo riformista di Bernstein, gli esponenti dell’ortodossia marxista e le correnti rivoluzionarie, tra la quali va ricordata quella “sindacalista rivoluzionaria”, che aveva il suo maggior ispiratore in Georges Sorel.
L’ascesa al soglio pontificio di Leone 13. (1878) ne non mitigò l’intransigenza dottrinaria della Chiesa favorì però l’impegno dei cattolici in campo sociale, stimolato soprattutto dall’Enciclica Rerum Novarum (1891).
Significativa espressione dei fermenti in atto nel mondo cattolico fu l’emergere, soprattutto in Francia e Italia, di movimenti democratici-cristiani e, sul piano più strettamente religioso, del modernismo (colpito, nel 1907, dalla scomunica di Pio 10.)
Sul piano delle ideologie politiche, nell’Europa di fine ‘800 trovò larga diffusione il nazionalismo, ormai divenuto una corrente nettamente conservatrice.
In varia commistione con esso – e grazie all’appello alle componenti irrazionali della psicologia collettiva – si diffusero tendenze apertamente razziste e antisemite.
In Germania e nell’Europa orientale il nazionalismo prese anche la forma, rispettivamente, di pangermanesimo e panslavismo.
Espressione particolare del generale risveglio nazionalistico, ma anche reazione contro l’antisemitismo, fu il sionismo.
Sul piano culturale, la fine del secolo vide la crisi del positivismo, a favore del diffondersi di nuove correnti che ponevano l’accento sul ruolo del soggetto, considerando elementi costitutivi dell’attività umana fattori quali l’istinto e la volontà.
Le certezze del positivismo in campo scientifico entrarono in crisi anche per le scoperte della fisica contemporanea.

Bibliografia

La ribellione delle masse / J. Ortega y Gasset. – Il Mulino, 1962
La folla solitaria / D. Rieman. – Il Mulino, 1956
Colletti bianchi: la classe media americana / C. Wright Mills. – Einaudi, 1966
Classi e conflitto di classe nella società industriale / R. Dahrendorf. – Laterza, 1963
Voce: Masse / B. Geremek. – In: Vo. 8. di Enciclopedia. – Einaudi, 1979
La sociologia del partito politico nella democrazia moderna / R. Michels. – Il Mulino, 1966
I partiti politici / M. Duverger. – Comunità, 1971
Storia dell’alfabetizzazione occidentale / H. Graff. – Il Mulino, 1989
Alfabetizzazione e sviluppo sociale in occidente / a cura di H. Graff. – Il Mulino, 1988
Soldati e borghesi nell’Europa moderna / J. Gooch. – Laterza, 1982
Donne, lavoro e famiglia nell’evoluzione della società capitalistica / L. A. Tilly, J. W. Scott. – De Donato, 1981
Storia delle donne in Occidente. – Laterza, 1991-92
Storia del pensiero socialista / G. D. H. Cole. – Laterza, 1968
Storia del marxismo. – Einaudi, 1979
La Chiesa negli stati moderni e i movimenti sociali, 1878-1914. – In: Storia della Chiesa / diretta da H. Jedin. – Jaca Book, 1973
Il cattolicesimo politico nel 19. e 20. secolo / K. E. Lonne. – Il Mulino, 1991
Nazioni e nazionalismo / E. J. Hobsbawn. – Einaudi, 1991
La nazionalizzazione delle masse: simbolismo politico e movimenti di massa in Germania dalle guerre napoleoniche al Terzo Reich / G. L. Mosse. – Il MUlino, 1975
Il razzismo in Europa dalle origini all’olocausto / G. L. Mosse. – Laterza, 1980
L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste / G. L. Mosse. – Laterza, 1982
Coscienza e società: storia delle idee in Europa dal 1890 al 1930 / H. S. Hughes. – Einaudi, 1967

Cap. 19. L’Europa tra due secoli

Parola chiave

Radicalismo

Nel linguaggio politico il termine “radicalismo” indica la tendenza contraria al “moderatismo”: cioè la tendenza favorevole alle innovazioni profonde e decisive, alle misure appunto “radicali”.
In questo senso si può parlare sia di un radicalismo di sinistra sia di un radicalismo di destra.
In senso più stretto, si dicono “radicali” le correnti di sinistra nate dal filone dei movimenti liberali e democratici.
Il radicalismo moderno nacque in Inghilterra tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, in quei circoli intellettuali e politici che, ispirandosi alla filosofia utilitaristica di Jeremy Bentham e al liberalismo economico di Smith e Ricardo, propugnavano una serie di profonde riforme economiche e politiche (prima fra tutte, l’abolizione del dazio sul grano e l’allargamento del suffragio).
Il movimento radicale sopravvisse in Gran Bretagna per tutto il secolo 19., ma non assunse mai la consistenza di un partito vero e proprio, svolgendo per lo più un ruolo di appoggio e di stimolo alla sinistra liberale.
In Francia, l’appellativo di “radicale”, che sino ad allora serviva a designare genericamente le correnti democratico-repubblicane, fu assunto nei primi anni della Terza Repubblica da quell’ala dei repubblicani che, sotto la guida di leader come Clemenceau, si opponeva alla politica “opportunista” dei repubblicani moderati alla Jules Ferry.
All’inizio del ‘900, dopo la crisi dell’”Affare Dreyfus”, i radicali divennero la forza dominante dello schieramento politico francese, facendosi promotori di una politica energicamente anticlericale, ma vennero nel contempo attenuando la loro originaria connotazione democratico-riformista per assumere il ruolo di forza stabilizzatrice, tendenzialmente “centrista”, moderatamente progressista, con solide radici nella media e piccola borghesia rurale.
Il Partito radicale francese costituì un modello per altre formazioni analoghe nate tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 in Italia, in Spagna e in molti paesi latino-americani, sulla stessa piattaforma politica progressista e anticlericale e con la stessa base sociale essenzialmente piccolo- borghese.
In Italia il Partito radicale nacque negli anni ’80 dell’800 come frazione dissidente della sinistra e si sviluppò soprattutto in età giolittiana, ma rimase sempre una forza minoritaria nello schieramento  liberal-democratico e finì col dissolversi come forza politica autonoma dopo la prima guerra mondiale.
Altra e diversa vicenda è quella del “nuovo” Partito Radicale (Pr), nato nel 1956 da una scissione a sinistra del Partito liberale e successivamente caratterizzatosi come una formazione politica molto diversa da quelle tradizionali e vivacemente polemica nei confronti dell’intero sistema politico, come un gruppo d’opinione strettamente collegato ai movimenti collettivi (pacifisti, ecologisti, femministi ecc.) e promotore di specifiche campagne sui demi dei diritti civili, della pace, della lotta contro la fame nel mondo. 

Sommario

Tra l’ultimo decennio dell’800 e i primi del ‘900 si delineò un mutamento nelle alleanze che segnò la crisi del sistema bismarckiano.
Attraverso l’alleanza tra Francia e Russia, l’”intesa cordiale” franco-inglese, l’accordo anglo-russo sulle questioni asiatiche, si venne a costituire uno schieramento – poi detto Triplice intesa – contrapposto alla Triplice alleanza e di questa potenzialmente più forte.
In Francia, alla fine del secolo, restavano forti le correnti contrarie alle istituzioni repubblicane.
Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 queste correnti si coagularono intorno al caso del capitano Dreyfus (un ufficiale ebreo ingiustamente condannato per spionaggio) che divenne simbolo della spaccatura dell’opinione pubblica, divisa tra innocentisti e colpevolisti.
Le forze progressiste ebbero infine una vittoria sul piano elettorale, che diede inizio a un periodo di governi a direzione radicale.
A cavallo fra i due secoli la politica inglese fu dominata dalla coalizione tra conservatori e “unionisti”, che cercarono di unire a una politica imperialistica una certa dose di riformismo sociale.
Il successo dei liberali (1906) segnò un mutamento politico in senso progressista che trovò il suo momento più importante nella battaglia per la riduzione dei poteri della Camera dei Lords.
Contemporaneamente cresceva, a scapito dei liberali, la rappresentanza parlamentare dei laburisti.
Il “nuovo corso” di Guglielmo 2. non segnò, al di là dell’allontanamento di Bismarck (1890), un effettivo mutamento di indirizzi: la più aggressiva politica estera della Germania guglielmina rafforzava, anzi, la tradizionale alleanza tra grande industria, aristocrazia terriera e vertici militari, e finiva con l’ottenere l’appoggio di tutte le forze politiche, socialdemocratici esclusi.
La Spd confermava la sua grande forza, cui si accompagnava però ad un sostanziale isolamento.
Nell’Impero asburgico lo sviluppo economico rimase limitato ad alcune aree; il sistema politico e la struttura sociale delle campagne erano caratterizzati da un sostanziale immobilismo.
Il più grave problema per la monarchia era rappresentato dalle agitazioni autonomistiche delle varie nazionalità, anzitutto gli slavi.
Grazie all’intervento diretto dello Stato e all’afflusso di capitali stranieri si verificò, nella Russia degli anni ’90. Un primo decollo industriale.
Si trattò di uno sviluppo fortemente concentrato (dal punto di vista geografico e per dimensione di imprese); la società russa rimaneva però fortemente arretrata.
Tutte le sue contraddizioni si rivelarono nella rivoluzione del 1905.
Ristabilito l’ordine e svuotato l’esperimento parlamentare della Duma, fu varata dal primo ministro Stolpyn una riforma agraria non in grado, tuttavia, di risolvere gli enormi problemi delle campagne.
Il decennio precedente la prima guerra mondiale vide un acuirsi dei contrasti internazionali.
Dalle due crisi marocchine (1905 e 1911) la Germania uscì sconfitta, mentre la Francia ottenne infine un protettorato sul Marocco.
Più gravi furono gli avvenimenti nella penisola balcanica.
L’annessione della Bosnia-Erzegovina (1908) da parte dell’Austria, la guerra italo-turca (1911), le due guerre balcaniche (1912-13) segnarono un profondo rivolgimento degli equilibri in questa area.
La Turchia – dove nel 1908 si era verificata la rivoluzione dei “giovani turchi” – veniva definitivamente estromessa dall’Europa, mentre si faceva sempre più acuto il contrasto tra Austria e Serbia (protetta dalla Russia)

Bibliografia

L’Età dell’imperialismo: Europa, 1885-1918 / W. Mommsen. – Feltrinelli, 1970. – Vol.  28 della Storia universale Feltrinelli
La decadenza dell’Europa occidentale / M. Silvestri. – Einaudi, 1977
Il potere dell’Ancien regime fino alla prima guerra mondiale / A. J. Mayer. – Laterza, 1982
I socialdemocratici nella Germania imperiale / G. Roth. – Il Mulino, 1971
Storia della Russia contemporanea, 1853-1996 / F. Benvenuti. – Laterza, 1999

Cap. 20. Imperialismo e rivoluzione nei continenti extraeuropei

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Populismo

Per “populismo” si intende un orientamento politico e culturale che si fonda su una visione idealizzata e indifferenziata del “popolo”, visto – in opposizione all’aristocrazia e ai ceti privilegiati – come depositario dei più autentici valori nazionali e come protagonista del processo di rinnovamento sociale.
Il populismo si differenzia dunque dal marxismo, che contrappone all’idea del popolo come un tutto unico la visione di una società divisa in classi individuate in base al loro ruolo nel processo produttivo.
In quanto movimento politico organizzato, il populismo nacque e si sviluppò in Russia nella seconda metà dell’800.
I teorici del populismo russi (Herzen, Cernisevskij) teorizzavano il dovere degli intellettuali di “andare verso il popolo” (identificato soprattutto con le masse contadine) e si ispiravano a ideali di socialismo agrario.
A ideali di democrazia rurale (ma senza sconfinamenti nel socialismo) si ispirò anche il Partito populista che nacque e si affermò negli Stati Uniti nell’ultimo decennio dell’800 ed esprimeva la protesta dei piccoli e medi agricoltori, messi in difficoltà dalle politiche protezioniste e dalla difficoltà di accesso al credito, contro il mondo industriale e finanziario.
In epoche più recenti il termine “populismo” è stato usato anche in riferimento a ideologie e movimenti di stampo nazionalista e autoritario (in questo senso si può parlare di populismo fascista o nazista).
In particolare, sono definiti populisti quei movimenti e quei regimi sviluppatisi in America Latina a partire dagli anni ’30 – come il “getulismo” in Brasile e il “peronismo” in Argentina – che hanno cercato di combinare il nazionalismo col riformismo sociale, la lotta contro le vecchie oligarchie terriere con una gestione più o meno autoritaria e personalistica del potere, e che hanno trovato la loro principale base di sostegno nel proletariato industriale e nella piccola borghesia urbana.

Il ridimensionamento dell’Europa

Nel primo decennio del ‘900, mentre le potenze europee si avviavano verso uno scontro da cui tutte sarebbero uscite profondamente trasformate ed indebolite, si cominciarono ad avvertire i sintomi di un ridimensionamento della posizione del vecchio continente in rapporto al resto del mondo.
Si trattava in realtà di un processo di lungo periodo, cominciato, nonostante tutte le apparenze contrarie, nella seconda metà dell’800 (che aveva visto il boom dell’espansione coloniale, ma anche la crescita di nuove potenze extraeuropee come gli Stati Uniti e il Giappone) e destinato a concludersi dopo la seconda guerra mondiale.
Fu, comunque, all’inizio del ‘900 che l’idea di una minaccia portata alla supremazia europea dall’emergere di nuovi popoli e nuove nazioni cominciò a farsi strada nell’opinione pubblica.
A suggerire questi timori non era tanto l’ascesa degli Stati Uniti, considerati con eccessiva sufficienza e cisti pur sempre come un’appendice dell’Europa, quanto il risveglio dei popoli dell’Estremo Oriente: il Giappone innanzitutto, ormai apertamente lanciato in una politica imperiale che lo avrebbe portato – come vedremo fra poco – a scontrarsi con la Russia; ma anche la Cina, sempre più insofferente dello stato di semi-soggezione impostole dalle potenze europee.
Alle preoccupazioni di ordine politico-militare si aggiungevano quelle indotte dalle tendenze dello sviluppo demografico.
La popolazione europea continuava a crescere, ma non al punto da ridurre significativamente il divario con i popolosissimi paesi asiatici.
Al contrario, in questi paesi l’introduzione, sia pur limitata, di nuove tecniche agricole e di più moderni metodi di cura e prevenzione delle malattie cominciò a far calare il tasso di mortalità senza che si verificassero quei mutamenti culturali che nelle società industrializzate avevano portato a una caduta del tasso di natalità.
Questa tendenza era, ai primi del secolo, appena ai suoi inizi.
Ma già allora la sovrappopolazione dei paesi asiatici fu sentita da molti  come una minaccia all’egemonia europea e, più in generale, alla supremazia dei popoli “bianchi”.
Come sarebbe stato possibile, alla lunga, per le potenze coloniali che per tutto l’800 avevano inondato il mondo intero di coloni e soldati, funzionari e mercanti, mantenere il proprio dominio in condizioni di crescente inferiorità numerica?
E come l’Occidente avrebbe potuto resistere alle ondate migratorie che dall’Oriente cominciavano a riversarsi sugli Stati Uniti e sui dominions britannici?
Fu allora che in Europa si cominciò a parlare sempre più insistentemente di un “pericolo giallo”: un’espressione coniata dall’imperatore di Germania Guglielmo 2. e diventata d’attualità soprattutto dopo la guerra russo-giapponese del 1904-5

Sommario

Il primo quindicennio del ‘900 vide il manifestarsi dei primi segni di un declino dell’Europa di fronte all’emergere di popoli extraeuropei.
Preoccupava in particolare la crescita dei paesi asiatici (Cina e Giappone), che fece parlare di un “pericolo giallo”.
Alla fine dell’800 il Giappone avviò una politica espansionistica in Asia: prima mosse guerra all’Impero cinese (1894), poi attaccò e sconfisse la Russia (1905).
Per la prima volta nell’età moderna un paese asiatico riuscì a battere in un’autentica guerra una grande potenza europea.
All’inizio del ‘900 sorse in Cina un movimento nazionalista e democratico guidato da Sun Yat-sen, eletto presidente della Repubblica dopo la rivoluzione del 1911, che rovesciò la dinastia Manciù.
Successivamente le forze conservatrici ebbero il sopravvento, inaugurando così una lunga stagione di guerre civili.
Negli anni tra ‘800 e ‘900 gli Stati Uniti, avviati a diventare la prima potenza economica mondiale, allargarono la loro influenza in America Latina dopo la guerra con la Spagna (1898) in appoggio all’indipendenza di Cuba, che valse loro anche il dominio sull’arcipelago delle Filippine.
Durante la presidenza di Theodore Roosvelt,  fu realizzato, sotto il controllo degli Usa, il canale di Panama, che collegava Atlantico e Pacifico.
Sul piano interno, Roosvelt realizzò una politica di apertura ai problemi sociali.
Le divisioni nel Partito repubblicano favorirono nel 1912 l’elezione del democratico Wilson, che riprese l’impegno sociale di Roosvelt, inserendolo però in un quadro politico ed ideologico assai diverso.
Nei trent’anni precedenti la prima guerra mondiale, il notevole sviluppo economico dei paesi dell’America latina non attenuò la loro dipendenza dagli stati industrializzati dell’Occidente.
Le campagne erano dominate dal latifondo, mentre una ristretta oligarchia terriera controllava la vita sociale e politica.
I maggiori mutamenti sul piano politico furono la vittoria dei radicali in Argentina e la rivoluzione messicana cominciata nel 1910 e segnata dal conflitto fra le sue varie componenti: conflitto che solo nel 1921 si sarebbe concluso con la vittoria dei democratici.

Bibliografia

Guida alla storia contemporanea / G. Barraclough. – Laterza, 1971
La nascita del Giappone moderno / E. H. Norman. – Einaudi, 1975
Storia del Giappone / F. Gatti. – B. Mondadori, 2002
La Cina / M. Bastid…et al. – Einaudi, 1974
Storia della Cina: dalle origini alla fondazione della Repubblica / M. Sabatini, P. Santangelo. – Laterza, 1986
Le origini dell’imperialismo americano: da McKinley a Taft, 1897-1913 / A. Aquarone. – Il Mulino, 1973
Gli Stati Uniti nell’età progressista / a cura di A. Testi. – Il Mulino, 1984
La nascita di una potenza mondiale: gli Stati Uniti dal 1970 al 1920 / J. L. Thomas. – Il Mulino, 1988
Storia dell’America Latina / T. Halperin Donghi. – Einaudi, 1972
L’America Latina nel 20. secolo / M. Plana, A. Trento. – Ponte alle Grazie, 1992

Cap. 21. L’Italia giolittiana

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Massoneria

La “Massoneria” è un’associazione segreta che trae il suo nome dalle corporazioni medievali dei “liberi muratori” (free-masons in inglese, franc-maçons in francese), i cui membri erano tenuti all’aiuto reciproco e alla conservazione dei segreti di mestiere.
Nel corso dei secoli, col decadere delle corporazioni artigiane, queste associazioni assunsero un carattere esoterico, allargandosi anche a membri estranei all’arte muratoria e appartenenti agli strati superiori della società (nobili, borghesi, intellettuali).
Finché, all’inizio del ‘700, l’associazione perse definitivamente il suo carattere di organizzazione di mestiere, pur conservandone il linguaggio, la simbologia e le strutture organizzative (la divisione in “logge” facenti capo a un “gran maestro”).
Nata in Inghilterra e diffusasi presto in tutta Europa e nel Nord America, la “nuova” Massoneria si ispirava a una filosofia “deista” (Dio era chiamato il “grande architetto” dell’universo), faceva propri gli ideali illuministi, professava la tolleranza religiosa e imponeva ai suoi affiliati la pratica della filantropia e della mutua assistenza.
Duramente avversata dalla Chiesa cattolica, la Massoneria venne accentuando, durante il secolo 19., la sua ispirazione anticlericale e assunse una connotazione politica più spiccata.
Legate direttamente o indirettamente alla Massoneria erano molte delle società segrete (come la Carboneria) impegnate nelle agitazioni nazionali e costituzionali dell’età della Restaurazione.
Nella seconda metà del secolo, la Massoneria divenne in molti paesi (in particolare in quelli in cui più forte era la presenza cattolica) una sorta di accademia del “libero pensiero”, un vero e proprio contraltare della Chiesa di Roma, e insieme un luogo di incontro e di raccordo fra gruppi politici di orientamento democratico e anticlericale.
Questa funzione quasi di “superpartito” la Massoneria la svolse principalmente in Francia e in Italia e soprattutto negli anni a cavallo fra ‘800 e ‘900.
In Francia essa fu in prima fila nelle battaglie sviluppatesi intorno all’affare Dreyfus (cap. 19.) e fu ispiratrice della politica anticlericale praticata dai governi di inizio secolo.
In Italia svolse un’importante funzione di appoggio alla svolta giolittiana e favorì, a livello delle amministrazioni locali, la formazione di “blocchi democratici” aperti a tutte le forze della sinistra.
In questo stesso periodo, però, la Massoneria fu oggetto di critiche e attacchi sempre più frequenti.
Non solo da parte dei tradizionali avversari cattolici, ma anche di uomini politici e intellettuali di diverse tendenze (dall’estrema destra all’estrema sinistra), che vedevano in essa un centro di potere occulto, in cui i riti iniziatici e la fraseologia umanitaria servivano a coprire il perseguimento di obiettivi tutt’altro che idealistici.
In effetti, nel corso del 20. secolo, la Massoneria ha finito col perdere buona parte della sua caratterizzazione ideologica e del suo afflato universalistico, per frammentarsi in una serie di gruppi di interesse legati ale specifiche situazioni dei singoli paesi.
Significativo a questo proposito è il caso dell’Italia,  che ha visto, negli anni ’70 e ’80, alcune frazioni della massoneria coinvolte in alcuni scandali politico-finanziari e in trame a sfondo autoritario.

La crisi di fine secolo

Negli ultimi anni del secolo 19., l’Italia fu teatro di una crisi politico-istituzionale paragonabile a quella vissuta dalla Francia, più o meno nello stesso periodo, intorno al caso Dreyfus o a quella attraversata dall’Inghilterra una decina di anni dopo con lo scontro fra Lords e Camera dei Comuni.
Se diverso era nei vari casi il contesto politico-sociale e diverse furono le modalità del conflitto, uguale nella sostanza era la posta in gioco: l’evoluzione del regime liberale verso forme di più avanzata democrazia.
Anche in Italia lo scontro si concluse con un’affermazione delle forze progressiste: un’affermazione non completa né definitiva, ma sufficiente a far evolvere la vita del paese, che conosceva allora una fase d intenso sviluppo industriale, secondo modelli più vicini a quelli delle liberal-democrazie occidentali che non a quelli autoritario-costituzionali degli imperi del Centro Europa.
La caduta di Crispi (marzo 1896), determinata dagli insuccessi coloniali e dall’opposizione convergente dell’estrema sinistra e di una parte della destra, non pose fine ai tentativi di risolvere le tensioni politiche e sociali con una restrizione delle libertà.
Al contrario, negli anni che seguirono le dimissioni di Crispi e il ritorno al potere di Rudinì, si delineò fra le forze conservatrici – già divise sulla politica estera e sulle questioni coloniali – la tendenza a ricomporre un fronte comune contro le vere o supposte minacce portate all’ordine costituito dai “nemici delle istituzioni”, socialisti, repubblicani o clericali che fossero.
Questa tendenza si esprimeva, da un lato, nel tentativo di tornare a una interpretazione restrittiva dello Statuto che, interrompendo la prassi “parlamentare” affermatasi con Cavour, rendesse il governo responsabile di fronte al sovrano, lasciando alle Camere i soli compiti legislativi (era quanto proponeva Sidney Sonnino in un celebre articolo apparso all’inizio del ’97 e intitolato significativamente Torniamo allo Statuto); dall’altro, in una ripresa dei metodi crispini in materia di ordine pubblico, volti a colpire indiscriminatamente ogni forma di protesta sociale.
La tensione esplose nella primavera 1898, quando un improvviso aumento del prezzo del pane (provocato da un cattivo raccolto e dal contemporaneo blocco delle importazioni di cereali dagli Stati Uniti in seguito alla guerra di Cuba) fece scoppiare in tutto il paese – prima in Romagna e nelle Puglie, poi in Toscana, Marche e Campania e in molte delle maggiori città del Centro-Nord – una serie di manifestazioni popolari.
Si trattava di manifestazioni in larga parte spontanee che, nonostante una forte presenza operaia, richiamavano, nelle motivazioni e nella dinamica, forme di protesta tipiche delle società preindustriali.
La risposta del governo fu comunque durissima.
Anziché prendere l’unico provvedimento atto a eliminare le cause della protesta – una riduzione del dazio sul grano – Rudinì si comportò come se dovesse fronteggiare un complotto rivoluzionario: prima massicci interventi di forze di polizia, quindi proclamazione dello stato d’assedio, con conseguente passaggio dei poteri alle autorità militari a Milano, a Napoli e nell’intera Toscana.
La repressione raggiunse il culmine a Milano nelle giornate dell’8 e 9 maggio, quando le truppe del generale Bava Beccaris fecero uso dell’artiglieria contro la folla inerme provocando circa cento morti e più di cinquecento feriti.
Capi socialisti, radicali e repubblicani furono arrestati e condannati a pene severissime (Turati ebbe dodici anni di carcere) sotto l’accusa, falsa e pretestuosa, di avere organizzato e diretto le agitazioni.
Anche il movimento cattolico-intransigente fu duramente colpito dalla repressione.
Una volta riportato l’ordine nel paese, i gruppi moderati e conservatori, che detenevano la maggioranza alla Camera e godevano dell’appoggio del re, cercarono di dare una base legislativa all’azione repressiva dei poteri pubblici.
Lo scontro si trasferì così nelle piazze alle aule parlamentari.
Caduto un primo progetto presentato da Rudinì – che dovette dimettersi nel giugno ’98 per contrasti col re e per dissensi interni alla compagine di governo – il tentativo fu ripreso dal suo successore, il generale piemontese Pelloux.
Ma, alla presentazione da parte di Pelloux di un pacchetto di provvedimenti che limitavano gravemente il diritto di sciopero e le stesse libertà di stampa e di associazione, i gruppi di estrema sinistra (socialisti, repubblicani, radicali) risposero mettendo in atto la tecnica dell’ostruzionismo, consistente nel prolungare all’infinito le discussioni paralizzando così l’azione della maggioranza.
La lotta ostruzionistica si protrasse per quasi un anno con fasi altamente drammatiche: dibattiti accesissimi, interventi-fiume, veri e propri scontri fisici fra deputati.
Incapace di venire a capo dell’ostruzionismo e indebolito dalla sempre più aperta opposizione dei gruppi liberali-progressisti che facevano capo a Giuseppe Zanardelli e a Giovanni Giolitti, Pelloux decise infine di sciogliere la Camera, sperando in un risultato elettorale che suonasse appoggio alla sua politica.
Ma nelle elezioni, che si tennero nel giugno 1900. Lo schieramento governativo perse parecchi seggi, mentre ne guadagnarono le opposizioni, in particolare i socialisti, che ebbero 33 deputati.
Il presidente del Consiglio, pur potendo ancora contare su un’esigua maggioranza, preferì a questo punto dimettersi.
Accettando le sue dimissioni e affidando la successione al senatore Giuseppe Saracco, un moderato ritenuto al di sopra delle parti, Umberto 1. mostrava  di prendere atto del fallimento di quella politica repressiva che lo aveva visto fra i suoi più attenti sostenitori.
Un mese dopo, il 29 luglio 1900, il re cadeva vittima di un attentato per mano di un anarchico, Gaetano Bresci, venuto appositamente dagli Stati Uniti per vendicare le vittime del ’98.

Sommario

Negli ultimi anni dell’800 si fece strada tra le forze conservatrici italiane la tentazione di risolvere in senso autoritario le tensioni politiche e sociali.
Essa si manifestò con la dura repressione militare dei moti per il pane del ’98 e con il tentativo del governo Pelloux di far approvare delle leggi limitative delle libertà.
La dura opposizione incontrata alla Camera e le elezioni del 1900 portarono a un mutamento di rotta, che (dopo l’assassinio di Umberto 1.) fu confermato dal nuovo re Vittorio Emanuele 3.
Il governo Zanardelli-Giolitti (1901-3) si caratterizzò per alcuni importanti riforme sociali e per la neutralità nel campo dei conflitti di lavoro.
Quest’ultimo fatto favorì lo sviluppo delle organizzazioni sindacali, che a sua volta fu accompagnato da un brusco aumento degli scioperi (con la conseguenza di un notevole incremento dei salari operai e agricoli).
Negli ultimi anni del secolo iniziò il decollo industriale italiano, preparato – negli anni precedenti – dalla costruzione di una rete ferroviaria, dalla scelta protezionistica, dal riordinamento del sistema bancario.
Lo sviluppo industriale, se non ridusse il divario con i paesi più ricchi, provocò però un aumento del reddito e un miglioramento del tenore di vita degli italiani.
Cresceva – parallelamente – l’emigrazione, conseguenza di una sovrabbondanza della popolazione rispetto alle capacità produttive dell’agricoltura, che nel Mezzogiorno restava arretrata (provocando così un accentuarsi del divario con il Nord industrializzato).
Leggi speciali per il Mezzogiorno, statizzazione delle ferrovie, conversione della rendita, introduzione del suffragio universale maschile (1912), monopolio statale delle assicurazioni sulla vita rappresentarono i punti qualificanti della politica di Giolitti, che rimase a capo del governo, con alcune dal 1903 al 1914.
Il suo riformismo non era privo di limiti, per il condizionamento delle forze conservatrici e per la costante attenzione di Giolitti a non modificare in senso eccessivamente democratico gli equilibri parlamentari; inoltre, la crisi economica del 1907 accrebbe, da un lato, le lotte sociali mentre, dall’altro, favorì un atteggiamento più duro delle associazioni padronali.
La “dittatura” di Giolitti – realizzata attraverso lo stretto controllo del Parlamento e l’intervento del governo, soprattutto al Sud, nelle competizioni elettorali – trovò molti critici fra le forze politiche (socialisti, cattolici democratici, liberal-conservatori, meridionalisti) e soprattutto fra gli intellettuali.
Sul piano della politica estera, l’Italia si avvicinò, tra la fine dell’800 e inizio ‘900, alla Francia, pur restando fedele alla Triplice alleanze.
Mutò contemporaneamente l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti delle imprese coloniali, che cominciarono ad essere caldeggiate soprattutto  dal nuovo movimento nazionalista.
Proprio la campagna di stampa dei nazionalisti fu, con le pressioni degli interessi della finanza cattolica, tra i fattori che spinsero il governo all’intervento militare in Libia (1911).
Nel Psi la corrente riformista guardò con simpatia alla politica giolittiana.
Presto crebbe però entro il partito la forza delle correnti di sinistra, in particolare dei sindacalisti rivoluzionari(questi ultimi ne uscirono nel 1907).
La fondazione della Cgl (1906) segnò un rafforzamento della presenza riformista sul piano delle organizzazioni sindacali.
Ma, dopo l’espulsione dei “revisionisti” nel 1912, il controllo del partito passò ai rivoluzionari, uno dei cui maggiori leader era Mussolini.
In età giolittiana si sviluppò, in campo cattolico, il movimento democratico-cristiano, condannato dal nuovo papa Pio 10.
Ebbero un grande sviluppo, contemporaneamente, le organizzazioni sindacali “bianche”.
Sul piano politico le forze clerico-moderate stabilirono alleanze elettorali, in funzione conservatrice, nelle elezioni del 1913, col “patto Gentiloni”.
I mutamenti in atto nel sistema politico italiano alla vigilia della grande guerra (sviluppo del nazionalismo, accresciuto peso dei cattolici, prevalenza dei rivoluzionari nel Psi) segnavano la progressiva crisi della politica giolittiana, sempre meno in grado di controllare la radicalizzazione politica che si stava verificando (e di cui, nel ’14, la “settimana rossa” fu un rilevante sintomo).
In questa situazione la guerra avrebbe significato la fine del giolittismo.

Bibliografia

La crisi di fine secolo e l’età giolittiana / G. Candeloro. – Vol. 7. della Storia dell’Italia moderna. – Feltrinelli, 1974
Liberalismo e democrazia, 1887-1914 / G, Sabbatucci, V. Vidotto. Vol. 3. della Storia d’Italia. – Laterza, 1995
L’Italia giolittiana / A. Aquarone. – Il Mulino, 1988
Le origini dell’Italia contemporanea: l’età giolittiana / E. Gentile. – Laterza, 2003
Giolitti e l’età giolittiana / G. Carocci. – Einaudi, 1961
La cultura / A. Asor Rosa. – Vol. 4., t. 2. Della Storia d’Italia: Dall’unità ad oggi / a cura di R. Romano e C. Vivanti. – Einaudi, 1975-76
Il mito del buongoverno: la questione meridionale da Cavour a Gramsci / M. L. Salvadori. – Einaudi, 1960
Il Sud nella storia d’Italia / R. Villari. – Laterza, 1988
Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento ad oggi / P. Bevilacqua. – Donzelli, 1993
L’emigrazione italiana dall’unità alla seconda guerra mondiale / E. Sori. – Il Mulino, 1979
Storia dell’emigrazione italiana / a cura di P. Bevilacqua…et al. – Donzelli, 2001
Il socialismo nella storia d’Italia / G. Manacorda. – Laterza, 1966
Storia del socialismo italiano, 1892-1926 / G. Arfé. – Einaudi, 1965
Storia del movimento cattolico in Italia / G. De Rosa. – Laterza, 1966
Il movimento cattolico in Italia / G. Candeloro. – Editori Riuniti, 1961
Le origini del partito cattolico / M. G. Rossi. – Editori Riuniti, 1977
Il nazionalismo italiano / F. Gaeta. – Laterza, 1981

Introduzione

“La storia – ha scritto Paul Ricoeur – è veramente il regno dell’inesatto. Questa scoperta non è inutile; giustifica lo storico. Lo giustifica di tutte le sue incertezze. Il metodo non può che essere inesatto […].
La storia vuole essere obiettiva e non può esserlo.
Vuol far rivivere e non può che ricostruire.
Vuole rendere le cose contemporanee, ma al tempo stesso le occorre restituire la distanza e la profondità della lontananza storica.
Alla fine questa riflessione tende a giustificare tutte le aporie del mestiere di storico”.
Pag. IX-X

In quest’ottica, dunque, la storia è sempre “contemporanea” perché è al presente che sgorgano le ragioni della ricerca storica e per questo si configura come un mestiere in perenne costruzione dove interpretazioni e conoscenze si intrecciano e di modificano nella tensione presente-passato.
Pag. X

Sintetizzando le questioni poste finora si può dire che il rapporto tra il presente e il passato si rivela ambivalente: da un lato è l’osservatorio da cui noi leggiamo e ricostruiamo il passato: dall’altro la contemporaneità è una dimensione prettamente storica che ricolloca costantemente il presente nel tempo della storia.
Pag. XII

Citazioni nel testo

L’idea di contemporaneo / S. Lanaro. – In: Storia contemporanea. – Donzelli, 1997
Voce: Storia / J. Le Goff. – In: Enciclopedia. – Einaudi, 1981
La storia come pensiero e come azione / B. Croce. – Laterza, 1970
Problemi di metodo storico / L. Febvre. – Einaudi, 1976
L’età della storia: i concetti di antico, medievale, moderno e contemporaneo / S. Guarracino. – B. Mondadori, 2001
Scritti sulla storia / F. Braudel. – Mondadori, 1973
Storiografia e idealità morale: conferenze agli alunni dell’Istituto per gli studi storici di Napoli e altri saggi / B. Croce. – Laterza, 1950
Storia e scienze sociali / M. M. Postan. – Einaudi, 1976

Cap. 1. Il Quarantotto
Cap. 2. L’apogeo degli stati nazione

Percorso bibliografico

La rivoluzione europea, 1848-1849 / L. Salvatorelli. – Rizzoli, 1949
Il trionfo della borghesia, 1848-1975 / E. J. Hobsbawm. – Laterza, 1976
L’età degli imperi, 1975-1914 / E. J. Hobsbawm. – Laterza, 1987
Storia della politica internazionale nell’età contemporanea, 1815-1992 / G. Formigoni. – Il Mulino, 2000
Ascesa e declino delle grandi potenze / P. Kennedy. – Garzanti, 1989
Aquile e leoni: stato e nazione in Europa / H. Schulze. – Laterza, 1995
La creazione delle identità nazionali in Europa / A.-M. Thiesse. – Il Mulino, 2000
Leggere la rivoluzione industriale / J. Mokyr. – Il Mulino, 1997
Economia industriale: dal 18. secolo al Duemila / a cura di P. Malanima. – B. Mondadori, 2000
Il lungo Risorgimento: la nascita dell’Italia contemporanea, 1770-1922 / G. Pecout. – B. Mondadori, 1999
Cavour / L. Cafagna. – Il Mulino, 1999
Il Risorgimento: storia e interpretazioni / L. Riall. – Donzelli, 1997
Storia d’Italia, 1860-1995 / L. Ganapini. – B. Mondadori, 1996

Cap. 3. La seconda rivoluzione industriale
Cap. 4. L’Europa imperiale

Erano in pochi a trovare contraddittorio il fatto che lo Stato che aveva decretato, nel 1880, il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, quale festa nazionale, si accingesse alla conquista sistematica di enormi territori africani
Pag. 53

La stagione delle esplorazioni va dunque ascritta all’epoca preimperialista in senso stretto: sulla base della cartografia predisposta dagli esploratori e perfezionata dagli istituti geografici, le potenze procedettero, come si vedrà, lungo la via di un’autentica spartizione dello spazio africano, formalizzata dal Congresso di Berlino del 1884-85
Pag. 58

Bibliografia

Prometeo liberato: trasformazioni tecnologiche e sviluppo industriale nell’Europa occidentale dal 1750 ai nostri giorni / D. S. Landes. – Einaudi, 1978
La conquista pacifica: l’industrializzazione in Europa dal 1769 al 1970 / S. Pollard. – Il Mulino, 1989
L’età del capitale / a cura di M. M. Postan…et al. – Vol. 7. di: Storia economica Cambridge
Le economie industriali / a cura di P. Mathias…et al. - Vol. 8. di: Storia economica Cambridge
Come l’Occidente è diventato ricco / L. E. Birdzell. – Il Mulino, 1988
La mano visibile / A. D. Chandler. – Angeli, 1992
L’industria italiana dall’Ottocento ad oggi / V. Castronovo. – Mondadori, 1986
Dalla periferia al centro: la seconda rinascita economica dell’Italia, 1861-1981 / V. Zamagni. – Il Mulino, 1990
L’età dell’imperialismo / W. J. Mommsen. – Feltrinelli, 1989
L’alba illusoria: imperialismo europeo nell’Ottocento / R. F. Betts. – Il Mulino, 1986
L’età dell’imperialismo, 1830-1914 / D. K. Fieldhouse. – Laterza, 1975
Al servizio dell’impero: tecnologia e imperialismo europeo nell’Ottocento / D. R. Headrick. – Il Mulino, 1984
L’imperialismo coloniale italiano dal 1870 ai nostri giorni / J.-L. Miege. – Rizzoli, 1976
Gli italiani in Africa orientale: dall’unità alla marcia su Roma / A. Del Boca. – Laterza, 1976
La marcia verso Adua / N. Labanca. – Einaudi, 1993
Storia dei generi voluttuari: spezie, caffè, cioccolato, tabacco, alcol e altre droghe / W. Schivelbusch. – B. Mondadori, 1999
La grande Europa, 1878-1919 / N. Stone. – Laterza, 1986 

Cap. 5. L’Italia liberale

Cap. 6. La Belle Époque

In altre parole la nazione moderna era qualcosa di profondamente estraneo alla cultura delle genti balcaniche
Pag. 86

L’evoluzione in senso imperialistico della competizione della competizione fra le grandi potenze interessava tre piani diversi, ma fortemente integrati: il piano economico, legato soprattutto all’industria pesante e ai settori di punta dello sviluppo; il piano militare, legato al potenziamento di eserciti e flotte e alla messa a punto di armi di distruzione di  massa sempre più perfezionate; il piano strategico, legato alla ridefinizione continua delle aree di influenza.
Il tipo di regime politico non influì sostanzialmente su questa dinamica: tanto le repubbliche parlamentari (come la Francia) quanto le autocrazie tradizionali (come la Russia) erano guidate da classi dirigenti la cui mentalità, per ciò che atteneva alla visione internazionale e alla lotta fra le nazioni, non era segnata da forti differenze.
Pag. 95

Bibliografia

Storia d’Italia dal 1870 al 1925 / C. Seton-Watson. – Laterza, 1967
Destra e Sinistra da Cavour a Crispi / A. Capone. – Utet, 1981
L’Italia liberale, 1861-1900 / R. Romanelli. – Il Mulino, 1979
Storia politica dell’Italia liberale, 1861-1901 / F. Cammarano. – Laterza, 1999
Giolitti e l’età giolittiana / A. Carocci. – Einaudi, 1971
L’Italia giolittiana / A. Aquarone. – Il Mulino, 1988
Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 / F. Chabod. – Laterza, 1990
Sistema politico e società civile: saggi di teoria e ricerca politica / P. Farneti. – Giappichelli, 1971
La società italiana dall’unificazione alla grande guerra / G. Montroni. – Laterza, 2002
Le origini della prima guerra mondiale / J. Joll. – Laterza, 1985
Sarajevo, 28 giugno 1914: il tramonto della vecchia Europa / V. R. Bergham. – Il MUlino, 1999
I cannoni d’agosto / B. W. Tuchman. – Garzanti, 1963
Il secolo inquieto: la formazione della cultura borghese, 1815-1914 / P. Gay. – Carocci, 2002
Cento anni di Europa, 1870-1970 / J. Joll. – Laterza, 1973

Cap. 7. La Grande Guerra

Cap. 8. La pace difficile

Nonostante il ricorso a una sorta di classicismo culturale rivitalizzato dal bagno di sangue della guerra mondiale, il fascismo era una forza moderna, nel senso che utilizzava categorie e obiettivi impensabili prima del 1915 in Italia: la massa come entità autonoma, l’idea di mobilitazione, la ridislocazione dei gruppi sociali sulla base di mentalità collettive.
In questo, come dimostra Emilio Gentile, esso raccoglieva una ricca eredità di sollecitazioni  intellettuali – dalle riviste del primo Novecento al Futurismo – che affondavano le proprie radici nella contestazione dell’Italietta liberale.
Pag. 124

Bibliografia

La prima guerra mondiale, 1914-1918 / B. H. Liddel Hart. – Rizzoli, 1968
L’Italia nella prima guerra mondiale, 1915-1918 / P. Pieri. – Einaudi, 1965
Storia politica della grande guerra, 1915-1918 / P. Melograni. – Laterza, 1972
Il volto della battaglia / J. Keegan. – Il Saggiatore, 2001
La prima guerra mondiale: una storia politico-militare / J. Keegan. – Carocci, 2000
La grande guerra e la memoria moderna / P. Fussel. – Il Mulino, 1984
Terra di nessuno: esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale / E. J. Leed. – Il Mulino, 1985
L’officina della guerra: la grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale / A. Gibelli. – Bollati Boringhieri, 1991
Il lutto e la memoria: la grande guerra nella storia culturale europea / J. Winter. – Il Mulino, 1998
La tragedia di un popolo: la rivoluzione russa, 1891-1924 / O. Figes. – Tea, 2000
Lo stalinismo: un’introduzione storica / A. Romano. – B. Mondadori, 2002
Storia della Russia contemporanea, 1853-1996 / F. Benvenuti. – Laterza, 1999
Crisi tra le due guerre mondiali, 1919-1939 / R. J. Overy. – Il Mulino, 1998
Una dittatura moderna: il fascismo come problema storico / A. De Bernardi. – B. Mondadori, 2001
Fascismo: storia e interpretazione / E. Gentile. – Laterza, 2002
La caduta dei regimi democratici / J. J. Linz…et sl. – Il Mulino, 1981

Cap. 9. Il mondo nella grande crisi

Cap. 10. Il crollo dell’Europa

Bibliografia

La grande depressione del mondo, 1929-1939 / C. P. Kindleberger. – Etas, 1982
Il grande crollo: la crisi economica del 1929 / J. K. Galbraith. – Comunità, 1962
Il lungo 20. secolo / G. Arrighi. – Il Saggiatore, 1996
La conquista pacifica: l’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970 / S. Pollard. – Il Mulino, 1984
La rifondazione dell’Europa borghese / C. Maier. – De Donato, 1979
L’economia europea tra le due guerre / G. Toniolo. – Laterza, 1998
Crisi e piano: le alternative degli anni Trenta / a cura di M. Telò. – De Donato, 1973
Roosvelt e il New Deal / W. E. Leuchtenburg. – Laterza, 1968
Corporativismo e New Deal / M. Vaudagna. – Rosenberg, 1981
La crisi di Weimar / G. E. Rusconi. – Einaudi, 1977
Lo sviluppo economico dell’Europa centro-orientale / I. T. Berend, G. Ranki. – Il Mulino, 1974
L’economia dell’Italia fascista / G. Toniolo. – Laterza, 1980
Dalla periferia al centro: la seconda rinascita economica dell’Italia, 1861-1981 / V. Zamagni. – Il Mulino, 1990
La Germania nazista / E. Colotti. – Einaudi, 1982
Le origini culturali del 3. Reich / G. L. Mosse. – Il Saggiatore, 1994
Lo Stato nazista / N. Frei. – Laterza, 1992
Hitler e l’enigma del consenso / I. Kershaw. – Laterza, 1997
La violenza nazista: una genealogia / E. Traverso. – Il Mulino, 2002
Il fascismo / S. Lupo. – Donzelli, 2000
L’Italia fascista / P. Dogliani. – Rizzoli, 1999
Fascismo: storia e interpretazione / E. Gentile. – Laterza, 2002

Storia sociale dello stalinismo / M. Lewin. – Einaudi, 1988
Storia del sistema sovietico / V. Zaslawsky. – Carocci, 1995
Lo stalinismo / A. Romano. – B. Mondadori, 2002
Il mito dell’Urss / M. Flores. – Il Saggiatore, 1989
Il Giappone contemporaneo / F. Gatti. – B. Mondadori, 2002
Nazionalismo e bolscevismo: la guerra civile europea / E. Nolte. – Sansoni, 1989
Le relazioni internazionali / F. Tuccari. – B. Mondadori, 1997

Cap. 11. La seconda guerra mondiale e la nascita del sistema bipolare

Cap. 12. La fine del colonialismo e la nuova mappa del mondo

Storia della seconda guerra mondiale: problemi e nodi cruciali / R. Battaglia. – Editori Riuniti, 1971
Storia della seconda guerra mondiale / A. Hillgruber. – Laterza, 1994
Guerra, economia, società, 1939-45 / A. S. Milward. – Etas, 1983
L’Olocausto nella storia / M. R. Marrus. – Il Mulino, 1994
La strada per Auschwitz / G. Gozzini. – B. Mondadori, 1996
Lager, totalitarismo, società. – Mondadori, 2002
Il nazismo e lo sterminio degli ebrei / L. Poliakov. – Einaudi, 1954
La banalità del male / A. Arendt. – Feltrinelli, 1964
La distruzione degli ebrei d’Europa / R. Hilberg. – Einaudi, 1995
L’eredità di Auschwitz: come ricordare? / G. Bensoussan. – Einaudi, 2002
Storia della Resistenza europea / G. Vaccarino. – Feltrinelli, 1981
Una guerra civile / C. Pavone. – Bollati Boringhieri, 1991
Resistenza e post-fascismo / G. E. Rusconi. – Il Mulino, 1995
L’Italia nella seconda guerra mondiale nella Resistenza / E. Collotti. – Angeli, 1988
Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-44. – Feltrinelli, 1974
La guerra senza armi: storia di donne, 1940-45 / A. Bravo. – Laterza, 1995
Una nazione allo sbando / E. Aga Rossi. – Il Mulino, 2002
L’occupazione tedesca in Italia / L. Klinkhammer. – Bollati Boringhieri, 1993
L’alleato nemico: la politica dell’occupazione anglo-americana in Italia, 1943-1946 / D. W. Ellwood. – Feltrinelli, 1977
La Repubblica delle camicie nere / L. Ganapini. – Garzanti, 2000
Le conseguenze della seconda guerra mondiale / A. Gambino. – Laterza, 1972
Storia della guerra fredda / A. Fontane. – Il Saggiatore, 1968
Gli Stati Uniti e le origini della guerra fredda / E. Aga Rossi. – Il Mulino, 1984
Da Monaco a Bretton Woods / R. D’Agata. – Angeli, 1989
L’età del sospetto / M. Flores. – Il Mulino, 1996
Africa / G. Calchi Novati. – Esitori Riuniti, 1984
Sviluppo economico ed arretratezza / G. Quirini. -  Angeli, 1976
Lo sviluppo bloccato / P. Bairoch. – Einaudi, 1976

Cap. 13. L’età dell’oro

Cap. 14. Coesistenza, competizione, contestazione

Bibliografia

Le forze dello sviluppo capitalistico: un confronto di lungo periodo / A. Maddison. – Giuffrè, 1995
Lo sviluppo economico moderno: dalla rivoluzione industriale alla crisi energetica, 1750-1973 / a cura di P. A. Toninelli. – Marsilio, 1997
Storia degli ultimi cinquant’anni: sistema internazionale e sviluppo economico / S. Guarracino. – Mondadori, 1999
1945-1995: l’economia tra crescita e transizione / H. van der Wee. – In: Storia d’Europa, vol. 5.: L’età contemporanea. – Einaudi, 1996
Storia del capitalismo italiano / a cura di F. Barca. – Donzelli, 1997
Storia economica dell’Italia contemporanea  / G. Sapelli. – B. Mondadori, 1997
Storia del miracolo italiano / G. Crainz. – Donzelli, 1996
Il secolo-mondo / M. Flores. – Il Mulino, 2002
Lo sviluppo del welfare state in Europa e in America / P. Flora e A. J. Heidenheimer. – Il Mulino, 1983
Welfare state e socialdemocrazia / G. Silei. – Lacaita, 2000
Storia delle relazioni internazionali, 1918-1992 / E. Di Nolfo. – Laterza, 1994
Il grande dibattito: introduzione alla strategia atomica / R. Aron. – Il Mulino, 1965
L’impero americano / R. Romero. – Giunti, 1996
Storia dell’Unione Sovietica / G. Boffa. – Mondadori, 1979
Storia della Repubblica Popolare Cinese / L. Tomba. – B. Mondadori, 2001
La lunga rivoluzione / E. Snow. – Einaudi, 1973
Il miracolo europeo: ambiente, economia e geopolitica nella storia europea e asiatica / E. L. Jones. – Il Mulino, 1984
Neutralismo e guerra fredda / P. Calchi Novati. – Comunità, 1963
Decolonizzazione e terzo mondo / P. Calchi Novati. – Laterza, 1979
Storia della decolonizzazione / De Bosschere. – Feltrinelli, 1972
L’America latina / A. Rouquiè. – B. Mondadori, 2000
Storia del conflitto arabo israeliano palestinese / G. Codovini. – B. Mondadori, 2002
Papa Giovanni / a cura di G. Alberigo. – Laterza, 1988
La Chiesa nella società contemporanea / G. Verucci. – Laterza, 1988
Il Sessantotto / M. Flores. – Il Mulino, 2003
Saggio sui movimenti del ’68 in Europa e in America / P. Ortoleva. – Editori Riuniti, 1988

Cap. 15. La società postindustriale

Cap. 16. Un nuovo ordine mondiale

Bibliografia

Storia economica del ‘900 / S. Pollard. – Il Mulino, 1999
L’economia mondiale dal 1945 ad oggi / A. Gauthier. – Il Mulino, 1998
La crisi della modernità / D. Harvey. – Il Saggiatore, 1993
Le merci intelligenti: miti e realtà del capitalismo contemporaneo / G. Maione. – B. Mondadori, 2001
La fine del lavoro / J. Rifkin. – Baldini & Castoldi, 1995
Le conseguenze della modernità: fiducia e rischio, sicurezza e pericolo / A. Giddens. – Il Mulino, 1994
Che cos’è la globalizzazione: rischi e prospettive della società planetaria / U. Beck. – Carocci, 1999
Dentro la globalizzazione: le conseguenze sulle persone / Z. Barman. – Laterza, 2000
Oltre la mondializzazione / S. Amin. – Editori Riuniti, 1999
Ascesa e declino delle grandi potenze / P. Kennedy. – Garzanti, 1989
Storia del sistema sovietico / V. Zaslavsky. – Carocci, 1995
Il passato di un’illusione / F. Furet. – Mondadori, 1996
La caduta dei comunismi / B. Bongiovanni. – Garzanti, 1995
L’Urss a pezzi: nazionalismo e conflitto etnico nel crollo del regime societico / M. Buttino. – Paravia, 1997
Le rovine dell’impero: Europa centrale, 1980-1990 / T. G. Ash. – Mondadori, 1992
Le guerre jugoslave, 1991-1999 / J. Pirievec. – Einaudi, 2001
Il risveglio della Cina / W. H. Overholt. – Il Saggiatore, 1994
Geopolitica dell’Islam / G. E. Fuller, L. O. Lesser. – Donzelli, 1996
Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale / S. P. Huntigton. – Garzanti, 1996
L’Ambiente come storia: sondaggi e proposte di storiografia dell’ambiente / A. Caracciolo. – Il Mulino, 1988
Il secolo planetario: tempi e occasioni per una storia dell’ambiente / P. Bevilacqua. – In: ‘900: i tempi della storia / C. Pavone. – Donzelli, 1997

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