Introduzione

La storia greca come storia universale

“La battaglia di Maratona, anche come evento della storia inglese, è più importante della battaglia di Hastings. Se in quel remoto giorno il risultato dello scontro fosse stato diverso (se i greci non avessero vinto), britanni e sassoni forse vagherebbero ancora per le selve”.
Così John Stuart Mill nel 1859; e sarebbe fin troppo facile moltiplicare citazioni come queste.
Esse non solo implicano che le radici comuni della civiltà occidentale risiedono nella grecità, ma anche danno per dimostrato il suo valore preternazionale e fondativo, che scavalchi a suo tempo, con bella spavalderia, i confini dei popoli e le barriere dei tempi: insomma, la storia greca come storia universale, o meglio come un suo snodo essenziale, necessario a intendere il mondo moderno, a partire dalle sue conseguenze per noi (o da quelle che decidiamo di prendere per tali).
Come un monumento provato dagli anni, una tale immagine, per attraente che possa essere, è però attraversata da crepe numerose e profonde.
Guardiamone una.
Nella citazione che abbiamo scelto, il carattere fondante della civiltà greca è simboleggiato dalla giornata di Maratona, e dunque identificato con una vittoria dei greci (leggi: degli europei) sui persiani, che stanno qui per un Oriente indeterminato e statico, l’’altro’ – perché perennemente uguale a se stesso – rispetto a un’Europa caratterizzata, a partire dalla grecità, da un accentuato dinamismo e da un continuo progresso; e per questo radice e madre della modernità.
Pochi sottoscriverebbero oggi un’idea come questa; eppure sarebbe facile rintracciarne più o meno sotterranee sopravvivenze.
La stessa, e più celebre, sentenza hegeliana secondo cui “Al nome Grecia, l’uomo colto europeo subito si sente in patria” non riflette forse, in ultimo, un’identica visione?
Queste formulazioni ci appaiono, oggi non solo strettamente eurocentriche, ma anche limitative e ‘datate’; ‘datate’, intendo, in quanto coestensive a una concezione della civiltà europea come culminazione d’ogni altra, e pertanto legittimata al colonialismo, all’annessione, alla ‘missione civilizzatrice’.
L’opposizione greci/barbari, tradotta con franco arbitrio in quella Europa/’altri’, veniva così continuamenti riattualizzata e proiettata ora verso le Americhe, ora in Asia o in Africa; i sistemi educativi, che includevano in posizione d’onore lo studio del greco per le élites designate a governare, e i musei che si fregiavano di marmi tolti ad Atene o a Pergamo, moltiplicandoli in calchi offerti a modello degli artisti, ribadivano incessantemente (forse proprio perché così improbabile) l’identità fra un ‘noi’ orgogliosamente europeo e i greci, padri e maestri di una stessa civiltà.
Questa identificazione, che sembrò assicurare alla cultura greca un posto perpetuo e garantirne la continua vitalità nel mondo moderno – quasi dovesse diffondervisi con le armi, le merci e le tecniche dell’Occidente – suona oggi al contrario come un canto funebre.
Quale può essere il posto dei greci in un mondo caratterizzato sempre di più dalla mescolanza dei popoli e delle culture, dalla condanna dell’imperialismo e dalla fine delle ideologie, dalla fiera rivendicazione delle identità etniche e nazionali e delle tradizioni locali contro ogni tentazione ‘annessionistica’?
Che senso ha cercare radici ‘comuni’, quando tutti sembrano piuttosto impegnati a distinguere le proprie da quelle del vicino?
Come possiamo vantarci di aver vinto sugli ‘altri’ a Maratona senza pensare all’Algeria o al Vietnam?
Con quale ostinata presunzione potremmo mai chiedere ai cinesi o agli indiani di riconoscersi nei greci, implicandone l’identità con un ‘noi’ tutto europeo, senza offrire in cambio il desiderio di indentificarci, noi, nella loro antichità?
Se quella è la nostra immagine dei greci, se quello è il loro ruolo nella ‘storia universale’ che vogliamo costruire, riducendo la storia universale a storia dell’Europa e dell’espansione europea, allora davvero i greci sono (o rischiano di diventare) il primo bersaglio di una cultura destinata a soccombere.
Non è questo che abbiamo inteso fare con questa nuova opera sulla storia, la cultura e l’arte greca.
Essa non intende né essere un ennesimo omaggio trionfalistico, al ‘miracolo greco’ che celebri in loro ‘noi’ stessi (quel ‘noi’); né però un bilancio consuntivo (più o meno triste, più o meno nostalgico), in chiusura di conti, sulla soglia di un momento fatale in cui ai greci nessuno guarderà più.
Di quell’uso che si è fatto della grecità, ‘noi’, e non i greci, siamo responsabili.
Esso comporta la nostra pretesa identità coi greci, e in nessun modo la loro identità con noi.
Tornare ai greci con un nuovo sguardo, costruire un nuovo ‘noi’ per guardare ai greci, è il compito a cui ci siamo ripromessi di dare una prima risposta, un contributo di pensiero e uno stimolo.
Non pretendiamo naturalmente di sapere (dimenticando il corso degli studi, e più ancora della storia) inaugurare in queste pagine un nuovissimo, candido sguardo sui greci, per nulla determinato da quello costruito dalle generazioni che ci hanno preceduto, ma s^ di provare a guardarne i testi e i resti con occhio più fresco e più attento alla diversità: più mirato all’oggi o al domani.
LA domanda è dunque: se i greci, che a quegli usi che non più accettiamo sembrarono piegarsi, abbiano ancora qualcosa da offrire a ‘noi’.
O meglio: quali ‘greci’ per quali ‘noi’.
Pag. XXVII-XXVIII

Cap. 1. Il confronto con gli antichi / François Hartog

Il problema, molto semplicemente, è quello della storia dell’Occidente e della sua cultura: dagli antichi sino a noi.
Quello anche del suo rapporto col tempo.
Possiamo quindi, tutt’al più, rilevare qualche pista, segnalare luoghi di passaggio, circoscrivere qualche momento di questa lunga storia dai registri molteplici, sfasati, connessi gli uni agli altri come in un gioco di incastri.
Ma se, abbandonando per un istante la prospettiva storiografica, ci si interroga direttamente sugli antichi e noi oggi, la e ha ancora un senso?
Perché ci sia confronto, ci vuole rapporto, compresenza, per non dire faccia a faccia.
Ora la distanza, fatta di rispetto, d’indifferenza, di oblio, o dei tre messi insieme, non si è forse irrimediabilmente imposta, al punto da rendere illusorio ogni rapporto effettivo, vivente, attivo?
Molière non metteva già forse sulla bocca di uno dei suoi personaggi questa chiara sentenza: “Gli antichi, signore, sono gli antichi, e noi siamo la gente di adesso”?
Nei primi anni del 18. secolo Jacob Perizonius, grande erudito dell’Università di Leida, celebrata poco meno di un secolo prima col nome di “Atene Batava” (da Johannes Meursius), dipinge un triste quadro della decadenza degli studi classici in Europa.
Da tempo, ormai, il verso un giorno famoso, “Chi ci libererà dei greci e dai romani?”
Un rapporto diretto con loro è ancora possibile?
Le loro domande sono ancora le nostre?
Possiamo ancora, o di nuovo, far nostre alcune loro domande?
La politica greca, la democrazia hanno ancora qualcosa da dirci, o piuttosto, siamo in grado di porre loro delle domande pertinenti sul nostro presente?
Le rovine antiche, è vero, sono attraenti: ondate di turisti si accalcano nei siti celebri, nel nome del viaggio culturale e sotto gli auspici dell’onnipresente e triste industria turistica.
Come tutti sappiamo, le conseguenze di questo tipo di confronto non sono sempre felici.
Lo sfruttamento moderno di questo “patrimonio” (dell’umanità) fa sì che queste rovine, oggi più protette che mai, siano anche più che mai minacciate.
Le rovine minacciano rovina: vittime del loro successo e di questo nuovo fattore chiamato “inquinamento”.
Dopo il sisma del 1980, Pompei è ridiventata uan città sinistrata, battuta milioni di volte dalle scarpe di milioni di turisti e invasa dalla vegetazione.
l’Acropoli è da tre anni irta di impalcature e i visitatori non hanno più accesso ai monumenti.
Di fronte a questa situazione, che fare?
Ritroviamo allora il dibattito, aperto almeno sin dal Quattrocento e ripreso senza sosta, sulla conservazione e sul restauro dei monumenti.
Con un testo pioneristico, pubblicato nel 1993, Der moderne Denkmalkultus, Alois Riegl scruta il concetto stesso del monumento storico, punto di incontro conflittuale re ciò che chiama il valore di antichità, il valore storico e il valore commemorativo.
Quale monumento mostrare?
Cioè, quale antichità si vuole visitare?
Come la si va a vedere?
Quale “rapporto” si vuole intrattenere con essa?
Cosa significa restaurare “nel contesto”: si tratta dell’ultimo contesto antico, del primissimo  o dello stato in cui si trovava il monumento nel momento in cui gli archeologi lo hanno scoperto o ricoperto?
Oppure occorre restaurare sino a ricostruire, per rendere il  monumento “accessibile” al più grande pubblico e, al limite, farlo sparire in quanto rovina?
Le discussioni sollevate dal restauro dell’Eretteo (terminato nel 1987) ne forniscono un buon esempio.
Oppure bisognerebbe non ricostruire, ma costruire accanto, per riprodurre, produrre una copia, la più perfetta possibile, di quell’originale ormai “vietato al pubblico”.
Così si è proceduto, a causa d’imperative ragioni di conservazione, per le grotte preistoriche di Lascaux.
E tale modo di procedere ha una sua logica, ma, dal punto di vista del rapporto con l’antichità, la produzione di questi simulacri che stanno in luogo del monumento reale e che occupano il suo stesso luogo ha comunque qualcosa di strano.
Quale rapporto con la temporalità si proietta su questo nuovo tipo di artefatti che sono come sottratti al tempo?
Giacché nulla impedisce di cambiarli non appena mostrino segni di usura.
Un’altra modalità contemporanea di confronto sarebbe piuttosto dell’ordine della citazione, per non dire del semplice ammiccamento.
E’ di quest’ordine il ricorso a nomi tratti dall’antichità per battezzare oggetti che sono gli emblemi stessi della scienza e della tecnica moderne.
Il missile europeo Ariane (ma perché proprio Ariane? Gli americani, da parte loro, si sono attribuiti Titano), il progetto di navetta spaziale Hermes, o la sonda Ulisse.
Come se, attraverso la riattivazione di questi vecchi nomi, che oggi non sono proprietà verbale di nessuno, si volesse suscitare, senza crederci troppo, qualche moderna mitologia.
Come se il più antico, l’arcaico, e il più moderno, il futuro, arrivassero quasi a toccarsi.
Come se l’età adulta vedesse realizzati i suoi sogni d’infanzia.
Come se l’antico mithos trovasse il suo compimento, se non la sua verità, in questa manifestazione del logos, nel suo massimo rigore.
Perché il costruttore automobilistico Renault ha giudicato commercialmente sensato di chiamare Clio uno dei suoi nuovi modelli (è vero che un altro si chiama Twingo)?
Entriamo qui nel vasto mondo della comunicazione, con le sue procedure di definizione di un “concetto”, nel senso che i pubblicitari attribuiscono a questa parola.
Non vi si incontra forse, in particolare, un uso puramente strumentale dell’antichità mirato a “civilizzare” delle sigle “barbare”?
Questo bricolage non ha altro scopo che renderle identificabili e memorizzabili, indipendentemente dal significato esatto, astruso o semplicemente piatto del loro contenuto.
L’ammiccamento per l’ammiccamento.
Altrimenti, come interpretare il fatto che la SNCF abbia battezzato il suo nuovo sistema di prenotazioni, messo in servizio con gran scalpore, Socrate?
Cosa è venuto a fare Socrate in questo inferno o meglio in questo programma informatico?
Questi pochi esempi non esauriscono il problema degli antichi e noi oggi, ma indicano, quanto meno, una tendenza.
Pag. 4-5

Cap. 2. La politica / Paul Cartledge

Data questa polarizzazione di opinioni, oltre a un’illimitata gamma di posizioni intermedie, non c’è indagine in grado di offrire risposte definitive o quanto meno affidabili a interrogativi tipo quelli sollevati sopra.
C’è però almeno una cosa che, con le sue ricerche di politica comparata, lo storico può fare: compilare e analizzare un “inventario delle differenze”, che forse può esserci d’aiuto in un’investigazione più approfondita sia della politica della Grecia antica, sia delle nostre (occidentali moderne) istituzioni politiche, delle nostre costituzioni e della nostra cultura; e può essere un utile incentivo a impegnarci con intelligenza nel tentativo di istituire tra queste realtà lontane nel tempo un rapporto proficuamente significativo.
Pag. 40

Mentre Machiavelli e Hobbes furono teorici dello Stato, la polis può essere tranquillamente definita una comunità politica senza Stato, anche se ciò naturalmente non significa equipararla sotto ogni aspetto a quei “sistemi politici africani” studiati dagli antropologi nell’omonima raccolta curata da Fortes ed Evans-Pritchard.
Pag. 45-46

Concludiamo, così come abbiamo cominciato, con un contrasto: nella realtà politica di scala limitata e a dominio maschile dell’antica Grecia, Simonide poteva tranquillamente e con grande precisione osservare che “la polis forma l’uomo”, vale a dire gli insegna ad essere cittadino.
Nel quadro della visione politica più ampia che abbiamo tratteggiato fin qui, al cittadino del futuro, donna al pari dell’uomo, occorrerà insegnare a diventare uan specie diversa di animale politico, ecologicamente adattato al nuovo ambiente della politica democratica.
Pag. 72

Cap. 3. Colonizzazione e decolonizzazione / David Asheri

Concepita in questi termini, la colonizzazione greca non si presenta certo come un’avventura gloriosa di espansione e di irradiazione culturale in senso unico: si presenta piuttosto come un dramma umano millenario di genti costrette e emigrare, spesso sradicate brutalmente dalla loro patria da forze maggiori – la siccità, la fame, le epidemie, le lotte di fazione, l’ordine di un tiranno, le guerre, le invasioni nemiche.
Dramma esistenziale di emigranti falliti che vengono ricacciati in mare dai loro concittadini rimasti in patria; di genti divelte dalle loro terre in cerca di nuove radici e di una nuova identità, di esuli politici in attesa di rimpatrio, di popolazioni indigene massacrate, estirpate e soggiogate, di donne vedove o orfane costrette a coabitare con conquistatori stranieri, di famiglie e di società miste di lingua, di mentalità, di cultura.
Come tutte le storie coloniali, anche quella greca è prevalentemente una storia di sopraffazioni, di violenze, di assimilazione e di resistenza.
Non è lecito, neanche con le migliori intenzioni, raddolcire questa vicenda per trasformarla in una storia idilliaca di convivenza volontaria e civile fra le genti.
Pag. 74

Pluralità delle cause: la scelta tradizionale fra sovrappopolazione e commercio è troppo riduttiva.
Il fenomeno della emigrazione in massa in età arcaica è un prodotto di quella crisi economico-sociale nella Grecia dell’ottavo e del settimo secolo a. C., che sta anche all’origine di altri fenomeni contemporanei di massima importanza nella storia greca, quali la formazione della polis, la legiferazione scritta, le riforme sociali, giuridiche e militari, le tirannidi.
Ma anche a parte questa elementare generalità, ben poco di sicuro può dirsi sul retroscena concreto dei singoli movimenti migratori, ciascuno dei quali dovette pure avere una sua propria “causa” o pretesto a livello locale e talvolta anche a livello individuale.
Pag. 78

Non pare che le tradizioni metropolitane predisponessero i coloni a programmi precisi: il caso della marinara Taranto colonia della agraria Sparta è emblematico.
La sovrappopolazione come causa di emigrazione e il traffico con gli indigeni come prospettiva in terra coloniale non stanno comunque in contraddizione, ma piuttosto esemplificano nel mondo arcaico il duplice aspetto causale di ogni movimento migratorio umano: la spinta e l’attrazione.
Pag. 79

In tal modo si inaugurava la politica siracusana di “decalciclizzazione” – un esempio antico tra molti di “ripulitura etnica” – ripresa alla fine del quinto secolo da Dionisio il Grande, il quale rieliminò Nasso e Leontini, restaurate dai calcidesi dopo la caduta della tirannide dinomenide, annettendone il territorio a Siracusa, e insediò a Catana e poi ad Aetna-Inessa, un contingente di mercenari campani.
Pag. 94

L’ellenizzazione dei barbari e l’imbarbarimento dei coloni greci non sono altro che le due facce di un unico processo di trasformazione etnico-culturale.
Pag. 99

Se il tema dell’assimilazione e resistenza degli indigeni all’ellenizzazione fa parte della tipica storiografia moderna, il tema dell’assimilazione e resistenza delle colonie greche alla barbarizzazione appartiene alla topica retorica e storiografica antica.
Pag. 100

Nelle aree colonizzate più densamente, l’imbarbarimento della lingua e dei costumi era efficacemente controbilanciato dall’ellenizzazione generale dell’intera zona, e il risultato in queste aree fu lo sviluppo di una koinè culturale livellatrice e integratrice di tutti gli elementi etnici della zona.
L’impatto culturale indigeno è ampiamente documentato nelle aree periferiche, nella lingua, nei costumi, e specialmente nei culti delle colonie: non va trascurato, ma neanche sopravvalutato sproporzionalmente, come facevano talvolta gli antichi per i loro motivi retorici suddetti.
Pag. 101

I greci dell’Ucraina e della Crimea non sono i discendenti degli antichi coloni, e l’origine delle isole linguistiche nelle Puglie e in Calabria è tuttora alquanto discussa.
………………..
Nessuno nega alla colonizzazione greca un posto d’onore nella storia del mondo antico.
Ma furono l’apertura degli orizzonti geografici e gli incontri con alterità culturale a generale nelle aree periferiche situazioni di fermento intellettuale inimmaginabili, in età arcaica, nei cantoni allora chiusi e provinciali dell’Ellade metropolitana.
Si sa che le colonie furono all’avanguardia delle legiferazioni scritte e delle riforme politiche, dell’arte urbanistica, delle scienze e della filosofia,  della poesia epica e lirica, della medicina e della retorica.
Il contributo dell’esperienza coloniale greca alla nozione di civiltà,  al pensiero utopico, alle riflessioni metastoriche sull’esilio e sull’idea di patria e al pensiero cosmopolitico, è innegabile; ed è pacifico che attraverso l’ellenizzazione di Roma, alla quale parteciparono attivamente le colonie greche d’Occidente nelle sue fasi iniziali, la civiltà coloniale greca giocò un ruolo anche nel lungo processo di trasmissione della cultura ellenica all’Europa medievale e moderna.
Ma tutto ciò non deve obliterare il fatto elementare che, come un organismo sociale, le colonie greche vissero – talvolta secoli, talvolta appena pochi anni – fiorirono, decaddero e sparirono.
Pag. 105

Se l’attuale rinascita in alcuni paesi europei di moti autonomistici regionali possa in futuro produrre un qualche impatto anche sullo spirito degli studi sui rapporti fra indigeni e immigranti nelle aree geografiche del passato storico, è un problema rispetto al quale ci sembra ancora prematuro prendere posizione.
Ma è senz’altro lecito pronosticare, più generalmente, che il modello della colonizzazione greca non cesserà anche in futuro di rinnovarsi continuamente, alla luce di nuove esperienze di contatti umani e di trasformazioni di società e cultura.
Pag. 115

Cap. 4. Città e campagna: l’immagine della “polis” da Omero all’età classica / Alain Schnapp

In Occidente, il rapporto di complementarietà tra spazi urbani e rurali fa parte delle nostre esperienze quotidiane.
Tale rapporto, saldamente radicato nella nostra civiltà dall’alto Medioevo in poi, ha invariabilmente determinato lo sconcerto dei viaggiatori occidentali di fronte alle città arabe o cinesi: esso scoprivano allora che lo spazio urbano poteva essere regolato da altri principi e che il passaggio poteva essere organizzato secondo altri criteri, diversi da quelli che erano loro familiari.
Le città moderne ci hanno fatto smarrire questo senso di contiguità e di complementarietà ancora così vivo negli uomini dei secoli 17. e 18.
Nel 1540, come ricorda Fernand Braudel, un’incursione di corsari algerini poteva cogliere di sorpresa una città che la vendemmia aveva letteralmente svuotato: la stessa tattica venne impiegata da Epaminonda quando ordinò ai suoi cavalieri di sorprendere Mantinea deserta  per i lavori di mietitura.
Nei tempi moderni, l’instabilità dei piccoli centri in cui si intrecciano attività rurali e urbane rappresenta un problema amministrativo di particolare rilievo per politici e burocrati.
Esiste, tuttavia, tra le piccole concentrazioni urbane e le metropoli un filo continuo, una relazione stabile che fa sì che una città non sia un villaggio: “di là dai diversi caratteri originali, [le città] parlano tutte un medesimo linguaggio fondamentale: il dialogo ininterrotto con le campagne, prima necessità della vita quotidiana; il rifornimento in uomini, non meno indispensabile dell’acqua alla ruota del mulino; il contegno, la volontà delle città di distinguersi dalle altre; la loro situazione obbligata al centro di reti di collegamenti più o meno lontani…”.
La polis greca è spesso apparsa come l’esempio iniziale di quel modello di sviluppo urbano in cui si confondono città e campagna: Atene, con la sua popolazione rurale che si riversa sul mercato e sull’agorà, ne è l’archetipo.
Essa, infatti, offre allo storico (soprattutto dopo la riforma di Clistene) un quado di integrazione socio-politica tra città e territorio circostante particolarmente complesso per la raffinatezza dei suoi monumenti, dei suoi templi, delle sue piazze, del suo porto.
Basta però volgere lo sguardo verso Sparta – tale paradosso è peraltro tipico della storia greca! – per ritrovare un contraltare modello ateniese: distinzione politica netta tra città e campagna, assenza quasi totale di monumenti, rifiuto di qualsiasi pratica economica.
La città greca, così come è stata pensata e concepita dall’antichità ai giorni nostri, è stata soggetta alle vicissitudini della storia.
Polibio e gli storici romani ne hanno trasmesso un’immagine più simile a quella di una città romana: gremita di cittadini, abbellita dei più diversi monumenti pubblici, fortificata per mezzo di grandi mura e separata dalla campagna.
Così, la città greca ha finito per incarnare un modello architettonico, uan città-simbolo contrapposta alla barbarie dei tempi primitivi.
Quando Sigmund Meisterlin, uno dei primi umanisti tedeschi, colle far rappresentare la nascita della città di Augsburg (Augusta), le diede le sembianze di una città medievale, una via di mezzo tra il fortino del basso impero e i campi trincerati dei signori dell’anno mille: uno spazio edificato, racchiuso da una stecconata in legno che si contrappone alle caverne e alle capanne dei germani primitivi.
Maarten van Heemskerk, invece, proprio in quegli stessi anni (metà del sedicesimo secolo) raffigura una città greca piena di reminiscenze dell’antichità classica: il porto di Rodi è un paesaggio fittizio in cui si alternano edifici vagamente romani, facciate di monumenti a forma d’anfiteatro e torri medievali.
Per avere un’immagine “realista” di Atene con tutte le specificità topografiche del suo paesaggio, bisogna attendere la cosiddetta “pianta dei cappuccini” del diciassettesimo secolo.
E’ solo a partire da questa data che, con il procedere delle esplorazioni in Grecia, si formerà un’immagine di Atene in cui poco alla volta si distinguerà l’architettura romana da quella greca.
A tale riguardo, sono degni di nota i considerevoli sforzi di un viaggiatore del diciassettesimo secolo come Spon, di un antiquario del calibro di Fourmont e le fatiche di Stuart e Revett che culmineranno nelle Antichità di Atene.
Dal Rinascimento in poi, gli antiquari si sono caparbiamente sforzati di liberare la città antica dal suo involucro medievale, per poter infine distinguere la città greca da quella romana, fino a ricostruire, grazie agli studi dei filologi e archeologi tedeschi della metà del diciannovesimo secolo, l’immagine di una città regolare, secondo il modello d’Ippodamo, articolata a scacchiera, e prototipo di una nuova idea di pianificazione urbanistica.
Così, il Leitmotiv della città antica accompagna ininterrottamente i nostri legami con la civiltà greca.
D’altronde, lo si potrebbe seguire, questo “motivo di fondo”, sia sul piano architettonico – come si è appena fatto – che su quello storico.
Gli uomini del Rinascimento, per esempio, hanno concepito una città antica molto più simile a Roma che ad Atene o Sparta, e la città illuministica resta più una città romana che greca.
Ma la riscoperta progressiva della Grecia rappresenta anche l’occasione di un confronto storiografico, vivace già nel diciottesimo secolo per opera di Montesquieu, Rousseau e Helvétius, tra modello spartano e modello ateniese.
Ed è proprio Sparta ad essere preferita dagli illuministi in quanto immagine di una società integrata, di un sistema educativo collettivo, di una costituzione mista, nel contempo monarchica, aristocratica e democratica, là dove Atene sembra più che altro una città in crisi, facile preda di demagoghi e di fazioni.
Il modello spartano, però, non è esente da difetti.
L’ostacolo principale non consisteva tanto nel fatto che Sparta, dal punto di vista architettonico, non presentasse nessuna “visibilità” o identificabilità, quanto nell’essenza, al suo interno, di quei cittadini che gli uomini dei Lumi consideravano alla stregua di colleghi: i filosofi e gli artisti.
Il diciannovesimo secolo, invece, coem ha giustamente dimostrato Pierre VIdal-Naquet, si mostrerà più “ateniese” che “spartano”, e la repubblica dei professori, sempre più numerosi, troverà uan fonte d’ispirazione più stimolante nella storia di Atene che in quella di Sparta: “il ruolo centrale della democrazia ateniese nella storia greca è l’opera del liberalismo borghese della prima metà del diciannovesimo secolo e, nella fattispecie, del radicalismo inglese”.
Con la rivoluzione dell’Altertumswissenschaft [scienza dell’antichità] nel diciannovesimo secolo si è forgiata quell’immagine della città greca da cui siamo ancora fortemente influenzati.
Resta però il fatto che la polis è un’istituzione molto diversa dalla città moderna e che, al pari di quest’ultima, si presta molto male a fornire una tipologia coerente.
Se, insieme agli archeologi e agli urbanisti, si riduce la città all’insieme delle sue funzioni politiche, dei suoi spazi pubblici, delle sue delimitazioni architettoniche come piazze o mura, allora non vi è alcun dubbio (malgrado l’esempio contrario di Sparta) che quello che noi definiamo città affonda in parte le sue radici nella città greca.
Ma le differenze potrebbero superare le affinità.
Mentre, infatti, gli archeologi considerano la città come un modello immodificabile, gli storici (benché divisi in primitivisti e modernisti) si impegnano a mettere in evidenza la specificità della città antica rispetto a quelle medievali e moderne.
Nella città antica, per esempio, il contadino risiedeva nello spazio urbano: proprio il contrario di quel che capita nel Medioevo.
L’industrializzazione, infine, ha eretto tra la città medievale e il mondo moderno una barriera insormontabile.
Anche se la città degli archeologi sembra a volte molto distante da quella degli storici, non bisogna cedere all’illusione della continuità.
I greci si servivano della distinzione città/campagna al nostro stesso modo? O, per l’ennesima volta, quella Grecia antica che ci sembrava così vicina, non è forse molto lontana dalla Grecia che poeti, antiquari e urbanisti hanno spesso proposto alla nostra immaginazione?
Pag. 117-120

E’ improbabile che una cultura, in cui le immagini assolvano una funzione di rilievo sia sui monumenti pubblici che privati e assumano un ruolo centrale nell’elaborazione delle metafore poetiche e filosofiche, possa produrre un sistema iconografico non “orientato”, innocente.
Purtroppo, la pittura greca non ci è pervenuta.
Per ricostruire l’universo iconico della città, è necessario ricorrere alle raffigurazioni vascolari.
Non ci sarà mai possibile stabilire quale posto occupassero concretamente, nella gerarchia delle arti figurative, i creatori di immagini e i vasai dell’antica Grecia.
Ma, per quanto esile sia stata la loro influenza sulla grande arte, per quanto povero sia stato il loro contributo inventivo, essi partecipano dello stesso gusto estetico, dello stesso patrimonio figurativo comune a pittori e scultori.
I motivi iconografici dei vasi non sono dunque un riflesso inconsapevole della città, la conseguenza meccanica di un bisogno di immagini diffuso in vasti domini della vita pubblica e privata.
In uno dei pochi studi dedicati all’interpretazione generale delle figure vascolari, J. Thimme ne fa la seguente descrizione: “le immagini dei vasi greci, nella fattispecie quelle attiche, sono concentrate e condensate. Esse sono ricavate da temi che, a un primo sguardo, riescono di difficile interpretazione e, in generale, il loro contenuto figurativo, intendo dire il loro soggetto iconologico, si esprime in maniera abbreviata”.
Pag. 129

Cap. 5. La costruzione dell’”altro” / Wilfried Nippel

Nei gruppi etnici, la percezione della propria identità si accompagna per lo più alla delimitazione rispetto a un mondo esterno sentito come totalmente diverso da sé.
Come notava già Platone, l’idea che questo mondo esterno sia unitario deriva semplicemente dal fatto che esso differisce, in misura di volta in volta diversa, dagli standard abituali; a ciò, proprio nei grandi regni con solide strutture statali, è collegata la tendenza a ritenere il proprio ordinamento l’unico adeguato: basti citare la visione cinese degli stranieri o il modo in cui gli egizi comprendevano se stessi, riconoscendo il loro come regno dell’ordine nella contrapposizione a un mondo circostante estraneo e caratterizzato dal caos.
Gruppi etnici meno potenti possono a loro volta sviluppare un sentimento di affinità sotto la spinta di una minaccia esterna.
Né l’una né l’altra possibilità di contatti tanto con società altamente evolute quanto con società “primitive” di vario genere, essi erano predisposti a percepire in maniera differenziata il mondo esterno circostante.
Fu solo in seguito a sviluppi politici contingenti che anche presso di loro si svilupparono delle prospettive etnocentriche e degli stereotipi di percezione dell’estraneità; i greci elaborarono, ad uso dell’intera storia europea successiva, sia i modelli di un’analisi delle culture straniere che tendesse all’oggettività, sia i topoi per caratterizzare tali culture (impiegabili a piacimento per numerosissimi tipi di società).
Pag. 165

Il criterio di distinzione migliore rimaneva la lingua: in origine il concetto di barbaro si riferiva a coloro che non parlavano greco, senza che ciò fosse necessariamente connesso a un senso di superiorità
Pag. 168

Cap. 6. Mito / Carlo Ginzburg

Continuità di parole non significa necessariamente continuità di significati.
Ciò che chiamiamo “filosofia” è ancora, nonostante tutto, la “filosofia” dei greci; la nostra “economia” – sia la disciplina sia il suo oggetto – e l’”economia” dei greci hanno invece poco o niente in comune.
Di “mito” parliamo spesso, sia in senso generico sia in senso specifico: “i miti delle nuove generazioni”, “i miti della popolazioni dell’Amazzonia”.
Senza esitare applichiamo il termine “mito” a fenomeni lontanissimi nel tempo e nello spazio.
Si tratta di una manifestazione di superbia etnocentrica?
Questa domanda è stata formulata in maniera ora più ora meno implicita nell’ambito di un’intensa discussione sui miti greci e sulla nozione greca di mito (due temi connessi ma non identici) cominciata all’inizio del decennio scorso.
La possibilità d’identificare una classe specifica di racconti denominati “miti” è stata messa in dubbio.
I miti, si è sostenuto, non esistevano: è esistita la mitologia, un discorso aggressivo condotto in nome della ragione contro un indeterminato sapere tradizionale.
Questa conclusione, in sé più che discutibile, ha però un merito: quello di riportare l’attenzione sulla condanna del mito formulata da Platone.
Vale la pena di riesaminarla ancora una volta.
Pag. 197

L’anno prima un grande industriale scozzese J. A. Richmond, aveva osservato in una relazione alla Glasgow University Engineering Society, di cui era presidente, che “l’incursione nei poteri gestionali nelle fabbriche era diventata tale che, se non ci fosse stata la guerra, l’autunno 1914 avrebbe visto un disordine industriale di prima grandezza.
La guerra segnò una svolta irreversibile nell’organizzazione della società, su tutti i piani – compreso quello dell’organizzazione del consenso.
Le tecniche di propaganda adottate nei confronti del fronte interno e delle truppe, dei nemici e degli alleati, non smobilitarono in tempo di pace.
Il sangue si aggiunse al suolo, le invocazioni alla mitica comunità originaria assunsero toni razzisti.
“Intravedo la possibilità di neutralizzare la stampa per mezzo della stampa stessa. Poiché il giornalismo è una forza così potente, il mio governo diventerebbe giornalista. Sarebbe il giornalismo incarnato…”, aveva detto il machiavelli di Joly, rivolgendosi a Montesquieu.
Il ventesimo secolo doveva realizzare questa profezia.
Tra i materiali del grandioso progetto di Walter Benjamin su Parigi, destinato a rimanere incompiuto, troviamo questo passo:
“Un giorno un osservatore perspicace ha detto che l’Italia fascista era diretta come un grande giornale, nonché da un grande giornalista: un’idea al giorno, dei concorsi, delle sensazioni, un abile e insistente orientamento del lettore verso alcuni aspetti della vita sociale smisuratamente ingranditi, uan deformazione sistematica della comprensione del lettore per determinati scopi pratici.
Insomma, i regimi fascisti sono regimi pubblicitari”.

Cap. 7. Modi di comunicazione con il divino: la preghiera, la divinazione e il sacrificio nella civiltà greca

Se nel campo filosofico e politico la civiltà della Grecia antica continua a esercitare una forte influenza sulla nostra, diverso è il caso della religione.
Che si sia credenti o meno, la civiltà occidentale è improntata al cristianesimo, religione che si sviluppò a partire dal giudaismo.
E sebbene il cristianesimo si sia presto adattato al mondo greco-romano, l’attrazione di “quella gloria che fu la Grecia” non esercitò una grande influenza.
La verità di questa considerazione diventa ancor più evidente se si osservano da vicino i principali modi di comunicazione con il divino impiegati dai greci: mi riferisco alla preghiera, alla divinazione e al sacrificio.
Per quanto riguarda la preghiera, che, per comune ammissione, è una parte integrante del cristianesimo, essa affonda le sue radici nelle pratiche ebraiche, e non al di fuori dell’ambito strettamente religioso; e il sacrificio non ha mai fatto parte delle norme rituali cristiane: in Europa sopravvisse solo nelle aree periferiche, come nel Galles, nel territorio dei Careli ai confini tra la Finlandia e la Russia e nella Tracia greca.
Per quanto riguarda il modo in cui i greci pregavano la divinazione, l’argomento non è mai riuscito ad interessare l’uomo contemporaneo, a parte, forse, i turisti di Delfi.
Il sacrificio greco antico, invece, ha attratto un numero sempre crescente di studiosi.
Non è dunque un caso che le pubblicazioni più importanti in questo campo abbiano cominciato ad apparire agli inizi degli anni ’70, dopo la guerra del Vietnam: la violenza del presente incitava a occuparsi della violenza del passato.
Per questa ragione, ho deciso di concentrare la mia attenzione sul tema del sacrificio, anche se esso ci dice molte più cose sui greci che su di noi.
Un’analisi delle pratiche e delle ideologie del sacrificio contribuirà a offrirci un’immagine della civiltà greca che differisce notevolmente dall’oleogramma idealizzato che gli storici dell’Ottocento e degli inizi del nostro secolo ci hanno tramandato.
Così, nel dominio della religione, le differenze tra “loro” e “noi” sono più significative di quanto non si pensi.
Inizieremo, però, con qualche considerazione sulla preghiera e sulla divinazione.
Pag. 239-40

Se, per i greci, lo scopo principale dei sacrifici era comunicare con le divinità, il carattere “primitivo” di tale comunicazione è ancora difficile da accettare per gli interpreti moderni.
Per Meuli il sacrificio altro non era che un’uccisione rituale; per Burkert la partecipazione comune all’uccisione rituale aveva portato alla nascita della comunità; per Vernant, invece, il sacrificio era fondamentalmente concepito in funzione del nutrimento.
Quel che colpisce in queste esegesi moderne è l’approccio prevalentemente “secolare”, riduzionistico, che non tiene praticamente conto dei fini esplicitamente dichiarati dai greci stessi e cerca id ridurre il sacrificio a una formula univoca e chiara.
Certo, il sacrificio era un’uccisione rituale, rinforzava il senso di comunità e si effettuava per mangiare.
Ma, ed è questo l’oggetto della nostra dimostrazione, è anche vero che il sacrificio è molto più di questo.
E’ anche, per esempio, un’occasione per ostentare la propria forza fisica, i propri privilegi sociali, per partecipare a un pasto festivo, per mostrare i confini del gruppo e, innanzitutto, per mettersi in contatto con gli dèi.
Un atto rituale che occupi un ruolo centrale nella comunità non può non avere significati economici, politici, sociali, culturali, oltre quelli prettamente religiosi.
Una delle principali sfide per chi cerchi in futuro di esaminare da vicino il rito sacrificale nella Grecia antica sarà quella di dimostrare la ricchezza e la complessità di tutti questi significati, senza cadere nella tentazione di ridurre il fenomeno a una formula semplice, per quanto seducente possa essere.
Pag. 281

Nella concezione greca, la comunicazione con il divino non obbediva agli stessi nostri principi.
Per quanto riguarda la preghiera, la divinazione e il sacrificio, tale differenza dipende da diverse circostanze.
Innanzitutto, il cristianesimo aveva spinto la distinzione tra Dio e i credenti al punto che questi ultimi erano addirittura chiamati “schiavi di Dio”, sia nel Nuovo Testamento che nella prima letteratura cristiana.
Questa posizione di assoggettamento era in contrasto con l’attitudine greca, affabile ma cosciente di sé, nei confronti degli dèi.
Inoltre, anche se molti abitanti del Vecchio e del Nuovo Mondo consultano veggenti e leggono gli oroscopi, la divinazione non occupa più il posto ufficiale nella vita pubblica e non viene ritenuta affidabile dagli individui per così dire più illuminati.
La società moderna è infatti riuscita a eliminare molte delle incertezza del mondo antico.
D’altronde, gli stati moderni non hanno bisogno degli dèi nei casi di disaccordi troppo aspri e hanno trovato altri modi di risolvere le tensioni, per esempio attraverso l’istituzione di comitati o il ricorso ad arbitrati.
Infine, sebbene l’agricoltura fosse già praticata da millenni nell’area del Mediterraneo, l’eredità della cultura dei cacciatori era ancora abbastanza forte da influenzare le pratiche sacrificali greche che, a loro volta, erano state la conseguenza di un processo di domesticazione degli animali pienamente riuscito.
E’ impossibile in un solo saggio scandagliare in profondità i modi in cui i greci comunicavano con le divinità.
Ci siamo concentrati sul sacrificio in quanto aspetto estraneo alla religione moderna.
Ci siamo concentrati sul sacrificio in quanto aspetto estraneo alla religione moderna.
Ma anche la preghiera e la divinazione sembra fossero impiegate diversamente da noi: la religione greca, infatti, differiva dalla nostra molto più di quanto noi, moderni miratori dell’antichità, forse crediamo.
Pag. 282-83

Cap. 8. La dimostrazione / Luis Vega Renòn

Cap. 9. L’invenzione della natura / Patrice Loraux

Cap. 10. Il bello e il naturale: un racconto letale / Martin Warnke

Cap. 11. Eros / Froma I. Zeitlin

Il mito narrato da Socrate contribuisce a rendere ancora più ambigua la sessualità nell’immaginario greco, che, come abbiamo potuto constatare, esita costantemente, ancorché in forme diverse, tra potere e limitazione, aspirazione e ripiegamento, pienezza e perdita, realtà e mito; in definitiva, tra mortalità e immortalità.
Poiché Eros è sostanzialmente un attributo specifico del nostro essere creature, la nostra sottomissione ai bisogni fisici umani e agli impulsi che ci rendono simili agli animali, può venir utilizzato, come per esempio nel Simposio platonico, come strumento per superare questo stato di bisogno, attingere le vette del bene e negare il nostro stato di mortalità, che in definitiva è ciò che maggiormente temiamo.
Con l’eccezione degli studiosi delle pratiche sociali dei greci e dei teorici del desiderio omoerotico, c’è oggi la tendenza a estrapolare il messaggio idealizzante di Platone ignorando le implicazioni del quadro pederastico in cui si inserisce e la sua univoca concentrazione sulla soggettività maschile, sia in ambito erotico sia filosofico.
Come ho già accennato, il Simposio si è recentemente rivelato di una certa utilità per chi, facendo leva sul prestigio di tale modello, se n’è servito a giustificazione e fondamento di un’ideologia romantica, , di un ideale androgino, o di una ben definita identità sessuale.
Ogni epoca è condizionata da prospettive che finiscono per determinarne le strategie interpretative orientandole a fini autogiustificativi.
I misteri dell’infatuazione sessuale continuano a sfuggire al rigore dell’indagine scientifica.
Con tutte le nostre tecniche sofisticate in campo psicologico e biologico non abbiamo fatto molti progressi verso la comprensione del perché gli esseri umani s’innamorano, né di ciò che li spinge a perseguire l’oggetto del desiderio con tanta ostinazione e insistenza.
Al pari ei greci (o forse proprio a causa dei greci), non sappiamo immaginare una forza superiore a quella della passione amorosa.
Pur essendo un po’ più consapevoli della complessità delle nostre motivazioni, continuiamo a sperimentare l’eros come mescolanza di piacere, timore e stupore.
Sebbene si conferisca maggiore importanza alla soddisfazione erotica quale elemento essenziale della realizzazione personale, continuiamo a percepire il primo impatto dell’eros come qualcosa che sfugge al nostro controllo.
Le divinità pagane sono tramontate; ma nel nostro mondo attuale, desacralizzato e privatizzato, Eros, in quando forza del desiderio imperitura e irresistibile, continua ad essere più o meno lo stesso dio di sempre.
Pag. 429-30

Cap. 12. L’io, l’anima, il soggetto / Mario Vegetti

Cap. 13. La tragedia e il tragico / Diego Lanza

Aristotele offre una definizione della tragedia e un modello della migliore tragedia.
I due livelli sono stati spesso confusi nella tradizione che ha volta a volta interpretato come prescrittivo tutto ciò che è detto nella Poetica o, al contrario, ha scambiato i segmenti precettistici per una descrizione fenomenologica della tragedia del quinto secolo.
Tragedia è, com’è noto, per Aristotele, l’imitazione di un’azione seria che, operando attraverso pietà e paura, perviene a un effetto di purificazione.
Questa la definizione.
Ma come dev’essere questa azione per sortire al meglio tale effetto?
E’ a questa domanda che tenta di rispondere uan parte consistente della Poetica: la miglior tragedia è senza dubbio quella che realizza con maggiore efficacia il piacere proprio del genere, che è appunto l’effetto di cui si è appena detto.
Pag. 494-95

Cap. 14. L’agonismo sportivo / Henri Willy Pleket

Quale significato possono assumere per noi la pratica e la mentalità agonistica greca?
La domanda rientra naturalmente in una problematica assai più ampia, ossi a quella attinente la rilevanza del passato preindustriale, nel suo complesso rispetto al mondo contemporaneo, tardocapitalistico, che si avvia, se già non si trova, a vivere la seconda rivoluzione industriale, o elettronica.
In linea generale ritengo che questa rilevanza sia piuttosto scarsa, tuttavia credo che il passato preindustriale possa avere un certo interesse per l’uomo contemporaneo.
Le strutture sociali ed economiche di tale passato, ivi compresa la sua variante greco-romano, differiscono radicalmente da quelle del mondo contemporaneo.
Per quanto riguarda in particolare il mondo antico, ciò appare ancor più vero in quanto la storiografia contemporanea segue in gran parte la via aperta da M. I. Finley e dalla sua “scuola primitivistica”, che ribadisce in primo luogo la totale alterità della società antica rispetto alla società medievale e di ancien regime, per non parlare del mondo attuale.
Ne deriva che l’antichità greca non rientra nel dibattito relativo all’origine della società capitalistica moderna.
Il dato basilare del punti di vista dei “primitivisti” è che (tardo) Medioevo e ancien regime differiscono profondamente dall’antichità; inoltre, sulla scia di Max Weber, essi fanno un passo ulteriore e affermano che nascita e sviluppo della società capitalistica occidentale vanno collocate in questi due periodi.
Molti storici del Medioevo e degli inizi dell’età moderna sono sostanzialmente d’accordo con questa concezione weberiana, sebbene permanga un ampio dibattito in merito all’individuazione del motore che di fatto spinse l’Europa sui binari dell’era industriale.
Pag. 533

Cap. 15. Schiavitù e lavoro / Ellen Meiksins Wood

I greci non inventarono la schiavitù; furono invece, in un certo senso, gli inventori del lavoro libero.
Sebbene la schiavitù-merce si sia sviluppata nella Grecia classica, e in particolare ad Atene, fino ad assumere proporzioni prive di precedenti, il principio del lavoro dipendente ovvero la relazione padrone/schiavo non rappresentavano in alcun modo una novità nel mondo antico.
Quel che  per contro rappresentava senza dubbio una formazione particolare e segnalava uan relazione priva di paralleli tra classi produttrici e classi “appropriatrici” era il lavoratore libero provvisto dello statuto che la cittadinanza gli conferiva e, specificamente, il “cittadino-agricoltore”, insieme con la libertà giuridico-politica implicita in questa condizione e la liberazione delle varie forme di sfruttamento esercitato tramite uan coercizione diretta dai proprietari terrieri o dagli Stati.
Questa formazione peculiare occupa un posto centrale nel quadro di molti altri aspetti della specificità della polis greca e in modo particolare della democrazia ateniese.
Si stenterebbe a individuare uno sviluppo politico o culturale ateniese che non ne sia in un modo o nell’altro influenzato, dai conflitti tra democratici e oligarchici nel quadro dello svolgimento della vita politica democratica fino ai classici della filosofia greca.
La tradizioni politiche e culturali dell’antichità classica pervenute sino a noi, pertanto, sono permeate dell’atteggiamento mentale del cittadino lavoratore e insieme dell’animosità antidemocratica che questi ispirava e che informava gli scritti dei grandi filosofi.
Lo statuto del lavoro nel mondo occidentale moderno, tanto nella teoria quanto nella pratica, non può essere interpretato in modo esauriente senza farne risalire la storia all’antichità greco-romana e alla peculiare struttura dei rapporti tra classi produttrici e classi appropriatrici nella città-stato greco-romana.
Al tempo stesso, se lo statuto sociale e culturale del lavoro nell’Occidente moderno può discendere dall’antichità classica, noi dobbiamo altrettanto da apprendere dalla radicale cesura che sotto questo profilo separa il capitalismo moderno dalla democrazia ateniese.
Questo è vero non solo nel senso ovvio che la schiavitù-merce, dopo che assunse nuovamente un ruolo preminente nella nascita del capitalismo moderno, è stata soppiantata, ma anche nel senso che il lavoro libero, nel momento in cui è divenuto al forma dominante, ha anche perduto gran parte dello statuto politico e culturale di cui godeva nella democrazia greca.
Questa tesi non contraddice solo le opinioni correnti, ma anche i convincimenti degli studiosi.
Il punto essenziale non sta tanto nel fatto che qualcosa di profondamente contrario a quanto comunemente si sarebbe portati a credere è insito nell’asserire che l’evoluzione dalle antiche società schiavistiche al moderno capitalismo liberale è stata contraddistinta anche da un declino dello statuto del lavoro.
Vi è anche la circostanza che al lavoro libero non si è mai iscritta l’importanza storica che si è caratteristicamente attribuita alla schiavitù nel mondo antico.
Se mai gli storici dell’antichità classica si rivolgono al problema del lavoro e dei suoi effetti culturali, essi in genere privilegiano la schiavitù.
La schiavitù, si sostiene spesso, fu responsabile dalla stagnazione tecnologica nella Grecia antica e a Roma.
L’associazione del lavoro alla schiavitù, così si argomenta, provocò un generalizzato disprezzo per il lavoro nella cultura della Grecia antica.
La schiavitù nel breve periodo rafforzò la stabilità della polis democratica, favorendo l’unione dei cittadini poveri e dei ricchi, mentre nel lungo periodo provocò il declino dell’Impero romano – vuoi con la sua presenza (nel senso che fu di ostacolo allo sviluppo delle forze produttrici), vuoi per la sua assenza (in quanto un declino della disponibilità degli schiavi impose sforzi intollerabili allo stato imperiale romano).
E così via.
Nessun effetto determinante di questo genere è invece comunemente ascritto al lavoro libero.
Nelle pagine che seguono si tenterà di ristabilire in qualche modo l’equilibrio e di prendere in considerazione le indicazioni che una differente percezione del lavoro nell’antichità può fornirci a proposito del corrispettivo moderno del medesimo.
Pag. 611-12

La liberazione dei contadini dell’Attica dalle forme tradizionali di dipendenza incoraggiò lo sviluppo della schiavitù, in quanto precluse altre forme di lavoro non libero.
In questo senso, democrazia e schiavitù ad Atene erano inestricabilmente connesse.
Ma questa dialettica di libertà e schiavitù, la quale conferisce al lavoro libero una posizione centrale nell’ambito della produzione materiale, suggerisce qualcosa di diverso dalla semplice affermazione che la democrazia ateniese era fondata sulla base materiale rappresentata dalla schiavitù.
E se riconosciamo che la libertà del lavoro libero rappresentava, in misura non minore dell’asservimento degli schiavi, una caratteristica essenziale, e forse la più distintiva, della società ateniese, allora dobbiamo necessariamente prendere in considerazione il modo in cui tale caratteristica aiuta a rendere conto di molte altre peculiarità della vita economico-sociale, politica e culturale della democrazia.
Pag. 616

Molti secoli dopo, quando la schiavitù-merce assunse un ruolo di spicco nelle economie occidentali, essa si trovò inserita in un contesto molto diverso.
La schiavitù delle piantagioni nel Sud americano, ad esempio, non faceva parte di un’economia agraria dominata da contadini produttori, bensì apparteneva a un’agricoltura commerciale su vasta scala inserita in un sistema di scambio che andava assumendo dimensioni sempre più internazionali.
La principale forza propulsiva al centro dell’economia capitalistica mondiale non era il nesso padrone/schiavo, né quello proprietario terriero / schiavo, bensì il nesso capitale/lavoro.
Il lavoro salariato libero stava diventando la forma dominante in un sistema di relazioni proprietarie.
Pag. 617

Gli storici sono in genere d’accordo sul fatto che la maggior parte dei cittadini ateniesi lavorava per vivere.
Certo, dopo aver posto il cittadino lavoratore fianco a fianco dello schiavo nell’ambito della vita produttiva della democrazia, non hanno compiuto molti sforzi per esplorare le implicazioni di questa formazione sociale unica, di questo lavoratore che era libero in singolare misura e del suo statuto politico privo di precedenti.
Nei casi in cui viene compiuto almeno qualche tentativo allo scopo di porre in relazione le basi materiali della società ateniese, con la sua politica e la sua cultura (e la tendenza dominante è ancora quella di separare la storia politica e intellettuale da qualsivoglia radice sociale), è la schiavitù che occupa la scena centrale come singolo fattore assolutamente determinante.
Pag. 619

Non è solo la filosofia politica occidentale che deve le sue origini a questo conflitto circa il ruolo politico di calzolai e fabbri.
Per Platone la separazione tra detentori del potere e lavoratori, tra quanti lavorano con la mente e quanti usano il proprio corpo, tra coloro che sono al potere e vengono mantenuti e coloro che producono il cibo e sono governati non è semplicemente il principio basilare della democrazia.
La divisione del lavoro tra detentori del potere e produttori, che è l’essenza della giustizia nella Repubblica, è anche l’essenza della teoria platonica della conoscenza.
La radicale opposizione gerarchica tra mondo sensibile e mondo intellegibile e tra le corrispondenti forme di conoscenza – un’opposizione nella quale si è riconosciuto il tratto più caratteristico del pensiero greco e che da allora ha fissato l’ordine del giorno della riflessione filosofica occidentale – è radicata da Platone in una analogia con la divisione sociale del lavoro che esclude i produttori dalla politica.
L’eclissi del lavoro libero.
Lo squilibrio tra l’importanza storica del lavoro libero nell’antica Grecia e la scarsa considerazione di cui ha goduto nella storiografia moderna è così grande che è indispensabile dire qualcosa circa il modo in cui tale squilibrio si è ingenerato e il cittadino lavoratore, nonostante tutta la sua peculiarità storica, è per così dire svanito nell’ombra proiettata dalla schiavitù.
Non che, ancora una volta, gli storici abbiano mancato di riconoscere che il corpo civico nell’Atene democratica era composto in larga parte di persone che lavoravano per vivere.
Piuttosto, si tratta del fatto che a questa consapevolezza non si è unito uno sforzo proporzionale colto a esplorare il significato storico di questa circostanza degna di nota.
Il lavoro libero è stato pressoché oscurato dalla schiavitù quale fattore determinante dello sviluppo storico, e non solo per l’ammirevole ragione che gli orrori di quella perversa istituzione hanno destato preoccupazione nei nostri istinti migliori.
Pag. 626

I rapporti sociali di proprietà che mettono in opera questo meccanismo propulsore hanno collocato il lavoro in una posizione unica dal punto di vista storico.
Nel capitalismo il lavoratore salariato nullatenente, che soggiace a imperativi economici non direttamente dipendenti da una condizione di subordinazione giuridica o politica, può godere di libertà giuridica e di uguaglianza e addirittura di pieni diritti politici in un sistema a suffragio universale, senza privare con ciò il capitale del suo potere di appropriazione.
E’ in questo che possiamo ravvisare la più grande differenza tra lo statuto del lavoro nell’antica democrazia ateniese e nel moderno capitalismo.
Il lavoro, la democrazia antica, la democrazia moderna
Nella democrazia capitalistica moderna disuguaglianza socio-economica e sfruttamento coesistono con la libertà civica e l’uguaglianza.
I produttori primari non sono dipendenti sul piano giuridico, né privi dei diritti politici.
Anche nella democrazia antica l’identità civica era distinta dallo status socio-economico, e anche in questo caso l’uguaglianza politica coesisteva con la disuguaglianza di classe.
Una differenza fondamentale però rimane.
Nella società capitalistica i produttori primari sono assoggettati a forme di costrizione di natura economica che non dipendono dal loro status politico.
Il potere del capitalista di appropriarsi del surplus di lavoro dei salariati non dipende da uno status sociale o giuridico privilegiato, bensì dal fatto che il lavoratori sono nullatenenti, il che li costringe a cedere la propria forza-lavoro in cambio di un salario, al fine di accedere ai mezzi di lavoro e di sussistenza.
I lavoratori sono assoggettati tanto al potere del capitale quanto agli imperativi della competizione e della massimizzazione del profitto.
Così, la separazione di status civile e collocazione di classe nelle società capitalistiche ha due facce: da un lato, il diritto di cittadinanza non è determinato dalla posizione socio-economica – e in questo senso il capitalismo può convivere con la democrazia formale; dall’altro l’uguaglianza civile non ha un’influenza diretta sulla disuguaglianza di classe e la democrazia formale lascia fondamentalmente intanto lo sfruttamento di classe.
Viceversa, nella democrazia antica esisteva una classe di produttori primari che erano liberi sul piano giuridico e politicamente privilegiati, nonché in ampia misura esenti, al tempo stesso, dalla necessità di mettersi sul mercato per assicurarsi l’accesso alle condizioni di lavoro e di sussistenza.
La loro libertà civile, a differenza di quella del moderno lavoratore salariato, non era controbilanciata dalle costrizioni economiche del capitalismo.
Come nel capitalismo, il diritto di cittadinanza non era determinato dallo status socio-economico, ma, a differenza che nel capitalismo, i rapporti tra le classi erano influenzati direttamente e profondamente dallo statuto civico.
L’esempio più ovvio è la divisione in schiavi e cittadini.
Ma la cittadinanza determinava direttamente le relazioni economiche anche in altre maniere.
Pag. 633-34

Il raggiungimento della democrazia formale e del suffragio universale senza dubbio significò un processo storico enorme, ma accadde che il capitalismo offrì una nuova soluzione al vecchio problema dei detentori del potere e dei produttori.
Ora che la democrazia poteva essere riservata a una sfera politica formalmente separata, laddove l’economia seguiva regole proprie, non era più necessario concretizzare la divisione di privilegio e lavoro in una separazione politica tra detentori del potere protagonisti dell’appropriazione economica e subordinati costretti a lavorare.
Se l’estensione del corpo civico non poteva più ormai essere sottoposta a restrizioni, il campo d’azione del ruolo di cittadino poteva ora essere rigidamente contenuto, anche a prescindere da limitazioni costituzionali.
Il contrasto tra lo statuto del lavoro nella democrazia antica e il capitalismo moderno suscita alcuni interrogativi di ampia portata: in un sistema nel quale il potere puramente economico ha sostituito il privilegio politico, quel è il senso della condizione di cittadino?
Di cosa avrebbe bisogno perché in un contesto molto differente venga ricuperato il rilievo preminente che nella democrazia antica avevano la condizione di cittadino e quella del lavoratore provvisto di diritti civici?
Pag. 635-36

Cap. 15. La trasmissione del sapere / Luciano Canfora

Cap. 16. L’ordine dorico come diapason dell’architettura moderna / Kurt W. Forster

Cap. 17. Il classico nella cultura postmoderna / Lambert Schneider

Cap. 18. La storia del pensiero / Maria Michela Sassi

Cap. 19. Il medico e la malattia / Jackie Pigeaud

Siamo giunti ad un punto molto interessante.
E’ una situazione nuova, quella della possibilità e della banalizzazione del trapianto di organi.
Non stupisce però molto lo storico, che tiene in giusto conto l’immaginario; si può scrivere la storia di ciò che potremmo chiamare “l’estetica del trapianto”, con le sue inibizioni, i suoi tabù, i suoi fantasmi, quelli stessi che si ritrovano già negli antichi.
All’epoca dei dibattiti sulla trasfusione sanguigna, nel 17. e 18. secolo, si fecero paragoni col trapianto, per poi concludere che non si tratta della stessa cosa.
Ma non è questa, a mio modo di vedere, la cosa più interessante.
Il medico contemporaneo, posto di fronte alle proprie responsabilità d’ordine pratico ed etico, come i sui predecessori, afferma la separazione della medicina da ciò che potremmo definire filosofia, costituendo così la specificità della medicina e i suoi limiti epistemologici; è indispensabile ridefinire il campo della medicina.
Non so se ciò possa essere d’aiuto per il medico moderno.
Ma lo storico non deve trascurare di sottolineare al tempo stesso la novità e la tradizione; a ciò corrisponde precisamente la sua funzione.
La storia deve essere capace di render conto dei luoghi comuni della medicina.
Un luogo comune non è un’idea generale.
I luoghi comuni, in retorica, sono le condizioni di possibilità accettate, legittimate, del discorso.
Si può, di volta in volta, renderne conto.
E’ impensabile, perlomeno per quanto riguarda la storia della medicina, separare ciò che costituirebbe una “storia della medicina” dalla filosofia, nella misura in cui, come ho cercato di dimostrare, la questione della rottura tra medicina e filosofia è una questione costitutiva del pensiero medico.
Pag. 814

Cap. 20. Il filosofo / Giuseppe Cambiano

In parallelo a queste tematiche, ma in un modo non sempre agevole da ricostruire, si è sviluppata la tesi secondo cui tutti gli uomini sono filosofi.
SI può ricordare che nella filosofia italiana del Novecento essa ricompare in Benedetto Croce, per il quale i tentativi moderni di rinnovare la figura “già sublime, del filosofo beato nell’Assoluto”, il quale si pone superiore agli altri o a se stesso quando non è ancora filosofo, si tingono inevitabilmente di comico e si manifestano come illusioni impossibili.
All’immagine del purus philosophus Croce oppone l’idea di una filosofia presente e operante in tutte le discipline che studiano l’uomo nella sua specificità storica.
Il filosofo storico, secondo Croce, “si sente ineluttabilmente preso nel corso della storia” e perciò è condotto ad accettare la vita qual è, un misto di gioie e dolori, di pensiero e azione.
La conclusione è che filosofo è ogni uomo e ogni filosofo è uomo.
Quest’idea crociana è ripresa da Gramsci, che assume però il termine “filosofia” nel significato che Croce attribuisce a “religione”, ossia come “una concezione del mondo che sia diventata norma di vita”, non libresca, ma attuata nella vita pratica.
Ritorna, dunque, in Gramsci la saldatura tra vita e dottrina, ma attraverso una generalizzazione della nozione di filosofo.
La differenza tra filosofia in questo significato ampio e filosofia in senso “professionale” diventa allora puramente quantitativa, non qualitativa: la filosofia professionale è data dai tentativi “per mutare, correggere, perfezionare le concezioni del mondo esistenti in ogni determinata epoca e per mutare quindi le relative misure di condotta, ossia per mutare la attività pratica nel suo complesso”.
E’ inutile sottolineare come ciò si differenzi dalle pretese dei filosofi antichi di stabilire uan differenza qualitativa radicale tra il loro modo di vita e quello dei più: la filosofia non è un tipo di vita che tutti siano per natura in grado di condurre, essa riguarda soltanto gli esemplari pienamente riusciti del genere umano, i quali sono inevitabilmente pochi.
In questo senso la vita filosofica non è universalizzabile di fatto e ne restano esclusi non soltanto gli schiavi, ma buona parte degli stessi cittadini liberi.
Pag. 841

Cap. 21. Poeta, saggio, sofista, filosofo: l’intellettuale nella Grecia antica / Carles Miralles

Attraverso testi verosimilmente fissati per iscritto più tardi, e spesso frammentari, senza sicurezza riguardo al pubblico né all’occasione cui erano destinati, noi possiamo dedurre che questa situazione del poeta, l’operatore culturale per antonomasia dell’epoca arcaica, preesisteva alla fissazione per iscritto, a meno che non ci fosse stata un’interruzione nelle diverse tradizioni poetiche.
Ma non abbiamo modo di calcolare con certezza né la possibilità né la portata di rotture innovatrici, di invenzioni e di cambiamenti importanti nelle origini.
Tutto sembra esserci arrivato molto consolidato.
Allora, o questo significa che le generazioni posteriori che ci hanno trasmesso i testi che ci rimangono vi erano intervenute in profondità, oppure deve essere indizio di continuità culturale.
Il poeta – i poeti – che troviamo all’inizio di ciò che noi chiamiamo “letteratura” greca è un professionista specializzato, che dispone, grazie al proprio sapere, di un luogo istituzionalizzato per intervenire nello scambio di doni e di onore che fanno il prestigio degli uomini dell’epoca.
Pag. 864

Toccato da un dono divino, il poeta è un uomo eccezionale, che non è mai esattamente come gli altri: come xeinos  non è né forestiero, ad esempio, e nemmeno da morto sarà come gli altri.
L’immagine che i greci hanno costruito dei loro poeti più antichi ci permette di visualizzarli fra terra e cielo – foss’anche solo perché Platone ebbe più tardi la trovata di vederli come “un essere leggero, alato e sacro”.
Il senso, però, è del tutto diverso da quello dello scherzo di Voltaire sui lettrés: il poeta greco, anche se a volte sommamente indifeso fra gli uomini e persino ingiustamente maltrattato da loro, ha in compenso un dono divino.
E ha scoperto l’antidoto contro la mancanza di difesa nella necessità che di lui hanno queste comunità di greci che non lo considerano né uno di loro né un estraneo.
Da quando per noi ha inizio la cultura greca, il poeta ha convertito il dono degli dèi in mestiere umano; la poesia, se ancora conserverà per Platone la pericolosa caratteristica di cosa ispirata, incontrollabile e inquietante, arriverà ad essere, fra i greci, un’arte, una tecnica.
Il poeta greco non è, in epoca arcaica, un derelitto fra cielo e terra: ha colonizzato lo spazio fra gli dèi e gli uomini e ci vive sicuro, con il consenso degli dèi e mantenuto e onorato dagli uomini.
Pag. 865

Certo che ci fu poesia nell’epoca ellenistica, e molta.
Ma il poeta non era più l’operatore culturale per antonomasia.
Non si guadagnava da vivere facendo il poeta, ma doveva guadagnarselo facendo il maestro di scuola o il bibliotecario o l’animatore culturale al servizio di qualche potente – pochi, con  più fortuna, persino nel palazzo di qualcuno dei monarchi dell’epoca.
Pag. 866

Cap. 22. L’utopia e i greci / Alfonso M. Iacono

Mumford evidenzia qui assai bene un aspetto importante dell’utopia: il suo riflettere e, nello stesso tempo, il suo annunciare uan dimensione della storia dove c’è posto per l’inattuabile e l’irrealizzabile.
E dove, soprattutto, l’inattuabile e l’irrealizzabile offrono, per contrasto, una luce critica per vedere l’attuale e il realizzato.
l’Utopia, parola inventata da Tommaso Moro, che significa letteralmente “non luogo”, è appunto il “non luogo” dell’osservatore che si simula dall’esterno per comparare il suo contesto storico-sociale, il mondo in cui egli vive, con possibilità altre, offerte dall’immaginario.
L’utopia paga assai spesso il prezzo di una sua eccessiva semplificazione, o, per meglio dire, come Mumford fa vedere assai bene nel comparare Venezia a Amaurote, paga il prezzo di una specularità che la rende, al contrario di quel che generalmente si pensa, troppo vicina al mondo storico reale e da questo troppo dipendente.
Come una sorta di mondo rovesciato.
Così, il sogno utopico di buone relazioni umane finisce col mostrarci una felicità in grigio.
L’abolizione del male, delle cattiverie, delle violenze, delle prevaricazioni, dello sfruttamento, della corruzione, si traduce allora nel conformismo, nella standardizzazione, nell’irreggimentazione delle istituzioni totali, nell’alveare di Bernard di Mandeville o nella fattoria degli animali di George Orwell.
Ma andando un po’ oltre la letteralità della parola utopia si può far corrispondere alla u il prefisso greco eu, “buono”, “bene” e leggere allora non più soltanto “non luogo”, ma “luogo buono”, “luogo ideale”.
Ma, se è così, c’è allora da chiedersi se non sia esattamente questo passaggio dal “non luogo” al “luogo ideale” a creare problema e a generare tutte le difficoltà inerenti alla definizione stessa di ciò che può dirsi o non dirsi utopia.
Il passaggio dal “non luogo” al “luogo ideale” sposta, forse impercettibilmente, il significato dell’utopia: alla critica dell’esistente per differenza e per contrasto viene a sovrapporsi il progetto immaginario.
Naturalmente, critica e progetto costituiscono entrambi elementi indispensabili all’utopia, ma è probabilmente nell’ambiguo rapporto tra questi due elementi che consiste la grande difficoltà nel definirne il concetto e nel decidere chi e  cosa includere o escludere dal suo campo di significato.
Pag. 884

Cap. 23. Disegnare la terra / Christian Jacob

In Cina, la carta si presenta come uno strumento essenziale per la gestione e il controllo dell’impero, delle sue frontiere, delle sue risorse economiche, delle sue suddivisioni amministrative.
…………..
La cartografia è onnipresente nella gestione dello Stato come nell’esercizio e nel simbolismo del potere.
Pag. 911

Una componente della storia politica consiste “nella visita alle città, alle regioni, nella osservazione diretta delle caratteristiche dei fiumi, dei porti, della natura delle terre e dei mari, delle distanze fra le singole località”.
Lo storico deve dare un’idea delle caratteristiche salienti dei luoghi in cui si svolge l’azione e andare ben al di là della semplice enumerazione dei toponimi, al fine di offrire al lettore una carta mentale nella quale i tre continenti trovano collocazione in base ai quattro punti cardinali.
Lo storico deve inoltre mettere in condizione il proprio lettore di immaginare il quadro in cui si svolge uan spedizione o ha luogo uno scontro.
Nel libro trentaquattresimo della sua opera, Polibio mostra grande familiarità con la geografia alessandrina riprendendone anche i principali temi di discussione, dalla questione omerica, alle misure del mondo abitato, alle zone climatiche, ecc.
L’oggetto specifico delle Storie di Polibio contribuisce alla storicizzazione della geografia data la correlazione tra espansione romana e ampliamento dell’orizzonte del geografo e del viaggiatore; sollecita inoltre l’aggiornamento delle conoscenze.
Per quanto riguarda la conoscenza geografica dell’Occidente, le conquiste romane sono il corrispettivo della spedizione di Alessandro Magno in rapporto all’Oriente.
Pag. 931

Questo nesso tra geografia dalle aspirazioni universali e potere imperiale che rimodella le suddivisioni territoriali si ritroverà nel secolo di Napoleone.
Pag. 932

Il tema dell’interazione tra uomo e territorio pone il problema della definizione delle regioni e, di conseguenza, del determinismo.
Pag. 934

La carta e il testo: queste due forme di geo-grafia nascono in Grecia.
La prima risponde a un progetto di visualizzazione sinottica, di modellizzazione simbolica, che trasforma l’ecumene in spazio grafico, geometrizzato e quantificato; spazio di calcoli, di tracciati, di determinazione delle posizioni.
Il testo, al di là della differenza dei progetti discorsivi, fonda un modello di scrittura che costruisce lo spazio mediante la categorizzazione, la denominazione, l’analogia, la digressione, la descrizione.
Puramente e semplicemente descrittiva, oppure speculativa, maniaca del particolare o interessata alla ricerca del punto di vista panoramico della sintesi, in blanda forma narrativa o rigidamente strutturata in racconto, questa scrittura è “poetica” del mondo; nel caso di Strabone come in quello di Thévet, Elisée Reclus, Vidal de la Blache.
Pag. 937

La sopravvivenza di alcuni toponimi antichi va ben al di là del problema della loro localizzazione, per quanto controversa possa essere come nel caso di Tule.
Questi luoghi sono caratterizzati da una grande plasticità che consente a ideologie e nazionalismi di appropriarsene.
La geografia antica ha delimitato un orizzonte mentale e concettuale che s’impone all’erudito come al geografo, al viaggiatore come all’esploratore.
A Medioevo e Rinascimento, l’eredità della geografia antica regala la certezza rassicurante di un mondo già denominato, misurato, compiuto, la cui conoscenza si acquisisce tramite la biblioteca più che attraverso i tormenti della riscoperta.
Questa ecumene già descritta impone al geografo moderno la mediazione dei testi greci e latini: un vasto materiale di base, costituito da toponimi, da distanze e indicazioni topografiche, suscettibile di essere decontestualizzato, spersonalizzato e ricombinato all’infinito.
Ciò spiega la fortuna paradossale dei testi antichi, cui si attribuisce la capacità di fornire un “sapere quadro” del mondo, che lo rende intelligibile, memorizzabile, esprimibile.
Medioevo e Rinascimento imparano la geografia leggendo Plinio il Vecchio, Isidoro di Siviglia, Paolo Orosio, Pomponio Mela e persino Dionigi Periegeta.
Fanno così la conoscenza delle zone climatiche del globo terrestre, dell’insularità dell’ecumene delle zone climatiche del globo terrestre, dell’insularità dell’ecumene circondata dall’oceano, della sua suddivisione in tre continenti, del catalogo delle isole, delle ripartizioni etniche del mondo antico, della geografia delle regioni che hanno fatto la storia, come Grecia, Italia, Asia Minore.
In epoca moderna, il teso di Dionigi conserva la specificità che lo caratterizza dall’epoca di Adriano, ovvero l’efficacia immaginaria della carta mentale unitamente al potere mnemotecnico di un elenco di nomi di luoghi e di popoli che si dispiegano sulla scorta di un viaggio ideale attorno al mondo.
Sono queste le autorità cui, sino al 18. secolo, si rifà più o meno apertamente l’insegnamento di una geografia descrittiva, “politica urbana, morale…per dirla tutta, umana”.
Pag. 942

Non è possibile scrivere la storia della geografia sotto forma di narrazione lineare ed evoluzione semplice e teleologica.
Al pari della nostra, la geografia dei greci si compone d’un fascio di tradizioni che comportano metodi scientifici e generi di discorso spesso assai diversi.
Contraddizioni, controversie e difficoltà epistemologiche fanno parte di questa storia allo stesso titolo del lento progredire della conoscenza del globo e dell’affinamento successivo della sua immagine.
Sotto questo rispetto, la tradizione della geografia antica sembra indissolubilmente legata ai dibattiti, agli errori e diciamo pure alle divagazioni di una geografia europea alla ricerca di identità e degli strumenti più adatti alla realizzazione dei propri obiettivi, dovendo nel contempo fare i conti con un’eredità ambigua.
La trasmissione della geografia dei greci non può essere separata dalle operazioni di decostruzione, aggiustamento e traduzione che finiscono per instaurare uan nuova distanza concettuale e fare della scienza antica un oggetto storico privo di connessione con la scienza contemporanea.
Il legame tra geografi europei e loro predecessori greci e romani ci illumina sui mutamenti della disciplina, sul cambiamento delle sue frontiere, delle sue curiosità, delle sue domande di fondo.
L’evolversi del punto di vista del geografo sui testi antichi spiega gli spostamenti e le continuità che, più di vere e proprie fratture, caratterizzano la storia che abbiamo tentato di abbozzare: la geografia moderna nasce da uno scarto e da una presa di distanza, da uno sguardo critico che relativizza l’autorità degli antichi e colloca l’architettura della loro immagine del mondo in un corpus infinito di materiali topografici.
In quanto erede della tradizione neotolemaica, Mercatore non vede più alcuna utilità nel modernizzare le carte di Tolomeo.
Queste carte sono ormai dotate di un valore puramente storico e prive di incidenza su una geografia che deve sostenere ben altre sfide e soddisfare ben altre urgenze.
Nel 17. secolo, i Parallela Geographiae veteris et novae di padre Briet si servono del confronto tra antichi e moderni quale strumento d’una nuova pedagogia della geografia: due biblioteche vengono così metodicamente confrontate, paese per paese, per quanto riguarda il continente europeo, sulla scorta di una descrizione di tipo straboniano e di una tavola di nomenclatura ispirata alla tradizione tolemaica.
Ne deriva una geografia storica che tenta di ripensare la storia dei territori e dei paesi, la trasformazione delle loro condizioni naturali in seguito all’azione dell’uomo.
I generi di vita dei diversi popoli sono studiati tramite una griglia di elementi pertinenti che non si discosta da quella dell’etno-geografia antica (regime politico, organizzazione sociale, costumi, ecc.).
Osserviamo che questa geografia comparata non presta attenzione alla storicità del sapere geografico, alla possibile differenza di statuto, intenti e metodi tra antichi e moderni.
I greci hanno insegnato ai moderni che la geografia è intrinsecamente storicizzata, che è storica in quanto si applica a uno spazio vissuto, abitato, conquistato, perduto, attrezzato, coltivato da popolazioni del passato e del presente.
Elemento di intellegibilità per assistere al “teatro” della storia, per seguire l’andamento delle guerre contro i medi o l’avanzata delle truppe romane, la geografia diventerà naturalmente storica dacché si prefiggerà, in epoca rinascimentale e classica, di chiarire i testi degli autori greci e latini, sia storici sia poeti, ricollocando i loro toponimi in carte perlopiù moderne.
Nel 18. secolo, d’Anville sembra confermare questa netta separazione tra geografia antica e geografia moderna: “La geografia antica è racchiusa in ciò che gli scrittori dell’antichità, greci e romani, ci hanno lasciato in termini di conoscenza in materia”.
Ma in questo modo definisce la geografia antica in base a un corpus e non esclude l’esistenza di possibili legami con la geografia moderna.
Nei Rapports à l’Empereur sur le progrès des sciences, des lettres et des arts depuis 1789 l’articolo sulla geografia antica è affidato a Gosselin.
La geografia moderna rientra invece nel “rapporto” di Delambre sulle scienze matematiche.
Dopo aver ricordato le brillanti realizzazioni della geodesia francese nel 18. secolo (misura del grado di meridiano, calcoli della longitudine, nuova carta della Francia ecc.), Delambre afferma che la geografia “cammina a grandi passi verso la perfezione”.
Gosselin, nel suo articolo, s’adopra invece a dimostrare che la geografia antica costituisce ancora “uan parte essenziale e integrante della scienza geografica propriamente detta”, che non si riduce a “un’appendice della storia” e può collocarsi “al livello delle scienze esatte”.
Il confronto/scontro tra storico e astronomo-matematico può considerarsi un paradigma durevole.
Allo storico, la descrizione dello spazio fornisce il filo conduttore di un sapere enciclopedico del quale etnografia e storia costituiscono due dimensioni essenziali.
All’astronomo-matematico fornisce invece il forte interesse geodetico, il quadro cosmologico, il tracciato della cartografia generale e la paziente disciplina dei rilevamenti sul terreno, della triangolazione, delle carte con finalità pratica.
Strabone e Tolomeo hanno qui valore fondante, sono due punti di riferimento.
Esiste poi una posizione intermedia, quella degli eredi dei meteorologi greci che guardano alla geografia con l’occhio del naturalista: Descartes, Buffon, Buache, Humboldt.
Nella complessa dialettica tra greci e noi, l’eredità bifronte di una scienza a due teste – Tolomeo e Strabone – ispira e favorisce lo sviluppo della geografia moderna.
Almeno sino alla soglia del 19. secolo, greci e romani cooperano alla realizzazione del compito primario: l’inventario del mondo, la sua cartografia su piccola e media scala, la sua misurazione.
Palliativo alle lacune delle conoscenze moderne e all’impossibilità di fondare la carta su misurazioni esclusivamente astronomiche (la sindrome di Eratostene?), le fonti antiche non si limitano a venire incontro all’urgenza geodetica.
Quando la geografia moderna avrà assunto il definitivo controllo della sua cartografia, la disseminazione dei toponimi, delle distanze degli itinerari e dei frammenti si ricomporrà in testi organici, letti come altrettante lezioni da meditare sull’uomo, il tempo, lo spazio.
Pag. 950-53

 

 

Cap. 24. Scrivere gli eventi storici

Ci si domanda dunque di nuovo se, e in che senso, quel modello (nella misura in cui è lecito parlarne come di un modello unitario) possa ancora essere considerato, secondo la celebre espressione tucididea, un “possesso per sempre”.
Per tentare una risposta rievocheremo qui una serie di momenti e temi che appartengono alla storia di quella storiografia, o meglio delle riflessioni – prodotte non solo dagli storici, ma anche dai filosofi e retori antichi – che si sono nel tempo accompagnate alla vera e propria “scrittura degli eventi”: motivazioni dell’interesse storico, finalità proprie del tipo di discorso in cui si traduce e metodi da impiegare per conseguirle, sforzi di interpretazione del senso complessivo delle vicende umane.
Non un improbabile profilo, neppure sommario, di quella multiforme vicenda; semplicemente uan ricognizione, svolta peraltro in modo da evidenziare connessioni che implicano uan sequenza cronologica (una trattazione in forma prevalentemente sistematica è a mio parere poco convincente), di quei suoi aspetti che sembrano toccare più da vicino tematiche vive nel dibattito contemporaneo sulla storia, riconducibili al problema generale del suo valore conoscitivo, e delle condizioni della sua validità: un problema, del resto, centrale tanto nella riflessione storiografica greca quanto in quella moderna.
Pag. 957

Se si parte dalla premessa che tanto il mito quanto la storia rappresentano prima di tutto il modo per “ancorare il presente nel passato”, diventa più economico parlare di “frontiere aperte2 fra l’uno e l’altra e concepire senz’altro il passato come qualcosa che si può, o si deve, “inventare” per adeguarsi continuamente alle esigenze sempre mutevoli del presente.
Pag. 960

In conclusione sembra ragionevole pensare che la diffusione delle pratiche scrittorie abbia costituito un elemento importante per la nascita e i primi sviluppi della storiografia greca, ovvero che se ne debba considerare momento essenziale l’acquisizione di quel senso dell’alterità fra presente e passato che rappresentava il vero elemento di novità rispetto all’indistinzione temporale dell’epica.
Da questo stesso momento è anche segnata, con le parole di Ecateo, la responsabilità del “facitore di discorsi” rispetto al suo racconto, quale risulta dalla scelta razionale fra le diverse versioni di precedenti racconti, e dalla utilizzazione dei documenti che è riuscito a trovare; scelta e utilizzazione che, per tornare al discorso di partenza, non sono incompatibili con la funzione originaria di creazione d’identità che era propria del mito e della poesia epica che lo veicolava, ma la reinterpretano in termini di maggiore complessità.
Il nuovo tipo di discorso mantiene in effetti il principio che si debba vivere col ricordo delle grandi imprese, ma rivela una consapevolezza nuova della resistenza che i sedimenti del passato frappongono alla libera elaborazione del discorso memoriale.
L’acquisizione di questa consapevolezza appare a noi l’elemento essenziale, caratterizzante anche in seguito la scrittura storiografica greca, nella varietà delle forme nelle quali si articolerà.
Né è da vedervi contraddizione col fatto che già da Erodoto si manifesti la chiara tendenza a spostare verso il contemporaneo (o meglio verso il passato recente) l’asse dell’interesse storico.
L’umanizzazione del tempo, cioè la sua valutazione in termini di esperienza umana, può anzi esserne considerata un pacifico corollario; quello che conta è che anche per la costruzione della memoria del passato recente, o del presente, venga ormai sentita indispensabile la disponibilità di testimonianze, scritte od orali, che possano garantirne la validità.
Pag. 967

Se abbiamo sottolineato la dimensione scrittoria dell’opera di Ecateo è naturalmente perché la sua celebre dichiarazione d’apertura costituisce la fondamentale testimonianza di una nuova consapevolezza della necessità di rapportarsi in modo critico alle tradizioni del passato: un modo che resterà poi sempre un’importante componente del discorso storico, quale verrà organizzandosi a partire da Erodoto.
Con questo però non s’intende sottovalutare un’altra dimensione, non meno importante, della sua opera, che sarà poi anch’essa propria di Erodoto: l’interesse, che è facile ricondurre alle peculiari condizioni di vita delle comunità greche della costa anatolica, per l’indagine geografica, specialmente attraverso i viaggi di mare, e per la descrizione etnografica.
Esso rappresenta anzi, in quanto si richiama al principio dell’autopsia, un aspetto essenziale di quella dimensione empirica che, come vedremo, è propria della storiografia greca fin dalle sue origini.
E’ solo con Erodoto, in ogni caso, che il termine “storia” (istorie) entra a far parte del lessico intellettuale greco, dal quale poi, attraverso la mediazione latina (historia), passerà a quello dell’Occidente: almeno da questo punto di vista, dunque, la già ricordata definizione ciceroniana dello scrittore di Alicarnasso appare corretta.
Bisogna subito aggiungere, però, che il significato che tale termine ha nel celebre passo del proemio alle Storie erodotee non è esattamente quello che è per noi ovvio: un significato, quest’ultimo, che è stato acquisito alla lingua greca solo qualche decennio più tardi; esso vale piuttosto “indagine”, “ricerca”, se non, come vuole ora F. Hartog, “una procedura di linguaggio che… arriva a far vedere”.
Pag. 968

Il discorso pubblico fu, tanto nell’Atene del quinto secolo che nella Roma tardo-repubblicana, un momento essenziale della vita politica, ma anche la condizione principale della conoscibilità degli eventi.
Tucidide lo considerò certamente, in quanto strumento per la creazione del necessario consenso popolare, non meno diseducativo, e più pericoloso, della lettura pubblica che i logografi davano delle loro opere storiche: elementi diversi e convergenti di quell’azione di demagogica corruzione, alla quale la parola scritta aveva ben poche probabilità di opporsi efficacemente; il vero destinatario del messaggio storico di Tucidide restava il politico futuro, ed era per lui che Tucidide protestava il proprio integrale rispetto della verità.
In ogni caso non va sottovalutata l’importanza dell’insistenza dello scrittore su questo punto; anche se in seguito diventa quasi un luogo comune che tutti gli storici ripetono nei loro proemi, senza che ciò costituisca ovviamente una garanzia di affidabilità per i contenuti delle loro opere, essi resta pur sempre la regola fondamentale per questo tipo di scrittura.
Cicerone, parlando nel De oratore del lavoro dello storico, dichiara quasi con fastidio: “Queste norme le conosciamo tutti. Chi non sa che la prima legge della storia consiste nel non osare di dire il falso? E poi di non temere di dire tutta la verità? E che non vi sia nessun sospetto di favoritismo in ciò che si scrive? Nessun sospetto di malevolenza? Questi principi fondamentali sono noti a tutti” (2.62-63).
E’ sintomatico del carattere stereotipico di queste raccomandazioni il fatto che lo stesso Cicerone inviti in una lettera privata l’amico Lucceio a trascurare quella regola, nello stendere l’opera storica che gli chiede di comporre su se stesso: per Cicerone il valore esemplare delle sue gesta doveva avere la precedenza sul rispetto della verità.
E’ stato dunque per sua e nostra buona sorte che il grande oratore e intellettuale della fine della repubblica, pur convinto di potere meglio di chiunque altro innalzare la letteratura latina al livello di quella greca nel campo della storiografia, ha rinunciato a dare corso a questa minaccia.
Pag. 978

Il fatto che, dopo Tucidide, l’obbligo dello storico, indipendentemente dai suoi orientamenti e dai suoi interessi, di dire la verità, nei limiti in cui è onestamente in grado di accertarla, non sia stato seriamente contestato in linea di principio, non significa certo che sia venuta meno la discussione che diventa assai accesa a partire dal 4. secolo, e testimonia prima di tutto che la storiografia è ormai riconosciuta come uno specifico tipo di scrittura in prosa, del quale si tratta di definire le regole.
Le opere dei primi protagonisti di questa discussione non sono giunte fino a noi, e devono essere ricostruite sulla base di citazioni, spesso polemiche, di autori più tardi: specialmente Polibio, che scrive alla metà del secondo secolo, e ha un indirizzo storiografico che vuole rappresentare una riproposizione fedele, pur con qualche significativo ampliamento di prospettiva, del modello tucidideo.
In generale sembra comunque di poter dire che gli orientamenti principali che emergono, che si definiscono convenzionalmente “storiografia retorica” e “storiografia tragica”, rappresentino, da diversi o anche opposti angoli visuali, una ripresa, naturalmente in termini largamente rinnovati, di una prospettiva di tipo erodoteo: nel senso che tradiscono l’esigenza di recuperare quella immediatezza e quella estensione comunicativa, che Tucidide aveva ostentatamente ripudiato.
Ciò su cui si rileva un profondo contrasto è naturalmente il modo di realizzare questo obiettivo, che è la costruzione di un nuovo discorso storiografico: mentre da una parte si punta all’elaborazione di un testo che si presenti con i caratteri della semplicità e della chiarezza espressiva, dall’altra si ritiene di dover cercare effetti più propriamente poetici, anzi drammatici, suscettibili di sollecitare non tanto la riflessione quanto la partecipazione emotiva dei lettori.
Pag. 979

Le tecniche aventi per oggetto l’accertamento della verità, e in particolare delle reali cause dei fatti, sono analizzate e meticolosamente esposte da Polibio in più luoghi; lo storico vi si rivela sensibile e interprete e utilizzatore ai suoi fini storico-politici degli sviluppi più recenti della scienza ellenistica, sul piano sia della teoria che dell’applicazione pratica.
Non ci soffermeremmo su di esse, se non per rilevare l’importanza che ha in tale contesto la ricerca, la lettura e l’interpretazione dei documenti scritti, unitamente alla verifica della loro autenticità; elementi questi  che costituiscono fra l’altro uno dei punti forti della polemica che Polibio sviluppa con lo storico siciliano Timeo nel corso del libro dodicesimo delle Storie (12.5-11, specialmente 9-11), e ci rassicurano sul fatto che il valore attribuito da Dionigi di Alicarnasso a questo tipo di documentazione nelle fasi iniziali della storiografia greca non possa essere considerato una pura fantasia.
Allo stesso modo ci limiteremo a menzionare l’importanza della discussione, sempre nel dodicesimo libro, relativa al modo di ricostruire e utilizzare i discorsi dei protagonisti dell’azione storica (12.25-26b).
Polemizzando ancora con Timeo, accusato di essersi praticamente inventato i discorsi – e presumibilmente di aver teorizzato la legittimità metodologica di un simile modo di fare – Polibio sostiene: “Il compito specifico della storia consiste anzitutto nel cercare di conoscere i discorsi realmente pronunciati e il loro vero senso; in secondo luogo, nel cercare di sapere per quale motivo ciò che è stato fatto o detto ha avuto o non ha avuto successo…
Chi passa sotto silenzio i discorsi veramente pronunziati e i loro motivi e vi sostituisce delle argomentazioni false o delle argomentazioni retoriche, toglie alla storia ciò che le è proprio” (12.25b).
Vale viceversa la pena di evidenziare un fatto che ha di per sé minore rilevanza metodologica, ma appartiene a quel mondo dell’ideologia che, come si è già sottolineato a proposito sia di Erodoto che di Tucidide, incide in modo sostanziale sulla confezione finale del prodotto storiografico, e ne determina il significato storico e la fortuna.
Nel caso specifico, è chiaro che l’idea interpretativa fondamentale che anima il racconto polibiano, quella secondo cui l’acquisizione da parte di Roma dell’egemonia sul mondo mediterraneo rappresenta il primo vero momento unificante della storia universale, rinnova in maniera radicale la prospettiva di Tucidide, che si poneva sì il problema di giustificare la scelta del tema, ma lo risolveva semplicemente assicurandosi che la “sua” guerra fosse la più importante fra quante se ne erano date fino al suo tempo; Polibio pretende invece di stabilire l’importanza del suo tema nell’economia generale del mondo storico, anche rispetto al futuro, nonostante che la conquista romana sia frutto di una tyke, la cui ratio non è invero sempre evidente.
I singoli eventi svoltisi su tutto l’arco dell’ecumene nel famoso cinquantennio dall’inizio della seconda guerra punica alla fine della guerra con Perseo si rivelano comunque a posteriori alla mente dello storico coordinati e finalizzati alla realizzazione di un piano complessivo; a questo punto la storia si fa veramente tragedia, ma non nel modo puerile in cui alcuni storici hanno ritenuto di poter aggirare l’obiezione aristotelica: bensì nel caso che l’artefice umano del racconto riesce a identificarsi con il senso più riposto degli avvenimenti.
Per noi è chiaro che questa concezione non è che la traduzione in termini storiografici dell’accettazione da parte di Polibio del dominio romano – propiziata anche dalle ben note vicende personali dell’ex dirigente della lega achea, trascinato a Roma come ostaggio all’indomani della guerra con Perseo, e lì per decenni blandito dalla potente famiglia degli Scipioni; un’accettazione che non poteva andare disgiunta dalla ricerca di una spiegazione del collasso politico del mondo ellenistico, e insieme dall’invenzione di una legittimazione del dominio romano.
Ma in ogni caso l’elaborazione ideologica e storiografica di Polibio, largamente condivisa – si deve presumere – anche se non condizionata, dagli ambienti più influenti della politica e della cultura romana, contribuì in maniera forse decisiva a determinare il formarsi della stessa concezione dei romani di una propria grandiosa missione imperiale, quale la troviamo formulata poi in Cicerone o in Virgilio; a parte, naturalmente, l’influenza che ebbe sull’elaborazione da parte delle dirigenze greche di quel modo di vedere il mondo romano che portò nel giro di qualche decennio a sceglierne la causa anche quando – come nel caso della guerra mitridatica – un’alternativa sarebbe stata possibile: un punto sul quale non è questa la sede per soffermarsi.
Quello che è qui da notare è invece che questo impianto storico-ideologico gettò le premesse di fondamentali sviluppi, anche storiografici, successivi; prima di tutto, l’idea di una koinè greco-romana nella gestione politica e culturale di un’ecumene unificata, e più tardi la creazione dell’idea della provvidenzialità dell’impero da parte della storiografia cristiana.
Pag. 984-86

Il progetto culturale di Plutarco, reso realistico anche da una secolare tendenza romana ad accogliere gradualmente le popolazioni vinte nel proprio sistema di governo, è allora quello di elaborare una piattaforma storica comune, nella quale entrambi i popoli  possano riconoscersi, riconoscendo insieme anche quelle che sono le differenze, sia naturali che storiche, che esistono fra di loro: differenze che sono però tanto meno rilevanti, in quanto i romani siano disposti ad accettare, come di fatto sembrano aver accettato ormai da tempo, che il metro per la misurazione dei valori intellettuali è greco, e non romano.
Pag. 991

Sappiamo che proprio dalla scrittura di storie relative alla seconda di queste operazioni militari trae origine il testo che rappresenta l’unica riflessione sistematica sulla storiografia a noi conservata dal mondo antico: il Pos dei istorìan syngrafein (Come si deve scrivere la storia) di Luciano, sul quale ci soffermiamo conclusivamente anche perché è proprio qui che sembra formulato negli esatti termini del Ranke il principio (naturalmente già tucidideo e polibiano) che lo storico deve dire solo ”come effettivamente sono andate le cose” (39).
Questo testo, che si ricollega esplicitamente agli orientamenti critici formulati da Tucidide (42) e specialmente all’imperativo del rispetto della verità, ma li aggiorna sulla base delle discussioni successive, punta a distinguere con rigore la scrittura di storia da altri tipi di scrittura che con quella non devono avere nulla in comune: l’encomio prima di tutto, e più in generale la poesia, nella quale “la libertà è sfrenata, e unica norma è ciò che piace al poeta” (8).
Il punto è sempre quello che la mancanza di verità rende inutile la storia; il richiamo, che taluni fanno, alla necessità di abbellire il racconto per renderlo più gradevole alla lettura, sorvola sul fatto essenziale che i destinatari di quel racconto non sono la gente comune dell’oggi, am i pochi che sanno (10-11), e che potranno giovarsene specialmente in futuro (39; 61-63).
Il comandamento della verità, in particolare, deve far sì che lo storico somigli allo Zeus omerico, che è simbolo d’imparzialità fra i contendenti (49).
Lo storico dovrà inoltre essere provvisto di intelligenza politica (34), e possibilmente avere anche esperienza diretta tanto di politica quando di attività militare 837): ciò evidentemente perché non è possibile raccontare i fatti senza capirli; ma neppure la capacità espressiva è da sottovalutare (34), perché da essa dipende la chiarezza dell’esposizione, e in questo ambito ci si potrà anche sollevare, in particolari contesti, alle altezze del discorso poetico (43-46).
Infine, una considerazione di notevole originalità, in cui viene messa in evidenza la dimensione creativa dell’attività storiografica.
Pag. 992-93

La storiografia greca, nata dall’esigenza, comune a molti altri gruppi umani, di conservare il ricordo di eventi rilevanti per la vita della comunità, che assicura così la propria identità, si è caratterizzata specificamente per una volontà di accertamento critico della verità dei fatti e di spiegazione dei fatti stessi.
Essa ha mantenuto sempre acceso, come si è visto, il dibattito sui presupposti, i metodi, le finalità del discorso storico, ridiscutendone continuamente le modalità espressive, le funzioni memoriali, i valori conoscitivi, le responsabilità educative; in questo dibattito a partire dalla metà del secondo secolo sono sempre più autorevolmente intervenuti anche intellettuali romani, per i quali la cultura greca era diventata l’unica cultura possibile.
L’elaborazione polibiana dell’idea di uno sviluppo della storia dell’ecumene verso l’unificazione politica sotto il dominio di Roma vi ha poi introdotto un elemento del tutto nuovo, di grande importanza per il futuro: vi si sarebbe infatti innestata la concezione escatologica e finalistica della vicenda umana che fu caratteristica dell’universalismo cristiano.
La stessa idea avrebbe d’altro canto prodotto una radicalizzazione di preesistenti polemiche interne al dibattito storiografico: dalla saldatura con le rivendicazioni antiromane di varie tradizioni culturali vicino-orientali scaturì in effetti una sorta di ripudio del mondo greco di scrivere la storia, al quale furono contrapposte altre pratiche storiografiche, considerate più antiche e attendibili.
Pag. 1000

A guardare alle origini del contrasto fra Momigliano e Finley, si capisce dunque che il punto in discussione non è tanto se la storiografia greca rappresenti un riferimento indispensabile per il mondo moderno di pensare e fare storia, quanto di che tipo di riferimento si tratti; quel contrasto è quindi piuttosto una spia dell’incertezza odierna sulla natura della ricerca e della scrittura storica, nell’ambito di un dibattito culturale nel quale, come ha osservato lo stesso Momigliano, dopo il Creuzer e l’Ulrici la riflessione sulla storiografia greca è rimasta in realtà per molto tempo deplorevolmente marginale.
Il Momigliano si pone come erede di una tradizione di pensiero che vede quell’esperienza il prototipo di un approccio razionalistico alla ricostruzione delle vicende umane, che ne assume prima di tutto una realtà indipendente dall’attività dello storico, ne subordina la possibilità di analisi alla messa in opera di una specifica tecnica e alla disponibilità dei relativi materiali, i documenti; e infine sottopone la validità e l’attendibilità dei risultati ottenuti al giudizio pubblico.
Il Finley insiste viceversa sulla componente letteraria e artistica della storiografia greca, che egli vede radicata nella dimensione funzionale della memoria poetica originaria; e vi innesta suggestioni emergenti dalla riflessione storico-antropologica contemporanea, che, nella misura in cui esasperano il relativismo connesso a un approccio di tipo “primitivistico” al mondo greco, rischiano alla fine di distruggere qualunque piattaforma comune fra antico e moderno.
In questo modo le sue posizioni rafforzano obiettivamente quella concezione “retorica” della storia – oggi impersonata emblematicamente dallo studioso americano Hayden White, ma le cui fondamenta erano gettate da Roland Barthes -  che non solo revoca alla storiografia qualunque statuto di scienza  (sia pure “sui generis”), ma, cosa ben più seria, minaccia di togliere ogni fondamento reale alla storia stessa, in quanto serie di eventi prodotti e vissuti dall’uomo; ovvero, che del resto è lo stesso, di negarle conoscibilità, nella misura in cui delegittima la memoria, alla quale, anche se sostenuta da documenti scritti, rifiuta qualsiasi valore autenticamente testimoniale.
Appare chiaro che entrambe queste posizioni possono appoggiarsi a riflessioni e pratiche storiografiche del mondo greco (e romano); ciascuna di esse può dunque pretendere di interpretare correttamente l’”invenzione” greca della storiografia.
Tuttavia, come dovrebbe del resto risultare evidente da quanto si è detto fin qui, sembra a noi difficile negare che, almeno per quanto riguarda le premesse teoriche, la pretesa di cui si fa interprete il Momigliano sia meglio fondata dell’altra.
E’ vero che da Aristotele in poi i filosofi, abili a costruirsi in Grecia, al di là delle polemiche reciproche, uno statuto disciplinare di una solidità invidiabile, hanno fatto del loro meglio – ostentando (con la possibile ricordata eccezione del filosofo-storico Posidonio) sufficienza o disprezzo per una conoscenza accusata di restare prigioniera del particolare – per gettarla nelle braccia compiacenti della retorica; ma non per questo la storiografia antica, o almeno i suoi esponenti più significativi, hanno mai rinunciato a rivendicare la specificità di quel tipo di scrittura e la sua irriducibilità a moduli espressivi esclusivamente formali.
E d’altra parte la teoria retorica, pur fissando regole per il discorso storico, non ha mai preteso di entrare nel merito dei suoi contenuti: anzi, ne ha ad esempio distinto con cura le caratteristiche rispetto alla ben diversa narratio che costituisce parte integrante dell’oratoria giudiziaria.
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Citazione da Johan Huizinga

La storia è sempre un dar forma al passato, e non può pretendere di essere qualcosa di più.
E’ sempre un cogliere un senso del passato, dandone un’interpretazione.
Anche il semplice raccontare è già comunicare un senso e l’assimilazione di questo senso può avere un carattere semiestetico.
Sarebbe errato pensare che queste considerazioni aprano la porta a uno scetticismo storico.
Ogni scetticismo storico, che svaluti una conoscenza acquisita in questo modo, non può che portare a uno scetticismo filosofico generale che non risparmia né la vita stessa né alcuna scienza, nemmeno la più esatta.
Se la storia, come attività intellettuale, è un “dar forma”, allora possiamo dire che, come prodotto, essa è uan forma – una forma intellettuale per comprendere il mondo, così come lo sono la filosofia, la letteratura, il diritto, la fisica.
Da queste altre forme intellettuali la storia si distingue in quanto si interessa del passato ed esclusivamente del passato.
Il suo obiettivo è di comprendere il mondo nel passato e attraverso il passato.
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Conclusione: responsabilità della storiografia greca

La riproposizione del modello scientifico d’impianto tucidideo si accompagnava in Polibio, come si è detto, all’elaborazione di un’idea chiusa della storia del mondo, vista come un processo apparentemente diretto a una conclusione necessaria: che per lui era l’unificazione dell’ecumene sotto il dominio di Roma.
SI potrebbe insomma parlare già a proposito di Polibio di un embrione di quell’idea di “singolarizzazione” che ha finito per diventare, dal Settecento in poi, l’emblema di “una storia eurocentrica, al massimo atlantica – una storia (dice Christian Meier) concepita sulla base di una situazione in cui l’Europa poteva considerarsi centro del mondo, e in cui in ogni caso l’Europa moderna o, più precisamente, la civilizzazione che si è diffusa a partire da essa, poteva sembrare la meta della storia mondiale, [mentre] le altre storie sul globo terrestre parevano finire in ‘vicoli ciechi dell’evoluzione’”.
In effetti, come ricorda Giacomo Marramao, già il Löwith osservò che tra gli storici dell’antichità soltanto Polibio “sembra avvicinarsi alla nostra concezione della storia, in quanto rappresenta gli avvenimenti come se convergessero tutti verso un medesimo fine, la potenza mondiale di Roma.
In ogni caso è chiaro che la moderna “singolarizzazione” assumeva l’esperienza antica come parte integrante della propria identità, creando uan “sua” storia del mondo, o storia universale, che escludeva tutto ciò che non faceva parte dell’area antico-occidentale.
Sempre il Meier ha denunciato i limiti e i rischi di questa impostazione che a suo parere deve ormai lasciare il campo a una disponibilità a comprendere tutte le parti del mondo, che non possono essere ulteriormente private di un loro spazio in un contesto storico che aspiri a una dimensione realmente universale.
Del resto, siamo ora di fronte a un ribollire di fermenti antioccidentali – tanto all’interno quando all’esterno dell’”Occidente”, si potrebbe dire, se non fosse oramai evidente che “Occidente” non ha più senso né geografico né politico, ma solo ideologico – che mettono in discussione sia il ruolo egemone di quella cultura che negli ultimi cinque secoli ha avuto nei paesi europei il suo centro propulsivo, sia il suo supporto storico, cioè il radicamento che si è costruito nel passato.
In questa sede, ci incombe il riconoscimento del ruolo che la storiografia greca ha avuto nell’elaborazione dei presupposti di questo sistema di riferimenti: essa ha contribuito alla costruzione da una parte, con Erodoto, di uno schema oppositivo noi / gli altri, che ha implicita in sé l’affermazione della superiorità di “noi” su “gli altri”; dall’altra, e soprattutto, con Polibio, dei fondamenti di quel blocco storico-culturale, usualmente definito “mondo classico” (o simili), che la cultura europea a partire almeno dal Rinascimento ha considerato come proprio titolo di nobilitazione, a fondamento dei suoi valori.
Ci sono delle attenuanti a queste “responsabilità”.
Si può in effetti osservare, da una parte, che la contrapposizione polare greci / barbari ha avuto sì un momento forte nel quinto e quarto secolo, a causa dello scontro quasi costante in questo periodo con i persiani, ma è andata attenuandosi nell’età ellenistica e romana (né in ogni caso alla storiografia può essere attribuita una specifica funzione trainante nel diffonderla); dall’altra, che è pure esistita, come si è visto, una linea di “resistenza” storiografica all’accettazione polibiana del dominio romano: sia nella forma di una produzione storica greca propriamente antiromana, sia in quella, dai risvolti più radicali, di una affermazione (sempre in lingua greca!) della priorità-superiorità di altre esperienze storiografiche (egiziana, ebraica) rispetto a quella greca.
Ed è notevole che nel suo provocatorio Black Athena, una vivace denuncia dell’ispirazione “romantica e razzistica” della creazione, a partire dai primi decenni dell’Ottocento, del mito di una Grecia indoeuropea, senza commistioni col mondo afro-asiatico (“Aryan Model”), Martin Bernal ritenga di poterlo mettere in discussione proprio servendosi del ben diverso impianto ideologico che animerebbe i testimoni greci, storici e no, dei rapporti fra i diversi mondi culturali del Mediterraneo antico (“Ancient Model”).
Il problema sarebbe dunque anche qui quello dell’uso che i moderni hanno fatto della grecità, piuttosto che quello di un limite originario del modello storiografico greco; al quale non dovrebbero perciò essere imputate colpe di tipo “nazionalistico”.
Ma in ogni caso non sembra che il riconoscimento di questa responsabilità, qualunque essa sia, possa legittimare una messa in discussione del modello in quanto tale: la storiografia greca o moderna, non diventa per questo una “white methodology”; non da ultimo, per le capacità di autocorrezione che dimostra di possedere.
Meno che mai, come si è visto, può essere invocata a sostegno di una visione mitologizzante dell’approccio storico una pretesa inclinazione della riflessione antica a considerare la storiografia in termini esclusivamente retorici.
In realtà la cultura contemporanea, bianca e nera, non ha nulla da perdere, e molto da guadagnare, se, riconoscendo in questo come in tanti altri campi il suo debito nei confronti dell’esperienza greca, si sforza di riappropriarsi in modo costruttivo del valore che gliene appare più autentico.
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Cap. 25. Per una storia delle storie greche

I greci avevano già narrato la loro “storia antica” a la loro “storia contemporanea” a partire del quinto secolo a. C.
Non si trattava però di un genere unitario: le varie opere erano diversissime per contenuto e per forma, la connotazione letteraria molto forte.
Contemporaneamente essi svilupparono tecniche d’indagine erudita e di ricostruzione del passato che furono applicate alle più svariate questioni storiche e antiquarie (sia nel campo della grande storiografia che nella storiografia locale).
Malgrado l’esistenza di modelli storiografici molto diversi, , gli autori migliori vennero a formare di fatto una serie quasi continua, una successione cronologica, perché molto spesso uno storico antico continuava l’opera di un suo predecessore o di ricollegava ad esso.
Giustamente si è parlato di “ciclo storico”, cioè della creazione di una specie di racconto ininterrotto della storia passata.
Sia le vicende di singole città e regioni, sia i grandi eventi che avevano coinvolto gran parte del mondo ellenico e popolazioni non greche (come le guerre persiane, la guerra del Peloponneso, le lotte per l’egemonia del quarto secolo a. C.) furono oggetto di indagine e di racconto.
I greci si avvicinarono inoltre a una sorta di “storia nazionale” (Ellenikà), determinata dalla connessione degli eventi più che dal senso di identità collettiva, dato che la consapevolezza di appartenere a un’unità etnica (tò ellenikòn) era disgiunta dall’idea di cittadinanza e subordinata ad essa nella prassi (l’unione di nazione e cittadinanza, com’è noto, è legata all’esperienza dei moderni stati nazionali).
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“La vera questione – come ha indicato Momigliano – non è se i greci avessero coscienza storica, ma quali tipi di storia scrivevano e hanno trasmesso fino a noi”.
Quando poi essi dovettero far i conti con i romani e il loro rapido affermarsi come potenza egemone nel Mediterraneo, le vicende di questi ultimi furono inserite nella “storia universale”; storici greci come Polibio cercarono di comprendere le ragioni del loro successo e altri in seguito confronteranno personaggi e fatti greci e romani.
Ma ormai gli storici migliori formavano un “canone”, la storia greca anteriore era stata già scritta e formava un “ciclo”; la si poteva utilizzare come miniera di exempla, compendiare, inserire in un quadro più vasto e aggiornato, integrare con dettagli che illuminassero le personalità del passato, ma non si sentiva la necessità di riscriverla.
Solo la figura eccezionale di Alessandro, archetipo di regalità, continuerà per secoli ad avere una straordinaria fortuna letteraria e ad essere “riscritta”.
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Nella seconda metà del 17. secolo e durante il 18. si svilupparono due visioni contrapposte del passato, che coinvolsero la storia in genere, e quindi anche la storia greca.
Difatti, a partire della filosofia cartesiana, innestandosi su critiche precedenti rivolte alla credibilità della storia, si diffuse un atteggiamento scettico verso la storiografia in genere e quella più antica in particolare (soprattutto riguardo alle origini).
Il tema è stato ampiamente studiato ed è inutile riprenderlo in dettaglio in questa sede.
Uan componente fondamentale, e anche un obiettivo di queste critiche distruttive, era la messa in discussione della Bibbia, e quindi della base stessa della “storia sacra” tradizionale.
L’applicazione dell’Antico Testamento di metodi di analisi storico-filologici e letterari (J. Astruc, J. G. Eichhorn, per citare due esempi famosi) tolse alla Bibbia la sua intoccabilità; la strada era già stata aperta da chi aveva ridotto il ruolo di Mosè nella composizione della Genesi, trasferendolo a scribi ispirati, che avrebbero però utilizzato documenti e racconti anteriori (vedi R. Simon e le critiche rivoltegli da J. Le Clerc).
La critica biblica divenne il campo fondamentale della discussione, com’è ovvio date le implicazioni religiose.
Intaccato il dogma dell’ispirazione, soprattutto nel mondo protestante ma anche in quello cattolico, l’analisi storico-razionale dovette divenire sempre più approfondita e raffinata, come anche la difesa della visione ortodossa.
Aver messo in discussione la storia sacra della Bibbia significò a maggior ragione dubitare – in modo ancora più radicale – della storia profana.
Anzi, poiché una libera critica biblica, specie in ambienti cattolici, sollevava problemi ed era a volte rischiosa, la discussione sul valore storico delle tradizioni “profane” poteva essere un modo inoffensivo e indiretto di discutere di tradizioni antiche.
La possibilità stessa di conoscere il passato veniva ormai messa in questione dal pirronismo storico.
Pierre Bayle fu la personalità di maggior fama, ma non certo l’unico (si pensi a La Mothe Le Vayer e al suo Discours du peu de certitude qu’il y a dans l’histoire del 1668); le posizioni dei “savants” erano molto variegate.
La cronologia, che univa insieme le diverse storie sacre e profane a partire dalla creazione confrontandone la ricostruzione temporale, era terreno di scontro tradizionale già dall’antichità, ma lo fu a maggior ragione dopo la Riforma e l’opera dello Scaligero.
A questo aveva risposto il dotto gesuita Petavius (Denys Petau) con il suo De doctrina temporum (1637) seguito dal Rationarium temporum, che ebbe un enorme successo.
La questione sarà poi rinnovata da Newton, che sconvolse anche la cronologia greco-romana; la sua opera suscitò uan famosa discussione europea (Frèret, Algarotti, ecc.).
Ma la critica non si limitò solo a questo settore.
Esisteva da tempo una sorta di gerarchia delle storie: la più importante era quella “sacra”, cui seguiva subito quella romana, mentre solo dopo  veniva quella greca, cui tenevano dietro le altre.
Naturalmente la storia romana – più ricca d’implicazioni contemporanee perché finiva col coinvolgere origini e legittimità dell’impero e del papato – fu investita in pieno dal pirronismo; la tradizione sulle origini e i primi secoli di Roma fu messa seriamente in discussione in modo sistematico (nei “Mémoires de l’Académie” dal 1772 in poi; da L. de Beaufort nel 1738).
La storia greca venne coinvolta nelle discussioni sul valore delle fonti e della tradizione, ma in modo più episodico, come conseguenza della critica generale alla fides historica.
Qui si deve tener conto di un dato fondamentale.
Fino alla diffusione del pirronismo la storiografia romana era stata spesso giudicata più veritiera di quella ellenica, forse perché su quest’ultima gravava il giudizio negativo che ne aveva dato Giuseppe Flavio per i periodi più antichi.
Com’è noto fu Erodoto in particolare ad essere giudicato negativamente per la presenza delle “fables”, tanto vituperate nel 18. secolo, sviluppando quell’immagine piena di ombre oltre che di luci che troviamo ad esempio in Voltaire e che gli antichi avevano trasmesso.
Per un giudizio tipico si prenda il Nouveau dictionnaire historique portatif (Amsterdam 1766) che così ne parla: “Egli riferisce favole ridicole che invero dà per sentito dire, ma avrebbe fatto meglio a non riferire affatto. Agli occhi dei filosofi è tanto il padre della storia quanto il padre della menzogna”.
Comunque l’accusa di essere creduloni fu rivolta a molti storici greci, da Erodoto a Diodoro Siculo e ciò in linea con un diffuso scetticismo”.
Pag. 1027-28

I riferimenti di Voltaire sono più numerosi e frequenti a proposito della storia romana arcaica, allora così dibattuta; gli esempi relativi al mondo greco invece sono più limitati e poco felici.
Vico offrì invece un altro tipo di risposta al pirronismo: una storia filosofica unitaria che accettava insieme il ruolo della provvidenza divina nella storia universale e ammetteva che la storia antica era intessuta di favole e imposture che – riferendosi a Tucidide – “i greci fino al tempo di suo padre, ch’era quello di Erodoto, non seppero nulla dell’antichità loro propie”, ma individuava fasi comuni nello sviluppo delle nazioni, e vedeva l’età eroica della Grecia rappresentata dalla sapienza poetica di Omero.
In questo modo Vico attraverso la sua “nuova arte critica” recuperava uan dimensione storica e la conoscibilità del passato.
Ma la sua posizione, se prescindiamo dagli sviluppi del problema omerico, avrà seguito più per la storia di Roma che per la Grecia.
Prima di considerare i tentativi di riscrivere la storia dei greci come un insieme, occorre segnalare brevemente alcuni punti importanti relativi al 18. secolo, indispensabili per comprendere gli sviluppi successivi.
1. L’affinamento critico dei metodi filologici, che può essere esemplificato al meglio da Bentley e da Wolf, distanziati tra loro da un secolo.
2. L’inizio degli scavi di Ercolano (1738) e di Pompei (1748) e la riscoperta di Paestum, che danno una nuova e più diretta immagine dell’antichità in genere e che furono recepiti con entusiasmo dalle classi colte europee, soprattutto nella seconda metà del secolo.
3. La scoperta d’importanti documenti epigrafici, che ora vengono indagati e valorizzati con uno spirito nuovo: si pensi alle Tavole di Eraclea e alla pubblicazione esemplare che ne fu fatta dal Mazzocchi, sentite come una riscoperta della Magna Grecia.
4. I viaggiatori che già nel Seicento e poi ancor di più nel corso del Settecento e dell’Ottocento visitano la Grecia e il Levante, l’Italia meridionale e la Sicilia, descrivono le antichità e i paesaggi, creano col tempo una sensibilità nuova verso l’antico, informano sulle nuove scoperte, istituzionalizzano il Grand Tour come momenti della formazione delle élite europee.
5. L’opera di Winckelmann che interpreta l’arte greca come manifestazione della libertà civile e politica dei greci, affermando che “la libertà ha avuto la sua sede in Grecia, anche accanto al trono dei re”.
In questo modo Winckelmann “osava opporre allo stato settecentesco l’ideale delle virtuose repubbliche classiche”.
L’esaltazione che ne fece Goethe contribuì all’enorme successo che l’immagine ideale della grecità ebbe nella cultura tedesca, tanto che si è parlato di una “tirannia della Grecia sulla Germania”.
6. L’immagine di una “Atene borghese” e di un “modello spartano” hanno una grande diffusione soprattutto in rancia nel clima dell’illuminismo prerivoluzionario.
Esse trovano espressione in opere antichistiche d’alto livello, come quelle dell’abate Barthélemy, e negli scritti di un altro abate, il filospartano Mably; ancor più rilevante culturalmente il peso delle antiche repubbliche nella riflessione di Rousseau, che però nella nona delle sue Lettere scritte dalla montagna metteva in guardia i suoi ginevrini (“voi non siete né romani né spartiati; non siete neanche ateniesi… Voi siete mercanti, borghesi sempre occupati negli interessi privati…”).
Il Viaggio del giovane Anacarsi recava come introduzione una dotta storia ateniese dalla origini a Pericle, di tono moralistico.
7. Mentre la rivoluzione inglese del 1688 non si era generalmente rifatta a esempi classici da imitare (semmai biblici), la rivoluzione francese utilizzò i modelli repubblicani antichi quali li aveva rielaborati il 18. secolo.
“L’immagine incerta della nuova città terrena da fondare si delineava, per analogia o per contrasto, anche rivisitando la città antica” (Guerci).
Questo riferimento paradigmatico all’antico fu intenso soprattutto nei primi anni, per ridursi successivamente.
In seguito l’esperienza napoleonica diffuse in Europa alcuni paradigmi antichi, pur rilanciando il tema dell’impero e suscitando reazioni.
Ciò diede nuovo vigore allo studio dell’antichità ma nello stesso tempo la caricò di significati politici e sociali nuovi.
I difensori delle libertà “moderne”, coloro che temono per la proprietà privata o hanno paura di ogni rivoluzione, si sforzeranno da allora in poi di mettere a distanza l’antichità; sarà questa una condizione necessaria per uan visione più corretta della storia antica.
8. L’indipendenza delle colonie americane (1776) e le lotte per l’indipendenza greca (a partire dal 770, cioè dalla guerra russo-turca, fino al 1830 e oltre) avevano anch0esse avuto conseguenze sull’immagine dell’antica Grecia.
Veniva riproposta l’idea delle antiche repubbliche indipendenti da imperi e monarchie, si ridava attualità alla lotta contro il dispotismo, ci s’interrogava sull’instabilità delle repubbliche antiche e di Atene in particolare e sulle forme di governo miste.
Anche in questo caso il rapporto ideale con l’antichità era sostenuto con forza da alcuni, ma operando delle scelte (in favore di Sparta o di Roma ad esempio).
L’Iperione di Hölderlin canterà il risorgimento dell’antica Grecia, altri esalteranno la rigenerazione dell’Ellade, ma non mancarono gli oppositori.
Pag. 1031-34

Per trovare qualcosa di più avanzato nella storiografia scozzese occorre infatti rivolgersi piuttosto a Hume.
Il saggio sulla popolosità delle antiche nazioni (1752) va infatti molto al di là del semplice contributo erudito.
Esso infatti non si limita alla sola demografia e alla discussione delle cifre fornite dagli autori antichi, ma riguarda tutta l’economia antica, ivi compresa la schiavitù, e confronta lo sviluppo raggiunto dai moderni a quello degli antichi, negando a questi qualsiasi supremazia.
Vi troviamo in nuce una forma di “primitivismo” intelligente, ben prima che sorgessero le discussioni sul carattere dell’economia antica: “… vi sono molti altri elementi, per i quali le antiche nazioni sembrano inferiori a quelle moderne, sia per quanto riguarda la felicità che l’aumento della popolazione. Il commercio, le manifatture, la laboriosità, non furono mai in alcun luogo così prospere nelle epoche antiche come attualmente in Europa”.
E’ indicativo il fatto che il saggio di Hume avesse un’eco in Gibbon per il versante romano ma che, per quel che ho potuto vedere, non lo abbia avuto nelle prime storie greche in lingua inglese.
Ancora una volta, a proposito di un problema filologico-antiquario come quello della discussione sul numero degli abitanti (solo in apparenza minore), possiamo verificare l’esattezza della tesi di Momigliano su Gibbon, colui che unifica storia e antiquaria aprendo una nuova via.
Le storie greche in lingua inglese che si susseguirono per tutto il Settecento e i primi decenni dell’Ottocento mostrano bene quanto fosse cresciuto l’interesse per l’argomento e quanto si fosse consapevoli della necessità di riscrivere le vicende degli elleni; ma contemporaneamente rivelano quanto ancora ci si affidasse a intendimenti prevalentemente letterari e afilologici; da questo punto di vista occorre arrivare fino a Thirlwall e Grote, ben oltre Mitford e Gillies, per trovare uan nuova scrittura basata su un modo nuovo d’intendere le fonti.
Pag. 1036-37

La mancanza di una distinzione chiara tra storiografia e retorica, dall’antichità almeno fino alla fine del Settecento e agl’inizi dell’Ottocento, non significava necessariamente assenza di canoni critici; semplicemente questi potevano essere inglobati nel discorso storico, sottomessi alle necessità della narrazione, o talvolta limitati ai periodi più antichi.
Coloro che scrivevano di storia antica spesso da secoli occupavano presso le università cattedre di eloquenza o di retorica, talora di diritto, soprattutto dove non esistevano insegnamenti specifici di storia o di storie e lettere greche e latine (come nei Paesi Bassi nel secolo 16. e 17.)
Ma l’attività universitaria era solo uno dei mestieri possibili per gli autori di opere storiche; anzi personaggi di primo piano nel rinnovamento della storiografia del 19. secolo non provenivano affatto dalle universitates studiorum (anche se poi vi insegnarono: si pensi a Niebuhr, ambasciatore di Prussia, o a Grote, banchiere e parlamentare).
Fino all’Ottocento la trasmissione del sapere storico non è avvenuta solo in ambito universitario.
La professionalizzazione è più  antica di quanto si creda, però non è mai stata totale.
Essa non è all’origine della storiografia moderna sull’antica Grecia; semmai ne costituisce un importante sviluppo successivo.
In paesi come la Germania e l’Olanda il processo era più avanzato che altrove, ma lo studio “moderno” della storia antica nasce fuori dall’università, anche se confluisce presto nei circuiti accademici che recepirono l’interesse crescente per l’antichità.
Perché nascesse una moderna storiografia sui greci erano necessarie alcune condizioni, ma tra esse non mi sembra rientri prioritariamente la professionalizzazione del mestiere di storico.
La prima condizione era che l’antichità non fosse più ritenuta superiore al mondo moderno neanche in campo letterario, che la querelle des anciens et des modernes fosse definitivamente conclusa con la sconfitta degli antichi; o meglio che si accettasse un fatto solo in apparenza banale: non era più possibile limitarsi a leggere o tradurre o riassumere gli autori antichi che avevano già scritto la storia greca, magari integrandoli o correggendoli.
Il primo tentativo di Emmius nel Seicento e altri come quello di Rollin nella prima metà del Settecento sono indicativi del fatto che fino ad allora persino chi voleva riscrivere la storia greca si rivolgeva totalmente agli storici antichi: o riassumeva i più autorevoli tra di essi, come nel caso del primo, o li rielaborava acriticamente in chiave edificante, come fece Rollin.
In sostanza ci fu uan fase (soprattutto in Gran Bretagna) in cui si “superò” la storiografia antica semplicemente riscrivendo la storia greca in modo letterariamente più aggiornato, ma solo successivamente si passerà a un ripensamento fondato sulla critica delle fonti, su nuove conoscenze e con nuovi e più “moderni” problemi.
La seconda condizione era che si guardasse agli elleni come a una nazione, una totalità, al di là del fatto che essi avevano formato un insieme di stati diversi, di “repubbliche” come si diceva allora.
La percezione dell’aspetto politico-statuale dell’antica Grecia era avvenuta presto e con ottimi risultati, da Sigonio a Emmius e al Meursius.
Ma non si era ancora unita a una chiara percezione dei greci come nazione, perché questo concetto si affermò nel corso del 18. e del 19. secolo.
La filosofia della storia e il pensiero dell’epoca romantica hanno avuto un peso notevole sulla storiografia, specialmente in Germania; poco – in qualche caso forse nulla – in altri paesi europei, dove semmai era stata la realtà di stati unitari ma composti di entità distinte (come nel Regno Unito) a facilitare la comprensione di quella molteplice esperienza antica.
Terza condizione, importante più per lo sviluppo successivo che per la nascita della storia greca, la sollecitazione a rivisitare in modo originale il passato che venne dalla scoperta o riscoperta di documenti, di siti archeologici eccezionali, di testimonianze artistiche o materiali in genere (basti pensare agli “Elgin’s Marbles” portati in Inghilterra negli anni 1803-12 e posti nel British Museum dal 1816).
Il recupero dell’antiquaria da un alto e della “filosofia” dall’altro da parte della storiografia avvenne con un certo ritardo nell’ambito della storiografia greca e in modo diseguale; sarà semmai l’epigrafia ad essere recuperata per prima nell’ambito di una filosofia senza confini che comprendeva studio dei documenti e storia.
Per quanto possa sorprendere, una figura come quella di A. Boeckh non è stata sempre definita come uno “storico”; gli storici autentici saranno semmai Niebuhr e K. O. Müller.
Per quel che riguarda gli antichi greci sarà il secolo della storia, l’Ottocento, a fare progressivamente tesoro dello studio dei documenti, e non il Settecento.
Forse la reazione al pirronismo in questo settore era stata la messa in discussione delle antiche certezze.
Ultima condizione, comune questa anche agli studi su Roma, la modernizzazione della percezione dell’antichità, prima nel campo della politica e poi dell’economia, e il suo rifiuto o la messa a distanza degli antichi.
Si è già detto dell’uso dell’antichità greco-romana come modello, un fenomeno nato certo con l’umanesimo, ma fortemente condizionato dalle realtà del Settecento prima, dalla Rivoluzione francese e dalle tensioni dell’Ottocento poi.
Nacque un vagheggiamento che costituiva una forma sia pure errata di conoscenza, ma soprattutto sorse per reazione un bisogno prepotente di mettere a distanza e di comprendere a fondo le differenze tra antico e moderno e tra esperienze antiche (opposizioni Atene / Sparta o Roma / Grecia) che fu importantissimo.
Si doveva mettere a distanza il modo d’intendere la libertà delle antiche repubbliche (B. Constant), il peso del popolo nella democrazia ateniese (ad esempio A. Boeckh per la critica alla retribuzione delle cariche pubbliche ateniesi e più in generale Mitford e Peyron), la natura onnicomprensiva delle società e degli Stati antichi (Fustel de Coulanges).
Così persino Wilhelm von Humboldt aveva scritto a Goethe nell’agosto del 1804: “sarebbe soltanto un inganno se noi desiderassimo di essere cittadini di Atene o di Roma antiche… l’Antichità deve apparirci come cosa distante, scevra di volgarità, quale mero passato”.
Nello stesso tempo le ricostruzioni delle antiche vicende scritte con occhi e sensibilità contemporanee resero viva e attuale la storia greca, anche se ad esempio trattare in questo modo la democrazia ateniese e i suoi esponenti politici portava a peccare di anacronismo (si pensi alle concezioni opposte di Mitford e Grote).
Necessità di mettere a distanza il mondo greco e sentimento di un legame forte con esso, visioni anticlassicistiche e classicismi si sono alternati e intrecciati e perdurano ancor’oggi: “La situazione degli studi è così disperatamente complessa perché nel considerare i greci con crediamo quasi sempre di aver a che fare con la nostra carne e con il nostro sangue, ma nella maggior parte dei casi, se ben si osserva, questo conto non torna… le nostre categorie si rivelano insoddisfacenti”.
La visione “laicizzata” della storia antica con il rifiuto di schemi teologici e l’applicazione di metodi critici e filologicamente agguerriti avranno però una conseguenza negativa; essi non potevano non saldarsi col tempo al dominio che gli Stati europei (“l’uomo bianco”) stavano estendendo sulle popolazioni d’Asia e d’Africa con la conseguente visione razziale (e talora apertamente razzista): la concezione provvidenziale aveva almeno creato uan catena di popoli e civiltà che metteva insieme, anche se non necessariamente sullo stesso piano, Oriente (in particolare gli ebrei), Grecia, Roma.
La laicizzazione e lo sviluppo dell’idea di nazione escludono gli altri, o almeno li pongono su un gradino più basso rispetto al mondo classico.
Ne risentono anche le maggiori storie universali (ad esempio quella che affiora dalle lezioni di Niebuhr e poi quella di E. Meyer), che pure valorizzano e non emarginano le altre culture e  le ritengono giustamente parte integrante di un’antichità che non dev’essere solo greco-romana.
La critica alle tradizioni sull’età eroica comportava anche la negazione della presenza di colonie orientali in Grecia, così come del resto di tutto il patrimonio mitistorico, almeno fino a che le scoperte archeologiche non posero su basi nuove la conoscenza della Grecia del secondo millennio a. C.
Quello che è stato chiamato “il modello antico” venne incrinato e poi rifiutato da metodi e atteggiamenti critici che avevano origine più nella critica biblica che in presupposti razzisti; questi ultimi si sommarono ai metodi critici e all’ipercritica, ma non ne determinarono lo sviluppo; la visione eurocentrica della storia antica è anche il frutto della sua secolarizzazione.
Pag. 1037-40

In sintesi si può concludere che tra l’età della Rivoluzione francese e la metà circa dell’Ottocento si costituiscono alcuni tratti fondamentali delle tradizioni nazionali nel campo della storia greca.
Ciò avviene in Gran Bretagna, dove interesse per la storia dei greci e sensibilità politica comparvero prima che altrove, già alla fine del Settecento, per poi fondersi con la critica storico-filologica tedesca con Grote.
In Germania il movimento romantico e lo storicismo si innestarono sull’idealizzazione dei greci tipica dell’età di Winckelmann e di Goethe e sulla reazione al trauma dell’occupazione napoleonica, mentre la formidabile capacità di lavoro delle università tedesche (Gottinga in primo luogo, ma anche il nuovo grande ateneo berlinese promosso da Wilhelm von Humboldt), con la concorrenza interna tra professore e Privatdozent ed esterna tra università e università, moltiplicherà le ricerche filologiche ed erudite.
I frutti migliori si videro inizialmente nel campo della storia romana e solo successivamente in quello della storia greca.
Il movimento unitario e la rivoluzione del 1848 risvegliano anche negli Stati tedeschi quella sensibilità politica che fino ad allora era stata un fenomeno inglese e la storiografia di Grote suscita consensi od opposizioni.
Il criterio razziale si diffonde, e convergerà con i risultati raggiunti indipendentemente dalla linguistica indoeuropea (la Grammatica comparata di Bopp è degli anni 1833-49), mentre la critica storica delle tradizioni sulle origini si afferma e mina alla base la validità delle tradizioni mitiche, anche quelle su presenze orientali nell’Ellade.
La critica biblica tedesca, sia vetero che neotestamentaria, andava nella stessa direzione (si pensi a F. C. Baur e D. F. Strauss) e influisce direttamente sullo studio delle fasi più antiche della storia romana (A. Schwegler) e di quella antica in generale.
Mentre in Italia il tentativo di Denina resta isolato e l’interesse dei sotti va in direzione di altre fasi storiche, in consonanza con le discussioni e le lotte per l’unità nazionale, in Francia la storia greca per un cinquantennio vive di lavori particolari, perché la rivoluzione dopo il Termidoro (1794), l’Impero napoleonico e la restaurazione hanno allontanato i modelli ellenici dal mondo contemporaneo.
Solo poco prima della metà del secolo prende forma una storia dei greci che è in linea con le nuove sensibilità (Duruy).
Pag. 1064-65

Il decennio tra il 1860 e il 1970-71 vide cambiamenti radicali nella storiografia.
Si è parlato giustamente di un “mutamento ideologico” degli storici francesi tra 1865 e 1885, ma il fenomeno – con alcune differenze di cronologia – è più generale.
Esso è strettamente collegato da un lato al costituirsi della storia in disciplina “scientifica” affermatasi tra molte contraddizioni nei decenni precedenti (in Germania prima e poi in Gran Bretagna) e dall’altro ai mutamenti politici e sociali.
Il raggiungimento dell’unità nazionale in Italia (1861, Roma capitale dal 1870) e in Germania (1871), portano a un rafforzamento generale dell’idea di Stato nazionale rispetto a quella di piccolo Stato (Kleinstaaterei) e di (con)federazione.
Inevitabilmente ciò avrà, e continuerà ad avere a lungo fino al 20. secolo, conseguenze determinanti sull’interpretazione della storia greca in un senso sempre più unitario, “nazionale”, mettendo in valore gli Stati egemonici, siano essi Atene, Sparta, Tebe o soprattutto la Macedonia.
La diffusione della scienza dell’antichità tedesca e dei suoi metodi in altri paesi du accelerata non solo dal prestigio e dai successi germanici, ma anche da una precisa scelta compita da altri Stati europei.
Così in Italia ci fu l’importazione di docenti universitari tedeschi nelle università riorganizzate dopo l’unificazione (come Beloch a Roma e Holm a Palermo e Napoli); professori tedeschi già in passato avevano insegnato in Russia.
Il fenomeno parallelo di giovani studiosi di altri paesi europei che si recano a studiare o a perfezionarsi in Germania è più rilevante in altri settori, come la storia romana (E. Pais, C. Jullian) o la filologia classica in genere.
pag. 1065-66

La lettura della civiltà greca di Burckhardt va vista alla luce delle tre forze che egli vedeva all’opera nella storia: lo Stato, la religione e la cultura, come indicano le lezioni Sullo studio della storia (note anche col titolo Considerazioni sulla storia universale).
La forza della cultura greca era emersa anche grazie a quelle due altre potenze, ma esse avevano fatto sì che la città greca fosse stata “città dolente” (secondo l’espressione dantesca ripresa da Boeckh).
La visione pessimistica sia del presente che dell’esperienza greca, che pure vagheggiava con toni a volte classicistici, lo distinguono da altri storici contemporanei, anche dal Curtius, per il quale ebbe un moderato apprezzamento.
“Noi vediamo con gli occhi dei greci e parliamo con le loro espressioni”, affermava nell’Introduzione, ma il riconoscimento di un rapporto speciale tra gli antichi greci e moderni mi sembra resti su di un piano intellettuale senza avere risvolti razziali; anzi Burckhardt accostò più volte la polis e le città-stato fenicie.
Pag. 1072

Quindi la storia si rivela una successione di storie nazionali secondo una linea di sviluppo universale (che va da Egitto a Israele agli assiri, ai medi e persiani fino a greci, macedoni e romani).
Le civiltà però entrano in contatto e – come dice a proposito di Erodoto – “la storia non potrebbe fiorire entro l’ambito esclusivo del suolo nazionale; le nazioni diventano conscie di se stesse soltanto mediante i reciproci incontri”.
Questa di Ranke era una storia priva di ogni apparato erudito e fondata su documentazione superata.
Eduard Meyer per questo la giudicò un fallimento, ma essa resta indicativa della forza che la concezione universalistica manteneva in Germania in un’epoca di storie nazionali.
Pag. 1074

Numerose furono nei decenni finali dell’Ottocento e nei primi del Novecento le storie greche scritte da storici tedeschi, testimonianza non solo dell’interesse del pubblico colto e degli editori per il mondo greco ma anche dell’insoddisfazione per le storie di Curtius e di Grote.
La prima di questa sequela impressionante di opere fu dovuta ad Adolf Holm (1830-1900), che insegnava da tempo in Italia ed era noto per un’importante opera sulla Sicilia nell’antichità.
La sua storia, oggi dimenticata, fu rapidamente superata dalle altre, certo superiori o per erudizione o per senso critico o per originalità di vedute.
Non era però affatto priva di elementi positivi.
Molto chiara (talvolta persino banale), nella prima parte era caratterizzata da una critica temperata alle tradizioni mitistoriche; come scriverà lui stesso in un’aggiunta polemica verso Beloch, “la critica storica deve stare in guardia dal confondere due cose distinte: la dimostrazione che un fatto considerato storico non può essere ritenuto provato in quanto tale, e la dimostrazione che questo fatto è impossibile”.
Elementi di novità sono anche l’ampio spazio che egli assegnò alle vicende dell’Occidente greco e soprattutto alla storia ellenistica fino al 30 a. C. (un volume su quattro): per lui il vero soggetto della storia greca erano i greci e la loro civiltà da Massalia fino all’Oriente e per questo era necessario comprenderne le vicende a pieno titolo in una storia greca, senza fermarsi né al 4. secolo né alla conquista romana della Grecia propria.
Pag. 1076 

Per una conclusione

Alcuni dei fili che abbiamo cercato di seguire arrivano fino ai nostri giorni e indicano delle continuità dall’antico a noi: recuperi consapevoli, lunghe durate per così dire sotterranee, profonde cesure compaiono nella storia della cultura con movimento alterno.
Scoperte di mondi ignoti o marginali grazie all’indagine archeologica fanno aggiungere pagine nuove e importanti al libro della storia greca, ma è indubbio che il posto eminente che conservano la democrazia ateniese e vicende come quelle della guerra del Peloponneso, per quanto integrate da nuovi documenti o esaminate con metodi e strumenti concettuali moderni, nascono in ultima analisi dalle pagine immortali di Tucidide.
Cosa fare di tutto ciò che è tra noi e i testi, i documenti e i monumenti antichi?
Ha senso fare, come spesso avviene o come si crede di fare, tabula rasa?
In un’epoca come la nostra in cui si è consapevoli della storicità dei modi di credere, dell’esistenza legittima di più modi d’intendere il passato (fino a dissolvere a volte il confine tra vero e falso) si ripropone il problema delle diverse verità della storiografia passata.
Non sarà inutile terminare riconsiderando le parole che uno storico eminente, Adolfo Omodeo, scrisse molti anni fa a proposito di Michelet: “E’ giusto considerar prescritti e decaduti gli storici che vanno lontanando nel tempo? Probabilmente tale prescrizione è ispirata da criteri di mal intesa filologia: dall’opinione che i nuovi studi, i nuovi documenti, abbian la forza di invalidare le ricerche anteriori.
Ma questa è uan concezione grossolana del superamento. L’acquisto di verità compiuto dai nostri predecessori, nel campo delle nostre ricerche, permane anche quando questa verità sia stata integrata da nuove scoperte.
Come già ai suoi tempi stabiliva Droysen, la verità è cosa ben diversa dalla precisione o esattezza”.
Pag. 1084


Introduzione

L’espansione presenta quasi sempre un duplice aspetto, militare e mercantile: l’uno o l’altro predominano a seconda delle epoche.
Nel 2. millennio, cli achei impongono la loro influenza la loro influenza a una parte del Mediterraneo orientale, ma il prodotti della loro industria penetrano molto più lontano, in terre che conservano una totale indipendenza.
Al volgere del 2. millennio  una serie di grandi migrazioni permette ai greci di conquistare al ricca frangia costiera dell’Anatolia.
L’età arcaica assiste allo sviluppo di un potente movimento colonizzatore, che porta tanto alla conquista di nuove terre, quanto all’apertura di sbocchi nel mondo barbaro.
L’epoca classica coincide con una pausa di questo slancio dal punto di vista politico, ma l’incremento del commercio offrirà alla grecità un campo di penetrazione sempre più profondo in alcune zone.
Nel momento in cui questi scambi vitali decrescono e la Grecia sembra minacciata dall’asfissia, il genio smisurato di Alessandro conquista l’Oriente achemenide.
Fin dal primo esame superficiale, la storia greca appare segnata non da uno sviluppo continuo, come nel caso così evidente del progressivo incremento della potenza romana, ma da una successione di pulsazioni in cui si manifesta un imperialismo ora politico, ora mercantile.
Sotto l’apparente improvvisazione si scorge una costante: la stretta necessità per il genio degli uomini di supplire alla povertà delle risorse naturali, d’inventare nuovi mezzi per evitare l’autarchia, generatrice di morte.
L’avventura greca è figlia della fame.
C’è dunque modo, fin quasi dai primi stanziamenti dei greci sul suolo dell’Ellade, di distinguere tra Grecia e mondo greco, che non coincidono mai, nemmeno nelle ore più buie.
In questo mondo greco bisogna includere sia i regni in cui i greci si stabiliscono come conquistatori, e le colonie, a volte unite a volte totalmente isolate in terra barbara; sia, in senso più lato, le regioni in cui, secondo un processo costante, e cioè attraverso il mezzo indiretto del commercio, penetra la grecità.
Il mondo greco anticipa molto evidentemente l’impero romano, che è stato il suo successore diretto ed ha largamente approfittato di questa unità mediterranea creata dall’ellenismo; ma si differenzia radicalmente da quest’ultimo, in particolare a causa della debolezza dei legami politici che lo stringono a una Grecia essa stessa divisa.
Scrivere la storia del popolo greco implica perciò molto sovente un ampliamento d’orizzonte, che porta lontano dal covo di Micene, dalle rive dell’Eurota e dalla collina sacra di Pallade, dove sotto forme diverse la civiltà antica conosce i suoi apogei, verso un mondo periferico che, spesso consciamente e deliberatamente, s’imbeve dello spirito greco.
Non ci si può quindi meravigliare della fortissima impressione di varietà che ne emana.
Già per natura i greci detestano l’uniformità: non hanno mai fatto due templi o due coppe che si rassomigliassero.
La storia di Atene è molto diversa da quella di Sparta o di Corinto, benché distino solo qualche decina di chilometri.
A maggior ragione è evidente che la civiltà greca sviluppatasi in Anatolia non può essere uguale a quella sviluppatasi in Egitto, in Gallia o nelle Indie.
A rischio di annoiare il lettore, dovremo sottolineare per ogni epoca delle distinzioni regionali che sono ben più che semplici sfumature.
Una tale espansione, per quanto vitale,  suppone una perseveranza poco comune nella ricerca dei mezzi più adatti per ovviare all’angustia del suolo ed alla scarsità delle risorse della Grecia vera e propria.
Simile allo scaltro Ulisse, che fu il suo eroe preferito, il popolo greco ha potuto sopravvivere solamente sviluppando una perpetua genialità inventiva.
Perché dunque meravigliarsi se all’avventura dei conquistatori o dei trafficanti si aggiunse ben presto un’avventura spirituale?
Per un lungo periodo, più o meno durante tutto il 2. millennio, solo il mito può rispondere in maniera adeguata agli interrogativi che angosciano l’uomo.
I miti dei greci formano un insieme estremamente delicato e sottile, e non è un puro caso se essi alimentano ancora oggi la riflessione dei drammaturghi e degli psicanalisti.
Poi, con un brusco risveglio del quale nessun popolo dell’Oriente ha conosciuto l’eguale, appare il pensiero razionale, padre della politica,  della filosofia e della scienza.
Ed ecco allora iniziare la meravigliosa sfilata di quegli sconosciuti che forgiano nuovi sistemi, più giusti e meno oppressivi, di vita sociale; ma anche di quegli “amici della saggezza” (poiché tale è il vero significato del termine filosofo) che fissano per l’uomo il suo posto nel cosmo e pongono le regole dell’etica, e di quei saggi innamorati della bellezza dei numeri o esegeti dell’armonia delle sfere celesti.
La letteratura e le asti, legate all’azione e opposte alla frivolezza più strettamente di ogni altra attività, si danno alle stesse ricerche e propongono l’immagine dell’uomo più profonda e più ricca di sfumature.
Se cercano la bellezza, è la ragione a comandarlo, poiché, secondo l’insegnamento di Platone, al bellezza è il risultato ultimo della dialettica.
Nell’anima greca tutto è congiunto in un’unità indissolubile, segno dell’autentica grandezza.
La tradizione non afferma forse che Talete e Platone non disdegnavano i profitti del commercio?
Sofocle non fu forse eletto stratega, per aver fatto rappresentare l’Antigone?
Profondamente innamorato della vita, che ha ancora valore poiché è di breve durata, il greco non tralascia alcun mezzo per renderla sopportabile e abbellirla.
Come Eracle seduto, secondo Prodico, all’incrocio di due strade, egli sceglie il ponos, lo sforzo doloroso e creatore.
Egli assume il suo destino d’uomo, preferisce aiutarsi che attendere l’aiuto degli dèi dell’Olimpo, detesta la rinuncia e la sottomissione.
Questo è il segreto di una vittoria unica, di una giovinezza che noi scopriamo estasiati in tutte le sue creazioni, quella che Plutarco riconosceva nei monumenti dell’Acropoli quando scriveva (Pericle, 13): “Ogni opera di Pericle, non appena conclusa, già sapeva d’antico in quanto a bellezza; e nondimeno, in quanto a grazia e vigore,  sembra ancor oggi che sia appena finita e compiuta, tanta non so qual fiorente novità si può trovare in essa, che impedisce all’ingiuria del tempo di guastarne l’aspetto.
E’ come se ognuna delle suddette opere avesse all’interno uno spirito che sempre ringiovanisse ed un’anima che giammai invecchia, da cui è conservata in questo vigore”.
Pag. 7-9

 

 

Libro primo. Preelleni e elleni: incontri e sintesi fino alla fine del 2. millennio.

Cap. 1. Il sorgere della Grecia, fino al 1580

E’ soprattutto partendo dallo studio dei toponimi che si è potuto determinare l’estensione della civiltà anatolica in Grecia.
In effetti, un certo numero di nomi di luogo, utilizzati in modo continuato nel 1. millennio a. C., e in molti casi fino ai nostri giorni, comportano dei suffissi inspiegabili in greco, che devono dunque rappresentare un substrato linguistico anteriore.
Largamente diffusi nel continente, come a Creta e nelle isole del mar Egeo, questi toponimi sono altrettanto numerosi in Anatolia.
Tali, per esempio, i suffissi in –nthos (Corinto, Tirinto, Erimanto, Zacinto…) o in –sso o –tt,  semplificati in –s o –t (Cnosso, Amniso, Tilisso, Ialiso, Parnaso, Imetto…), che si ritrovano nei nomi anatolici (come Labraundo, Alicarnasso, Asso).
Il terzo millennio rappresenta dunque il momento in cui montagne, fiumi e città ricevettero nomi che l’imposero malgrado le ulteriori invasioni.
Questi nomi, a lungo designati col comodo termine di preellenici o di egei, sono riconosciuti oggi come specificamente anatolici.
Essi permettono di seguire sul terreno quelle vaste migrazioni che, varcando il mare Egeo, hanno assicurato un nuovo popolamento non solo alla Grecia continentale, ma anche alle isole (in particolare le Cicladi) ed a Creta.
Grazie ad esse, il Mediterraneo egeo prende, nel terzo millennio, una nuova fisionomia: la Grecia continentale non è più isolata, come nel periodo neolitico, ma diviene partecipe di un’unica civiltà, originaria dell’Asia Minore, che regna dalla Macedonia fini a Creta.
Pag. 16-17

Per quanto riguarda le forme superiori della civiltà, conviene ancora essere prudenti; tuttavia un punto è sicuro: l’esistenza di palazzi, a volte già fortificati (Lerna, Egina), presuppone una forte organizzazione monarchica.
Ciascuno di questi regni doveva essere indipendente dai vicini ed anche questo fatto prelude al frazionamento politico della futura Grecia.
La lingua degli anatolici non è del tutto sconosciuta, non foss’altro che a causa dei toponimi.
Essa doveva d’altronde essere molto simile al cretese, del quale avremo occasione di riparlare.
Sulle credenze spirituali non possediamo molti dati.
Gli idoli femminili steatopigi restano numerosi e quelli delle Cicladi, che mostrano a volte la forma stilizzata di un violino, sono giustamente famosi.
La dea viene rappresentata nuda, a volte con un bimbo sul capo o fra le braccia.
Queste sculture testimoniano il permanere del culto di una grande dea madre, dispensatrice di fertilità e fecondità.
Altri tipi, come quello del suonatore di flauto o di arpa, sono molto più rari.
Gli usi funerai di quest’epoca sono abbastanza noti, mentre quelli del Neolitico ci sfuggono quasi completamente.
Le necropoli sono situate fuori dagli insediamenti umani: le offerte sono numerose, cosa che attesta una salda credenza nella sopravvivenza del morto.
Al termine del terzo millennio, in una data che gli specialisti fissano tra il 2000 e il 1950, la civiltà anatolica dell’Ellade doveva crollare sotto i colpi dei nuovi invasori: i greci, che fanno così la loro prima apparizione nella storia della Grecia.
Pag. 19

Non si crede più, come una volta, che gli indoeuropei abbiano costituito, all’origine, una razza unica, e nemmeno che essi abbiano avuto una civiltà materiale comune.
Infatti, l’archeologia non permette di ritrovare la loro culla, che si è tentato di scoprire da un secolo a questa parte in tante direzioni differenti.
Gli indoeuropei sarebbero piuttosto degli aggregati, delle cristallizzazioni di popolazioni, senza dubbio già fortemente mescolate, tra le quali, in una data molto lontana (5.-6. millennio), si sarebbe prodotta un’innovazione linguistica capitale, forse analoga a ciò che sono, nel mondo vegetale, le mutazioni: la lingua di base, ancora molto fluida, dell’Europa mesolitica – lingua di tipo agglutinante che doveva servire di substrato non solamente al gruppo indoeuropeo, ma ad altri gruppi che lo continuano più direttamente: gruppo ugro-finnico, basco… - si sarebbe trasformata in una lingua a flessione: l’indoeuropeo.
Pag. 21

E’ certo che l’occupazione della Grecia da parte delle orde ioniche avvenne in modo violento.
Le popolazioni anatoliche, che vi si erano d’altronde stabilite nello stesso modo, furono sommerse e senza dubbio ridotte in schiavitù.
La frattura in campo archeologico è quasi dappertutto molto netta, ed i luoghi come Lerna, dove esiste continuità fra gli anni precedenti e seguenti il 1950, sono molto rari.
Inizia allora un nuovo periodo, che corrisponde ai primi secoli dello stanziamento dei greci su di una terra in cui resteranno fino ai nostri giorni.
E’ l’età del bronzo medio, o elladico medio, che durerà all’incirca quattro secoli, fin verso il 1580.
La conoscenza che ne abbiamo è ancora molto limitata, dato che non possiamo contare che sulla documentazione archeologica proveniente dagli scavi.
Ci troviamo ancora nella protostoria e non entreremo nella storia nel senso stretto del termine, che col periodo seguente, quello dell’Elladico recente, che vedrà l’introduzione in Grecia della scrittura.
Pag. 25

Il commercio mediterraneo, che caratterizzava l’Elladico antico, sparisce con le invasioni greche.
L’unità etnica del mare Egeo non esiste più: nella Grecia continentale i greci si sono sovrapposti alle popolazioni anatoliche, mentre Creta non è stata ancora toccata dalle loro invasioni e le isole continuano a vivere nella sua orbita.
Certamente essi non ignorano del tutto le rotte mediterranee, che forse hanno già usato per raggiungere la Grecia, se è vero che passarono dapprima per l’Anatolia.
In particolare li si trova abbastanza presto nelle Cicladi a Milo, dove vanno a cercare l’ossidiana entrando così in contatto con i cretesi.
Questa prima iniziazione dei greci, fino ad allora strettamente legati alla terra, al mondo del mare, è uno dei grandi avvenimenti dell’Elladico medio.
E’ altrettanto vero che tra i due periodi )Elladico antico ed Elladico recente) di grande apertura sul Mediterraneo, i primi secoli del secondo millennio rappresentano un’epoca in cui la Grecia vive ripiegata su se stessa, chiusa, nell’insieme, alle influenze fecondatrici venute d’oltre mare.
Possiamo parlare solo in modo ipotetico dello stato sociale della Grecia in quest’epoca, e per analogia con le altre società indoeuropee primitive meglio conosciute.
Il nuovi venuti sono guerrieri, organizzati in una società di tipo militare, nella quale si è sovente voluto vedere, non senza esagerazioni, un’anticipazione del feudalesimo.
Essi riconoscono l’autorità di capi che, forse imitando i re dell’Elladico antico, stabiliscono ben presto la propria dimora in un palazzo.
Il popolo conduce una vita egualitaria e vi sono validi motivi per ritenere che il sistema agrario, che vedremo testimoniato nell’Elladico recente, in cui la terra è in comune, ripartita in lotti uguali tra i capi famiglia, risalga alle prime invasioni greche.
Pag. 26-27

Per lungo tempo mancò ai greci quel non so che, che permetterà loro, verso il 1580, di elevarsi al di sopra di questa civiltà rudimentale e di accedere all’apogeo dell’epoca micenea.
Prima di seguirli nella loro ascesa, è opportuno volgere la nostra attenzione verso Creta, dove i greci non si sono ancora installati e dove sopravvive, con uno splendore incomparabile, la civiltà anatolica che le invasioni ioniche del 1950 avevano fatto sparire dalla Grecia continentale.
Pag. 29

Verso il 2000 appaiono i “primi palazzi”, sicuro segno dell’avvento di un forte potere centrale almeno in tre luoghi: a Cnosso, a Festo e a Mallia.
Intorno al 1700 questi palazzi vengono distrutti da un cataclisma generale in cui si è voluto vedere un terremoto, ma che sembra piuttosto essere stato un’invasione di popolazioni venute dal continente per saccheggiare e razziare.
Dopo aver distrutto ogni cosa, i greci si ritirarono, poiché è sicuro che non si stabilirono a Creta: non intervengono infatti dei cambiamenti notevoli nella civiltà dell’isola.
Questa calamità fornì l’occasione per ricostruire palazzi più vasti e più belli: è l’epoca dei “secondi palazzi” (1700-1400), che vede la ricostruzione di Mallia, di Festo e soprattutto di Cnosso.
Ben presto il re di Cnosso prende il sopravvento sui suoi vicini: distrugge Mallia e costringe il principe di Festo ad accettare la sua signoria.
E’ il trionfo di Cnosso, che, approfittando della sua posizione attuale, unifica tutta Creta e costruisce uan rete di strade per consolidare e imporre la sua egemonia.
Pag. 31

La ricchezza di Creta permise lo sviluppo di una splendida arte, che trovò la sua più bella espressione nei palazzi.
Si tratta di vasti complessi non fortificati costruiti attorno ad una corte centrale.
I tetti a terrazze sono sostenuti da colonnati di preferenza mediani, e comportano una porta laterale.
L’illuminazione è assicurata da numerose finestre e da piccoli cortili interni, che sono altrettanti pozzi di luce.
L’idraulica è perfettamente conosciuta: le fogne raccolgono  delle piogge torrenziali e quella di scarico: l’acqua delle fonti viene convogliata fino al palazzo per le numerose sale da bagno o per le cisterne.
Non esiste un focolare fisso e in caso di bisogno si utilizzano i bracieri.
Ciò che colpisce è il perfetto adattamento al clima mediterraneo, la cura per le comodità e un profondo senso del bello, che trova soddisfazione tanto nella ricerca dei dettagli raffinati quanto negli ingressi monumentali, nelle terrazze sovrapposte, negli scorci su vasti paesaggi, tutte cose che Gustave Glotz definisce come “un gusto sicuro del teatrale  e del pittoresco”.
Pag. 33

In attesa della decifrazione dei documenti, non conosciamo bene la religione dei cretesi, che manifestavano un così acuto senso del bello.
Tuttavia sembra verosimile che si trattasse di una religione ottimista, che invitava a comunicare con le forze intime della vita e che offriva felici speranze ai suoi fedeli.
Si è parlato a lungo di un feticismo primitivo e, in realtà, la pietra sacra, il palo, la doppia scure (labrys), lo scudo bilobato, gli alberi o animali sacri appaiono numerosi nelle rappresentazioni culturali, testimonianze di un tempo in cui si adoravano le forme elementari della natura e il valore magico delle armi.
Ma ormai tutti questi oggetti sono concepiti solo più come simboli delle divinità.
Pag. 37

V’è dunque tutto un insieme di prove che permettono di attribuire ai cretesi delle precise credenze in un aldilà benefico, ove alcuni morti, resi simili agli dèi dal titolo di eroi, godevano della felicità eterna sotto la protezione, che si protraeva anche dopo il trapasso, della indulgente Terra-Madre.
Non si insiste mai abbastanza sull’importanza storica della religione cretese, che attraverso la mediazione di quella achea, ha dato un contributo così notevole alla religione greca del primo millennio.
E non si tratta solo della sopravvivenza di alcuni nomi di divinità: Britomartis (la Buona Vergine), Dittinna, Ilitia, Velchanos (il dio con il gallo, del quale i greci faranno uno Zeus Velchanos) o di alcuni nomi di eroine: Arianna, Europa; è tutta l’atmosfera dei culti egei che sarà presente nei culti ctonii e mistici del mondo ellenico.
E’ la loro spiritualità, infatti, il loro ottimismo, la loro preoccupazione dell’oltretomba, che ritroveremo costantemente nel nostro studio della religione greca.

Un’evocazione così sommaria non può far rivivere lo splendido mondo dei minoici,
Pace, prosperità, armonia nell’organizzazione sociale, amore per la vita, passione per la bellezza e in particolare per la grazia, queste sono le sue caratteristiche più evidenti.
Una grande vittoria umana quindi per un popolo così piccolo, le cui creazioni riescono a stare alla pari, nel nostro giudizio, con quelle delle civiltà per tanti versi disumane dell’Egitto e dell’Oriente.
Il mistero delle sue origini è perciò ancor più irritante per lo storico; Insoddisfatto di ripetere che essi venivano dall’Anatolia, egli vorrebbe risalire più lontano nel loro passato.
Tentativi intesi ad analizzare gli scarsi resti della lingua cretese, detta anche convenzionalmente “pelasgica”, sono stati compiuti.
Usando il metodo dei residui ed estraendo dal vocabolario greco le parole che non possono essere spiegate per mezzo del greco stesso, s’è potuta costituire una base di vocabolario cretese, al quale si aggiungono numerosi toponimi e ora i primi risultati della decifrazione del lineare A.
In contraddizione con l’opinione corrente, secondo la quale i cretesi rappresentavano il substrato mediterraneo anteriore all’arrivo degli indoeuropei, studi recenti hanno dimostrato come il “pelasgico” fosse imparentato con le lingue indoeuropee dell’Asia Minore (luvio ed ittita).
I cretesi sarebbero dunque dei proto-indoeuropei, dei cugini, per così dire, dei greci, staccatisi prima di loro dal tronco indoeuropeo comune.
verso il 1400 il palazzo di Cnosso viene interamente distrutto.
SI tratta dell’invasione degli achei  giunti al continente? Si pensa piuttosto che sia stato un cataclisma dovuto all’eruzione del vulcano di Santorino.
La conquista di Creta da parte degli achei, che trasforma la grande isola in un principato greco, deve essere anteriore.
Ritorniamo ora alla Grecia continentale, che abbiamo abbandonato agli inizi dell’Elladico recente.
Creta non disparve con la rovina di Cnosso: essa “vinse il suo selvaggio vincitore” e fu il lievito che fece fermentare la pasta, fino ad allora amorfa, della civiltà ellenica, e la sua influenza emergerà di continuo durante lo studio del mondo acheo.
Pag. 39

Cap. 2. L’elaborazione del mondo acheo, 1580-1200

Questa trasformazione non è segnata, sul suolo, da un profondo iato archeologico, come quello che all’inizio del secondo millennio corrisponde all’arrivo dei greci, o come quello delle invasioni doriche alla fine dello stesso millennio.
Non si tratta chiaramente dell’irruzione massiccia di nuove popolazioni, quanto piuttosto di un’evoluzione rapida e persino brutale, che si potrebbe paragonare a quella che intorno al 500 fa passare la Grecia dall’arcaismo al classicismo.
Al mondo scialbo dell’Elladico medio, senza grandi aperture sul Mediterraneo, succede lo splendido mondo dell’Elladico recente, aperto verso Creta, verso l’Oriente e verso Occidente.
Con ogni probabilità è l’influenza di Creta minoica a dar uscire la Grecia dal suo letargo. Secondo A. Evans ci sarebbe stata una conquista del continente da parte di Creta, ma oggi questa teoria è totalmente abbandonata.
Grazie alle relazioni diplomatiche e al commercio, ed anche in occasione di alcuni scontri militari, la Grecia viene iniziata alla civiltà mediterranea dei cretesi; importa oggetti  minoici e si limita, fa venire artisti da Creta, adotta le credenze di una religione molto differente dalla sua.
Essa è sedotta e questa seduzione la trasforma in tutti i campi.
Pag. 41

Molti di questi luoghi avranno fornito delle tavolette con curiose iscrizioni in una scrittura della lineare B.
Esse rimasero a lungo lettera morta per lo storico, fino alla decifrazione proposta nel 1953 da M. Ventris e J. Chadwick.
Da quel momento i lavori relativi alle tavolette si moltiplicarono e, benché le iscrizioni achee pongano ancora molti problemi di lettura e d’interpretazione, si può asserire che è stato compiuto un passo decisivo in questa direzione.
Analizzeremo più avanti tutto ciò che la nostra conoscenza del mondo acheo deve a questi archivi di palazzo.
Per finire, le due epopee omeriche, che si riferiscono ad avvenimenti situati alla fine del periodo acheo, possono spesso essere prese a testimonianza, ma bisogna diffidare della loro natura equivoca.
Si tratta infatti di testi che in alcune loro parti risalgono ancora all’epoca achea, ma che hanno subito in seguito la lunga deformazione di una tradizione puramente orale, d’innumerevoli alterazioni ed aggiunte, e infine la “composizione” definitiva eseguita da poeti del secolo 9. o dell’8.
Certo la veridicità d’innumerevoli dettagli è stata provata in maniera sorprendente dagli scavi; ciò nonostante non si può mai datare esattamente un episodio o un’indicazione particolare.
L’Iliade e l’Odissea sono troppo composite per permettere allo storico d’intraprendere il loro studio senza un’estrema cautela.
Pag. 42-43

E’ caratteristico che, esclusa Creta, siano tutti Stati peloponnesiaci.
Micene è al primo posto con cento vascelli e bisogna inoltre aggiungere che il suo re Agamennone ha ceduto sessanta navi agli arcadi “ché quelli non sanno di cose marine” (2., 614).
Pag. 43

D’altra parte certe imprese militari non potevano essere portate a termine senza la collaborazione di tutte le forze achee.
Fu il caso della conquista di Creta, per la quale non disponiamo di alcun documento scritto; e fu anche il caso della guerra di Troia, per la cui testimonianza di Omero è chiara: tutti i capi achei ammettevano l’egemonia di Agamennone, re di Micene, la cui autorità di impose in ogni modo, benché fosse schernita dalla violenza di altri eroi come Achille.
Allo stesso modo il muro, che fu costruito alla fine dell’epoca micenea per sbarrare l’istmo di Corinto a eventuali provenienti da nord, dovette essere opera di tutti i peloponnesiaci uniti.
Una conciliazione fra queste due tesi è impossibile, ma è evidente che non si può parlare di un impero nel senso stretto del termine.
I differenti reami achei sono, in larga misura, indipendenti gli uni dagli altri; tuttavia, uniti da comuni interessi, spinti dalla stessa sete id potenza che la loro coalizione fa supporre, essi ammettono bene o male in caso di bisogno l’autorità di un solo re, il re di Micene, che ha il ruolo di primus inter pares.
Il frazionamento politico della Grecia del primo millennio è dunque già in germe nella Grecia achea, allo stesso modo delle confederazioni di più Stati di fronte a un nemico comune.
Pag. 44

A quanto sembra, fin dal 1700 essi erano giunti dal continente e avevano operato un metodico saccheggio, a cui corrisponderebbe la rovina dei primi palazzi (cfr. p. 31).
Più tardi ci fu una vera conquista con l’installazione a Cnosso di un principe acheo.
E’ ormai possibile datarla al 1400, da una parte perché la distruzione dei secondi palazzi alla fine del secolo 15. è, a quanto sembra, dovuta a un cataclisma (cfr. pp. 58-59).
La conquista deve dunque risalire almeno al secolo 15.
Le conseguenze di questa sconfitta furono considerevoli.
Anzitutto la fine dell’autonomia del mondo minoico, che aveva creato una civiltà originale e sviluppato un vasto impero marittimo, riuscendo, con mezzi assai deboli in confronto a quelli delle grandi monarchie d’Oriente, ad imporsi come una delle nazioni più potenti del Mediterraneo orientale.
Poi la creazione di uno Stato acheo a Creta, conosciuto grazie agli archivi di palazzo del wanax greco di Cnosso; esso era, a quanto sembra, totalmente indipendente dai reami del continente.
Questo avvenimento causò inoltre l’arricchimento dei re peloponnesiaci, che avevano preparato e condotto a buon fine la spedizione probabilmente sotto la guida del re di Micene, e l’opulenza di Micene si può in parte spiegare con il considerevole bottino da Creta.
Tuttavia la rovina del mondo minoico non doveva spegnerne anche l’influenza sugli achei: nell’invenzione della scrittura lineare B possiamo vedere un chiaro esempio del ruolo civilizzatore di Creta.
Pag. 52-53

Nell’antichità non si era d’accordo sulla data della presa di Troia, ma la più generalmente accettata è quella proposta da Eratostene: 1183.
Essa però urta contro alcune difficoltà, soprattutto perché in quel momento il mondo acheo era già troppo vacillante sotto l’urto delle prime invasioni doriche e non avrebbe assolutamente potuto unirsi per un’impresa così lontana e pericolosa.
J. Bérard, con una ricostruzione audace, ma forse un po’ sistematica, ha suggerito di far retrocedere di due secoli la caduta di Troia, fino al 1380.
Sembra più ragionevole porre questo conflitto nel secolo 13., forse verso il 1230-1225 (data che i ricercatori americani propongono per la distruzione di Troia 7a); altri propendono per il 1280, la data proposta da Erodoto.
La presa di Troia sarebbe il canto del cigno della potenza achea, l’ultima spedizione in cui questi audaci e valorosi predatori avrebbero unito le proprie forze e arricchirsi nel Mediterraneo orientale.
SI tratta senza dubbio di un’impresa tra le molte altre, ma l’epopea l’ha magnificata fino a farla divenire il simbolo del mondo di violenza e di coraggio dei principi achei.
Di coloro invece che partirono verso Creta, verso Rodi, verso Cipro non si sa nulla se non attraverso le scoperte archeologiche; ma la collera d’Achille, il coraggio di Patroclo, la bellezza di Elena, la saggezza di Nestore, non hanno cessato lungo tutta l’antichità e fino ai tempi moderni di colpire l’immaginazione grazie alla magia delle epopee omeriche.
Pag. 56-57

In parecchie località achee, e soprattutto a Pilo e a Cnosso, dove erano state scoperte rilevanti negli archivi di palazzo (in minor misura a Micene), si sapeva della presenza di tavolette d’argilla.
Esse erano coperte di segni chiaramente derivati dalla lineare A cretese, che si designano con il nome convenzionale di lineare B (essendo comune alle due scritture più della metà dei segni).
Furono fatti molti tentativi per decifrarle, ma si urtò contro la duplice difficoltà di una lingua e di una grafia sconosciute.
La gloria dell’interpretazione della maggior parte dei segni micenei toccò  nel 1953 a due eruditi inglesi, M. Ventris e J. Chadwick.
Essi si servirono dei sistemi crittografici in uso presso gli stati maggiori e partirono da un’ipotesi di lavoro che si rivelò feconda, e cioè che le tavolette micenee servissero a scrivere una lingua greca.
La loro scoperta è una delle più belle che siano state fatte nel campo degli studi sul mondo miceneo da quando si riportarono alla luce i palazzi dell’Argolide.
Pag. 57

Il primo insegnamento delle tavolette, e non il minore, è quello di far risalire fino alla fine del secolo 15. la nostra conoscenza del greco, o piuttosto di un dialetto greco, l’acheo.
Fino alla decifrazione i primi testi greci erano costituiti dalle epopee omeriche, che potevano datare solo ai secoli 9.-8.
Ma gli storici hanno tratto lo stesso vantaggio dei filologi dalla lettura dei documenti achei.
Pag. 59

Non sappiamo quando avvenne la scomparsa della scrittura micenea.
Tuttavia non esiste traccia di tavolette eseguite in un’epoca più tarda (submicenea e protogeometrica).
La scrittura, strumento di amministrazione e non di civiltà, dovette sparire, con i palazzi abitati dagli scribi, sotto i colpi dei dori.
Passeranno ancora molti secoli prima che i greci imparino di nuovo a scrivere e inventino una nuova scrittura, su imitazione delle grafie fenicie e molto più perfezionata, che annoterà non solo le sillabe, ma anche le consonanti e le vocali, realizzando così un considerevole progresso nell’analisi dei suoni.
Si può dunque comprendere quanto la decifrazione delle tavolette ci abbia portato di nuovo sulla civiltà achea, permettendo di stabilire un confronto col materiale fornitoci dalle rovine dei palazzi e con ciò che lasciava supporre Omero.
Il quadro che ora tracceremo è molto più preciso di quanto sarebbe potuto essere dieci anni fa.
Pag. 60-61

Cap. 62. La vita nei reami achei

Alla base della potenza micenea vi è un’economia fiorente, che soddisfa i bisogni locali di rifornimento di cibi e di oggetti di prima necessità, e nello stesso tempo permette un fruttuoso con le contrade più distanti.
Pag. 62.

L’alto livello d’evoluzione della società micenea è rilevabile per esempio nella specializzazione degli artigiani citati sulle tavolette.
Tutte le industrie visi trovano rappresentate: tessitura, ceramica, metallurgia, fabbricazione delle armi, lavorazione dei metalli preziosi, dell’avorio, del corno…
La più importante sembra essere la ceramica, che fornisce enormi contingenti all’esportazione e produce non solo oggetti utili, come le vasche da bagno, ma anche i bei vasi micenei ritrovati su quasi tutte le coste del Mediterraneo, che, a causa delle trasformazioni della moda, hanno permesso di stabilire una rigorosa cronologia del periodo.
D’altronde questa produzione di ceramica è, in tutte le località, straordinariamente unitaria: le stesse forme per esempio il vaso a staffa), gli stessi motivi decorativi (il polipo ereditato dall’arte cretese), s’incontrano dappertutto.
Il metallo ha un ruolo di primo piano: l’epoca micenea corrisponde all’età del bronzo recente e il solo metallo conosciuto e largamente utilizzato è il bronzo, di cui sono fatte tutte le armi, strumenti indispensabili nella civiltà guerriera degli achei.
Da questo punto di vista la Grecia è nettamente in ritardo sull’Anatolia, dove gli ittiti praticano da secoli la metallurgia del ferro, custodendone gelosamente il monopolio.
Il grande numero di oggetti micenei che gli scavi hanno messo in luce sulle rive del Mediterraneo rileva un aspetto importantissimo: l’espansione commerciale in un mondo in pieno rigoglio.
Certo le basi micenee nel Mediterraneo orientale dovettero facilitare lo sviluppo del commercio, ma i businessmen achei penetrarono in regioni che, politicamente, restavano del tutto al di fuori dell’orbita greca.
Spesso le strade che seguirono sono quelle che avevano usate i marinai cretesi.
I rapporti tra l’Egitto e gli “abitanti delle isole” (questo è il nome usato dagli egiziani per designare gli achei) sono confermati da molte scoperte: nei secoli 14. e 13. vi sono oggetti egiziani in tutta la Grecia, per esempio un cartiglio di Amenofi 3. a Micene; i vasi micenei sono numerosi in Egitto, in particolare a Tell el-Amarna, l’effimera capitale del sovrano eretico Amenofi 4.
Pag. 64

Gli achei non si sono dunque accontentati di occupare le grandi isole (Creta, Rodi, Cipro), ma hanno installato delle rappresentanze commerciali, simili ai futuri emporia arcaici, su tutte le coste del Mediterraneo orientale, dalla Troade fino all’Egitto e perfino in Cirenaica dove si sono appena scoperte le tracce dei loro traffici.
Vi è uan sola lacuna, in questa espansione d’altronde parziale, in Anatolia.
Le loro mire erano per altro ancora più vaste.
Passano il Bosforo.
In Occidente le loro navi approdarono spesso: tombe nei dintorni di Siracusa e di Taranto hanno fornito vasi micenei; Panarea, una delle isole Lipari, - uno scalo sulla via dello stagno delle Cassiteridi e dell’isola d’Elba, ricordata in una tavoletta di Pilo, - ha rivelato numerosi cossi micenei, alcuni dei quali presentano dei segni derivati dalla lineare B; vi è della ceramica micenea a Ischia e in Etruria.
Si è persino pensato che gli achei avessero raggiunto la lontana Iberia: Strabone ha conservato il ricordo degli eroi achei, contemporanei di Agamennone, che vi si sarebbero stabiliti; tuttavia l’assenza totale d’oggetti micenei in Spagna rende incerta questa ipotesi.
Pag. 65

Le tavolette in lineare B hanno fornito dati molto importanti, permettendo di chiarire le incerte testimonianze di Omero.
La società achea è fortemente gerarchizzata.
Pag. 66

Tuttavia ci si farebbe un’idea troppo parziale dei principi achei immaginandoli occupati solo in cacce, razzie e spedizioni in terre lontane.
La loro inimitabile vita si svolge fra i tesori di un’arte nettamente ispirata a quella di Creta e tra feste sontuose, durante le quali gli aedi cantano i loro versi epici.
Essa è inoltre sostenuta da un insieme di credenze religiose e protetta dagli dèi e dagli eroi.
L’estrema raffinatezza della vita spirituale nei castelli fortificati d’Argolide è in significativo contrasto con la brutalità militare degli usi che vi regnavano.
Parlare di letteratura achea può essere gratuito, poiché nessun testo ci è pervenuto, e sicuramente la scrittura fu solo un mezzo per l’amministrazione, senza mai servire allo sviluppo di una letteratura scritta.
Nondimeno, l’analisi delle opere di Omero porta a concludere che fin dal periodo acheo esistesse un’epopea che, tramandata per via orale ben addentro alle età più oscure della storia greca, fu il primo nocciolo attorno al quale i poeti ionici svilupparono le monumentali composizioni dell’Iliade e dell’Odissea.
Così si spiegherebbero le numerose forme arcadiche ed eoliche in esse contenute e non sostituibili con forme ioniche, residui, dunque, delle forme primitive dell’epopea del secondo millennio.
In questo modo si potrebbero anche spiegare gli accenni ad oggetti specificamente micenei, come l’elmo con denti di cinghiale descritto nel 10. libro  dell’Iliade.
Questo tipo di elmo era infatti molto diffuso nei secoli 16. e 15., ma sparì totalmente in seguito.
La poesia, dunque, era unicamente orale e faceva un grande uso di formule precostituite (in particolare dei famosi “epiteti omerici”), che facilitavano il compito del poeta sia nella composizione che nella recitazione.
I soggetti preferiti erano il primo luogo le imprese guerresche, ma anche le pericolose avvenute sul “mare vinoso”.
L’arte contemporanea manifesta lo stesso gusto: tre rhytà d’argento di Micene rappresentano l’uno l’assedio di una città, l’altro una scena di battaglia, il terzo dei naufraghi che si salvano a nuoto: sono già in anticipo i temi dell’Iliade e dell’Odissea.
Pag. 69-70

Se si aggiungono le grandi realizzazioni dell’architettura palaziale e di quella funeraria studiate nel precedente capitolo, non si può non essere colpiti dalla varietà di quest’arte che ha creato tanto le robuste mura d’Argolide, quanto il sobrio rilievo della Porta dei Leoni e quegli splendidi capolavori d’arte decorativa che sono spesso i vasi, le spade e i sigilli micenei.
Il nido d’aquila di Micene, ancor tutto pieno dell’orrore dei crimini che vi furono perpetrati, ci riempie d’angoscia, mentre siamo affascinati da un uccello rappresentato sul fianco di una tazza.
Questa varietà si spiega in parte  con il carattere ibrido di un’arte che per le tecniche e per la maggior parte dei temi iconografici si è ispirata a Creta, senza tuttavia ripudiare certe tradizioni nordiche e soprattutto quell’atteggiamento spirituale che portava ordine e chiarezza all’eredità minoica.
Questi insegnamenti non andranno mai perduti, malgrado il lungo disastro delle invasioni doriche, in cui si inabisseranno tutte le produzioni di una delle correnti artistiche più vitali che la Grecia abbia mai conosciuto.
Lo studio della religione, che deve essere condotto con estrema prudenza, porta a conclusioni analoghe.
In realtà le informazioni che possiamo ottenere dalle tavolette sono rare; la testimonianza di Omero è particolarmente pericolosa in questo campo, a causa di tutte le aggiunte ulteriori; i monumenti figurati infine, assai poco numero di, sono sempre suscettibili d’interpretazioni divergenti.
Per di più, troppo a lungo si sono confuse religione cretese e religione micenea, e solo recentemente gli ottimi lavori di M. P. Nilsson e di Ch. Picard hanno permesso di distinguerle.
Il carattere fondamentale di questa religione consiste nell’aver realizzato una sintesi di elementi nordici e di elementi mediterranei.
Gli indoeuropei introdussero in Grecia la loro religione, che si rivolgeva a dèi uranici e pastorali, ma entrarono in contatto con le popolazioni anatoliche di Creta, che veneravano divinità ctonie e agricole.
Da una parte, un pantheon essenzialmente maschile, dall’altra, un pantheon in cui le dee prevalgono nettamente sugli dèi e in cui la somma divinità matronale, una Terra-Madre analoga a quelle d’Oriente, dispensa la vita in ogni sua forma: fertilità, fecondità, eternità.
Da uno stretto sincretismo tra due tipi di religiosità, tra il “Padre nostro che sei nei cieli” e “La nostra signora mediterranea”, come è stato elegantemente detto per un campo affine, è nata la religione micenea.
Su queste due basi principali si innestarono altre influenze, in particolare quella egiziana, non trascurabile per ciò che riguarda le usanze funebri, e quella orientale semitica.
Non è da escludere che gli antenati degli achei abbiano, come i romani primitivi, adorato quelle forze diffuse e mai personalizzate che si è preso l’abitudine di designare con il nome polinesiano di mana, piuttosto che  delle divinità divinizzate.
Di questo primo stadio resterebbero tracce nelle tavolette micenee e perfino nell’opera di Esiodo, in cui appaiono certi culti misteriosi che si rivolgevano a dèi o gruppi di dèi senza individualità definita, spesso senza nome e senza mito.
Ma sarebbe pericoloso insistere su questa caratteristica, d’altronde presto scomparsa.
Il mondo divino dell’epoca achea è organizzato attorno a esseri divini dotati di un nome, di una personalità e  di miti complessi; assomiglia a quello umano, in cui il ruolo dei capi è predominante.
Pag. 73-74

E’ dunque impossibile studiare il pantheon acheo senza ricercare tanto le sue componenti nordiche che quelle mediterranee.
Fin da quest’epoca, la religione greca si è già molto differenziata dalle altre religioni indoeuropee: quali quelle dell’India, di Roma o dei germani, che, benché conosciute in un periodo più tardo, hanno conservato meglio il patrimonio primitivo datante dalla comunità indoeuropea, ed in particolare l’organizzazione tripartita e trifunzionale della gerarchia divina.
Di essa in Grecia sopravvivono solo dei resti, come per esempio nel mito del giudizio di Paride.
La ragione di questa originalità è evidente: si tratta di apporti fondamentali mediati da un ambiente religioso profondamente differente: l’ambiente greco.
Tuttavia, pantheon acheo e pantheon cretese restano distinti: in Grecia gli dèi hanno un’importanza reale, che controbilancia all’incirca quella delle dee, mentre a Creta le dee prevalgono nettamente sugli dèi; inoltre le divinità sembrano già organizzate in una società gerarchizzata e feudale, concepita a imitazione della società umana, in cui Zeus ha fra gli dèi un ruolo che ricorda quello di Agamennone tra gli uomini dell’Iliade.
Pag. 76-77

Il campo della religione è quello in cui meglio si rivela la ricchezza della Grecia achea, che si lascia penetrare da influenze mediterranee, senza peraltro rinunciare alle tradizioni indoeuropee.
Per gli dèi come per gli eroi, i lineamenti fondamentali della religione della Grecia futura sono già stabiliti.
Saranno certo profondamente modificati dall’arrivo dei dori e dalla nuova influenza dell’Oriente, ma Zeus, Ermes, Era o Atena hanno una loro personalità, fissata nei caratteri essenziali, ed Agamennone, Ulisse o Elena non cesseranno di fecondare l’immaginazione ellenica.
Questo è lo splendido mondo che crollerà nello spazio di un secolo sotto i colpi dei dori.
Pag. 79

Cap. 4. Le invasioni doriche

Verso la fine del secondo millennio, uan nuova ondata di invasori greci giunge a sommergere l’Ellade achea.
Abbiamo preso l’abitudine di designarli col bome, in parte convenzionale, di Dori.
Pag. 80

Si è giunti fino al punto di dubitare che esistesse uan realtà dietro a questo mito e che il ritorno degli eraclidi simboleggiasse la conquista del Peloponneso da parte dei nuovi invasori.
Così persino il grande Beloch negava la storicità delle invasioni doriche.
Attualmente però non vi è più motivo per tali dubbi critici.
Da una parte, la linguistica prova che un nuovo stato linguistico, quello dei dialetti dorici, venne a sovrapporsi ai dialetti achei.
D’altra parte l’archeologia dimostra che, nello spazio di un secolo (tra il 1200 e il 1100), tutte le basi achee nel Peloponneso furono distrutte violentemente, fatto che non può essere spiegato solo con l’arrivo di nuove bande, numerose e agguerrite.
D’altronde, a mano a mano che si delinea meglio la storia del Mediterraneo orientale, constatiamo che le invasioni doriche si collocano in un ampio contesto.
L’Asia minore è allora teatro di violenti sconvolgimenti, conseguenti all’arrivo di popoli venuti dalla regione del Danubio o dall’Illiria: frigi, teucri, dardani, filistei.
L’Impero ittita è prima minacciato, poi soccombe.
L’Egitto stesso viene attaccato dai “popoli del mare”, coalizione eteroclita d’invasori nordici e di popolazioni asiatiche che fuggivano davanti ad essi; e con gran fatica Mineptah e poi Ramses 3. li respingono, non senza che la potenza faraonica venga seriamente compromessa.
Questa “migrazione egea” (Schachermeyr) è dunque molto lontana dall’interessare solo la Grecia, poiché l’insicurezza regna su tutte le rive del Mediterraneo orientale; essa spazza via non solo i reami achei, ma anche l’Impero ittita.
Questo vasto movimento ricorda, con evidenti differenze, ciò che era accaduto circa un millennio prima.
Verso il 2000 alcune popolazioni indoeuropee erano scese dalle regioni carpato-danubiane e, dividendosi in due rami, avevano occupato la Grecia (primi greci) e l’Asia Minore (fondatori di Troia 6., ittiti); nei secoli 13. e 12. Altre bande, provenienti dalle stesse regioni, seminano terrore e rovina nell’Ellade e nell’Anatolia, prima di stabilirvisi e di elaborare una nuova civiltà.
Pag. 82-83

Non bisogna lasciarsi fuorviare da Tucidide che pone il ritorno degli eraclidi ottant’anni dopo la guerra di Troia, cioè nel 1150, supponendo che la presa sia avvenuta nel 1230.
Non è infatti possibile localizzare nel tempo e con tale precisione un movimento che si è svolto lentamente e durante molti secoli.
Come le precedenti invasioni, anche quella dei dori si presenta quale una successione di pulsazioni.
Possiamo immaginarceli mentre procedono, alla maniera dei valacchi del Medioevo spingendo le greggi davanti a sé e fermandosi tutt’al più una stagione per seminare e mietere.
Sembra essenziale sottolineare le diverse tappe delle loro migrazioni: la tradizione letteraria e l’archeologia forniscono un certo numero di punti di riferimento non trascurabili.
Nella Grecia settentrionale e centrale le invasioni doriche (nel senso più ampio del termine) cominciano prima della guerra di Troia.
Abbiamo ricordato il testo di Tucidide (1., 2.) che rende noto come alcuni beoti si fossero già stabiliti in Beozia e partecipassero alla spedizione.
Queste invasioni continueranno regolarmente nel decenni seguenti.
Quando i beoti furono cacciati da Arne e andarono ad accrescere la popolazione della Beozia, sessant’anni dopo la presa di Troia secondo lo stesso Tucidide (cioè forse verso il 1170), tagliarono in due gli abitanti della Locride: fatto che prova come questi ultimi vi si fossero già stabiliti.
Nel Peloponneso e in Attica gli assalti avvennero un poco più tardi.
Alla fine del secolo 13. troviamo i segni inequivocabili di una minaccia latente: non può essere che quella dei dori, i quali dal quel momento devastano ed occupano la Grecia continentale.
Nel Peloponneso le fortificazioni vengono riparate o migliorate: a Tirinto viene costruita la cinta di mura bassa, per permettere ai contadini di rifugiarvisi con le greggi in caso di pericolo; a Micene viene riattata la fortificazione d’ingresso, viene aggiunto un bastione a est, si allestisce un vasto granaio e si predispone un accesso diretto ad una derivazione della fonte Perseia.
Sembra persino che vi sia stata uan cooperazione tra i diversi reami achei del Peloponneso, poiché è attribuibile a quest’epoca il muro ciclopico che sbarrava l’istmo, le cui vestigia sono state recentemente scoperte.
Lo stesso avvenne ad Atene, dove si allargò la fortificazione e si dispose un accesso diretto all’acqua.
I primi attacchi contro le città achee del Peloponneso sarebbero da collocarsi alla fine del secolo.
E infatti verso il 1200 che Pilo viene distrutta e forse resta una traccia, nelle tavolette del palazzo, delle misure di difesa prese nei mesi precedenti l’attacco.
Ma nulla servì, tanto più che il palazzo non era più fortificato, e Pilo sparì dunque violentemente dalla storia.
Le cittadelle dell’Argolide non furono al riparo dagli attacchi delle prime bande doriche, ma le mura permisero loro di resistere più a lungo: a Micene però furono distrutte le case che si trovavano al di fuori della cinta, circa nello stesso momento in cui cadeva Pilo.
Gli assalti dei dori divennero poi sempre più brutali e le loro bande sempre più numerose.
Durante il secolo 12. tutte le cittadelle caddero ad una ad una.
Probabilmente Micene resistette più  a lungo delle altre e fu distrutta solo verso il 1150 o persino verso il 1100.
L’invasione risparmiò poche zone del Peloponneso, dove solo l’Arcadia restò in mano agli antichi abitanti, ma lasciò indenne l’Attica, senza d’altra parte che si possa sapere se Atene non fu affatto attaccata o se resistette vittoriosamente.
Nuovi invasori dovettero aggiungersi, per un lungo periodo, ai primi dori e solo nel secolo 11., o forse perfino nel 10., si arrestò questa mareggiata che aveva sommerso tutto il Peloponneso.
La conseguenza più evidente delle invasioni fu la distruzione quasi totale della civiltà micenea.
Nello spazio di un secolo, le orgogliose  creazioni degli architetti achei, palazzi e cittadelle, non sono più che rovine.
E spariscono contemporaneamente la sovranità burocratica, la scrittura, che era solo uan tecnica amministrativa, e tutte le espressioni artistiche create dal mecenatismo dei principi.
Gran parte della Grecia, messa a ferro e fuoco, ricade in piena barbarie.
Non esiste un disastro più completo e più sinistro in tutta la storia dell’Ellade.
Certamente alcuni elementi di civiltà sopravvissero: l’arte arcaica si ricorderà della colonna micenea, perfino del megaron, e soprattutto la religione del primo millennio sarà influenzata dall’atmosfera dei culti minoico-micenei.
Tuttavia è difficile dimenticare la terribile distruzione di questo splendido mondo.
Pag. 85-86

L’apporto dei dori non deve essere sopravvalutato.
Ciò che colpisce di più sono le rovine che disseminarono ovunque al loro passaggio e la totale distruzione del mondo acheo che è loro opera.
Nondimeno, in seguito alle invasioni doriche, la Grecia e l’Asia greca ricevono il loro assetto etnico definitivo.
Vediamo affermarsi a cavallo dei due millenni l’antitesi fondamentale che dominerà la storia della Grecia: quella dei dori e degli ioni.
Non bisogna certo considerare queste due componenti del popolo greco come due entità razziali totalmente separate, ma vi è indubbiamente una civiltà dorica austera e rigida e uan civiltà ionica amabile e gentile che si oppongono, dicevano gli antichi, come l’uomo e la donna.
La forza della civiltà greca consisterà in questa duplice ricchezza: l’austerità dorica ed il sorriso ionico.
Pag. 91-92

Libro secondo. Le creazioni della Grecia arcaica

Cap. 1. Transizioni e rinnovamenti: l’età geometrica, 1100-750

E’ con grande fatica, “dopo molto tempo, che la Grecia ritrovò, nella calma, la stabilità e la fine delle migrazioni”. (Tucidide, 1., 12).
Per secoli infatti la maggior parte della Grecia, messa a ferro e fuoco dagli invasori dorici, fu rovina e confusione.
E’ ciò che si definisce, usando diversi paragoni, le “età oscure” (dark ages) o Medioevo ellenico.
Pag. 95

Così si delineavano tre grandi fasce grosso modo parallele che dalla Grecia vera e propria fino all’Anatolia passando attraverso il mondo insulare, corrispondevano ai tre gruppi etnici degli eoli, degli ioni e del dori.
Gran parte della storia della futura Grecia si spiega con questo movimento di popolazioni, che fece del mar Egeo un mare greco.
In particolare constateremo  che la rinascita molto evidente della Grecia, iniziata a partire dal secolo 9., è dovuta soprattutto all’influsso dell’Oriente, facilitato dalla colonie greche in Asia Minore.
Pag. 98

Fin dal secolo 18. la “questione omerica” divide il mondo degli studiosi.
Le sue epopee sono veramente opera di uno stesso poeta?
Ciascuna possedeva un’unità interna o era piuttosto composta da frammenti e brani di ispirazione e di età differenti?
Oggi ci si orienta verso una soluzione moderata di questi due problemi.
Non si può più sostenere che le due epopee sono state composte da un uomo solo.
Esse differiscono nel vocabolario, nello stile, nella realtà che illustrano: per prendere un esempio fra i tanti, il poeta dell’Iliade per lo più ignora il ferro, mentre quello dell’Odissea lo menziona più volte.
Tutte queste disparità non possono spiegarsi solamente con la differenza di soggetti e d’ispirazione: poesia storica da una parte, folklore e mondo fantastico dall’altra.
Esse implicano, secondo l’opinione generale, uan differenza di data: l’Iliade sarebbe anteriore all’Odissea.
Ma, se si vuole sostituire una cronologia assoluta a questa cronologia relativa, si urta contro la difficoltà tali che non permettono di stabilire alcun accordo tra gli specialisti.
Noi saremmo propensi ad ammettere uno scarto di una cinquantina d’anni tra i due testi, situando così la composizione dell’Iliade alla fine del secolo 9. e quella dell’Odissea verso la metà dell’8.
Cosa si deve allora pensare di ciascun poema preso isolatamente?
La loro unità interna è evidente.
L’Iliade appare coem un’ammirevole macchina, montata attorno alla collera di Achille: il dolore causatogli da Agamennone, che gli aveva sottratto la prigioniera Briseide, spinge Achille spinge Achille a ritirarsi nella sua tenda; da questo momenti gli achei passano da una disfatta all’altra, ma il suo ritorno in battaglia, dopo la morte dell’amico Patroclo,  rovescia la sorte della guerra.
L’Odissea è certamente più complessa, ma vi si possono individuare facilmente tre grandi centri di interesse abilmente collegati l’uno all’altro: il viaggio di Telemaco, le peregrinazioni di Ulisse, il massacro dei pretendenti.
In questi due poemi balza agli occhi il talento di un poeta di genio: dominando alla perfezione la ricca materia epica ereditata dal passato, egli la compone in un insieme che, malgrado molte contraddizioni inevitabili in una poesia orale, soddisfa pienamente lo spirito.
Se la parola composizione ha senso per un testo così fluido, essa indica lo sforzo impiegato per raccontare uan storia che ebbe un inizio, delle peripezie, ed una fine.
Pag. 100

La lingua delle epopee “omeriche” è un accordo unico di forme dialettali prese essenzialmente dallo ionico, ma anche dall’eolico e dall’arcadico.
E’ sicuro che furono “composte” nel mondo ionico, dove molti immigrati, scacciati dalla loro patria dalle invasioni doriche, amavano sentir cantare le imprese del glorioso passato degli achei.
Sembra persino possibile fare ulteriori precisazioni: l’Iliade sarebbe opera di un poeta della costa anatolica, l’Odissea di un poeta insulare; perciò l’Odissea, benché posteriore all’Iliade, può non fare alcuna allusione a quest’ultima e sembra ignorarla totalmente.
Ma le forme straniere e non attribuibili allo ionico conservano il ricordo delle epopee primitive (l’eolico e l’arcadico provenivano direttamente dai dialetti parlati, nella Grecia settentrionale l’uno, in quella meridionale l’altro, durante il secondo millennio).
La lunga storia delle epopee omeriche continua al di là di “Omero”.
Esse furono trasmesse fino al secolo 6., epoca in cui, particolarmente ad Atene sotto i Pisistratidi, saranno infine fissate dalla scrittura.
Numerose interpolazioni hanno evidentemente allungato il testo omerico, che spesso non era altro se non un amalgama di brani interiori: il compito dello storico che voglia distinguere le successive stratificazioni non è per nulla facile.
Pag. 101

La vita religiosa si è profondamente rinnovata dal periodo miceneo.
In primo luogo perché i dori hanno rafforzato l’importanza degli dèi in confronto alle dee.
In secondo luogo perché il nascente razionalismo cerca di metter ordine in un pantheon confuso, non solo riunendo le divinità fra loro, ma diminuendo il numero degli dèi.
I più importanti inglobano nella loro invadente personalità quelli secondari o gli eroi, che divengono così dei semplici appellativi divini: come nel caso di Zeus Agamennone o Anfiarao, di Artemide Ifigenia o di Posidone Eretteo.
Infine e soprattutto perché delle nuove divinità, originarie dell’Oriente, si sono introdotte nel mondo greco; e ciò avviene tanto più facilmente in quanto l’occupazione greca della costa dell’Anatolia e delle isole del Mediterraneo orientale, in special modo di Cipro, gettava un ponte tra l’Asia e la Grecia europea.
Pag. 103

La scrittura sillabica achea era sparita nelle rovine dell’invasione dorica.
Qualche secolo dopo, una nuova scrittura comparativa nel mondo greco.
Si trattava di un alfabeto di ventiquattro segni, derivato dalla scrittura fenicia.
Tale derivazione non può essere messa in dubbio sia per la forma delle lettere che per l’ordine nel quale si presentano, identico nei due sistemi.
I greci stessi ne erano coscienti: Erodoto (5., 38) afferma che “i fenici vissuti con Cadmo introdussero presso i greci molte conoscenze, fra le altre quella delle lettere dell’alfabeto che i greci, per quanto mi consta, non possedevano prima; essi le fecero conoscere sotto il nome di phoinikeia (segni fenici)”.
L’assunzione rese però necessari ingegnosi adattamenti, dato che l’alfabeto fenicio tiene conto solo delle consonanti.
Ora, se è possibile scrivere senza vocali una lingua semitica perché le consonanti hanno un ruolo predominante nelle radici, ciò è impensabile per una lingua indoeuropea come il greco, in cui la grande libertà di costruzione fa sì che la rase sia comprensibile solo le desinenze vocaliche sono chiare.
I greci hanno perciò sfruttato la ricchezza di consonanti del fenicio (in particolare gutturali e sibilanti), inesistenti in greco e si sono serviti di segni inutili così recuperati per indicare le aspirate, che invece il fenicio non possedeva, e soprattutto le vocali.
Questo sistema rappresentava un considerevole progresso – per la prima volta i suoni erano totalmente distinti in vocali e consonanti – progresso che ebbe vaste conseguenze, poiché l’alfabeto latino e quasi tutti gli alfabeti moderni europei derivano dal quello greco.
Con questo esempio concreto possiamo cogliere nel vivo il meccanismo delle creazioni dei greci, che hanno saputo mediare dai fenici, loro grandi rivali nel commercio di allora, questo mezzo incomparabile che è la scrittura valorizzandola e sviluppandola compiutamente.
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Dal punto di vista dell’arte, della letteratura, della religione e della scrittura il mondo greco dell’epoca geometrica conosce dunque un’incontestabile unità, malgrado la sua grande varietà sotto il profilo geografico.
Politicamente parlando invece si deve constatare un vero sbriciolamento.
I reami relativamente estesi del periodo miceneo sono spariti con la distruzione dorica.
Compare un tipo di raggruppamento umano molto più piccolo, la città (polis) che resterà tipica della civiltà greca fino alle conquiste dei re macedoni.
Come è naturale per epoche così antiche e inquiete, le origini stesse di questa forma politica sono avvolte nel più grande mistero.
SI parlò di un determinismo geografico: la Grecia, che possiede poche pianure estese, si divide in tanti piccoli cantoni relativamente isolati gli uni dagli altri.
D’altra parte si è anche sostenuto che, superando la fase dei reami achei, “l’individualismo delle piccole città greche trova le sue radici fin nei tempi neolitici” (Wace-Blegen, Klio, 1939).
Solo i fattori dell’inizio del nuovo millennio però ci possono dare uan spiegazione esauriente di questo processo.
I gruppi di invasori dorici erano indipendenti gli uni dagli altri e, ovunque si stabilirono, formarono delle comunità; lo stesso fecero gli immigrati greci che popolarono la costa asiatica.
In un primo tempo l’elemento militare dovette avere un ruolo preponderante: il termine stesso di polis designava una cittadella prima di prendere il significato ulteriore di città-stato; inoltre, soprattutto presso i dori, le prime personalità importanti furono i capi delle bande armate.
A poco a poco però vennero imponendosi altri fattori: le prime basi furono evidentemente dei villaggi; successivamente, in molti casi particolarmente fortunati, come quelle di Sparta, più villaggi vicini formarono una città, secondo un fenomeno che i greci chiamavano sinecismo (abitazione comune), e la città generò la polis, cioè un’organizzazione politica comune.
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Tutte queste ragioni concomitanti dovettero favorire il formarsi di nuclei più ampi di quelli della  famiglia e del villaggio, che, secondo la famosa teoria enunciata da Aristotele nella Politica, portarono alla nascita delle città.
Non si insisterà mai abbastanza sull’importanza storica di questo fenomeno: i raggruppamenti così costituiti rimarranno immutati, nell’insieme, finché la Grecia non perderà la sua indipendenza.
 Essi riuniscono un numero limitato di cittadini e tutti questi possono dunque prendere parte all’amministrazione della cosa pubblica.
Tuttavia il numero delle città era troppo grande e gli urti dovevano rivelarsi inevitabili: la storia della Grecia arcaica e classica, storia di fratelli-nemici, è tutta in germe fin da questo periodo.
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Quando perciò, intorno al 750, termina il periodo geometrico, si è usciti già da molto tempo dalla “età oscure”.
Sono nate un’arte e una letteratura non del tutto dimentiche del passato miceneo: la religione si è definitivamente formata e razionalizzata; si è infine creato uno strumento incomparabile sia per il commercio che per la vita dello spirito: la scrittura.
Al disordine che segue le invasioni e le migrazioni, succede l’organizzazione costituzionale delle poleis.
Buona parte di questi progressi è stata possibile solo con la ripresa del commercio attraverso il mar Egeo, e da questo punto di vista il ruolo dei fenici sembra essere stato preponderante.
Nell’Odissea, essi appaiono come gli intermediari particolarmente attivi.
A partire dall’850 si trovano a Creta, a Sparta, ad Atene degli oggetti d’arte fenici o siriani e a Corinto degli avori anatolici.
Un ricco tesoro composto di gioielli orientali e scoperto ad Egina dimostra chiaramente l’importanza del traffico fenicio con la Grecia verso l’800 in un centro privilegiato come questa città.
Ma si tratta solo dell’inizio di un movimento che si amplierà nel periodo seguente.
L’intensificazione degli scambi, lo sviluppo d’un commercio veramente ellenico avranno come conseguenza dei contratti più prolungati con l’Oriente, da cui nascerà intorno al 750 un nuovo periodo di sviluppo con l’epoca arcaica propriamente detta.
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Cap. 2. L’evoluzione delle città

Durante le “età oscure” regnò una tale confusione, che i greci avevano perso addirittura il nome con il quale erano designati.
Durante il secolo 7. appare un nuovo vocabolo che si applica a tutti i greci, senza tener conto dei gruppi etnici che si sarebbero potuti distinguere: quello di elleni.
Esso si trova usato per la prima volta in Archiloco, che parla di Panelleni (tutti i greci) e in uan interpolazione dell’Iliade, forse contemporanea; d’altronde fin dalla fine del secolo 7. sono menzionati ad Olimpia già gli ellanodici (giudici dei greci).
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La prima forma di governo che sembra essersi imposta ovunque è la monarchia.
Il re (basileus) governa la città, comanda l’esercito, ha funzioni di giudice nel campo civile (la giustizia criminale resta affidata alla vendetta dei “clan”), oltre i sacrifici pubblici.
L’autorità di cui gode è basata sia sulle sue nobili origini, sempre considerate come divine, sia sulla ricchezza che egli trae dallo sfruttamento dei possedimenti personali e del temenos, ricevuto in dotazione dalla comunità.
Il suo potere però non è affatto assoluto: egli è circondato da un consiglio, composto dai capi delle famiglie nobili, con il quale deve venire a patti.
Se Nell’Iliade il re assomiglia al wanax dell’epoca micenea, la sovranità dell’Odissea appare chiaramente coem un’istituzione nuova: la sovranità delle poleis, temperata dalla presenza di un potente aristocrazia.
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In seguito un’evoluzione progressiva mette fine alla monarchia a vantaggio dell’aristocrazia nella maggior parte delle città.
Sembra che questo movimento sia incominciato nella Ionia fin dall’inizio del secolo 8.
L’oligarchia s’impadronisce del potere.
Nella maggior parte dei casi non ci furono violenze: i re dovettero cedere alla pressione degli aristocratici, a volte dopo un periodo di transizione, durante il quale la monarchia divenne elettiva o fu limitata nella durata.
D’altronde il titolo di re sussiste spesso per designare una magistratura (Argo, Atene, Corinto) o una carica religiosa (Efeso, Mileto).
Oramai la sovranità esiste solo nelle zone periferiche del mondo greco, nelle regioni in cui il sistema della polis non si era sviluppato (Macedonia, Epiro) o nelle città molto conservatrici (Sparta e Tera e le loro colonie, in particolare Taranto e Cirene).
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La potenza di questa aristocrazia era basata prima di tutto sul prestigio di un’origine ritenuta divina, ma anche su una ricchezza considerevole, che resta essenzialmente fondiaria: i nobili sono dei grandi proprietari terrieri e dei grandi allevatori, soprattutto di cavalli.
I titoli con i quali li si designa in alcune città sono molto indicativi di questo stato di cose: gamores (coloro che si dividono la terra) a Siracusa, hippobotes (allevatori di cavalli) in Eubea.
I loro nomi propri derivano molto spesso da hippos (cavallo); sono i soli infatti ad avere delle proprietà abbastanza grandi e delle risorse sufficienti per darsi a questo genere di allevamento (che permette loro di servire come cavalieri e di far correre i loro cavalli ad Olimpia), del quale Aristotele dirà che è intimamente legato al regime aristocratico.
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Nel corso del secolo 7., una crisi, che non è locale ma che scuote la maggior parte delle città del mondo greco, sconvolge l’armonioso equilibrio del regime aristocratico.
Alla base di tutto vi era una rivoluzione economica che causò importanti trasformazioni sociali.
Fino al secolo 7., in Grecia come in tutto l’Oriente, gli scambi erano basati unicamente sul baratto.
Sembra che, presso i greci come presso gli altri popoli indoeuropei (cfr. il latino pecunia, il germanico feo = bestiame, quindi denaro) il bestiame sia stato il primo mezzo di scambio.
Non solo delle necessità economiche, ma anche delle considerazioni religiose avrebbero contribuito alla elaborazione della nozione di scambio, con il passaggio dall’idea di bue da sacrificio all’idee di bue-moneta.
Ma il metallo, in ragione della relativa inalterabilità e del peso minimo rispetto al notevole valore, veniva già utilizzato in Oriente, in particolare in Assiria e nell’Impero ittita, fin dal secondo millennio sotto forma di lingotti stampigliati.
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E’ a Egina, grande centro commerciale soggetto ad Argo e dove l’argento poteva essere facilmente importato da Sifno, che troviamo il primo conio di monete nella Grecia propriamente detta.
Sono le famose tartarughe d’argento, le cui prime emissioni non devono essere anteriori agli ultimi decenni del secolo 7. (altri studiosi ammettono una data più antica: Seltman, 665).
I nomi delle monete furono assunti dall’antico sistema degli spiedi; l’obolo (doppione dell’obelos) e la dracma.
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A poco a poco, durante il secolo 5., questo movimento si diffonderà in tutte le città greche, a tal punto che indipendenza e monetazione saranno intimamente legate nella coscienza ellenica; ma per il momento resta l imitato alle città che si dedicano al commercio, e alle loro colonie.
Alcune città lo respinsero volontariamente, come quelle dell’isola di Creta e Sparta, che restarono fedeli alla loro vecchia e scomoda moneta di ferro.
Ciò si deve al fatto che la monetazione interessa solo il commercio transmediterraneo: è nata in Asia, zona di scambi molto attivi, e si è diffusa fino ad Egina, Corinto, l’Eubea, l’Occidente, in tutte le regioni cioè che avevano un’intensa vita di scambi e relazioni; il cado di Atene, che emette moneta solo all’inizio del secolo 6., nel momento stesso cioè in cui il commercio inizia a svilupparsi, è molto significativo.
Il piccolo commercio al dettaglio era poco interessato alla moneta; ne è prova la rarità del denaro di piccolo taglio.
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La nascita della moneta non è che uno dei fattori dello straordinario sviluppo economico che il mondo greco conosce nell’epoca arcaica.
Conviene riflettere sulle condizioni imposte dalle risorse naturali della Grecia.
Il suolo è povero e sovente non adatto alla coltivazione dei cereali; le foreste, importanti all’inizio, si ridurranno con il dissodamento di nuove terre sfruttate per l’agricoltura e per l’allevamento; i minerali infine sono rari.
Le coltivazioni arbustive, invece, che vi crescono bene, non cessano di svilupparsi fornendo vino e olio in eccedenza; l’abilità artigianale infine, unita a un gusto raffinato, permise ai greci di creare dei capolavori, in particolare nel settore della ceramica e della fabbricazione delle armi e armature.
La colonizzazione da parte dei greci di una parte dell’Occidente e delle coste del Ponto Eleusino – fenomeno capitale che avremo occasione di studiare nella sua evoluzione -  doveva modificare profondamente la vita economica.
Da una parte, era facile procurarsi del grano o del pesce salato in Magna Grecia, in Sicilia o nel Ponto; le foreste della Tracia fornivano in gran quantità il legname da costruzione e per i cantieri navali; e in Occidente i minerali erano abbondanti.
D’altra parte, le nuove città, è soprattutto i popoli barbari con i quali esse avevano stretti rapporti, rappresentavano una clientela interessata all’acquisto del vino e dell’olio (allora considerati come prodotti quasi voluttuari), e dei manufatti.
In questo campo, infatti, il mondo greco tradizionale (Grecia propriamente detta e Anatolia) aveva raggiunto una posizione di chiaro vantaggio.
Tutti gli elementi per un grande commercio all’interno del Mediterraneo erano ormai predisposti e la Grecia, del tutto incapace di vivere con un’economia autarchica che le avrebbe procurato un tenore di vita miserabile, si apriva largamente, in tutte le direzioni.
Il movimento portava in sé una forza d’espansione indefinita: più grano s’importava, meno bisognava produrne, più si coltivava la vite e l’olivo, più si poteva esportare vino ed olio (e così per i vasi ed il loro trasporto).
Il legno d’importazione permetteva di costruire un numero sempre maggiore di navi, strumento necessario per un commercio esclusivamente marittimo; i minerali che affluivano dall’Occidente fornivano materia prima indispensabile sia per le industrie primarie, sia per le industrie d’arte; di qui l’aumento delle esportazioni verso il nuovo mondo.
L’industria e l’agricoltura erano parimenti stimolate ed il commercio diventava la base di una vita economica in continuo sviluppo.
La Grecia e l’Anatolia si arricchivano con l’andirivieni di battelli che partivano per scambiare in paesi lontani i raffinati prodotti dell’agricoltura e dell’industria con viveri e metalli.
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Se ora volgiamo lo sguardo indietro al periodo geometrico, possiamo notare come la Grecia si sia trasformata al punto di divenire irriconoscibile.
Essa non è più un insieme di città essenzialmente dedite all’agricoltura e alla pastorizia.
Assistiamo alla rinascita del grande commercio mediterraneo, come ai tempi degli achei.
Si può così affermare senza esagerazione che con l’economia mercantile nasce il mondo moderno.
Ma uan simile trasformazione non poteva avvenire senza una evoluzione sociale, spesso molto violenta.
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Nessun fenomeno è più chiaro della crisi sociale del secolo 7., ma nessun altro è più difficile da spiegare.
Si è cercato di trovarne la causa nella rivoluzione agricola, che sostituisce un po’ dappertutto le colture arbustive ai cereali: solo i ricchi possono operare questo fruttuoso cambiamento ed aspettare la decina d’anni necessaria perché l’olivo o la vite comincino a rendere.
I poveri invece hanno bisogno di un raccolto annuale e sono dunque costretti a seminare grano e orzo, che generalmente crescono male.
Considerando solo il punto di vista della resa, e indipendentemente da tutti i problemi di superficie e di fertilità – che dovevano comunque giocare a favore dei ricchi – le grandi proprietà erano così molto fruttuose, le piccole pochissimo.
Si è poi chiamata in causa la pesante concorrenza che il grano delle colonie faceva a quello che il suolo poco fertile della Grecia produceva con difficoltà: il piccolo proprietario, condannato alla coltivazione dei cereali, aveva un profitto minimo, poiché il grano del Ponto e dell’Occidente veniva immesso sul mercato a basso prezzo.
Queste ragioni, per nulla trascurabili, non spiegano tuttavia le cause della rovina del piccolo proprietario, che è anteriore al periodo in cui esse possono avere avuto un peso: certo hanno definitivamente consolidato questa rovina, ma non l’hanno provocata.
Esiodo, nelle Opere (394 sg.) accenna già ai debiti del contadino: in un’epoca in cui l’economia monetaria non esisteva, si tratta ben inteso di prestiti in natura.
Ora, è perfettamente chiaro, e lo prova l’esempio stesso di Esiodo, che alla base di questa crisi sociale vi è il nuovo diritto di successione, con la divisione della terra tra i figli.
Ad ogni generazione la terra diminuisce di superficie.
Giunge un momento – possiamo datarlo con sufficiente esattezza all’inizio del secolo 7. – in cui il processo raggiunge un punto critico: le divisioni successive riducono i lotti a tal punto che non possono più bastare per nutrire una famiglia.
I piccoli proprietari ricorrono allora ai prestiti, pratica certo antichissima, ma che si generalizza solo ora come unica soluzione in caso di penuria.
Soluzione deplorevole, che comporta ineluttabilmente la perdita dei possedimenti da parte del debitore, e in seguito la sua riduzione allo stato di operaio agricolo, cioè di schiavo.
L’apparizione della moneta verso la fine del secolo aggrava ulteriormente la situazione rendendo più acuto il problema dei debiti, ma non rappresenta, checché si dica, la radice di un male che è ben anteriore ad essa.
La terra si concentra dunque nelle mani di una oligarchia che diventa sempre più ricca e quindi più potente.
A contrario il demos diventa miserabile proprio nel momenti in cui la nuova parte che assume nella difesa della città lo porta ad una presa di coscienza politica.
Da ciò nasce una crisi terribilmente violenta che si manifesta un poco dappertutto con odi sempre più implacabili e con l’apparizione di un programma estremista: i poveri reclamano l’abolizione dei debiti e la divisione delle terre.
Fino alla piena epoca ellenistica sarà questa, in Grecia, la duplice rivendicazione del povero esasperato dalla miseria.
La nascita di una classe intermedia tra il popolo e gli aristocratici, arricchitasi col commercio e l’industria è, come abbiamo visto, uno dei fenomeni più importanti dell’epoca.
Sicuramente in molte città si stabiliscono strette relazioni tra la nobiltà e la nuova borghesia.
Molti nobili non esitano a ridar lustro alla propria casata, e Teognide s’indigna: “… Una plebea figliola di plebeo la sposa un nobile, tranquillamente, se la dote è grossa; né a un marito plebeo, se ricco, dice no una donna: vuole il denaro non la nobiltà. Ricchezza è ciò che conta. Sposano plebee con nobili e viceversa: mescolano il sangue i soldi” (185 sgg.).
Soprattutto nei grandi centri commerciali della Ionia l’aristocrazia ebbe spesso la saggezza di associarsi la borghesia nel potere.
Ma ciò non avveniva sempre e, del resto, lo sviluppo dell’industria e del commercio avevano prodotto non solo una borghesia opulenta, ma anche una classe media di artigiani e negozianti le cui condizioni di vita e i cui interessi erano assai vicini a quelli dei contadini.
Di fronte a una oligarchia egoista e invadente, essi reclamavano la partecipazione al governo e la pubblicazione delle leggi.
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Amministrazione della giustizia, diritto criminale, diritto civile: dappertutto e simultaneamente si afferma l’autorità dello Stato a detrimento degli interessi dell’aristocrazia o dei pregiudizi tradizionali.
L’opera dei grandi legislatori segna una data nella storia del diritto e assicura il primo trionfo del demos sui nobili.
Resteranno da stabilire i diritti del singolo cittadino nei confronti dello Stato.
Ma, benché questa preoccupazione non fosse del tutto assente nell’opera di Dracone, bisognerà aspettare il secolo 5. per vederla realizzata.
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Le riforme tentate dai legislatori rappresentavano spesso un compromesso tra le preoccupazioni degli aristocratici conservatori e le rivendicazioni del popolo.
Ciò nonostante non riuscirono a metter fine alla crisi sociale, che in certi casi trova una soluzione provvisoria nell’avvento al potere, mediante la violenza, di una sola persona, regime che i greci chiamarono tirannide.
Colui che si impossessa del potere e lo conserva con la forza si distingue dal re, detentore di un’autorità legittima perché ereditaria, e dal legislatore, che si impone con il consenso della maggioranza dei cittadini.
In tutte le città in cui nei secoli 7. e 6. si instaura questo regime politico, il suo capo viene designato con il nuovo nome di “tiranno”.
Le origini di questo nome sono discusse.
Non è greco e ciò appare evidente.
Forse fu mediato dalla lingua lidia, come diceva Euforione; appare infatti per la prima volta in Archiloco, che lo usa a proposito del re di Lidia Gige, anch’egli usurpatore come i tiranni.
Si è d’altronde sottolineata la parentela con l’etrusco turan (signore o signora) e con certi nomi propri d’origine etrusca (il re Turno, la dea Giuturna); e infatti gli etruschi erano degli anatolici.
Benché taluni l’abbiamo recentemente negato (S. Mazzarino), la parola e la realtà che essa sottende provengono indubbiamente dall’Asia Minore.
Notiamo che, per un lungo periodo, essa non ebbe il senso negativo che le attribuiamo noi.
Questo le diventa proprio a partire dal secolo 4., nei testi dei pensatori politici influenzati dalla nuova forma di tirannia, molto più violenta e sfrenata, che appare all’inizio di quel secolo.
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Una cosa è dunque sicura: il regime tirannico appare solo in città molto evolute dal punto di vista politico, economico e sociale.
Già Tucidide (1., 13) insisteva sulla influenza di questo fattore: “Poiché la Grecia si occupava ancor più di prima di accumulare ricchezze, in generale si vide che le tirannidi si stabilivano nelle città con l’aumento dell’afflusso di denaro”.
Questo regime soppiantò dunque l’aristocrazia che regnava sovrana ovunque.
Per realizzarlo era necessario che un uomo ambizioso – spesso un aristocratico, raramente un avventurieri – potesse appoggiarsi su di una borghesia ricca e scontenta; ma, ancor più, che potesse contare sull’appoggio di un demos esasperato dall’insolenza degli aristocratici prosperanti sulla miseria dei poveri.
L’esistenza di una crisi sociale è dunque la causa prima dell’apparizione della tirannide.
Anche altre forze però entrarono in gioco, molto diverse a seconda dei luoghi: ad Argo sarebbe stato il peso appena acquistato dagli opliti a permettere al potere assoluto di Fidone, re che Erodoto e Aristotele considerano un tiranno; nel Peloponneso settentrionale la tirannide poté approfittare dei contrasti tra l’aristocrazia dorica e le popolazioni predoriche asservite; in Occidente la presenza minacciosa dei barbari alle porte delle città greche dovette imporre la necessità di un governo forte; in Oriente, dopo la conquista persiana, i tiranni furono molto spesso solo dei governatori agli ordini del re.
Resta il fatto che la tirannide è essenzialmente figlia delle rivendicazioni della nuova borghesia, della miseria del popolo e del coraggio di individui assetati di potere e pronti a tutto pur di riuscire.
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E’ solo con molta arbitrarietà che possiamo tracciare un quadro generale della tirannide arcaica.
Ciò nonostante, alcune caratteristiche sono evidenti, indipendentemente dai luoghi, dai tempi, dagli uomini.
Il tiranno non cambia la costituzione già stabilita.
Le vecchie magistrature sono mantenute in funzione, ma affidate a uomini a lui devoti.
Il consiglio e l’assemblea, dove ce n’è una, ratificano la nuova politica, ma si tratta solo di una facciata: tutto il potere è nelle mani del tiranno.
Egli risiede generalmente nella cittadella e si fa accompagnare da una guardia del corpo, nella quale i pensatori del secolo 4. hanno creduto di poter individuare l’aspetto più caratteristico della tirannide.
Numerosi aneddoti insistono sull’arbitrio e le violenze dei tiranni: Periandro, causa involontaria della morte della moglie, in cattivi rapporti con la madre e col figlio, forniva ai moralisti un bell’esempio delle disgrazie generate dalla sfrenatezza.
Tuttavia bisogna conservare lo spirito critico: la maggior parte dei tiranni era troppo pensosa dei propri interessi per lasciarsi andare a inutili eccessi che avrebbero reso la loro situazione ancor più pericolosa.
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I tiranni, esposti all’ostilità latente degli aristocratici decaduti, cercarono tutti di consolidare la propria autorità con una politica di prestigio.
Essa si manifesta, dapprima, nelle città, con numerose e brillanti imprese edilizie, che comportavano anche il vantaggio di fornire lavoro alle classi lavoratrici.

Anzitutto furono iniziati lavori di pubblica utilità: Periandro fa tracciare una strada (il diolkos) che attraversa l’istmo di Corinto per facilitare il trasporto dei battelli da un mare all’altro; Teagene e Pisistrato fanno costruire degli acquedotti, subito imitati da Policrate, i cui ingegneri scavano una canalizzazione a tunnel, meraviglia della tecnica per quell’epoca.
Pisistrato inoltre fa costruire una fontana monumentale a nove bocche, l’Enneakrunos, per poter rivaleggiare con le fontane di Corinto.
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Sarebbe interessante conoscere la precisione i regimi che seguirono alla caduta dei tiranni; tuttavia, la diversità delle soluzioni impedisce, come spesso avviene nel mondo greco, qualsiasi conclusione generale.
Certo nella maggior parte dei casi l’aristocrazia riprende il potere, tanto più facilmente in quanto i tiranni non avevano cercato di spezzare il sistema della proprietà terriera: così avviene in Sicilia dopo la caduta dei primi tiranni (fine del secolo 7.), e ad Epidauro, dove i magistrati (artynoi, direttori) sono scelti fra un consiglio ristretto di centosessanta membri.
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Dare un giudizio sulla tirannide è un’impresa delicata e rischiosa.
Gli autori antichi, spesso influenzati dalle deludenti esperienze delle tirannidi più tarde, hanno insistito soprattutto sugli eccessi e le colpe morali dei tiranni.
Certo, sul piano politico, il solo principio regolatore delle loro azioni fu l’egoismo e la volontà di potenza, ma, obbligati a lottare contro i privilegi ancestrali dell’aristocrazia, essi contribuirono ad abolire la presa soffocante che quest’ultima esercitava sullo Stato e sulle classi inferiori: secondo la forte espressione di J. Burckhardt, la tirannide fu molte volte “una democrazia anticipata”.
Non dobbiamo nemmeno dimenticare l’impulso fortissimo che i tiranni diedero alle arti ed alle lettere.
Se l’interesse personale era, così come lo era per i nobili, l’unico motore delle loro azioni, essi ebbero tuttavia un ruolo capitale e positivo nell’evoluzione delle città, e il giudizio della posterità, che volle ricordarsi solo dei tirannicidi, non è molto giusto.
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Secondo Aristotele, l’evoluzione normale della città è quella che la fa passare dalla monarchia all’aristocrazia, quindi alla tirannide, infine alla democrazia.
Questo schema, più o meno valido, non tiene conto dei numerosi casi particolari, la cui sovrabbondanza caratterizza l’arcaismo greco.
Molte città infatti, e non delle più piccole (Sparta ed Egina per esempio, per limitarci alla Grecia vera e propria), non conobbero la tirannide.
Poche città, alla fine del secolo 6., concedono al demos il posto che gli spetta nei pubblici affari: si possono citare solo Chio ed Atene.
 A Chio troviamo fin dal secondo quarto del secolo 4. un'assemblea, che elegge un consiglio di cinquanta membri per tribù, ed alcuni magistrati (demarchoi); la giustizia viene amministrata secondo i principi democratici.
Ad Atene, la democrazia si è imposta più lentamente nel corso di questo secolo, da Solone a Clistene.
In tutti gli altri luoghi l’aristocrazia resta al potere, intransigente o moderata.
Ci vorrà un avvenimento esterno alla vita delle poleis, le guerre contro i medi, che metteranno in primo piano Atene, la cui situazione politica e sociale era la più avanzata, perché il mondo greco si liberi meglio delle strutture aristocratiche dell’arcaismo.
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Cap. 3. Il mondo antico: Anatolia e Grecia propriamente detta.

La varietà domina nel mondo greco arcaico.
Se si vuole evitare di cadere in generalizzazioni facili e gratuite, è assolutamente necessario uno studio per regioni.
Bisogna in primo luogo distinguere le terre occupate da molto tempo dai greci da quelle conquistate invece a partire dal secolo 8.
Fanno parte del primo gruppo due grandi estensioni geografiche: alla Grecia vera e propria, la cui “ellenizzazione” iniziò verso il 1950, fa riscontro la frangia costiera dell’Anatolia, occupata definitivamente con le migrazioni della fine del secondo millennio.
Nella Grecia asiatica, come in quella europea, la città costituisce molto spesso l’unità politica: solo gli Stati retrogradi della Grecia del nord passano lentamente dalla nozione di popolo (ethnos) a quella città (polis).
D’altra parte solo raramente queste città controllano un territorio molto esteso: è il caso di Sparta, che comprende la Laconia e la Messenia, o di Atene, a cui fa capo l’Attica intera.
Più spesso una stessa regione, come la Beozia o l’Acaia, comprende più città di limitate dimensioni e rivali per natura loro.
Questo frazionamento politico comportava gravi inconvenienti, poiché, causando uno stato di guerra endemico, in special modo in Asia, indeboliva i greci di fronte ai barbari che erano organizzati in regni forti e centralizzati.
Non bisogna dunque trascurare gli sforzi che nel corso dell’arcaismo furono fatti in vista di un’unificazione, sforzi orientati in due direzioni diverse.
Il primo fattore d’unione sarebbe potuto essere la religione.
Intorno ad alcuni santuari furono organizzate delle anfizionie.
Il nome stesso (alla lettera: coloro che abitano intorno) suggerisce l’idea di un raggruppamento geografico; ma forse entrarono in gioco anche talune considerazioni etniche, e soprattutto interessi commerciali.
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Un secondo fattore d’unità era rappresentato dai gruppi etnici.
La Grecia era divisa in un certo numero di regioni – ci simo limitati a questo termine vago, dovendo escludere quello di provincia – etnicamente unitarie e comprendenti generalmente un certo numero di città: così ad esempio tebani, tanagresi e orcomeni si sentivano beoti prima di sentirsi greci.
Durante l’epoca arcaica nella maggior parte di queste regioni ci è spesso sconosciuta,  salvo quella della Tessaglia, che conosciamo nelle grandi linee.
Tuttavia anche questa restò debole e mancò nel modo più assoluto di coesione interna, poiché alle città ripugnava totalmente di rinunciare alla propria autonomia e di alienare i propri diritti, fosse anche a beneficio di più larghi raggruppamenti che avrebbero permesso loro di difendersi meglio sul piano internazionale.
Le diffidenze suscitate in Beozia dal koinon beota, all’interno del quale Tebe prende nettamente l’egemonia, illustrano a sufficienza questo punto.
Questi due tipi di organizzazioni sovrastatali erano, in linea di principio almeno, libere e bisogna distinguere bene dai tentativi di Stati potenti e unificati di assicurarsi con la loro forza un impero.
Il caso più chiaro è quello di Sparta, che nel secolo 6. radunò  intorno a sé in una simmachia (alleanza) la maggior parte degli Stati del Peloponneso: alleanza certo volontaria, poiché fu sancita da un trattato di ciascun partecipante con Sparta stessa, ma che lasciava alla città egemone la direzione assoluta della politica estera e il comando delle operazioni militari.
Alla fine del secolo 6., Atene fornisce con le sue mire imperialiste un altro esempio di questo tipo di politica; l’installazione di colonie militari in certi punti favorevoli prelude al suo impero nel secolo seguente.
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Fin verso il 550 il mondo della Polinesia egea e dell’Anatolia conosce un rapido e brillante sviluppo, che ne fa l’emulo fiorente della Grecia.
Due fattori storici spiegano questa prosperità materiale e questo splendore spirituale: le invasioni doriche lo toccarono solo con le ultime ondate e la prossimità degli Stati orientali, detentori di un’antica civiltà, permise dei fruttuosi contatti.
Se le isole hanno un popolamento greco relativamente omogeneo, in Asia Minore si mischiarono preelleni, asiani, orientali e greci.
Erodoto (1., 146) insiste sul fatto che nelle popolazioni ioniche si sono introdotti in gran numero abanti, mini, cadmei, driopi, focidesi, molossi, pelasgi, dori e che molti di loro sposarono donne di Caria.
Tuttavia anche le condizioni geografiche ebbero un ruolo determinante.
In Asia i greci occupano la costa con porti spesso eccellenti e all’imbocco di valli fluviali, che permettevano di risalire per molto verso l’interno (Meandro, Caistro, Ermo, Caico).
Essi si posero dunque (come i fenici più a sud) da intermediari naturali tra il mondo dell’Asia anteriore, prospera e antica, e il mondo mediterraneo, che la colonizzazione aveva notevolmente esteso verso occidente.
La situazione delle isole è anch’essa molto favorita dalla natura: Cipro protende due estremità verso la Siria e al Fenicia, e in particolare verso la vicina Ugarit, e l’altra verso Creta e la Grecia; Cicladi e Sporadi, resti di un continente scomparso, sono come le pietre di un guado che unisce le due coste popolate dai greci.
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La poesia fiorisce fra le raffinatezze che nascono dalla prosperità: Terpandro e Arione, nativi di Lesbo, affascineranno con i loro versi gli spartani ed i corinzi; ma i veri poeti di Mitilene sono Alceo e Saffo, i cui poemi, appassionati e aggraziati, rappresentano la prima vera espressione del lirismo individuale nella letteratura greca.
Nulla li lascia indifferenti: “Ho desiderio, ho brama”, esclama Saffo (fr. 35).
La loro anima sensibile si estasia davanti alla natura, s’inebria nel vino o nei raffinati amori, si abbandona un istante alla melanconia che intacca appena la loro gioia di vivere.
Tutto ciò viene espresso in metri semplici e perfetti nello stesso tempo, metri che segneranno per sempre della loro impronta il lirismo antico.
Questi poeti fecero della loro patria il simbolo di un mondo in cui l’abbandono alla sensualità più voluttuosa non esclude la ricerca della saggezza.
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Tuttavia, in questa città splendenti [della Ionia] di prosperità, che furono spesso paragonate ai comuni italiani del Quattrocento, la vita dello spirito aveva un ruolo essenziale.
Dopo il rinnovamento dell’epopea compiuto da Omero, si assiste alla nascita dalla poesia lirica, favorita dall’adozione di strumenti musicali orientali: Mimnermo di Colofone canta il suo amore per la bella Nanno; Focilide di Mileto, poeta gnomico, sa trovare delle felici formule ben costruite; Anacreonte di Teo – che espatrierà successivamente ad Abdera, a Samo e ad Atene – celebra un Eros scherzoso, che annunzia già quello d’Alessandria.
La prosa non è meno brillante.
Esopo adatta al greco le favole degli orientali.
I logografi sono gli iniziatori tanto della storiografia che della geografia: i più celebri sono Cadmo ed Ecateo, due milesi.
Nasce una nuova architettura; l’architettura ionica, le cui opere più belle sono l’Artemision di Efeso e l’Heraion di Samo, templi giganteschi, vere foreste di colonne a imitazione dalle sale ipostile dell’Oriente.
La scultura compie progressi decisivi, grazie all’imitazione delle tecniche orientali: lavorazione dell’avorio (statuette crisoelefantine) e del bronzo (gli “inventori” della forma cava sono due architetti di Samo, Rhoikos e Theodoros).
E la ceramica stessa, col suo gusto per il colore e la sontuosità delle sue decorazioni, è testimone di un mondo gioioso.
Nel campo del pensiero, Talete, Anassimandro, Anassimene rendono famosa, l’uno dopo l’altro, la scuola di Mileto e Pitagora, il cui insegnamento troverà tanta eco in Occidente, dove egli sarà costretto a esulare, è nativo di Samo.
Tutto ferve.
La poesia sorride, appena sfumata di ineluttabile melanconia; la prosa e la filosofia si pongono con una curiosità inesauribile i problemi dell’uomo e dell’universo.
L’arte infine è in pieno sboccio con un’esuberanza, una prolissità, una colossale sontuosità, segni irrefutabili di vitalità.
La nuova culla della civiltà greca dopo la ripresa del geometrico è incontestabilmente la Ionia.
Nei suoi grandi porti – in particolare a Mileto, la più fiorente e la più prestigiosa in quel momento di tutte le città del mondo greco – i contatti con un Oriente millenario si stabiliscono facilmente, a tal punto che si distinguono male gli elleni orientalizzati dagli orientali ellenizzati.
Così si spiegano lo sboccio ed il rapido sviluppo, in due secoli, di una civiltà levantina: lux ex Oriente.
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Ma questa armoniosa intesa, dalla quale tanto i re barbari che le città greche traevano ampi profitti, scomparve con la disgrazia di Creso, vittima dell’irresistibile avanzata dei persiani.
La vittoria del re persiano Ciro (546) fu una vera sorpresa per i greci dell’Asia, che, ad eccezione dei soli abitanti di Mileto,  avevano disprezzato le sue offerte e fornito dei contingenti al re di Lidia.
Dopo la cattura di Creso, essi tentarono di resistere, ma le loro città caddero ad una ad una.
Solo i focesi preferirono lasciare la loro patria: si imbarcarono in blocco e andarono a stabilirsi nelle loro colonie, dapprima a Alalia, poi a Elea.
Tutti gli altri, salvo gli abitanti di Samo, avevano già dovuto fin dal 540 accettare la sovranità del Gran Re.
Samo conobbe allora lo splendido periodo della tirannide di Policrate, ma venne in seguito conquistata da Dario.
Sotto Ciro e il suo successore Cambise, i greci furono trattati in un modo simile a quello usato dai re di Lidia.
Ma Dario aveva un’altra concezione dello Stato.
Egli rese più gravoso il suo dominio sulle città, impose loro la presenza di guarnigioni, appesantì i tributi, sostenne dei tiranni al suo soldo.
Certo la ricchezza della Ionia non viene intaccata: checché si sia detto, Dario non favorì i fenici a detrimento della Ionia.
La conquista stimolò l’attività di Efeso e di Mileto, rendendo più stretti i loro rapporti con l’interno e facendole volgere ancor più verso l’Occidente e la Tracia.
Anche la vita dello spirito è rigogliosa: è l’epoca in cui Anassimandro ed Ecateo divengono famosi a Mileto.
Ma la servitù pesa ogni giorno di più sulle città greche.
Presto scoppierà la tempesta e la rivolta della Ionia sarà la causa diretta delle guerre contro i medi.
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Nel suo insieme, la Grecia propriamente detta fa una misera figura in confronto alla Grecia dell’Asia minore.
Salvo alcuni centri posti in faccia alla Ionia o sulla strada dell’istmo, essa resta rurale e il suo contributo alla civiltà è debole.
I confini settentrionali sono imprecisi: due marche, la Macedonia a Est, l’Epiro a Ovest, sono abitate da popoli ai quali oggi è difficile contestare il nome di greci, ma che allora erano considerati barbari.
La Macedonia viene unificata fin dal secolo 7. dalla dinastia degli alevadi, che conquistarono tutta la regione e cercarono di unirla attorno alla loro capitale, Ege, arroccata su di una potente acropoli.
L’Epiro è diviso fra tre tribù rivali.
Nell’uno e nell’altro caso sopravvive una monarchia patriarcale, abbastanza simile a quella dei re omerici e sostenuta da una feudalità di grandi proprietari terrieri.
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In conclusione, la Tessaglia conserva un grande prestigio nella Grecia centrale fino alla fine dell’epoca arcaica.
Essa possiede la maggioranza dei voti all’anfizionia delfica e conduce in nome di dio la prima guerra sacra.
Ma questa regione, una delle più ricche della Grecia e una delle più potenti demograficamente, ha un ruolo sproporzionato alle sue vere possibilità.
La sua storia è quella di una sconfitta.
Lo Stato è minacciato dall’aspra ostilità dei penesti asserviti e dei perieci sottomessi e diviso dalle rivalità fra le dinastie.
Questa sconfitta è quella di una classe dirigente che ha fallito la sua missione.
Malgrado la ricchezza e la vita splendida e fastosa di alcuni dei suoi aristocratici, essa si rinchiude in strutture sorpassate.
Non si è affatto stupiti che abbia scelto deliberatamente di stare dalla parte dei barbari al momento del pericolo persiano.
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Nel Peloponneso, la cui popolazione è ancor più eterogenea di quella della Grecia continentale, possiamo distinguere fin dall’epoca arcaica sei grandi regioni, corrispondenti a sei gruppi etnici: l’Acaia, l’Elide, l’Arcadia, la Messenia, la Laconia, l’Argolide.
Ma la vera linea di divisione è data dal grado dell’evoluzione economica e sociale, non dal tipo di popolamento.
Alcune regioni rimangono rurali ed estranee alle correnti che sconvolgono il mondo greco; altre, al contrario, soprattutto in prossimità dell’istmo, si trasformano rapidamente ed edificano delle prospere e dinamiche città.
Una sola caratteristica comune: dappertutto (ad eccezione dell’Arcadia, risparmiata dall’invasione dorica) due classi sociali antagoniste sono in lotta: vincitori e vinti, o, spesso, padroni e servi.
In questo studio tralasceremo provvisoriamente la Laconia, che merita uno studio particolarmente accurato, e la Messenia, presto asservita, la cui storia si confonde dunque con quella di Sparta fino al momento in cui (secolo 4.) ricupera la propria indipendenza.
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La storia dei giochi nella prima metà del primo millennio è quella di una continua espansione.
La tradizione dà grande importanza all’anno 776, inizio delle Olimpiadi, di cui i greci si servivano per misurare il tempo.
Questa data, considerata quella della loro fondazione, era invece solo quella del loro ordinamento definitivo.
In origine l’unica gara era la corsa a piedi, ma presto appaiono il pugilato, il pancrazio, la corsa dei carri e la corsa dei cavalli.
A poco a poco anche i vincitori (gli olimpionici) provengono da regioni sempre più lontane, col progressivo divulgarsi della fama di Olimpia.
All’inizio concorrono solo gli elei, gli achei, e i messeni, ma nella seconda metà del secolo 7., il mondo greco è qui rappresentato al completo.
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All’improvviso, prima dell’inizio del secolo 6., si ha il brusco arresto di questa rinascenza cretese e non si sentirà più parlare dell’isola per secoli.
Concorrenti più agguerriti s’impadroniscono dei mercati.
L’arte scompare e i cretesi, che, sfruttando le proprie tradizioni minoiche r gli influssi orientali, avevano elaborato le prime opere elleniche, si rivelano incapaci di adattarsi alle nuove condizioni di un mondo in perpetua evoluzione.
Si ha l’impressione che “il sangue eteocretese, sangue nobile ma impoverito, impedisca loro certe imprese” (P. Demargne).
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Uno dei rami delle genti doriche si era stabilito nella ricca valle dell’Europa, “Lacedemone concava” di Omero.
Al termine di aspre lotte, sottomette gli achei, in particolare quelli di Terapne, ma deve venire a patti con Amicle che resiste disperatamente.
In un luogo vicino e ancora vergine vengono fondati, durante il secolo 9.,  dei villaggi dal cui sinecismo nascerà Sparta, al sola città della Laconia (e fu questa la prima azione originale dei dori della Laconia, in confronto ai loro fratelli della Messenia e dell’Argolide).
La nuova città deve il suo nome ad un fiore di ginestra che cresce in abbondanza nella pianura, o alle semine, data la fertilità del territorio?
E’ un problema discusso.
Quanto al termine di Lacedemone, esso si conserva per designare la città nelle sue relazioni esterne.
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Se Sparta non assomiglia a nessun’altra città, ciò è dovuto in primo luogo alla rigidità del suo sistema sociale che comporta tre classi, nettamente specializzate e fortemente gerarchizzate.
I cittadini o Uguali (Homoioi) sono i soli a godere dei diritti politici.
Per appartenere a questo gruppo, bisogna esser nati da genitori cittadini e aver ricevuto l’educazione dello Stato.
E’ proibito loro darsi a un’attività artigianale o commerciale, ed anche coltivare la terra: vivono delle rendite di un lotto (kleros), concesso a titolo ereditario nella valle dell’Eurota (terra pubblica).
L’unico scopo della loro esistenza consiste nel servizio delle armi, al quale dedicano tutta la vita, dopo il duro addestramento dell’infanzia e dell’adolescenza.
Anch’essi uomini liberi, i perieci (coloro che abitano intorno) fanno fruttare la perioikis (margine meno fertile della vallata), dandosi alla coltivazione, all’allevamento dei montoni e dei porci, praticando il commercio e l’artigianato.
Raggruppati in grossi borghi, circa un centinaio, essi godono di una larga autonomia, senza possedere tuttavia nessun diritto d’intervento nella vita politica della città.
Esiste infine una classe di oppressi, gli iloti, servi di Stato messi a disposizione dei kleroi.
Iloti  significa o “uomini delle paludi” o “gli abitanti di Elo”, uan piccola borgata della Laconia, o “prigionieri”: in ogni modo è sicuro, secondo queste etimologie proposte dagli antichi, che si trattava di aborigeni vinti dagli invasori.
La loro situazione materiale è tollerabile: abitano in fattorie isolate e non hanno altri obblighi che il tributo (apophorà) dovuto al padrone  (settanta medimni d’orzo per il padrone e dodici per sua moglie; frutta, vino e olio in proporzione), ed il servizio nell’esercito in caso di bisogno, generalmente come fanti leggeri o come uomini di fatica.
Non sono però protetti dalla legge e la loro condizione morale è fra le più sinistre di tutto il mondo antico: fatti ubriacare per ispirare la sobrietà dei bambini, uccisi nelle misteriose spedizioni degli adolescenti, vivono nell’abiezione deliberatamente voluta dagli uguali, nell’avvilimento metodico, nel settore organizzato.
Pag. 166-67

L’esempio di Sparta prova tuttavia che nessuna società può sfuggire alla legge dell’evoluzione.
LA sua organizzazione sociale, perfetta in apparenza, cela delle tare che la mineranno a poco a poco.
Anzitutto l’uguaglianza è contro natura, e dalla fine dell’arcaismo un’ineguaglianza di fatto appare sotto la facciata egualitaria.
Da un lato infatti non è assolutamente vietato al cittadino di possedere dei beni nella Perioikìs, fatto che rende vana la ripartizione rigorosamente uguale dei lotti.
D’altra parte una figlia epikleros (cioè sola erede di un uomo senza figli maschi) può sposare un cittadino già provvisto di dote, che da allora in poi può godere di due kleroi: strana concessione fatta al sistema della proprietà familiare in un paese dove la terra è pubblica.
E’ evidente che alla fine del periodo arcaico siamo ancora lontani dalla scandalose disparità di beni che rovineranno Sparta nel secolo 4.
Nell’insieme, gli uguali restano poveri e vivono in una dura austerità.
Ma basterà che Sparta si abbandoni alle seduzioni delle società mercantili perché tutto l’antico ordine crolli.
Inoltre – e indipendentemente perfino da ogni considerazione morale – la condizione di ilota è una mostruosità.
Gli iloti sono numerosi, forse dieci per ogni cittadino (a Platea l’esercito spartano, che non li mobilita evidentemente tutti, ne conta sette per ogni cittadino), e per di più vivono in un tale stato di miseria morale, che la rivolta resta l’unico mezzo a loro disposizione contro l’oppressione e il disprezzo.
Uan grave minaccia pesa dunque sulla città, e si arriva al paradosso di uno Stato dotato del più forte esercito del mondo greco, che non può utilizzarlo per spedizioni lontane a causa del timore dei suoi iloti.
Pag. 168

Ci si è a volte compiaciuti nell’immaginare forze segrete che avrebbero mosso tutta la macchina politica, a profitto di un nucleo di cittadini energici che dirigevano Sparta senza debolezza, su una via sempre dritta, sotto il governo degli efori che cambiano sempre (P. Roussel).
Ma possiamo forse piegare più semplicemente la stabilità, in effetti notevolissima, della politica spartana.
a Sparta l’educazione spezza i particolarismi e soffoca le tendenze innovatrici; in quanto alla gerontocrazia inerente al sistema, essa impone un governo conservatore.
Così coloro che aspirano al potere – e sappiamo che i candidati sono numerosi e le manovre molto movimentate – mirano solo al mantenimento di un passato che nelle altre città è già da tempo scomparso.
Sparta appare chiaramente coem un fenomeno sociologico quasi unico, come un anacronismo vivente, con il suo violento attaccamento agli schemi ancestrali e alla società egualitaria, ereditato dalle più lontane età; ma sarebbe scadere nel romanzo storico volervi cercare un enigma.
La coesione interna dello Stato è una delle cause dello sviluppo costante della potenza spartana.
Appena terminata la conquista della Laconia, essa cerca di estendersi a ovest contro gli argivi e a nord a spese degli arcadi.
Tra il 736 ed il 720, conduce una guerra molto dura contro i messeni e, malgrado la loro eroica resistenza sul monte Itome, li sottomette.
Questa prima guerra di Messenia segna una data nell’espansione di Sparta: i messeni vinti vengono ridotti allo stato di iloti; le ricche terre della valle del Pamiso vengono distribuite, a titolo di kleroi, a nuovi cittadini, mentre i margini montuosi vengono aggiunti alla Perioikis.
Aumenta così il numero degli uguali e quindi la potenza militare di Sparta.
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Questo prestigio è dovuto non solo agli alleati dei quali si è circondata, ma anche al valore del suo esercito, il solo del mondo greco che fosse composto di soldati di professione.
Non possiede una cavalleria e la marina, che le viene fornita dai perieci delle città della costa, è irrisoria, ma i suoi cittadini soldati formano una irresistibile falange, sostenuta inoltre dagli opliti perieci e dagli iloti armati alla leggera.
Tirteo li descrive con versi precisi: “Resista ognuno ben piantato sulle gambe al suolo, mordendosi le labbra con i denti, nascondendo le cosce, gli stinchi, il petto e gli omeri entro la pancia d’uno scudo immenso; l’asta possente stringa nella destra e l’agiti, muova tremendo sul capo il cimiero.”
Con una tattica rudimentale – avanzare senza rompere i ranghi fino a costringere il nemico a cedere e ad abbandonare il campo di battaglia – i soldati di Sparta resteranno imbattuti fino a Leuttra.
Pag. 171

Sparta non conosce un’attività economica comparabile a quella delle altre grandi città.
Soprattutto essa rifiuta di adottare la moneta e resta fedele all’antico sistema dei pezzi di ferro.
Ciò nonostante l’agricoltura e l’allevamento prosperano e le creazioni del suo artigianato di lusso (ex voto, ceramiche)si esportano facilmente.
L’importanza della lavorazione dell’avorio testimonia, d’altronde, un regolare commercio con l’Oriente.
Non è sorprendente che fino alla metà del secolo 6. si sviluppi a Sparta una brillante civiltà che ne fa l’emula delle più fiorenti città della Grecia propriamente detta.
Sono apprezzate la poesia, al musica, la danza.
I poeti più famosi la visitano e alcuni vi stabiliscono la propria dimora: il nomo è rappresentato da Terprando di Lesbo e Polmnesto di Colofone, la lirica corale da Taleta di Gortina e Alcmane di Sardi, l’elegia di Tirteo di Atene.
Due di questi stranieri esprimono due aspetti opposti e complementari dell’anima spartana: Alcmane canta con galante e aggraziata delicatezza le forti fanciulle per le quali compone i suoi partenii; Tirteo esalta con virile semplicità l’eroismo del guerriero per il quale non v’è altro ideale che la sua patria.
Pag. 174

Sparta è quindi nettamente volta verso l’esterno, quando all’improvviso, verso la metà del secolo 6., si ripiega su se stessa e si chiude alle influenze di paesi lontani.
Gli spartiati non sono più autorizzati a viaggiare, né gli stranieri a soggiornarvi.
Lentamente la vita si sclerotizza: si continua a cantare per gli dèi, ma solo vecchi poemi; non si costruisce più; la ceramica si spegne a poco a poco a partire dal 550 e sparisce verso il 500.
Una città in cui l’influenza dell’Oriente era molto forte, che sapeva unire alla sua virilità un fascino spesso aggraziato, si chiude definitivamente nell’austerità.
Le cause di un così brutale cambiamento sono mal note: senza dubbio i dirigenti dovettero temere che il vigore della città si allentasse e che si scatenasse, a lungo andare, una evoluzione, che temevano più di ogni altra cosa.
Gli spartani non facevano mai nulla a metà: agirono quindi con fermezza e tagliarono corto con tutto ciò che poteva temperare la loro rudezza.
Ormai Sparta non sorriderà più.
E’ difficile parlare obbiettivamente di Sparta che, nell’antichità come ai nostri giorni, fu molto ammirata e molto denigrata.
Lo storico deve riconoscere le rare qualità che le permisero d’imporsi come la città più forte della Grecia: coraggio, disciplina, tenacia, tutto ciò che i detti lacedemoni d’epoca tarda hanno trasformato in luoghi comuni, ma che fu realtà vissuta durante il periodo arcaico.
Tucidide (1., 84) pose in bocca al re Archidamo una mirabile evocazione della “saggezza riflessa” degli spartani, che definisce una costante del loro carattere e della loro politica.
Pag. 175

L’Attica, popolata dagli ioni fin d all’inizio del secondo millennio, ha già goduto di una grande prosperità nell’epoca achea, come testimoniano l’importanza delle vestigia micenee dell’Acropoli e dei suoi dintorni.
Riparata dietro la sua cerchia di montagne, essa viene risparmiata dalle invasioni doriche ed offre perfino un rifugio a molti ioni scacciati dal Peloponneso.
Grazie a questo afflusso nel Protogeometrico e nel Geometrico conosce uno sviluppo molto marcato, che ne fa la regione più civilizzata della Grecia.
Dunque, contrariamente a quanto avvenne nel Peloponneso e in Tessaglia, Atene non dovette subire l’atteggiamento di una parte della sua popolazione ad opera dei vincitori; si può vedere in ciò, senza esagerazione, l’origine del sistema sociale relativamente elastico che fu una caratteristica costante.
Per un ricordo confuso di questi fatti, che le assicurano un posto a parte nell’Ellade, gli ateniesi del secolo 5. ameranno proclamarsi autoctoni, cioè nati dalla terra stessa.
Pag. 175-76

I quadri sociali dell’Atene arcaica si ritrovano, con alcune varianti nei particolari, in molte città ioniche.
Vi sono dunque buone ragioni per supporre che essi rappresentino l’organizzazione primitiva delle società ioniche e che risalgono a un’epoca molto antica.
Vi sono quattro tribù, che portano i nomi enigmatici di Geleonti, Egicorei, Argadei, Opleti.
Il principio della ripartizione di queste tribù non è territoriale, poiché esse sono anteriori all’installazione degli ioni in Attica; non sembra neppure che sia stata fatta in base alla condizione sociale, benché si possa esser tentati di interpretare i vocaboli che le designano come brillanti (= nobili), caprai, lavoratori, uomini d’armi.
Hanno forse un’origine etnica, coem pare sia il caso delle tre tribù doriche? O si tratta piuttosto di un raggruppamento di uomini che praticano gli stessi culti (esiste per esempio in Attica uno Zeus Geleone)?
E’ difficile decidere.
Più tardi, ogni tribù ha un suo re (phylobasileus), ma non si sa se questa istituzione sia esistita fin dagli inizi.
Pag. 176

La crisi che alla fine del secolo 7. sconvolge tutte le città evolute del mondo greco, tocca anche Atene.
Molti fattori però concorrono a mantenere i privilegi di un’aristocrazia che monopolizza la vita politica: non vi sono classi servili ereditate dalla conquista; i progressi economici sono stati meno rapidi che altrove e Atene non partecipa alla colonizzazione, fatto che evita la concorrenza dei prodotti agricoli coloniali; fino a Solone non si coniano monete e ci si accontenta di utilizzare quelle delle città vicine, fatto che esclude Atene dal numero delle grandi commercianti.
Ciò nonostante, a poco a poco, Atene esce dalla sua vita calma e sostanzialmente rurale: nel quartiere del Ceramico, gli artigiani del fuoco, vasai e fabbri, incrementano la loro produzione, sotto la doppia protezione di Efesto e di Atena; gli scambi si sviluppano, com’è provato dalla partecipazione all’anfizionia di Calauria e dall’esportazione dei vasi di vino e di olio in particolare nel Peloponneso.
In questo modo alcuni cittadini si arricchiscono; molti di essi non appartengono al mondo chiuso dei gennetes, e di qui nascono le aspirazioni politiche di questi possidenti esclusi da ogni partecipazione agli affari pubblici.
Pag. 179-80

Ma la causa fondamentale della tensione sociale è dovuta all’ineguaglianza nella ripartizione della proprietà fondiaria.
Solamente Solone, incaricato con una decisione unanime di riportare ordine nella città (594593?), osa affrontare di petto questo problema.
Con la seisachtheia, misura rivoluzionaria i cui particolari sono poco noti, egli sopprime la cattività per debiti di cui erano stati vittime tanti plebei, ridotti in schiavitù dai possidenti; libera gli asserviti e la “grassa terra della patria”, che viene vincolata dagli obblighi ipotecari.
E’ la prima volta che si adotta nel mondo greco una misura così audace; essa fa deliberatamente passare gli interessi dello Stato davanti a quelli privati, anche dei grandi proprietari se occorre; così costoro si trovano spogliati delle loro inique acquisizioni degli ultimi decenni.
Gli hektemoroi scompaiono, perché ritornano in possesso delle loro terre.
Pag. 181

Solone trasforma parimenti le istituzioni politiche.
Utilizza una divisione anteriore in quattro classi secondo le rendite terriere: pentacosiomedimmi (rendita annuale superiore a cinquecento medimni o metrete), cavalieri (tra cinquecento e trecento), zeugiti (tra trecento e duecento), teti (al di sotto di duecento), che gli serve per ripartire onori e cariche secondo ciò che allora era considerata l’equità, cioè secondo i mezzi, e più precisamente secondo la ricchezza valutata in base alla proprietà fondiaria.
I magistrati sono eletti tra le prime tre classi, arconti e tesorieri dalla prima; ma tutti i cittadini, teti compresi, partecipano all’assemblea.
Le due prime classi servono nella cavalleria, la terza nella fanteria leggera o nella marina.
I magistrati più importanti continuano ad essere gli arconti, che formano oramai un collegio di nove membri comprendente, oltre all’arconte, il re ed il polemarco, i sei tesmoteti.
Ma la vera originalità delle riforme di Solone consiste nell’aver creato da una parte un nuovo consiglio di quattrocento membri, la boulé, incaricata di preparare le sedute dell’ekklesia, e che a poco a poco si arrogherà le prerogative dell’Areopago; d’altra parte un tribunale veramente popolare – poiché i suoi membri sono tratti da tutte e quattro le classi -, l’eliea che diventerà la sola istanza a fianco degli antichi “tribunali del sangue”.
E’ impossibile dubitare che Solone abbia tentato di stabilire un equilibrio tra i nobili e il demos.
Egli stesso, nelle Elegie, insiste sul proprio ruolo di arbitro imparziale e disinteressato: “Privilegi non tolsi e non aggiunsi al popolo, assegnandogli tanto quanto basta. Nulla d’indegno volli che spettasse a quanto per potenza o danaro erano in vista” (citato in Aristotele, Costituzione di Atene, 12).
Non è affatto un democratico nel senso assunto successivamente dal termine, ma è un fatto indiscutibile che i lineamenti essenziali della futura democrazia siano in germe nelle riforme alle quali resta legato il suo nome.
Pag. 182

Per Pisistrato essere fedele alla democrazia consiste soprattutto nell’appoggiarsi al demos, cioè sul popolo minuto e sugli scontenti, contro gli eupatridi.
Astuto e scaltro, abile nell’inventare storie patetiche o meravigliose, appoggiandosi perfino per breve tempo su Megacle, di cui promette di sposare la figlia senza consentire a consumare veramente il matrimonio, riesce ad imporsi come tiranno (561-560) e, due volte esiliato, a ritornare due volte al potere.
Tiranno in generale bonario, vive sull’Acropoli attorniato da guardie del corpo, limita strettamente i privilegi dei nobili, alcuni dei quali (come i cimonidi) riescono ad avere  un’intesa, almeno momentanea, con lui.
Nulla cambia nelle istituzioni, ma le magistrature sono accaparrate da uomini fedeli a Pisistrato.
Tutta la sua attenzione è dedicata ai contadini: essi approfittano sia delle distribuzioni delle terre confiscate all’aristocrazia, sia dei prestiti consentiti dal tiranno, che permettono la conversione di campi poveri che producono stentatamente un po’ di grano o di orzo, in ricchi oliveti o in vigne.
Vengono istituiti dei giudici dei demi (borghi rurali), che risparmiano ai contadini la pena di andare in città, tenendoli lontani, nello stesso tempo, dalle tentazioni dell’attività politica.
Strano paradosso: Pisistrato dà così alla futura democrazia una base più solida, rinforzando il benessere e l’indipendenza della classe media.
Pag. 183

Pisistrato approfitta sicuramente di una congiuntura favorevole.
Atene comincia a svolgere un suo ruolo nel concerto delle grandi potenze economiche.
I coni di monete si moltiplicano.
Il quartiere del Ceramico conosce un’attività febbrile.
I vasi, dapprima a figure nere, e poi in seguito ad un’invenzione rivoluzionaria che potrebbe essere collocata verso il 530 – a figure rosse, hanno eliminato fin dal 550 i vasi corinzi ed inondano i mercati esterni.
Atene non si lascia sfuggire l’occasione per trarre profitto dall’esodo degli ioni, che preferiscono l’esilio piuttosto che la sottomissione al Gran Re: il sorriso delle korai dell’Acropoli e i loro lussuosi abbigliamenti testimoniano la presenza in Attica di maestri ionici.
Tuttavia l’azione personale del tiranno non deve essere sottovalutata.
Abbastanza scaltro per approfittare di ogni occasione, egli assicura la grandezza di Atene, che è nello stesso tempo la sua grandezza.
Consolidamento dell’equilibrio sociale, aiuto e lavoro procurati ai meno abbienti fra i cittadini con una politica di grandi opere, incoraggiamento delle arti, espansione in terre lontane, fusione tra culti poliadi e ctonii: il nutrito programma di Pisistrato non è forse, eccettuata l’ideologia, quello di Pericle?
Pag. 184

Il regime aristocratico ristabilito dagli spartani non può resistere alla pressione dei democratici , che trovano un capo di gran classe nell’Alcmeonide Clistene, nipote dell’omonimo tiranno di Sicione.
L’opera di Clistene, svoltasi senza dubbio nel 508-507, è particolarmente ardita.
Alla base di tutto vi è una nuova ripartizione dei cittadini che elimina l’antico sistema delle naucrarie: l’Attica viene divisa in un centinaio di demi, raggruppati in trenta trittie, riunite a loro volta in dieci tribù in ragione di una trittia della città, una della costa e una dell’interno per ogni tribù.
Le quattro antiche tribù gentilizie, le fratrie e i gene non spariscono e continuano ad avere un loro ruolo nella vita familiare o religiosa, ma nella vita politica contano solamente le dieci tribù – per le quali d’altronde Clistene invoca abilmente il patronato dell’Apollo di Delfi – le trittie e i demi.
Il nuovo raggruppamento dei cittadini, se è territoriale a livello dei demi e delle trittie, è arbitrario a quello delle tribù: esso opera un mescolamento del corpo civico, che viene così strappato all’influenza locale degli eupatridi.
Ogni ateniese è ora designato con il suo nome non più seguito da quello del padre (patronimico), ma da quello del demo (demotico), fatto che contribuisce a sminuire l l’importanza della nobiltà.
In funzione di questi quadri, Clistene procede a una riorganizzazione degli organi di governo.
La boulé solonica dei Quattrocento diviene la boulé di Clistene dei Cinquecento; i cinquanta bouleuti di ogni tribù assicurano l’esecuzione degli affari urgenti per un decimo dell’anno (pritania); viene instaurato un calendario politico completamente laicizzato, fondato sulla divisione dell’anno in dieci pritanie.
Il collegio dei nove arconti si vede aggiungere un segretario e conta così dieci membri, uno per tribù.
E’ un tratto caratteristico dello spirito greco il voler fondare la democrazia sulla piramide dei gruppi civili e su una aritmetica decimale.
Malgrado l’evidente razionalismo che anima il sistema, non siamo lontani dalle “virtù” dei numeri care ai pitagorici.
Tuttavia non si può non essere sensibili all’ampiezza, al rigore, alla portata di una riforma in certa misura paragonabile a quella della Costituente francese.
Certo Clistene non è un rivoluzionario: mantiene i quadri ereditati dai tempi antichi dello Stato aristocratico e religioso che non sono ancora dotati di un immenso prestigio; tuttavia con innovazioni e con aggiunte egli stabilisce veramente uno Stato nuovo, laico e liberato dagli insopportabili privilegi di nascita.
Questo eupatride è il vero fondatore della democrazia ateniese.
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La vitalità di cui è testimone questo espansionismo, si manifesta anche sul piano economico, con il rapido aumento delle esportazioni (soprattutto ceramica; dunque, senza dubbio, anche di vino e olio).
D’altra parte la giovane democrazia ateniese non vuole essere da meno della tirannide.
Abbandonando la costruzione dell’Olympieion che le ricordava troppo un’epoca aborrita, essa inizia a duf dell’Hekatompedon un nuovo tempio, sul luogo del futuro Partenone: si tratta del pre-Partenone voluto da Clistene, ancora incompiuto quando sarà distrutto dai persiani nel 480.
Grazie alle prove che non l’hanno risparmiata dopo il 510, Atene è ormai abbastanza forte e matura per poter prendere meglio coscienza della propria personalità.
Le influenze ioniche diminuiscono notevolmente alla fine del secolo; le korai perdono l’ultimo sorriso: sono le madri o le sorelle di coloro che vanno a combattere a Maratona o a Salamina per difendere l’eredità di libertà e di democrazia pazientemente accumulata in un secolo.
In questa lotta, oramai prossima, Atene è lungi dal trovarsi nelle migliori condizioni: è divisa dalle fazioni, non possiede né una vera marina da guerra né un porto equipaggiato; pratica ancora una democrazia di principio, riservando per esempio le magistrature essenziali ai pentacosiomedimni.
Ma dispone della terribile falange dei suoi opliti, agguerriti dai recenti conflitti; essi sanno che non combattono solo per la vita e per le terre ingrate, ma anche per un ideale d’equilibrio sociale e di autonomia lentamente forgiato da Solone a Clistene.
D’altra parte la coscienza nazionale si è rinsaldata, coem si può notare dalla sostituzione sulla monete dei blasoni delle famiglie aristocratiche con la civetta, simbolo parlante della città (fine del secolo, forse sotto Clistene).
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Cap. 4. Il nuovo mondo della colonizzazione

Un fenomeno capitale domina tutta l’età arcaica: i gruppi dei greci provenienti dalla terre anticamente occupate (Grecia propriamente detta e Anatolia) fondano delle colonie sulle rive del Mediterraneo e del Mar Nero.
Tali movimenti di popoli non sono certi nuovi: il mito aveva conservato il ricordo della partenza di marinai verso le misteriose terre dell’Occidente e del Settentrione fin dall’epoca achea, e i recenti scavi hanno mostrato in più luoghi, e a Taranto in particolare, una notevolissima continuità dell’occupazione ellenica dal secolo 14. in poi.
Minosse aveva inseguito Dedalo fino alla Sicilia e là era stato assassinato; Ulisse dai mille stratagemmi aveva arditamente aperto nuove vie nei mari di Ponente; Giasone era andato fino in Colchide a cercare il meraviglioso Vello d’oro.
Ciò nonostante fin dal 775 ha inizio una nuova fioritura di queste imprese verso terre lontane, che durerà fino agli anni intorno al 550, e perfino al 500 in alcuni luoghi.
Poco più di due secoli bastarono per fare del Mediterraneo un lago greco.
Si dovrebbero poter individuare le cause di un fenomeno così ampio e ben definito nel tempo.
La ragione prima sta indubbiamente nella nuova vitalità del mondo greco.
Appena uscito dall’epoca geometrica in cui, tutto assorto in oscure genesi, aveva dovuto vivere ripiegato su se stesso, esso si apre verso l’esterno: riprende contatto con l’Asia e si appassiona per gli apporti orientali, ma si lancia nello stesso tempo alla conquista dell’Occidente e del Settentrione.
Che possono importare i pericoli insiti in queste imprese, divenute d’altronde meno rischiose grazie ai progressi dell’arte nautica che abbiamo già segnalato?
Le terre sconosciute affascinano gli spiriti e la tentazione dell’avventura in una razza giovane, trascina molti cuori audaci, desiderosi di dare infine la loro misura.
Allo stesso modo più tardi i vichinghi solcheranno sulle loro imbarcazioni ricurve il Baltico, un altro mar Mediterraneo, e il Mare del Nord, prima di lanciarsi in imprese ancora più lontane.
Del resto è l’epoca stessa che sembra propizia all’espansione: i fenici non si occuparono del Ponto Eusino ma precedettero i greci nel bacino occidentale del Mediterraneo (la tradizione, contestata recentemente forse senza molte ragioni, fissa all’814 la data della fondazione di Cartagine, che però era stata preceduta sin dalla fine del secondo millennio sia da Cadice sia da Utica) e restarono i loro emuli per tutta l’età arcaica – episodio, tra i molti, nella lunga lotta tra gli indoeuropei e i semiti.
Il dinamismo ellenico è lungi dall’essere la sola causa dell’espansione arcaica.
Le crudeli carenze del mondo greco hanno avuto una parte non meno importante.
La Grecia soffre tragicamente della scarsità del suo suolo (stenochoria), ma la carestia che ne risulta è un fenomeno molto più sociale che geografico: il male, già di per sé senza rimedio, è aggravato dall’ingiusta ripartizione delle terre che va peggiorando a mano a mano che l’eredità suddivide in modo eccessivo i lotti già esigui, mentre i ricchi espandono i loro possedimenti a danno del popolo minuto.
Il miraggio di vaste proprietà strappate agli indigeni, di grandi raccolti di cereali impinguati da terre feconde, affascina un gran numero di poveri.
Alzare la vela significa per loro, in primo  luogo, sfuggire alla fame.
Ma vi è un’altra carenza altrettanto grave: il mondo greco è incapace di vivere in modo autarchico.
Non possiede né il grano, né i minerali grezzi, né il legno che gli sono necessari; ma produce in eccedenza vino, olio e oggetti di lusso.
Fondare una colonia significa stabilire un emporio dove gli scambi con i barbari si moltiplicano; significa permettere quel commercio senza il quale la vita in Grecia si anemizza.
Certo simili preoccupazioni non sono di vitale importanza, ma s’impongono abbastanza presto ad alcune città, abili nel trarre profitto da una congiuntura in apparenza sfavorevole.
A questi motivi permanenti se ne aggiungono a volte degli altri più passeggeri.
Nelle lotte delle fazioni che dividono la città, i vinti cercano fortuna altrove, come le api che sciamano: così dei messeni scacciati dai loro compatrioti partecipano alla fondazione di Reggio.
A volte sono uomini finiti, criminali che vanno in esilio: bastardi spartiati nati durante la prima guerra di Messenia e incapaci di sopportare il loro discredito sociale colonizzano Taranto; Archia lascia Corinto in seguito a un omicidio per diventare ecista di Siracusa.
Per molti la colonizzazione è solo il solo mezzo per strapparsi agli scontenti, ai rancori, al maltrattamenti o alle punizioni che li attenderebbero se restassero in patria.
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Il gruppo di coloni forma fin dall’inizio uan nuova città, le cui istituzioni sono spesso ricalcate su quelle della madrepatria (Taranto possiede un’apella come Sparta), ma gode di un’indipendenza politica assoluta.
Non vi è nulla, almeno all’inizio, che possa preannunciare la colonizzazione europea dell’epoca moderna o contemporanea: le colonie sono altrettanti Stati greci totalmente autonomi. D’altra parte non vengono rotti tutti i legami con la metropoli (questo termine non si è ancora indebolita e mantiene per intero il suo significato di “città madre”).
I coloni conservano il dialetto della loro città d’origine donde lo strano paradosso che il miscuglio dialettale della Grecia si estende fino ai confini del Mediterraneo, seguendo le vicende dell’espansione.
Essi portano seco anche i loro dèi, che installano sulle acropoli continuando nel medesimo tempo a onorarli coll’invio di ambascerie religiose in Grecia per le grandi festività.
Se uan colonia “sciama” a sua volta, generalmente richiede per deferenza l’ecista alla metropoli: così Reggio ha un fondatore originario di Calcide e non di Zancle.
Ritroviamo in questa creazione così originale che è l’espansione arcaica, sia la passione per la libertà sia la forza del legame religioso, caratteristiche dello spirito greco.
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Il passaggio dalla Grecia in Italia, favorito dalla lunga catena delle isole ioniche, non è affatto arduo.
Alcuni navigatori vi si erano avventurati fin dai tempi degli achei e il ricordo dei loro vagabondaggi e delle loro agenzie commerciali sopravvive sia nei racconti che riguardano Odisseo e in parecchie tradizioni mitiche relative soprattutto a Enea, Eracle e Oreste che nei numerosi insediamenti nei quali si trovarono dei vasi micenei.
L’interruzione delle “età oscure” non fece sparire le prime colonie in cui, forse fin dal secolo 14., si erano stabiliti dei greci, ma ogni contatto tra i due bacini del Mediterraneo si interruppe.
Era compito degli arditi pionieri dell’inizio del secolo 8. riaprire il mondo italico ai greci.
La caratteristica più evidente delle installazioni dei greci in Occidente è l’estrema disorganicità delle iniziative: all’inizio si tratta solo di imprese individuali e incoerenti di coloni che desideravano innanzi tutto sfuggire al soffocamento delle metropoli.
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Per molti aspetti, e in particolare per la sua prosperità, l’Occidente greco ricorda la Ionia.
Ad Ovest e a Est della Grecia povera si trovano delle terre ricche e rese ancora più prospere del commercio.
Le città s’ingrandiscono in fretta e di pari passo si coprono di monumenti.
Così Siracusa, all’inizio confinata nello spazio augusto dell’isola di Ortigia presso la graziosa fontana Aretusa, , raggiunge la terra ferma.
I coloni amano ostentare una ricchezza conquistata senza troppa fatica e non disdegnano le gioie di una esistenza condotta fra i piaceri, della quale i sibariti restano per noi il simbolo.
Questa pingue civiltà non manca di attrattive: già Archiloco cantava Siri come l’incarnazione della grazia e della bellezza.
Ma si è parlato anche di un gusto da “parvenus”, da nuovi ricchi, in questa America dei tempi arcaici, la cui città-fungo amano un po’ troppo il colossale e l’ostentazione.
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Si può facilmente capire quanta importanza dovettero avere i problemi spirituali di una tale civiltà.
Si scopre una costante preoccupazione per l’oltretomba, a proposito della quale si può parlare di un’influenza del mondo etrusco, ossessionato dal destino dell’anima dopo la morte.
Filosofie d’ispirazione mistica, come il pitagorismo, trovano qui il terreno più adatto.
La religione ellenica stessa assume forme abbastanza originali: gli dèi greci vengono identificati con certe divinità locali, di solito Grandi Madri dispensatrici di fertilità e fecondità.
Nei particolari regna una grande varietà.
Era è particolarmente onorata in Italia, soprattutto l capo Lacinio, presso Crotone, e a Posidonia (sia nel vasto recinto sacro della città, sia nel santuario alla foce del Sele, dove alcune metope rappresentano cosi di danza sicuramente legati a vecchi riti agresti); Demetra è la dea più importante della Sicilia, e le tradizioni locali situano perfino ad Enna, nel cuore dell’isola, il ratto di sua figlia Core; Atena Iliaca ha un santuario famoso a Siri e Persefone a Locri; a Erice Afrodite viene identificata con un’antica divinità indigena, senza dubbio già trasformata da influssi fenici.
In Occidente dunque, dove registra così splendidi successi, la civiltà greca resta fondamentalmente fedele a se stessa fin nelle peggiori aberrazioni: si pensi in particolare alla distruzione totale di Sibari per opera di Crotone nel 511, che dimostra l’orribile risultato delle lotte mortali tra città vicine.
Tuttavia la grecità assume a volte forme diverse a contatto con le civiltà indigene.
Si è parlato di un’”arte coloniale” (nello stesso senso, per esempio, in cui vi è un’arte coloniale iberica nell’America del Sud), e si potrebbe soprattutto parlare di una religione coloniale, poiché in questo campo si nota un’atmosfera nettamente diversa da quella della Grecia o dell’Anatolia contemporanee.
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Tra le terre che sono poste sulle rive del Mediterraneo solo il Magreb sugge ai greci a profitto dei semiti di Fenicia o di Cartagine (ancor che si parli di modesti tentativi ellenici di Tunisia).
Ma la Cirenaica e l’Egitto, già raggiunti dal commercio acheo, vedono svilupparsi delle basi greche.
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Il caso dell’Egitto è radicalmente diverso.
In questo regno di antica civiltà, con una popolazione densa e spesso xenofoba, è impossibile per i greci stabilire colonie di popolamento.
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Alla fine dell’epoca arcaica nessuna città del Ponto ha ancora uno sviluppo di primo piano.
Se Olbia testimonia fin dalla fine del secolo 6., delle preoccupazioni urbanistiche (pianta a scacchiera), che appariranno a Mileto solo dopo il 479, come se le colonie aprissero la strada alle metropoli, d’altra parte i rari edifici che ci restano di questo periodo sono tra i più modesti (tempio senza colonne a Istro).
Le tecniche economiche sono ancora rudimentali, poiché nessuna citta conia delle monete prima del 5. secolo.
In questa regione non vi è nulla di simile alle grandi creazioni della grecità in Occidente, soprattutto vi sono pochissime sculture.
Nondimeno i greci posero piede su di una vasta area costiera che emerse dalla barbarie, e vi gettarono le basi di un prospero commercio.
La loro influenza si allarga anche ad una zona abbastanza estesa verso l’interno, nelle steppe boscose in cui abitano già gli antenati degli slavi.
Un frammento di ceramica locale della fine del secolo 7. che porta scritto in greco “Tu mi estrarrai a sorte”, fu ritrovato a Nemirov, a trecento chilometri dalla foce del Bug; alcuni vasi a figure nere penetrano fino a Kursk, nel cuore delle Terre Nere.
Lo sviluppo e l’ulteriore prosperità delle colonie del Ponto non si spiegherebbero senza il coraggio dei Milesi, che cinsero il Mar Nero con le loro colonie.
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Le metropoli, soffocate dalle lotte intestini o, ed è il caso più frequente, dalla scarsezza del loro territorio,  vedono allentarsi la stretta, benché la concorrenza dei prodotti delle colonie aggravasse a volte temporaneamente il malessere sociale.
In ogni modo l’economia riceve un prodigioso stimolo dalla sovrabbondanza di materie prime e dal moltiplicarsi dei mercati.
Le città coloniali sviluppano una civiltà molto viva, la cui originalità balza agli occhi.
Essa deriva in minima parte dai contatti che si stabiliscono con gli indigeni, che danno per esempio ai culti di Sicilia e della Magna Grecia un carattere spiccatamente locale.
Proviene invece soprattutto dalle diverse condizioni, che sono proprie del nuovo mondo.
Nelle città in cui non esiste per definizione alcun genere di tradizione, si può pensare e agire senza essere impacciati dai vecchi schemi: i primi legislatori appaiono in Occidente: ed è anche là che vengono concepiti dei vasti complessi architettonici per onorare gli dèi meglio di quanto si potesse fare nei santuari modesti della Grecia e che si edificano città dalla pianta a scacchiera.
I coloni però sono troppo orgogliosi di essere greci e disprezzano troppo i barbari per abbandonare del tutto le tradizioni della propria razza.
ne resta a conferma il nome stesso di Magna Grecia dato alla regione in cui, unitamente alla Sicilia, i loro successi sono splendidi: l’Italia meridionale.
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Le imprese coloniali ebbero come prima conseguenza quella di diffondere la civiltà greca molto lontano dalle sue basi native.
In Sicilia i contatti sono particolarmente stretti; vediamo le piccole comunità siciliane dei dintorni di Gela rinunciare progressivamente al loro modo di vivere primitivo e adottare quello delle poleis.
L’Etruria, in cui tutte le tombe rigurgitano di vasi greci (a tal punto che nel secolo scorso venivano chiamati “etruschi”) si trasforma profondamente; la sua confederazione di dodici città imita la dodecapoli ionica.
Anche nelle regioni in cui la densità dei coloni è scarsa, come nel Ponto, in Gallia o in Iberia, almeno l’aristocrazia locale si abbandona alle seduzioni di una cultura superiore.
In questo vasto movimento nulla è più significativo della diffusione della scrittura in Italia.
Il frazionamento politico spiega la molteplicità dei tentativi, che hanno però tutti come base gli alfabeti greci occidentali.
L’alfabeto messapico è quello siculo hanno dei modelli ellenici.
L’alfabeto etrusco, che appare sopra una tavoletta d’avorio di Marsiliana verso il 700, deriva senza dubbio da quello dei calcidesi di Cuma.
A loro volta gli alfabeti “nord-etruschi” (nord della penisola) e gli alfabeti veneto, osco, umbro, falisco e latino derivano anch’essi dal greco.
L’alfabeto latino, il cui più antico documento è la pietra nera del Foro (fine del secolo7.?), elimina progressivamente gli altri.
Se ricordiamo il suo ruolo nell’elaborazione della civiltà europea, siamo obbligati a riconoscere come un fenomeno capitale l’espansione rapida dell’alfabeto greco occidentale, che, direttamente o tramite gli etruschi, conquista a poco a poco tutta l’Italia avida di scrittura.
Paradossalmente la civiltà greca si espande, in particolare in Occidente, molto lontano dalle sua basi.
Le regioni celtiche più interne hanno rivelato numerosi oggetti greci, e soprattutto la Francia orientale e la Renania.
Con ogni probabilità essi vi furono importati da Marsiglia, dato che il tramite etrusco è poco probabile nel secolo 6. e la via danubiana troppo lunga.
Le tombe della Borgogna, della Franca Contea, dell’Alsazia e della regione renana contengono delle oinocoe di bronzo, per esempio a Kappel-am-Rhein (Baden) e Vilsingen (Württemberg), e numerosi vasi a figure nere, nell’oppidum del monte Lassois (vicino a Chatillon-sur-Seine), a Camp de Chateau (Giura), alla Heuneburg (Württemberg).
Il più bel cratere arcaico in bronzo fu ritrovato nella tomba di una principessa gallica a Vix (Cote-d’Or) insieme ad una mirabile fascia per capelli, d’oro.
Se il percorso compiuto dall’arte greca resta misterioso, esso ne dimostra tuttavia l’incomparabile prestigio di un mondo celtico che così si riallaccia alle fonti più pure della civiltà mediterranea.
Gli artisti indigeni adattano al gusto celtico le forme e i motivi importati.
Le tecniche edilizie si modificano: alla Heuneburg muri e bastioni in mattone crudo su di uno zoccolo di pietra testimoniano incontestabilmente influssi ellenici.
In Spagna la diffusione della civiltà ellenica è particolarmente rapida nel paese di Tartesso e su tutta la costa orientale.
Appaiono tre sistemi di scrittura a metà strada tra la scrittura sillabica e l’alfabetica, che uniscono gli influssi semitici e greci.
Lo stesso sincretismo si ritrova nei primi tentativi dell’arte iberica nei dintorni di Cadice (secolo 7.): avori, bicchieri d’argento, gioielli d’oro, candelabri di bronzo.
Qui però l’apporto orientale introdotto dai fenici sembra essere più forte.
Ma gli inizi della grande arte plastica, che ben presto raffigura un ricco bestiario, attirano l’attenzione sul mondo ellenico e soprattutto sulla Magna Grecia, dove si trova in particolare il modello dei tori androcefali tanto cari agli iberi.
Tra l’Impero acheo e la conquista di Alessandro, l’espansione arcaica testimonia con grande evidenza la vocazione propria della grecità di spingere sempre più lontano le sue conquiste economiche e spirituali.
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Cap. 5. Le innovazioni spirituali

Questo modo così vario, in cui tutte le regioni ebbero un’evoluzione altrettanto rapida, conserva però una profonda unità, almeno in un campo, quello della civiltà spirituale, costantemente rinnovata dai viaggi incessanti dei poeti, dei pensatori e degli artisti da una città all’altra.
Ciò nonostante l’Asia greca, grazie al vantaggio che deve alla sua organizzazione economica e alla sua prosperità, mantiene ancora il primato.
L’impressione più viva è quella di un’intensa potenza creatrice, un poco esuberante e disordinata: un popolo giovane elabora leggi del suo pensiero e del suo modo di sentire, inventa il suo vocabolario letterario e artistico, precisa le sue relazioni con il mondo degli dèi.
L’emozione diretta e potente che non cessiamo di provare davanti a un poema o una statua del periodo arcaico è originata dalla giovinezza e dal dinamismo di una civiltà che, senza raggiungere ancora la raffinata serenità del classicismo, cerca se stessa e, a poco a poco, si scopre.
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Vi è anche un fenomeno, quasi contemporaneo, che segna un progresso decisivo nella formazione dello spirito ellenico: la nascita della speculazione in Ionia, sotto le due forme che noi chiameremmo filosofia e scienza.
A facilitarla sono i contatti stabiliti, in particolare a Mileto, con il pensiero orientale babilonese o egiziano.
Ma essa è anche “figlia della città” (J.-P. Vernant), perché nasce in un universo spirituale del tutto differente dall’ambiente di palazzo dell’Oriente, dove resta un fatto di sottomissione al re.
La polis invece è un mondo secolare che ammette rapporti di parità tra i cittadini e prende come base una legge (nomos) uguale per tutti.
Da ciò derivano delle concezioni del mondo fondate sull’equilibrio e lo scontro delle forze naturali, poiché il nomos è, etimologicamente, una “ripartizione” tra gruppi o individui che si affrontano e trovano un equilibrio.
La spiegazione cosmologica tradizionale, che presupponeva un intervento degli dèi ed era in definita fondata su genealogie, non è più considerata sufficiente.
Ormai lo spirito umano vuole contare soltanto sulle proprie forze per interpretare l’universo scoprendo il principio primo (physis) e unico che lo individua.
E’ all’audacia dei “fisiologi” (coloro che ricercano la natura delle cose) della scuola di Mileto che si deve l’elaborazione dei primi sistemi filosofici.
Talete, forse un cario ellenizzato (fine del secolo 7. – inizio del 6.), ebbe il ruolo di iniziatore.
Suo insegnamento era che il principio generatore originale di tutto è l’acqua.
Questa spiegazione ricorda alcuni miti egiziani o babilonesi, ma la differenza essenziale sta nel fatto che il mito, nel caso della Grecia, è completamente laicizzato.
Il suo successore, Anassimandro (,età del secolo 6.), rinuncia a vedere nell’acqua la physis primordiale; al ricerca nell’Infinito (Apeiron) e spiega in che modo tutte le cose siano nate dall’Infinito, a causa della separazione di due principi opposti, il Caldo e il Freddo, avvenuta nel suo interno.
Infine Anassimene (seconda metà del secolo 6.) trova di nuovo il principio delle cose in una realtà percepibile: l’aria.
Secondo lui tutto nasce dalla condensazione o dalla rarefazione di questo elemento.
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Altri pensatori, si solito in questo Occidente, che a quel tempo costituisce quasi il secondo polo della filosofia greca, si discostano dal positivismo ionico.
Senofane, originario di Colofone, viaggiò molto e pare che infine si sia fissato stabilmente a Elea in Italia.
Non ebbe interesse per i sistemi audaci con i quali gli ioni tentavano di imprigionare la realtà.
Spirito caustico, critico accanito della mitologia tradizionale si appassionò per l’osservazione precisa: riconoscendo delle impronte di foglie nelle latomie di Siracusa, ne dedusse che una volta il mare doveva ricoprire tutta la superficie terrestre.
Ma è in veste di fondatore dell’ontologia, dunque come precursore della scuola eleatica, che esercitò la più grande influenza.
Secondo Aristotele (Metafisica, 986b) fu il primo ad “affermare, dopo aver volto lo sguardo verso l’universo nel suo insieme, che l’Uno è Dio”.
D’ora in poi il problema dell’essere ed il problema dell’Uno non cesseranno più di assillare il pensiero greco.
Con Pitagora invece non ci troviamo più di fronte all’opera geniale di un isolato: questo esule di Samo, rifugiatosi in un primo tempo a Crotone, vede accorrere intorno a sé degli uomini che ricercano la purezza e la verità.
Costoro formano una comunità, che viene ben presto espulsa dalla città ad opera di una fazione rivale, ma che si diffonderà in tutto il Mediterraneo, e in particolar modo in Occidente.
E’ difficile discernere nella magnifica fioritura del pitagorismo ciò che spetta al maestro da ciò che si deve ai discepoli, e ciò che è antico da ciò che è recente, o persino tardo.
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L’influenza del pitagorismo è considerevole e va molto al di là del periodo arcaico. In un Occidente appassionato dal problema del destino, il pitagorismo tenta di darne uan soluzione razionale, diversa dunque da quella delle regioni, alle quali si riavvicina tuttavia sia per il suo misticismo fondamentale sia per l’atmosfera delle sue confraternite.
Le nozioni di proporzione e simmetria, capitali del pitagorismo, non sono meno importanti nell’arte, che conquista in quel periodo i suoi mezzi espressivi dopo i balbettamenti del periodo geometrico.
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La manifestazione più evidente della nuova arte è la nascita di una architettura religiosa.
I templi avevano fatto una timida comparsa fin dal periodo geometrico, sostituendo generalmente dei santuari più semplici, la cui sola costruzione era rappresentata dall’altare.
D’ora in poi gli edifici religiosi si moltiplicano, fornendo agli dèi dimore solide e degne di loro.
Il tempio è infatti la casa del dio e non quella dei fedeli, che si accontentano di scorgere da lontano, attraverso la porta aperta, la divinità incarnata nella statua che la rappresentano, e di offrirle sacrifici sull’altare, posto di solito davanti all’entrata.
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Questi edifici sono composti unicamente da piattabande e piedritti, cioè da strutture rettilinee.
Ma tali elementi, e in particolare latrabeazione e il colonnato, non sono lasciati alla fantasia dell’architetto; obbediscono a rigidi canoni che ne regolano la forma, le proporzioni e la decorazione, e che vengono designati col nome tradizionale di ordini.
Vi sono due ordini, il dorico e lo ionico, che ebbero una elaborazione parallela fin dall’alto arcaismo e che, rimanendo immutati nelle linee essenziali, serviranno oramai da schema prima all’architettura greca, poi a quella romana e infine a quella rinascimentale.
Una simile sopravvivenza degli ordini, il cui carattere convenzionale è evidente, rende ancora più interessante il problema delle loro origini.
E’ necessaria un’osservazione preliminare: i primi templi erano costruiti in legno, fatto che spiega le caratteristiche più notevoli e in apparenza più illogiche, dell’architettura in pietra che ben presto si imporrà.
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Parlare della letteratura, dell’arte e perfino della filosofia arcaica significa già parlare di religione, il cui carattere più evidente sta proprio nel fatto che essa in questi anni informa tutta la vita.
Le principali innovazioni risalgono però all’epoca geometrica: nuovi dèi sono entrati a far parte del pantheon greco, si è stabilito un equilibrio tra divinità maschili e divinità femminili e la città in evoluzione ha fondato dei culti poliadi e costruito dei templi per proteggere gli idoli.
Il periodo arcaico non conosce dunque una vera rivoluzione religiosa, ma la rinascita della cultura greca e la sempre crescente prosperità permettono uno sviluppo armonioso della vita spirituale.
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Nello stesso tempo un potente movimento spirituale anima la religione, la sottrae al formalismo di riti e risponde alle nuove aspirazioni di una società meno primitiva.
Già in Esiodo si notava una certa tendenza a moralizzare gli dèi, che si consoliderà durante l’epoca arcaica.
Zeus in particolare diviene il garante della vita morale e il protettore per eccellenza della giustizia (considerata del resto come sua figlia), virtù fondamentale che s’impone progressivamente in questo periodo di violenti rivolgimenti.
La giustizia ignora ancora le raffinatezze della filantropia e sarà definita con ammirevoli formule sia da Eschilo che da Pindaro, eredi in questo campo della tradizione arcaica.
Quanto ad Apollo, egli favorisce a Delfi dei progressi ancora più importanti: presso il suo santuario la responsabilità personale si scinde da quella collettiva del genos e incomincia a prendere forma la nozione di purezza rituale e morale.
E’ questo un momento capitale, ci cui il filonomismo cede davanti all’ontonomismo, in cui le vecchie maledizioni legate alla razza non sono più considerate come definitivamente immutabili e in cui il rimorso può procurare il perdono dell’anima contaminata da un crimine.
Apollo e il fratellastro Eracle non diedero forse essi stessi l’esempio, purificandosi dall’omicidio di Pitone e dei suoi figli?
Tali acquisizioni furono certo lente, poiché Eschilo stesso dovrà ancora lottare per farle ammettere, ma vi fu una notevole evoluzione in confronto alle “epoche oscure” del Geometrico.
Ciò nonostante altre speranze seducono gli animi preoccupati di assicurarsi un’eternità felice.
I misteri di Eleusi rappresentano un fenomeno che va al di là delle vecchie liturgie agresti, e il culto di Dioniso non si esaurisce nelle danze dei Satiri: li anima la speranza della salvezza, che sta pure alla base di una dottrina notevolmente diffusa, a quanto pare, alla fine dell’epoca arcaica: l’orfismo.
Legata al nome prestigioso del cantore Orfeo, essa insegna che in ciascun uomo vi sono due elementi: l’anima, celeste, e il corpo, titanico.
L’anima viene liberata del corpo, sua tomba, dalla morte, ma, dopo un giudizio degli dèi sugli atti commessi durante la vita, essa conosce una nuova incarnazione, e così via finché, completamente purificata, accede alla felicità dei Beati.
E’ una dottrina esaltante, che si basa su una cosmologia notevolmente influenzata dall’Oriente e che suscita in tutto il mondo greco un’intensa ricerca di purezza spirituale.
Malgrado il lavoro di classificazione dei testi orfici che Onomacrito, pensatore troppo originale per piegarsi a questa collazione, compì per i Pisistratidi, è difficile conoscere bene questa dottrina, così come accade anche per il pitagorismo, dal quale si distingue malamente.
E’ invece possibile scorgere la profondità di questa corrente mistica nell’influenza che esercitò su spiriti come Pindaro e perfino come Platone.
Alla fine dell’epoca arcaica il mondo greco è frazionato in un mosaico di piccoli Stati indipendenti, morbosamente gelosi l’uno dell’altro e molto diversi a causa della posizione geografica e del grado di sviluppo.
Ma l’unità della Grecia non è meno evidente della sua varietà.
Si tratta già di un’unità culturale, che sarà definita da Isocrate in un famoso passaggio del Panegirico, 50: “Si usa il nome di greci non per indicare la razza, ma per indicare la civiltà”.
Nutriti dalle stesse poesie di Omero, infiammati dalle stesse ricerche letterarie o artistiche, uniti in quei focolari comuni che erano i grandi santuari, i greci presero coscienza della loro specificità e di tutto ciò che li differenziava dai barbari, la cui sorda minaccia incominciava ad avvicinarsi.
In questo mondo, animato da due secoli d’un dinamismo fervido e creatore, l’evoluzione diventa più rapida nel corso degli ultimi decenni del secolo 6. e le forme si diversificano.
La tragedia raggiunge una forma organica, i vasi a figure nere scompaiono cedendo il posto a quelli a figure rosse, il sorriso aggrazia i volti di pietra, la democrazia conquista Atene…
Le guerre persiane, giunte troppo tardi, non possono essere la causa di una così profonda trasformazione: esse appaiono piuttosto come una consacrazione.
Oramai conscia della sua potenza e della sua grandezza, mossa da un irresistibile slancio, la civiltà greca trova in se stessa la forza per compiere uno splendido rinnovamento.
Il confronto che si prepara e che sarà nello stesso tempo la più rude delle prove e la più dura delle vittorie, le fornirà solo altri modi per imporsi ed altre ragioni per affermarsi.
Pag. 242-45


Libro terzo. La fioritura del classicismo greco

Cap. 1. Atene padrona dell’Egeo

L’alba e il crepuscolo del secolo 5. sono cruenti.
Questo periodo si apre con il prodigioso ma breve confronto armato tra greci e barbari, e si chiude con l’interminabile guerra in cui, in una lotta fratricida, i greci consumano le loro forze più vive.
Tra questi due momenti vi sono i “cinquant’anni” (la Pentecontaetia), come dicevano gli ateniesi, che sono quelli dell’incomparabile trionfo di Atene.
Le guerre persiane sono originate direttamente dall’antagonismo tra due mondi in piena espansione.
Dopo la conquista del Medio Oriente per opera di Ciro, l’Impero persiano non aveva cessato sotto Cambise di crescere e sotto Dario di organizzarsi.
Il primo scontro tra persiani e greci avviene proprio in Asia, dove tutta la costa, greca da secoli, fu annessa da Ciro dopo la sua vittoria su Creso.
Pag. 247

Negli stessi anni i greci di Sicilia debbono affrontare un barbaro non meno terribile: i cartaginesi.
Questo sincronismo non è certo dovuto al solo caso, ma ad un trattato concluso tra Susa e Cartagine.
Anche in questa occasione gli elleni sono disuniti e Selinunte e Reggio combattono a fianco dei semiti.
Ma una volta ancora il trionfo dei greci è stupefacente: sulle rive del fiume Imera, Gelone di Siracusa riporta una vittoria dura ma decisiva su Amilcare (480).
I greci s’impadroniscono di un immenso bottino e fanno molti prigionieri, che permetteranno l’esecuzione di imponenti opere edilizie.
Poco dopo, (474) i siracusani battono anche gli etruschi davanti a Cuma.
Questi due successi, che possono essere considerati una rivincita di Alalia, permetteranno ai greci d’Occidente, che si sono momentaneamente sbarazzati dei loro rivali, di raggiungere uno splendido sviluppo.
Pag. 251

Per la prima volta alcune città greche, che non rappresentano affatto tutte le forze della piccola Grecia e ancor meno quelle del mondo greco, hanno messo a tacere le vecchie e recenti discordie per difendere ciò che per esse è il bene supremo: la libertà.
La sorprendente vittoria che riportano non può essere spiegata in altro modo.
Contro di loro stava un solo uomo libero, il Gran Re, alla testa di un popolo di schiavi: soldati che andavano in battaglia sotto la minaccia della frusta, marinai ionici resi passivi dalla spaventosa repressione della rivolta della loro patria, uomini che presto si accorgeranno di lottare contro fratelli.
Pur non avendo molto rilievo per la Persia, Maratona, Salamina e Platea sono date capitali nella storia greca: un popolo che non vuole morire né decadere trova salvezza nel coraggio, nell’abnegazione e nell’unità.
Unico momento di armonia nella perpetua discordia di un mondo internamente diviso.
Pag. 252

La Grecia esce trasformata dalla spaventosa prova.
Il suo equilibrio stesso ne è sconvolto, poiché una città che fino ad allora ha avuto un ruolo secondario passa in primo piano.
E’ come una sferzata che aiuta gli ateniesi a ripudiare le numerose strutture arcaiche ancora sopravviventi nel loro Stato.
Non sono essi costretti anche a pensare e a realizzare del nuovo, dal fatto che tutta la loro città, violata due volte dai persiani, è solo più un ammasso di rovine?
Senza scusarli, possiamo capire il complesso di superiorità da cui saranno d’ora innanzi animati.
Pag. 252-53

All’indomani della vittoria, le città dell’Egeo vivono nel terrore di un ritorno dei persiani.

Cercano volentieri l’appoggio di Sparta, che esercita l’egemonia nella lega ellenica creata nel 481 contro i barbari; ma la grande città dorica è stanca degli intrighi tirannici del suo re Pausania e degli attriti con gli alleati.
Teme inoltre le conseguenze, a lungo andare funeste, delle spedizioni in terre lontane, che avrebbero potuto rovinare la stabilità politica e sociale a cui aveva tutto sacrificato.
Si ritira dunque spontaneamente dalla lotta, lasciando campo libero ad Atene.
Questa mossa presuppone implicitamente una ripartizione, tra la terra, che Sparta si riserva, e il mare, che lascia invece alla giovane e dinamica Atene.
Pag. 253

Da molto tempo ormai la confederazione è solo più una finzione.
Atene è ora abbastanza forte per smettere il doppio gioco.
Nel 454, con una decisione simbolica, essa trasferisce sull’acropoli il tesoro federale di Delo.
La simmachia diventa un impero (arché).
Nel 449 la pace di Callia mette fine alle guerre persiane con un compromesso tra Atene e il Gran Re: la clausola più importante è il riconoscimento dell’autonomia delle città greche d’Asia da parte della Persia.
La confederazione sembra perdere la sua ragion d’essere, che era la lotta contro i barbari, e infatti pare che il tributo non sia stato riscosso nel 449, almeno per quanto riguarda alcune città.
Fin dall’anno 450 però esso viene imposto di nuovo e Atene rafforza l’organizzazione dell’Impero con alcune misure unilaterali prese dall’ekklesia.
In una data molto discussa (senza dubbio 449-448) il decreto di Clearco proibisce di battere moneta in tutto il territorio dell’archè e vi impone le monete, i pesi e le misure ateniesi.
Nel 448-447 il decreto di Clinia stabilisce un sistema rigoroso con tavolette e sigilli per la riscossione dei tributi.
Infine l’Impero viene diviso in cinque distretti per facilitare la riscossione delle imposte.
A partire dall’anno 444 il tesoro federale serve non solo a mantenere l’esercito e la marina, che assicurano la pace nell’interesse generale, ma anche a sovvenzionare la costruzione dell’Acropoli.
Pericle può proclamare orgogliosamente, rispondendo alle rivendicazioni degli alleati sostenuti dall’aristocratico Tucidide, figlio di Melesia, che le città che non contribuiscono in nulla alla difesa comune, non hanno diritto di protestare contro l’utilizzazione dei fondi del phoros decisa dall’ekklesia.
Si registrano nuove rivolte, ma tutte in ordine sparso: l’Eubea nel 446, Samo nel 441.
La flotta è abbastanza potente da sottomettere gli insorti.
Vengono create nuove cleruchie nelle isole che si trovano lungo la rotta capitale degli Stretti: a Calcide e ad Eretria dopo la loro rivolta; in Asia minore, dove succedono alle guarnigioni ateniesi che vi erano mantenute prima della pace di Callia; infine e soprattutto, con la creazione di Brea e poi di ANfipoli, in Tracia, regione vitale per Atene dal punto di vista economico, che viene penetrata sempre più dall’influenza attica fino alle tribù odrisie delle pianure bulgare.
Pag. 256

Se si pensa inoltre che il privilegio – fondamentalmente legato, agli occhi dei greci, all’autonomia – del conio delle monete, fu soppresso in tutte le città dell’archè, appare chiaro che nell’insieme gli ateniesi si comportarono nei confronti dei loro “alleati”, divenuti in realtà loro sudditi, con estrema disinvoltura, talvolta con spietata tirannia.
Viene allora spontaneo da domandarsi come la democrazia e l’imperialismo possano essere compatibili nello spirito degli ateniesi, dato che essi mostrano di lasciarsi guidare solo dalla ragione, come risulta dai discorsi che Tucidide mette in bocca a Pericle.
Notiamo in primo luogo che la concezione greca della libertà è molto differente da quella che ci ha imposto l’ideologia della Rivoluzione francese.
Per i greci non esisteva l’idea kantiana della reciprocità dei doveri e dei limiti imposti all’autonomia degli uni dal rispetto dell’autonomia degli altri: la libertà si manifestava solo nell’azione e, precisiamolo, nell’asservire gli altri.
J. Larsen ha giustamente sottolineato che anche le piccole città agirono in questo campo come Sparta e Atene, consumando per secoli le loro forze più vive in sterili lotte per derisori spostamenti di frontiera.
Inoltre i più idealisti tra gli ateniesi si consolarono, forse, pensando che l’estensione dell’Impero avrebbe comportato anche ‘estensione della democrazia e dimenticando che la democrazia delle città dell’archè era una democrazia “di facciata” irrimediabilmente mutila?
Ma c’è di più.
La democrazia ateniese è imperialista per sua stessa natura e non per caso.
Essa mira ad assicurare innanzi tutto una vita decente ai cittadini, anche ai più poveri.
Questa diffusione del benessere è possibile solo grazie a una politica di grandi lavori sovvenzionati dal tributo, con la moltiplicazione delle colonie militari, che non possono stabilirsi senza la confisca delle terre più ricche degli “alleati”, e che permettono ai teti di accedere al censo degli zeugiti.
La mistoforia, base fra le più sicure della democrazia politica, presuppone che Atene disponga di notevoli introiti, quali solo l’Impero può assicurarle.
Leggendo i discorsi di Pericle nei testi di Tucidide, si resta spesso coliti dal vero e proprio cinismo che vi domina senza alcun pudore.
Gli ateniesi erano certo in buona fede, mentre sfruttavano a proprio vantaggio i fratelli delle isole o dell’Asia.
Tucidide, con la lucidità che gli è abituale, ha messo in luce i fondamenti di questo imperialismo, che si scatena con la virulenza ancora maggiore durante la guerra del Peloponneso: gli ateniesi hanno dalla loro la forza, devono perciò impiegarla; ispirano ai propri sudditi una violenta paura e devono dunque mantenerli in questo stato di dipendenza psicologica.
Molto tempo prima che la riflessione di alcuni sofisti sviluppasse una specie di amoralismo nietzschiano, i democratici del tempo di Pericle, eredi degli aristocratici contemporanei di Cimone, lo praticavano già largamente.
Pag. 257-58

L’Atene del secolo quinto deve tutta la sua potenza e il suo prestigio all’Impero, che seppe conquistare e che sfruttò a proprio esclusivo vantaggio; ma i rancori, i risentimenti,  gli odi suscitati dalla durezza di cui diede prova, la condurranno infine alla rovina.
Essa perirà per aver spinto all’eccesso le sue pretese di ottenere l’egemonia marittima, quell’egemonia che per lungo tempo le aveva procurato grandezza e prosperità, per essersi dimostrata incapace di sviluppare fra gli alleati il sentimento di appartenenza a una comunità dalla quale anch’essi potessero trarre giovamento, e per aver concepito un sistema politico in cui la democrazia generava, come sua condizione necessaria, l’imperialismo.
La disfatta finale fu causata dall’impossibilità di conservare indefinitamente uan tale potenza, per cui potesse sempre imporsi con la forza; persino il lucido Pericle fu tanto cieco da non prevedere l’ineluttabile svolgimento dei fatti.
Gli alleati mormoravano, senza volersi rendere conto degli incontestabili vantaggi che Atene procurava loro.
La pace regnava nell’Egeo, i barbari rimanevano sulle difensive, i prodotti affluivano e il commercio non avvantaggiava esclusivamente gli ateniesi, poiché non avevano instaurato alcun monopolio; l’unità del sistema monetario metteva fine a un disordine secolare e facilitava gli scambi.
Atene poi dava il grande esempio di una città in cui tutto il demos partecipava agli affari pubblici, il diritto diventava più umano e le più sontuose processioni e i più bei santuari celebravano la gloria degli dèi, mentre visi davano convegno tutti i pensatori e gli artisti.
Essa divenne, secondo la splendida definizione con la quale Pericle esagerava un poco la gloria della sua patria, “la scuola della Grecia” (Tucidide, 41).
Sorse allora uno strano antagonismo tra Atene, che rifiutava di ammettere la sua fondamentale ingiustizia,  e gli alleati, che non volevano riconoscere la fine della guerra del Peloponneso perché essi possano scuotersi di dosso il detestato giogo e accorgersi ben presto che le altre egemonie non erano più sopportabili di quella ateniese.
Pag. 258-59

Invano il comico Cratino dileggia “il cranio a forma di cipolla marina” di Pericle, o attacca Aspasia, “l’impudica concubina dall’occhio di cagna”.
Invano i nemici cercano di colpirlo indirettamente intentando processi ai suoi amici, ad Anassagora, a Fidia, ad Aspasia, prima di avere il coraggio di trascinare anche lui in tribunale.
Con la sua alta statura egli domina un secolo che per noi porta giustamente il suo nome.
Certo le sue concezioni sono necessariamente molto lontane dalle nostre.
Abbiamo già sottolineato quanto fosse egoista questa democrazia che fonda la propria libertà sull’asservimento e lo sfruttamento degli altri.
Bisogna aggiungere che il regime di Pericle non è, sotto diversi aspetti, molto diverso da una tirannide.
Alle parole di Cratino sopra “il più grande dei tiranni” fa eco la conclusione di Tucidide (2., 65): “In apparenza si tratta di democrazia, in realtà del governo di un uomo solo”.
Dobbiamo tuttavia riconoscere l’interesse di questa prima esperienza di “socialismo di Stato” (G. Glotz), ispirata sia all’idea che ci si può rivolgere liberamente al popolo e trascinarlo con la seduzione dell’intelligenza, che alla teoria del Nous di Anassagora, secondo cui la Ragione umana è la sola capace di organizzare la vita politica.
Sul Partenone figurano a più riprese gli dèi e gli eroi ordinatori del cosmo contrapposti alla barbarie dei Giganti, dei Centauri o delle Amazzoni, ed anche il levarsi degli astri la cui luce inonda il mondo.
Ispirati all’universo mitico o naturale, sono i simboli doppiamente evidenti di una grande speranza che illumina per la prima volta la Grecia.
Pag. 264

Nel 431 scoppia un nuovo conflitto tra Atene e i Peloponnesiaci.
In apparenza non è che la continuazione della lotta finita soltanto nel 446 con una pace ambigua.
In realtà invece, l’atmosfera è cambiata radicalmente: i successi e l’orgoglio degli ateniesi esasperano le città rimaste indipendenti; inizia una lotta mortale, di quasi trent’anni, nella quale ciascuno fa un uso disperato delle proprie energie: si calcola che Atene abbia mobilitato il 29 per cento della sua popolazione (in epoca moderna; guerre rivoluzionarie, 3 per cento; guerra del 1914-18, 10 per cento).
Nulla di strano dunque che ne esca fiaccata per sempre.
Ma Atene ha fiducia nelle proprie forze e Pericle, senza usare la minima prudenza, sembra deciso a giungere a una prova di forza per approfittare degli incontestabili successi riportati negli ultimi decenni.
I due primi incidenti (questioni di Corcira e di Potidea) la pongono a confronto diretto con Corinto, al città maggiormente offuscata dal trionfo economico della rivale.
Quindi provoca Megara con un decreto intollerabile, che la condanna a sicura rovina impedendole l’accesso ai mercati dell’Impero.
In un congresso della Lega peloponnesiaca riunitosi a Sparta, la guerra viene virtualmente decisa sotto l’energico impulso ei corinzi.
Ma Tucidide (1., 3) nota giustamente che la “causa vera” del conflitto è da ricercarsi nell’urto dell’imperialismo intransigente di Atene contro la volontà d’indipendenza e gli interessi commerciali di qualche città rimasta autonoma.
Pag. 174

Ma il nuovo rispetto dei diritti dell’individuo non è più compatibile con la condotta di una guerra imperialista.
Pericle aveva potuto imporre l’egemonia ateniese perché tutta la città era unita attorno a lui in una forte coesione.
Gli uomini politici che gli succedono – si pensi per esempio ad Alcibiade – sono i primi a dare esempio di indisciplina e di egoismo.
La città crolla nel 404, per non aver voluto scegliere tra la via relativamente austera della potenza, che presuppone il sacrificio di tutti alla causa comune, e la via dell’armonioso sviluppo dell’individualità del cittadino.
Pag. 278

 

 

 

Cap. 2. Il secolo di Pericle o il sorgere dell’età dei lumi

La storia politica del secolo quinto dimostra che Atene non riuscì mai a eliminare i propri rivali e che alla fine dovette soccombere sotto i loro attacchi.
Ciò nonostante, malgrado la durezza e le incongruenze di un imperialismo che noi condanniamo non solo a causa del suo fallimento, la città di Pallade è il fulcro di una civiltà che costituisce una delle più belle realizzazioni dello spirito umano.
E’ ad Atene che si riuniscono tutti i greci dotati di capacità creative nelle diverse attività dello spirito e si elabora un’arte la cui pacata nobiltà non cessa d’imporsi all’ammirazione e all’imitazione.
l’Acropoli, che un giorno fu abbandonata da Atena e sulla quale si onorarono successivamente Gesù e Allah, resta il centro ideale dove si ritrovano tutti coloro che non disperano delle capacità dell’uomo.
Vi è infatti un legame sottile ma chiaro tra il quadro urbano disposto attorno alla collina santa, l’affresco così umano di Erodoto, la tragedia sofoclea delle serene rivolte, il riso sfrenato di Aristofane, gli dèi olimpici di Fidia, il netto grafismo dei vasai del Ceramico e il “demone” di Socrate.
Al centro di tutto vi è un umanesimo che la famosa massima di Protagora riassume solo parzialmente: “L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono” (Platone, Teeteto, 152a).
Questa sinfonia si svolge in tre movimenti, che corrispondono a tre generazioni.
All’epoca delle battaglie di Maratona e di Salamina, una nuova Grecia nasce all’improvviso dalle rovine delle guerre persiane, ancora piena di contrasti, ma che fa già trionfare il suo classicismo.
L’apogeo di Pericle traduce l’euritmia di un mondo che ha trovato un effimero equilibrio.
La guerra del Peloponneso riporta tutte le inquietudini, ma la crisi stessa favorisce lo sboccio delle creazioni più feconde.
Eschilo, Sofocle ed Euripide sembrano quasi riassumere tale evoluzione.
Pag. 279

La caratteristica più evidente della prima generazione è la severità.
Si parla spesso di “stile severo” a proposito delle creazioni della plastica o della ceramica del primo quarto del secolo, ma l’espressione è altrettanto valida per la letteratura contemporanea.
La cultura si libera molto lentamente dal terribile periodo durante il quale viene messa alla prova e dovette, per sopravvivere, approfondire le sorgenti delle sue convinzioni e cercare nuove ragioni di fede nel proprio destino e nei propri dèi.
La transizione è più o meno rapida a seconda dei doversi campi dell’arte, e non bisogna credere che le guerre persiane siano l’unica spiegazione di un movimento che in realtà è anteriore ad esse e solo parzialmente conseguente.
Eschilo e Pindaro scrivono prima del 490 e lo sviluppo della ceramica di stile severo a figure rosse è insensibile, dopo la sua apparizione.
La scultura può forse mostrare una cesura più netta.
Appare abbastanza improvvisamente, malgrado le transizioni, un preclassicismo che rompe con le tradizioni del periodo tardoantico.
Ad ogni modo, notiamo in ogni campo un nuovo sforzo diretto a cogliere l’assoluto atemporale invece dell’aneddoto, a dare all’uomo una sua dignità, e anche un’aspirazione, fino ad allora sconosciuta, verso l’ordine e l’armonia.
Pag. 280

Sui campi di battaglia i greci vinsero solo perché gli dèi combattevano con loro.
A Maratona come a Salamina si videro gli eroi dell’Attica lottare a fianco degli ateniesi.
Il fervore religioso, così caratteristico dell’inizio del secolo, si spiega con gli stretti legami che uniscono città e religione: i successi di Atene rappresentano il trionfo di Atena e degli dèi olimpici.
D’altronde l’olivo sacro dell’Acropoli, pegno dell’alleanza tra la dea e il suo popolo, non rispuntò forse dopo esser stato tagliato dai Persiani?
Ma se questa prova testimonia il soccorso degli dèi, mostra anche quanto siano temibili le potenze soprannaturali.
Benché fervida, la pietà resta contaminata dall’angoscia.
Pindaro (Nemee, 6., 1) sottolinea violentemente la trascendenza del divino: “Una è degli uomini una è la stirpe dei numi”.
Eschilo vive in un mondo di angoscia, sul quale incombe il destino, più potente delle divinità stesse.
Ma in generale domina l’ottimismo.
Gli dèi sono più delle potenze indifferenti al bene e al male.
Zeus, la cui nobile figura primeggia sempre più nel pantheon, è per Pindaro come per Eschilo il garante della giustizia.
L’uomo può confidare in lui, a patto che accetti il suo destino e rinunci all’hybris, la mancanza di misura unita alla violenza, che è la negazione stessa della condizione umana.
Il teatro di Eschilo sviluppa un’idea assai curiosa per noi: gli dèi stessi si sono evoluti.
Zeus inizia con le bravate abominevoli di un tiranno, ma nell’ultima tragedia, che non abbiamo, della trilogia si riconcilia con Prometeo.
Quest’ultimo, a sua volta, non è più l’uomo scaltro di Esiodo, le cui astuzie si rivolgono alla fine contro l’umanità stessa, ma un dio che ama infinitamente l’uomo e che accetta di morire per i suoi protetti: un’anticipazione del Cristo, come è stato detto senza esagerazioni.
Il mondo divino è certo preda di antagonismi che ricordano quelli della città, ma si rivolgono in armonia.
L’Orestiade contiene un’ammirevole lezione: le vecchie dee della vendetta, le terribili Erinni, queste cagne violente che si abbeverano di sangue, diventano le Eumenidi (Benevole), mentre una nuova generazione olimpica, quella di Apollo e di Atena, impone una morale fondata sulla purificazione, la contrizione, il perdono del colpevole penitente.
Le teomachie terminano con il trionfo della concordia; i raggi della speranza illuminano non solo l’iniziato di Eleusi ma anche il cittadino che si rivolge alle divinità poliadi.
Pag. 280-81

A poco a poco insensibili transizioni liberano il classicismo dal preclassicismo.
L’angoscia si placa, gli dèi diventano olimpici come lo era Pericle, Atene fa trionfare ovunque lo spirito attico.
Indiscutibilmente tutto ciò è riflesso dell’equilibrio politico e sociale che si instaura in quegli anni e dura qualche decennio.
Ma, come quest’equilibrio, così anche la nuova armonia che si impone in tutti i campi è il risultato di uno sforzo doloroso: e potenze del male, se pur vinte, sono ancora presenti nei fregi del Partenone, e il tema della rivolta è al centro dell’opera sofoclea.
Già si preannunciano delle dissonanze, e basterà la scossa provocata dalla guerra peloponnesiaca per trasformare tutto il mondo greco.
Pag. 286

I generi drammatici che si ricolgono direttamente al demos hanno una parte essenziale nella letteratura greca.
La commedia, definitivamente organizzata dal punto di vista tecnico, conosce già il successo dovuto allo scandalo delle sue allusioni sfrenate all’attualità politica, e fin dal 440 le si dovrà proibire di mettere in scena dei personaggi viventi, ma senza ottenere obbedienza.
Di essa purtroppo ben poco ci resta, salvo qualche frammento e qualche nome, tra i quali quello di Cratino, che sembra essere, con la sua verve buffonesca, il miglior precursore di Aristofane.
La tragedia si pone su di un altro registro: continua ad interessarsi ai rapporti tra l’uomo e gli dèi.
Sofocle la riassume ai nostri occhi, benché Euripide abbia iniziato a produrre fin dal 455.
Egli sembra essere il modello dell’uomo felice: sempre vittorioso nei concorsi, ammirato dai concittadini a tal segno che gli affideranno l’incarico di stratega dopo la rappresentazione dell’Antigone, zelante adoratore degli dèi e come tale reputato il più degno ad accogliere Asclepio nella sua dimora, quando giungerà da Epidauro.
La sua tragedia mette in primo piano l’uomo padrone del proprio destino e non più vittima del cieco fato.
Il motore principale è la potente volontà dei protagonisti.
Contemporaneo dell’apogeo di Atene, prima che l’eccezionale longevità lo faccia assistere al declino della sua città, egli è testimone della nuova fiducia che anima il cittadino, oramai sicuro di poter dominare gli avvenimenti con la propria azione, come lo è anche dell’approfondirsi della riflessione morale, soprattutto quando nell’Antigone esalta “le leggi non scritte” della coscienza.
Pag. 291

Possediamo dunque grazie a Erodoto delle descrizioni piene di vita e di colore, e ciò non è poco; nondimeno sotto il cronista appare già lo storico.
La sua documentazione è vasta, tratta in parte dai libri (donde l’accusa di aver saccheggiato i predecessori, che gli vien mossa in particolare da Ecateo), ma ottenuta soprattutto col materiale accumulato durante inchieste e viaggi personali.
Non sarebbe giusto, dunque, rimproverargli di non aver compreso né letto alcuna lingua orientale e di essere perciò rimasto in balia di informatori e ciceroni locali.
Incontestabilmente credulo, egli si sforza di sottoporre a critica tutte le testimonianze pervenutegli e la sua imparzialità è evidente, anche se non nasconde un certo disprezzo per gli ioni e i tebani e una predilezione per gli ateniesi, in particolare per la famiglia degli Alcmeonidi.
Per quanto si interessi soprattutto alle cause secondarie e scorga l’elemento motore della storia essenzialmente nelle virtù e negli intrighi dei grandi uomini, egli non disdegna le cause prime e sottolinea chiaramente che l’origine vera delle guerre persiane deve essere ricercata nello scontro ineluttabile di due imperialismi.
Erodoto merita dunque ampiamente la gloria che Cicerone gli attribuisce indicandolo come “il padre della storia” (De legibus, 1., 1).
Pag. 293

Eraclito di Efeso, così pessimista da essere soprannominato il Melanconico, sembra ricercare il principio delle cose come i “fisiologi” del secolo precedente, e lo trova nel fuoco.
L’universo è per lui un eterno divenire e le massime in cui esprime questa dolorosa constatazione sono famose: “Tutto scorre”; “Non puoi tuffarti due volte nella stessa onda, perché sempre nuova acqua scorre su di te”.
Ma, immutabile fra questa mobilità, persiste il Logos che è legge del divenire, simboleggiata dal fuoco.
Il Conflitto (Polemos) anima l’universo, “padre di tutte le cose, re di ogni cosa” e genera paradossalmente l’armonia suprema, poiché è l’intima tensione che stabilisce i rapporti fra gli opposti (vita e morte, gioventù e vecchiaia, veglia  e sonno, giorno e notte) e la forza che fa nascere un elemento dall’altro in un ciclo perpetuo.
In tal modo si ricompone l’unità fondamentale: “Dando ascolto non a se stessi, ma al Logos, è saggio riconoscere che il tutto è uno”, tanto che il profeta della mobilità universale e del conflitto incessante ritrova, al termine della sua meditazione, l’identità essenziale degli esseri e l’armonia del kosmos.
Nietzsche l’ha rilevato con vigore: “Ciò che Eraclito ha contemplato, la presenza della legge nel divenire, sarà ormai contemplato eternamente: è stato lui ad alzare il sipario su questo spettacolo sublime”.
E’ d’altronde comprensibile che i contemporanei, irritati per i suoi discorsi volutamente sibillini, spaventati da quegli abissi dell’Altro e dell’Uno che egli spalancava sotto i loro piedi, l’abbiano chiamato l’Oscuro.
Il mondo è altrettanto vario per Anassagora di Clazomene.
Esso risulta dalla combinazione di sostanze indivisibili.
Ogni cosa contiene, mescolati, i semi di tutte le cose, semi a cui Aristotele darà il nome do omeomerie (parti omogenee).
Un moto incessante tende a dissociarle, ma l’universo non ha fine poiché ogni cosa racchiude in germe l’infinità delle qualità.
In tal modo sono andate isolandosi le diverse parti del mondo in seno all’Infinito: l’umido e il freddo al centro, il secco e il caldo all’esterno.
Tutti questi moti che animano la materia sono resi possibili solo dall’esistenza, al di fuori di essa, di una causa pensante: il Nous o intelligenza, principio organizzatore del kosmos, il cui intervento ha messo ordine nel caos originario.
Anassagora lo concepisce come un movimento circolare, che crea a poco a poco un vortice col quale abbraccia lo spazio infinito, separando ad esempio gli astri e infiammandoli.
Sistema entusiasmante, che mette in luce la facoltà regolatrice e unificatrice dello Spirito in seno al disordine infinito delle qualità e di cui è nota l’influenza sulla politica di Pericle.
Non è difficile infatti comprendere l’amicizia fra i due uomini il cui idealismo si fonda  su di un solido positivismo.
Anassagora seziona un montone con un solo corno nato in un gregge di Pericle, e rischia di essere trascinato davanti ai giudici per aver espresso l’opinione che il sole non è altro che una massa incandescente: nemmeno Atene è abbastanza matura per accettare l’audacia delle sue concezioni.
Leucippo di Mileto è anch’egli erede della tradizione ionica, che arricchisce con l’insegnamento di Zenone di Elea.
Alla fine del secolo un suo discepolo, Democrito di Abdera, ne accetta la cosmogonia, ma estende la propria riflessione alle discipline più diverse mostrandosi, per la quantità e la precisione delle sue osservazioni e per le ambizioni enciclopediche, il vero precursore di Aristotele.
Le grandi originalità di questi due filosofi consiste nell’ammettere che la materia è composta di particelle indivisibili, impenetrabili, piene ed infinite, a cui dànno il nome di idee e che sono dotate di differenze solo quantitative (grandezza, forma, posizione).
In seno al vuoto assoluto in cui esse si muovono il moto vorticoso crea degli aggregati secondo il duplice criterio della densità (che respinge verso l’esterno le più leggere) e della forma (che permette l’unione di particelle complementari).
L’anima stessa non sfugge al rigore di tale meccanismo: essa consta di atomi leggeri e sferici, simili al pulviscolo roteante in un raggio di sole e costantemente rinnovati dalla respirazione.
Ciò che colpisce è l’aspetto moderno di tale dottrina, non soltanto perché i suoi autori sono dei remoti precursori delle teorie atomiche del nostro tempo, ma anche perché è la prima volta che per rendere conto dell’universo non si fa appello ad alcun motore esterno come il Logo o il Nous.
Al positivismo ionico continua ad opporsi un razionalismo occidentale, più sensibile alla matematica che alla fisica, esprimentesi volentieri in forma mitica, assillato dal problema del fato e come tale suscettibile talvolta di una più larga espansione.
Il pitagorismo non perde il suo slancio creatore né il suo successo, ma deve ormai competere con Empedocle e i filosofi eleatici.
Il pitagorismo si diffonde largamente in Magna Grecia e nella Grecia stessa, dopo l’espulsione della setta da Crotone.
Avviene però una scissione tra le due tendenze, che coesistono nel pensiero del fondatore: gli acusmatici, , fedeli alla stretta osservanza della dottrina, formano delle vere e proprie confraternite religiose; i matematici, molto più laici, si sforzano di far progredire le scienze, specialmente l’aritmetica, la geometria e l’astronomia, per meglio scoprire l’armonia numerica immanente dell’universo.
Affiorano alcuni nomi, soprattutto alla fine del secolo e all’inizio di quello seguente, senza però che sia possibile far corrispondere ad ognuno di essi un’opera precisa: Filolao, eretico di genio, che oppone la nozione di relatività alle categorie troppo schematiche della tradizione pitagorica; Archita e Teeteto (inizio del secolo 4.), che consentono alla geometria di realizzare dei progressi decisivi facendola assurgere a una somma razionale “aumentando il numero dei teoremi e componendo un insieme più scientifico” (Proclo).
Empedocle d’Agrigento si avvicina a Pitagora per la forte personalità di “mago”, presto circondato da un alone di leggenda.
Vestito di porpora, percorre il mondo ellenico come un re o meglio come un dio, compiendo miracoli al suo passaggio.
Fraziona il monismo degli ioni affermando che vi sono quattro elementi, o piuttosto “quattro radici di tutte le cose” (fuoco, acqua, aria e terra), dottrina che detterà legge per secoli.
Due forze motrici agitano l’universo determinando scambi costanti fra gli elementi: l’Amore e l’Odio, che trionfano alternativamente nel corso d’una serie infinita di cicli.
Tale nozione di ciclo è altrettanto importante per l’anima umana: le anime colpevoli dovranno errare tre volte diecimila anni per redimersi attraverso la sofferenza.
In realtà una simile dottrina è fondamentalmente mistica: emulo di Pitagora, Empedocle afferma la necessità di astinenze e purificazioni, alle quali consacra un trattato.
Questo filosofo è al tempo stesso ingegnere, astronomo, fisico, biologo e taumaturgo.
Tale strano miscuglio di razionalismo e misticismo stona un poco in pieno secolo 5.: Empedocle ricorda piuttosto i pensatori arcaici, i “re filosofi” cari a Nietzsche, tanto più che il dualismo dei due principi motori, la teoria ciclica, le osservazioni rituali fanno pensare  agli influssi orientali così decisivi all’alba del pensiero ellenico.
Empedocle porrà fine alla sua romantica esistenza di profeta gettandosi nel fuoco purificatore dell’Etna: i discepoli non ritroveranno che le suole dei suoi calzari, mentre la sua anima prenderà il volo nel fuoco universale.
Quella che si sviluppa a Elea sulle tracce di Senofane è un’autentica scuola.
Il suo maestro indiscusso è Parmenide (inizio del secolo 5.), di cui ci restano alcuni splendidi frammenti, coem l’introduzione al poema, in cui egli ci appare trasportato dal carro delle figlie del Sole verso la Giustizia che gli rivela la verità suprema.
Questa consiste nella realtà dell’Essere e nella non-realtà del Non-essere.
“Ti dirò, gli insegna la dea, quali siano le due sole vie concepibili per la ricerca: la prima, che è l’unica da seguire, è che l’Essere è, e che non è possibile che non sia; la seconda, un semplice sentiero di cui non ci si può fidare in alcun modo, è che l’Essere non è, e il Non-essere è necessario” (fr. 2).
L’Essere è identificato con una sfera perfetta, indistruttibile, immobile e finita.
Verso la metà del secolo Zenone di Elea riprende questa teoria dell’Essere uno e immutabile, dimostrando con le sue famose aporie (Achille e la tartaruga, la freccia immobile in pieno volo)  le assurdità della tesi contraria.
Egli è dunque, secondo Aristotele, il vero fondatore della dialettica, il metodo di ricerca mediante la discussione che si imporrà presso la generazione seguente.
Melisso di Samo orienta invece la dottrina nel senso del pensiero ionico, attribuendo all’essere l’eternità e l’infinità.
Se dovessimo ricercare un carattere comune a dottrine così diverse, potremmo ritrovarlo solo nelle loro ambizioni, cosmologiche e ontologiche al tempo stesso: lo scopo che si prefiggono è di spiegare la nascita e l’evoluzione del kosmos; l’intento, quello du conciliare la diversità e l’unità del reale.
Eredi dirette delle filosofie arcaiche, si potrebbe in un certo senso considerarle come la continuazione di queste ultime in pieno secolo 5.
Comunque, fin dal 450, un nuovo indirizzo si fa luce in Grecia: un pensiero critico soppianta il dogmatismo degli ioni e degli occidentali; l’uomo prende il posto dell’universo e dell’essere al centro della speculazione.
E’ questa la rivoluzione portata dai sofisti, che studieremo all’epoca del suo trionfo definitivo.
Pag. 294-96

Nondimeno il programma costruttivo di Pericle sorpassa di gran lunga tutto ciò che era stato realizzato fino ad allora: il telesterion di Eleusi, i templi di Posidone al Sunio e di Nemesi a Ramnunte, senza contare, in Atene stessa, l’Odeon, i templi di Efesto e di Dioniso, oltre a una nuova sistemazione dell’acropoli.
Pericle ha la fortuna di avere in Fidia, che sarà il suo “soprintendente alla Belle Arti”, un collaboratore indispensabile.
Fidia si circonda di una schiera di artisti e concepisce un disegno generale destinato a trasformare la collina sacra in un incomparabile ponte tra gli uomini e gli dèi.
Nessuna durezza nella disposizione degli edifici e nei loro rapporti, ma una sapiente mescolanza di dorico e di ionico nella quale grazia e severità si uniscono armoniosamente.
Qualcuno (W. Lawrence) ha pensato che il grande artista abbia voluto fare dell’Acropoli la rivale delle acropoli persiane su cui s’innalzano i palazzi dei Grandi Re, quasi per meglio sottolineare le differenze che separavano una civiltà di uomini liberi da una civiltà di schiavi.
Voluto o no, il paragone s’impone: da una parte la dimora di un despota orientale, che schiaccia con il suo potere un mondo di schiavi sottomessi, dall’altra la dimora degli dèi tutelari, ai quali Atene soggiace con tanta maggiore facilità, in quanto essi raffigurano lo Spirito nella sua forma più perfetta.
Pag. 297

A partire dal 430 (ammesso che sia possibile stabilire una data per un mutamento così lieve) una crisi scuote il mondo ellenico; essa si manifesta tanto nei mutamenti che subisce la vita quotidiana, quanto nell’evoluzione del teatro, della scultura, della ceramica o nelle trasformazioni delle credenze religiose.
Le creazioni dello spirito non sono meno brillanti di quelle della generazione precedente, ma l’inquietudine succede alla serenità, il dubbio alla certezza, la ricerca all’equilibrio.
Due cause indipendenti spiegano quest’evoluzione generale.
La più appariscente è la guerra del Peloponneso, lo scontro in cui la potenza di Atene vacilla lungamente prima dello sfacelo e in cui si assiste al declino del suo equilibrio politico, sociale ed economico, ben prima del disastro del 404.
Ma vi è di più, poiché in molti campi la trasformazione è anteriore al conflitto.
Un gruppo di pensatori, rompendo con una tradizione vecchia di quasi due secoli, distoglie la loro attenzione dai problemi cosmologici ed ontologici per trasferirla sull’uomo: la loro critica corrosiva contribuirà a infrangere le vecchie strutture.
Pag. 300

E’ difficile dare un giudizio obbiettivo su tale movimento filosofico.
Nulla di più nobile infatti di questo sforzo, il primo in ordine di tempo nella storia umana, di sottoporre qualsiasi convinzione ai lumi della ragione.
Va ricordata tra l’altro una sentenza di ippia che, rifiutando gli antagonismi su cui è fondata la società greca, considera tutti gli uomini “come dei consanguinei e dei concittadini secondo natura, se non per legge” (cfr. Platone, Protagora, 337c).
Ciò non toglie tuttavia che la sofistica abbia dei punti deboli: a dispetto delle apparenze umanistiche traspare un gran disprezzo per l’uomo: esso si manifesta nell’indifferenza verso ogni norma morale, nell’affermazione che il “ragionamento ingiusto” h alo stesso valore che “quello giusto”.
Anche al di fuori di tali eccessi, la sofistica agisce come un acido corrosivo, poiché investe le credenze fondamentali, lungamente elaborate nel corso dei secoli precedenti, su cui poggiavano le città, la morale, la religione.
Nata dal dubbio, essa non fa che consolidarlo e portarlo alle conseguenze estreme: molto prima delle crisi del secolo seguente, la nozione di polis, fondata sul rispetto della legge, sulla sottomissione cieca dell’individuo alla collettività, sulle distinzioni arbitrarie esistenti tra cittadino e straniero, tra uomo libero e schiavo, tra greco e barbaro, si sgretola il contatto dei corrosivi argomenti della sofistica.
Ci troviamo di fronte al trionfo dell’individuo, dell’uomo che ha come sola arma la ragione contro gli imperativi dello Stato e della tradizione.
Lo stesso movimento fa la sua apparizione, alla medesima epoca, in India e in Cina, dove altri sofisti predicano una dottrina analoga.
Si tratta già dell’Aufklarung, con la sua potenza distruttrice e la sua incontestabile saggezza.
Pag. 302

Il messaggio di Socrate non è meno misterioso dei motivi della sua condanna.
lo conosciamo solo indirettamente attraverso gli scritti di un discepolo troppo stolido e di un altro troppo geniale.
Non essendovi nulla di comune tra le testimonianze di Senofonte e quelle di Platone, se non l’ammirazione per il maestro, non ci dobbiamo stupire che i moderni abbiano fornito di lui dei ritratti così profondamente diversi.
La sua dottrina, se ne ebbe una (del che è lecito dubitare, quando si osservi che l’edonismo dei cirenaici e il misticismo ascetico di Platone lo rivendicano entrambi), si riduce per noi a pochi enunciati.
Egli dà la preminenza all’uomo “facendo scendere la filosofia dal cielo in terra”, secondo il motto di Cicerone (Tusculanae, 5., 4), fa suo il detto di Delfi: “Conosci te stesso”, distorcendolo d’altronde dal suo significato puramente morale per affermare la necessità di un’azione fondata sulla riflessione e sull’introspezione; proclama che “nessuno fa il male volontariamente”, conferendo all’intellettualismo etico la sua espressione più pura.
Afferma i diritti dell’irrazionale; cade in estasi un giorno intero durante l’assedio di Potidea e dà ascolto a quel suo misterioso “demone” (voce della sua coscienza, oppure forza soprannaturale distinta?), che gli impedisce di compiere azioni nefaste.
Pag. 304

Aristofane resta la voce del popolo, benché disprezzi le novità di cui il popolo si nutre.
Euripide è un pensatore orgoglioso che, per quanto imbevuto del nuovo pensiero, ottiene solo cinque volte il primo posto con le sessantotto opere che presenta e preferisce, ormai alla fine della vita, lasciare l’ingrata Atene per la corte di Pella.
Nessuno più di lui porta il segno di quest’epoca, non soltanto perché la sua opera pullula di allusioni precise che fanno la gioia dei commentatori moderni, ma anche e soprattutto perché ne esprime tutte le inquietudini.
Non possiede alcuna dottrina, alcun sistema paragonabile a quelli dei suoi predecessori, inoltre sembra divertirsi a ritrattare in un’opera quel che aveva enunciato in un’altra.
S’interessa alla ricerca e all’analisi, non all’elaborazione di una metafisica o di una morale di cui fissare le norme di volta in volta.
Tale atteggiamento gli è imposto non solo dalla sua natura, dalla sua intelligenza sottile ed eccessivamente fluida, incapace di fissarsi, ma anche dalla educazione ricevuta dai sofisti, che gli hanno insegnato a discernere in tutto il pro e il contro.
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Atene infatti ha fornito una produzione così esuberante, che non si potrebbe certo rimproverarle di dare qualche segno di stanchezza, tanto più che, da generosa maestra, ha largamente diffusa i suoi benefici in tutto il mondo greco e barbaro.
Quando nel 404 suona per essa l’ora dell’inevitabile decadenza, aveva già da più di trent’anni liberato gli spiriti dai pregiudizi atavici, creato nuove forme d’arte e di letteratura, più umane e più aggraziate, concepito uan religiosità più commossa e mistica.
Socrate prenderà ben presto le parti dello Spirito contro la stupidità e la mala fede.
Sono già poste tutte le linee principali per un nuovo classicismo meno rigido e più commosso.
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Cap. 3. L’età delle egemonie, 404-323

Se il secolo 5. si presenta ai nostri occhi come profondamente unitario grazie all’azione di Atene, il 4., che si ferma d’altronde per noi alla morte id Alessandro nel 323, è invece un’epoca di antagonismi.
Tre città importanti appaiono abbastanza potenti per aspirare all’egemonia, pur essendo in realtà troppo deboli per conservarla.
Una crisi molto grave scuote inoltre la Grecia, che sembra affetta da sclerosi e incapace di riformare le sue istituzioni, d’imprimere uno slancio nuovo all’economia e di risolvere i problemi sociali.
Filippo di Macedonia fornisce in modo realistico la dimostrazione del principio, così caro alla filosofia greca, della superiorità dell’uno sul molteplice.
Alessandro potrà allora trascinare la Grecia, unificata e resa schiava da suo padre, in una prodigiosa epopea, destinata a propagare la civiltà greca fino ai limiti del mondo conosciuto.
In pochi anni quegli stessi greci che mendicavano i sussidi del Gran re e dei suoi satrapi diventeranno i signori dell’Oriente.
Ben pochi periodi storici sono così scoraggianti come il mezzo secolo che intercorre tra la caduta di Atene e l’entrata in scena di Filippo di Macedonia.
L’Ellade è divisa dalla rivalità implacabile di Sparta, Tebe e Atene, il cui solo pensiero è quello d’imporre la propria autorità.
Le prime due non esitano a umiliarsi davanti al Gran Re pur di assoggettare più facilmente la Grecia, malgrado il forte movimento panellenico di cui è testimone la letteratura di quell’epoca.
Tali egemonie non sono che ridicoli castelli di carta e le lotte misere ed assurde che provocano avranno un unico risultato: infrangere l’unità dell’Ellade, che saprà opporre solo futili velleità alla fredda determinazione di Filippo.
Pag. 317

L’anno 404 rappresenta una rottura nella storia greca.
Atene, vinta ed umiliata, cade sotto il giogo della tremenda tirannide dei Trenta che, installatisi con la complicità di Sparta, ridurranno il corpo civico a soli tremila cittadini.
Tuttavia già nel 403 la democrazia riprende il potere: una riconciliazione generale ha luogo e durante l’arcontato di Euclide (403-402) si assiste a una notevole opera di riordinamento della costituzione.
A Sparta l’artefice principale della vittoria, Lisandro, cade in disgrazia, il che favorisce il trionfo del re Argesilao 3. di cui Senofonte ci ha lasciato un ritratto estremamente lusinghiero: coraggioso, instancabile, magnanimo, pieno di rispetto per le leggi della propria patria, incapace di qualsiasi ambizione personale.
Effettivamente egli incarna le più belle virtù di Sparta che, pur conservando le sue brillanti qualità di energia, sta morendo, perché non sa scegliere la strada delle riforme e ignora ogni altro principio d’azione che non sia la violenza, ogni altro movente al di fuori dell’interesse più egoistico.
Sono noti alcuni nobili detti di questo re, come ad esemio l’apostrofe per i diecimila nemici uccisi a Corinto: “Sventurata Grecia, hai perduto degli uomini che ti avrebbero assicurato la vittoria nella lotta contro i barbari!”; ma questo spirito panellenico non resiste alla prova dei fatti.
Pag. 318

 

 

 

Nel 355 Atene è ancora la città greca più importante e più ricca, ma ha perduto ormai il suo vantaggio essenziale: l’appoggio delle città che avevano stretto volontariamente alleanza con lei e che, deluse, si sono di nuovo staccate con la forza.
Comunque né essa, né le sue rivali, Sparta e Tebe, possono realizzare l’unificazione dell’Ellade, impoverita e demoralizzata, per contrastare il pericolo che sovrasta e che neppure i più perspicaci sembrano scorgere.
In realtà gravi minacce si stanno profilando contro l’autonomia della Grecia, ma non provengono dall’Oriente.
Sorgono in Macedonia, dove l’anno precedente un giovane sovrano ha preso il potere.
Pag. 323-24

Dopo che Archelao era stato assassinato dal suo favorito (400-399), la Macedonia aveva trascorso un periodo di crisi.
Aminta 3., salito al trono dopo un periodo di torbidi segnato da un’orrenda serie di delitti, aveva proseguito la lotta per assoggettare i vassalli del paese alto ed aveva condotto abilmente una politica oscillante tra le diverse città greche.
Alla sua morte (370) i due figli maggiori regnarono uno dopo l’altro: Alessandro 2., ucciso per ordine dell’amante di sua madre, Euridice, una principessa tutta presa dai piaceri dei sensi e dalle ambizioni personali; quindi Perdicca 3., che trovò la morte in una grande battaglia contro i popoli dell’Illiria, vicini turbolenti che mettevano in pericolo la frontiera settentrionale.
Nell’anno 359, la situazione è molto grave.
Il figlio di Perdicca, Aminta, troppo giovane per regnare, vede il trono conteso da diversi pretendenti.
L’ultimo figlio di Aminta 3., Filippo, prescelto come tutore di suo nipote, sa imporsi con una tale autorità che tre anni dopo soppianta il suo pupillo, senza incontrare alcuna resistenza e viene proclamato re.
Filippo ha solo ventitré anni quando diventa reggente, ma possiede già una grande esperienza: ostaggio a Tebe, ha frequentato Epaminonda, per il quale nutriva la più viva ammirazione; in seguito ha governato una provincia macedone.
La sua vita privata è molto dissoluta e i suoi avversari non hanno difficoltà a rinfacciarli un amore eccessivo per il vino e per le donne.
Tutti però sono d’accordo nel riconoscere le sue doti politiche: del tutto privo di scrupoli, egli sa alternare abilmente la forza e la diplomazia.
Possiede ugualmente i due doni antitetici dell’energia nell’azione e del temporeggiamento nel corso dei negoziati.
Pag. 324

Ma la sua forza principale rimane l’esercito, a cui dedica un’attenzione particolare, assecondato da un incomparabile capo di stato maggiore, il fedele Parmenione.
La coscrizione obbligatoria gli consente di arruolare contingenti notevoli per un paese la cui popolazione raggiunge forse gli ottocentomila abitanti.
La Macedonia viene suddivisa in circoscrizioni militari, ognuna delle quali fornisce tre unità, una di cavalleria, una di fanteria pesante e una di fanteria leggera.
Durante il combattimento la varietà di questi elementi assicura una grande agilità di manovra; ma l’innovazione più importante è indubbiamente costituita dalla falange, raggruppamento di unità  della fanteria pesante armata con la sarissa, una lancia lunga da 5 a 7 metri a seconda della fila.
Senza avere ancora quel carattere massiccio e compatto che assumerà nell’epoca ellenistica, la falange è uno strumento idoneo a contenere l’avversario e a sgominarlo mediante l’autentico muro di ferro opposto dalle sarisse protese: con essa Filippo conquisterà la Grecia e Alessandro sottometterà l’Asia.
Pag. 325

Come Bismarck con i tedeschi [Filippo] vuole trascinare i greci in una grande spedizione comune, destinata a cementarne l’unione.
Una volta ancora il panellenismo gli mostra la via, suggerendogli l’idea di una crociata contro i barbari.
Attaccando la Persia si vendicheranno dunque gli affronti di Serse, e ciò tanto più facilmente in quanto dopo l’assassinio di Ochos il trono è nelle mani di un principe la cui autorità è vacillante, Dario 3. Codomano.
Ma durante le nozze della figlia Cleopatra, un etero, Pausania, uccide Filippo con una coltellata.
Si trattò di vendetta personale, oppure del gesto di un sicario armato da Olimpiade, la moglie del re, stanca di essere trascurata, o piuttosto dal re persiano?
Cosa sarebbe accaduto, comunque, dell’opera immensa di un uomo abbattuto nel pieno delle forze e della gloria?
La vittoria di Filippo non la si può spiegare solo con le funeste divisioni dei greci.
L’equilibrio numerico delle forze in lotta non condannava ineluttabilmente le poleis a inchinarsi davanti al Macedone, ma esse dovevano trovare in se stesse le risorse necessarie per resistergli.
Ora, sia politicamente, sia sul piano sociale ed economico, la polis è scossa fino nelle sue basi tradizionali: la crisi della polis è, al tempo stesso, causa ed effetto del trionfo di Filippo.
Pag. 331

Ci serviremo in particolar modo dell’esempio di Atene, il solo che conosciamo abbastanza bene grazie al gran numero di testi letterari e filosofici.
Possiamo tuttavia supporre che l’evoluzione sia stata la stessa anche nelle regioni in cui l’oligarchia era la forma di governo tradizionale (Sparta, Tessaglia) e in quelle dove esisteva una democrazia moderata (Beozia).
Due cause principali sono all’origine di tali sconvolgimenti: i nuovi rapporti instauratisi tra città e campagna, e la perdita di una parte  dei clienti esterni, essenziali per la Grecia incapace di vivere in modo autarchico.
Pag. 332

Tuttavia alcuni fattori di recessione fanno già sentire i loro dannosi effetti.
Da un lato il Pireo non ha più l’incontestabile monopolio di cui godeva nel secolo 5.
I porti dell’Anatolia, sottomessi dall’Impero persiano, hanno infatti ritrovato la loro antica prosperità, specialmente Efeso, che detronizza definitivamente Mileto.
Rosi, Cizico e Bisanzio diventano ricchi empori.
Ma c’è di più.
Il mercato esterno tende a ridursi, a causa dello sviluppo industriale di paesi fino ad allora sottosviluppati che si procuravano ad Atene tutti i prodotti di lusso.
Pag. 335

La città, smembrata da questi due blocchi, si sta disgregando.
Si parla spesso dell’affievolirsi dello spirito civico e tale fattore non deve essere sottovalutato ma è sia la causa che l’effetto del progressivo tramonto della città.
In realtà quest’ultima aveva già cessato di esistere molto tempo prima di sprofondare politicamente sotto i colpi  dei macedoni.
La polis era in origine un corpo unitario, in cui ciascun membro era pronto al sacrificio supremo, cosciente di fare parte integrante d’una comunione di diritti e d’interessi.
Ma chi oserebbe ancora parlare d’uguaglianza di diritti in una società in cui gli uni hanno tutto ce gli altri nulla?
Paradossalmente, ognuna delle due classi si sente minacciata dall’altra: i poveri non possono accontentarsi degli oboli, dei misthoi e del teorico; i ricchi non riescono a godersi tranquillamente i propri beni, sempre minacciati o decurtati.
Alla volontà comune che formava l’essenza della polis si è sostituita da ambo le parti la cattiva volontà.
Atene non è la sola a soffrire di questo male che la corrode.
Il massacro dei ricchi di Argo fornisce una prova eloquente degli odi di classe.
La sparta degli Uguali è diventata un mostro d’ineguaglianza.
Talora sorgono dei tiranni che promettono al popolo la spartizione delle terre o il condono dei debiti e non esitano a fare appello agli schiavi, pur di consolidare il loro potere.
Tale minaccia, che in realtà è solo latente, induce Filippo ad esigere dai greci la promessa di non procedere a una liberazione degli schiavi che avrebbe rischiato di sovvertire l’ordine esistente.
Davanti a questa rovina della città, provocata da una rottura dell’equilibrio economico e sociale alla quale non avevano attribuita molta importanza, gli uomini politici e i pensatori trovano in generale solo delle soluzioni parziali, ma non sanno rinunciare al principio stesso della polis.
Alessandro darà il colpo di Grazia alle poleis, ma la conquista dell’Oriente fornirà una soluzione provvisoria all’asfissia economica e agli antagonismi di classe che soffocavano la Grecia.
Pag. 337

Nell’anni 336, alla morte del padre, Alessandro ha vent’anni.
A tredici anni, Filippo l’aveva posto sotto la guida di Aristotele.
Il ragazzo ascolta con fervore le lezioni di un maestro onnisciente: legge Pindaro, Erodoto, Euripide, facendo tesoro di una cultura profondamente ellenica e scoprendosi un amore per la filosofia che non lo lascerà più.
A sedici anni gli viene affidata la reggenza durante una spedizione di Filippo, il che gli permette di iniziarsi all’esercizio del potere.
Malgrado un momentaneo disaccordo col padre, si riconcilia con lui e come figlio maggiore è proclamato re dall’esercito quando Filippo soccombe sotto il pugnale di Pausania.
Inizierà allora un regno di dodici anni e mezzo, destinato a sconvolgere totalmente la situazione dell’Ellade e del mondo orientale.
Pag. 337-338

Molte sono le esegesi fornite dagli storici circa la partenza di Alessandro.
Gli uni lo vedono desideroso di sottrarre ai barbari le colonie dell’Anatolia e di vendicare i patimenti sopportati dai greci durante le guerre persiane, altri invece bramosi di diffondere in Oriente la civiltà ellenica.
Altri infine, con più realismo, pensano che gli stesse a cuore continuare l’opera paterna e che non volesse abbandonare l’esercito di diecimila uomini inviato in Asia da Filippo al comando del Parmenione, allora sul punto di essere gettato a mare.
Consolidare l’unione precaria del regno di Macedonia con la lega di Corinto appare inoltre come uno dei suoi fini principali.
Senza dubbio nessuna di queste ragioni è trascurabile; notiamo però che Alessandro desidera anche far rivivere i ricordi dell’Iliade, formando una coalizione europea contro l’Asia.
Inoltre egli è animato dalle stesse idee di Serse: come già fece il sovrano orientale, egli compie a Troia dei sacrifici in onore di Atena e degli eroi omerici e getta in mare dalla sua nave una coppa d’oro per Posidone.
Il figlio di Dario aveva implorato Elio di concedergli che nessun ostacolo gli impedisse di raggiungere i confini dell’Europa, Alessandro vuole apparire come l’anti-Serse e dà al suo programma iniziale un’ampiezza non certo minore: il primo gesto che compie arrivando al suolo asiatico, è di conficcarvi la propria lancia per farne una “terra conquistata con la punta della lancia”.
Sembra dunque dominato dal sogno, o piuttosto dal progetto d’una monarchia universale fin dall’inizio della sua spedizione.
L’Oriente soccomberà sotto i colpi di Alessandro, perché questi porterà in sé lo slancio irresistibile di un dio.
Pag. 340

All’eredità lasciatagli dal padre, nel consistente regno di Macedonia e nell’egemonia sulla lega ellenica.
Alessandro ha aggiunto la totalità (e forse anche più) dell’Impero achemenide, qual era all’epoca della sua massima estensione sotto Dario 1.
Nessun conquistatore aveva mai riunito un così grande numero di province sotto il proprio scettro, né portato le armi così lontano dalla patria.
Per spiegare tali successi non basta pensare alla forza militare del giovane Stato macedone, al valore dei soldati greci, al disfacimento della monarchia achemenide e alla debolezza e viltà di Dario Codomano.
Si rimane del resto meravigliati davanti all’esiguità dei contingenti che hanno consentito ad Alessandro di compiere la conquista del mondo: forse quarantamila uomini al momento dello sbarco, centoventimila in India, ottantamila alla sua morte.
Sempre presente ovunque, instancabile alla testa della sua cavalleria (così ce lo rappresenta il mosaico della battaglia di Arbela), Alessandro stimola con il proprio esempio l’ardore dei soldati mentre li guida con perizia di un grande capitano.
Inoltre questo intrepido cavaliere, questo condottiero esperto e grandissimo capo sa mostrarsi un organizzatore di genio.
Pag. 345

Questa politica di collaborazione è completata da un’altra, più ambiziosa e totalmente nuova.
Alessandro non accoglie affatto l’ideale panellenico: non intende assoggettare e umiliare il barbaro, ma fonderlo con il greco in un insieme armonico in cui ognuno abbia la sua parte.
Quale mezzo migliore per ottenere tale fusione dell’incremento dei matrimoni misti?
Il re stesso dà l’esempio sposando dapprima Rossane, la figlia di un nobile della Sogdiana, quindi tre principesse persiane.
In una sola giornata la maggior parte dei suoi generali e diecimila uomini della truppa si uniscono con donne indigene in una splendida cerimonia.
Contemporaneamente egli fa educare alla greca trentamila bambini iranici.
Pag. 345

Sul punto di lasciare Babilonia, Alessandro muore improvvisamente, dopo alcuni giorni di agonia (323).
Voci vergognose circolano sul conto di parecchi dei suoi familiari, ma non c’è da stupirsi che la malaria abbia avuto ragione tanto rapidamente di un organismo indebolito dalle orge, dalle cavalcate, dalle veglie notturne, consacrate allo studio, e di un corpo segnato dalle cicatrici.
Dodici anni e mezzo di regno.
Sarebbe troppo facile concludere con un bilancio negativo: inutili violenze, eccessi,  di un despota in preda alle delizie dell’hybris; ostilità dei greci resi inquieti dalla proskynesis (adorazione) e più ancora dalla fusione delle razze, a cui avrebbero preferito il duro asservimento dei vinti; enorme vastità geografica di un Impero che non sopravviverà al suo creatore.
Eppure tutte queste tare innegabili non pesano molto in confronto a tutte le novità che egli apporta, concezione d’una monarchia autocratica, dominazione greca sull’Egitto e sull’Asia, fondazione di centri urbani fin nelle più lontane satrapie, compenetrazione delle civiltà ellenica e orientale.
Alessandro va alla conquista del mondo portando con sé un’Iliade postillata dal maestro Aristotele, ma questo eroe leggendario è anche un novatore di genio che respinge la differenza tra il greco ed il barbaro, base dell’ellenismo classico, in favore di un ideale più generoso di unità e di umanità.
Egli fornisce la prova più eloquente di quanto sostiene Plutarco: vi sono dei momenti in cui un grande uomo imprime una svolta al corso della storia.
E’ comprensibile l’ammirazione di un Pirro o di un Cesare per l’eroe che, a soli trentadue anni, muore dopo aver creato un mondo nuovo.
Pag. 356-47

Benché i greci vi si fossero installati in modo più saldo, anche la Sicilia e la Magna Grecia sono esposte alla minaccia dei barbari come le più isolate colonie dell’estremo Occidente.
La pressione barbarica non fa che accentuarsi sia in Sicilia, dove i cartaginesi riprendono l’iniziativa dopo quasi mezzo secolo di calma, sia in Italia, dove i popoli indigeni, spesso organizzati in confederazioni potenti e bellicose (prima i lucani, poi i bruzi), si rivelano più pericolosi degli etruschi oramai in piena decadenza.
Anche qui però il male endemico, rimane la discordia ra le città, le cui conseguenze sono altrettanto funeste che in Grecia.
Ciò nonostante un energico tiranno riuscirà a unire sotto il suo comando uan parte notevole dell’Occidente greco, che si desta dal lungo letargo e ritrova un nuovo periodo di splendore.
Negli anni successivi alla sua morte, avvenuta nel 367, tutto il mondo occidentale greco comincerà a incrinarsi, preannunciando il crollo finale e la conquista da parte di Roma nel secolo seguente.
Pag. 349

Dopo il 367 inizia tuttavia l’ineluttabile declino dell’Occidente, dove innanzitutto alle lotte intestine fra le città.
A Dionisio il Vecchio succede il figlio Dionisio il Giovane, un debosciato che preferisce dare ascolto agli allettamenti edonistici di Aristippo di Cirene piuttosto che fondare, con Platone, uno Stato filosofico.
Dopo un periodo di anarchia in cui tutte le città ritrovano la propria indipendenza, Siracusa fa appello alla metropoli, Corinto, che invia Timoleonte, un uomo giusto incaricato di metter fine alle mene dei tiranni.
Pag. 351

Concludendo, ciò che colpisce di più nella storia del secolo 4. è la forza degli elementi tradizionali e in particolare l’attaccamento alla polis, nonostante tutte le tare che l’evoluzione ha portato a questa istituzione.
Soltanto le iniziative individuali sono state capaci di allargare questo microcosmo chiuso che si ripiegava amaramente sulle proprie contraddizioni interne: l’Oceano rivela il segreto delle sue maree e delle sue terre lontane a Eutimene e Pitea; l’Asia cede i suoi tesori e s’abbandona ad Alessandro.
Esploratori e conquistatori saranno, fin dalla seconda metà del secolo, i pionieri di un universo più aperto, quello dell’epoca ellenistica.
Pag. 352-53

Cap. 4. Il secolo di Platone o l’avvento del misticismo

Il secolo 4. è difficile da analizzare perché dominato dall’inquietudine.
Il complesso delle istituzioni rimane almeno in apparenza stabile e l’uomo è ancora, secondo la famosa definizione aristotelica, “un animale politico”.
Ma le posizioni tradizionali hanno subito scosse profonde e le città sono già indebolite internamente molto tempo prima di soccombere all’attacco irresistibile del macedoni.
L’economia stessa cede a una lenta asfissia.
Allora l’uomo si pone degli interrogativi.
Non perde la speranza di trovare soluzioni razionali ai suoi problemi politici, il che è tipicamente ellenico, e il fattore economico rimane come tale al di fuori delle sue speculazioni.
Filosofi come Platone o Aristotele sviluppano un pensiero prettamente politico ed è lecito supporre che ai loro occhi esso abbia la medesima importanza di quello metafisico.
Inoltre la letteratura politica propriamente detta, che fa la sua comparsa dopo il secolo 5. con la Repubblica degli ateniesi dello Pseudo-Senofonte, assume con Senofonte e Isocrate uno sviluppo considerevole.
Tuttavia i tentativi impiegati per costruire una polis ideale rivelano come quella reale non riesca più a sopravvivere: queste utopie sono una delle prime manifestazioni della fuga dinanzi al concreto.
Al mondo reale viene a sovrapporsi un mondo ideale.
Il filosofo vi ritrova il modello delle realtà sensibili, l’artista cerca di raggiungerlo al di là delle dubbie apparenze, lo stesso uomo del popolo vi aspira dal profondo della propria coscienza.
Una nuova ondata di misticismo si riversa sulla Grecia: esso ha la sua origine in parte negli ultimi agitati decenni del secolo 5. e nella predicazione di Socrate, ma conoscerà una nuova dimensione grazie al genio di Platone.
Pag. 354

La letteratura ci offre la testimonianza più eloquente dei nuovi interessi.
La tragedia languisce, perché si ostina a svolgere gli stessi temi davanti a un pubblico sempre più indifferente.
La commedia resiste meglio al logorio che minaccia tutti i generi drammatici sorti con la democrazia e con essa declinanti, ma troverà la sua vera fisionomia solo verso la fine del secolo.
Le uniche a sopravvivere sono le opere in prosa di un certo tipo, i cui fattori comuni sono l’orientamento pragmatico verso l’azione e la cui forma è in generale l’oratoria.
Pag. 355

L’eleganza dell’atticismo riappare con Senofonte e Isocrate, ma in un contesto del tutto differente: quello della propaganda politica.
Questi due ateniesi hanno in comune non soltanto una certa diffidenza nei confronti dell’ideale democratico della loro patria, ma anche l’aspirazione ad orientare l’opinione pubblica nel senso delle loro idee con gli scritti, dal momento che si tengono al di fuori dell’attività politica.
Entrambi dimostrano d’altronde con i mutamenti del loro pensiero quali difficoltà incontrassero degli spiriti lucidi nell’intricata situazione della Grecia.
Quanto al resto, tutto separa Senofonte, uomo d’azione che trascorre la maggior parte della vita fuori d’Atene, da Isocrate, logografo e maestro che compie tutta la sua carriera in patria.
Pag. 337

Rovinato dalla guerra del Peloponneso, Isocrate, discepolo degli illustri sofisti Prodico e Gorgia, e anche di Socrate, si volge spontaneamente verso l’eloquenza.
Tuttavia la voce troppo debole o la timidezza lo distolgono dal podio delle arringhe, e per dodici anni egli si consacra alla professione di logografo.
Appena conquistate fama e ricchezza, l’abbandona con un certo disprezzo ed apre una scuola di retorica, dedicandosi contemporaneamente all’eloquenza accademica (detta epidittica).
Acquista così un’immensa notorietà sia come maestro che come pubblicista.
Pag. 358

Ma non è questo l’essenziale: ai suoi occhi il problema della Grecia è più importante di quello di Atene.
I greci si avviliscono nella discordia: poiché le città tradizionali non hanno più alcun potere, non resta che rimettersi al re di Macedonia.
Isocrate riflette una nuova concezione politica nata dall’impossibilità di eliminare gli antagonismi: aspira già a un’unione che i macedoni realizzeranno più tardi con la violenza.
Non è facile, più di quanto non lo sia per Senofonte, valutare l’influenza esatta che esercitò su Filippo, ma essa dovette essere certo considerevole.
Per la prima volta un pensatore, a mezza strada fra le utopie di Platone e l’azione diretta di Demostene, imprimeva una direzione personale al destino del mondo ellenico.
Le incertezze in cui si dibatte la coscienza greca sono tali che con altrettanta convinzione e non minore sincerità Demostene prende posizione contro il panellenismo e si batte con tutte le forze contro  quello stesso Filippo, nel quale Isocrate vedeva l’arbitro naturale degli elleni.
Della sua azione politica abbiamo già parlato, ma sarebbe ingiusto non aggiungere che essa fu possibile solo grazie al prodigioso talento di oratore di cui era dotato, talento che gli permise di sollevare l’entusiasmo del popolo ateniese e di infondergli nuove energie.
Pag. 360-61

La storia della filosofia del secolo 4. è tutta segnata dall’influenza di Socrate, il cui metodo, per altro, s’impone più che la dottrina.
Ogni filosofo si pretende suo discepolo, ed è singolare come cinici, cirenaici, accademici si proclamino tutti suoi eredi.
D’altro lato i sofisti hanno reso più duttile il pensiero, hanno abituato a nuove forme di discussione, alle quali Platone stesso non sfugge sempre.
Infine, il pitagorismo resta ancora vitale sia nel campo strettamente scientifico, in cui realizza conquiste decisive, che in quello della speculazione morale e dell’escatologia: Aristotele potrà perfino affermare che il platonismo non è altro che un pitagorismo modificato dal socratismo (Metafisica, 1., 6)
Pag. 362

L’opera colpisce per la sua enorme vastità, poiché abbraccia tutti i campi del pensiero, dall’ontologia all’escatologia, dalla morale alla politica.
Malgrado alcune contraddizioni e qualche pentimento, essa presenta un carattere unitario, pervasa com’è dall’entusiasmo per il mondo ideale, sul quale gli individui e le città devono modellare la propria vita.
Basata sulla conoscenza della matematica, ma anche sull’illuminazione, mistica e realistica al tempo stesso, essa è talmente ricca e multiforme che tutte le dottrine più divergenti hanno potuto scoprirvi le proprie origini.
Già nei tempi antichi, l’aristotelismo prenderà lo spunto del platonismo per riformarlo e per deformarlo.
Altrettanto avviene per la Nuova Accademia, le cui tesi probabilistiche non sarebbero state certo approvate da Platone, e infine per il neoplatonismo, quella meravigliosa e tarda vampata della filosofia greca che di Platone manterrà intatto soprattutto il trasporto mistico e ascetico verso l’Uno, che è Dio.
Altro fattore ancor più sintomatico è che le grandi religioni spiritualistiche del mondo antico s’impadroniranno a loro volta del pensiero platonico per trarne profitto.
Nel secolo 1. della nostra era, l’ebreo Filone di Alessandria tenterà la sintesi tra il pensiero dell’Accademia e il Nuovo Testamento; i Padri della Chiesa ricercheranno nell’opera platonica il primo grado di una saggezza destinata a completare il messaggio di Cristo; anche il più grande di loro, Agostino, realizzerà se stesso solo dopo aver abbracciato il neoplatonismo come una fede.
Arabo, giudeo, o cristiano, il Medioevo sarà impregnato del pensiero di Platone e, senza che ciò appaia paradossale, sarà ancora Platone a dare il segnale della liberazione degli spiriti durante le Rinascenze del secolo 12. o del 15.
Pag. 367

Aristotele, che scrisse anche delle opere sulla retorica e sulla poetica, è uno spirito enciclopedico, cosa rara nell’antichità.
Per fare la sua gloria, sarebbe bastato l’aver eretto a sistema la logica e l’etica e l’aver realizzato un quadro preciso e gerarchico del mondo animale.
Nessuno più di lui si è sforzato di capire la realtà; vorremmo quasi che fosse vero l’aneddoto che lo descrive mentre si getta nella corrente dell’Euripo, deluso di non aver potuto strappare al fiume i segreti del suo moto.
Tuttavia alcuni autori lo rimproverano di aridità poiché non possiede l’entusiasmo di Platone e preferisce non allontanarsi dall’esame della realtà positiva e concreta.
Peggio ancora, lo si accusa di aver isterilito per secoli il pensiero medioevale.
Ma è lui responsabile, se il suo pensiero trionfa incontrastato con Alberto il Grande o Tommaso d’Aquino, e se alcuni teologi, più audaci che onesti, si rifanno alla sua dottrina, fossilizzandola, per introdurvi a viva forza il messaggio cristiano?
Pag. 373-74

Il secondo classicismo artistico, se non si esprime più con la splendida purezza e la serena euritmia del primo, offre tuttavia il quadro più completo d’un mondo le cui fonti vive non sono affatto inaridite.
La letteratura è troppo orientata verso l’azione e la politica, cioè verso fenomeni contingenti.
La filosofia si abbandona a speculazioni ardite, che sconfinano spesso nell’utopia.
L’arte è più ricca di sfumature.
Benché dia in generale l’impressione di un’eleganza priva di accenti aulici e non si discosti dall’atticismo di Lisia o dalla bonomia sorridente di molti dialoghi platonici, essa sa commuovere senza far uso del facile sentimentalismo.
Conserva inoltre il culto della bellezza formale, ottenuta con una sintesi equilibrata tra il numero e l’armonia dei volumi, delle linee e dei colori.
Pag. 387

Nel culto ufficiale non vi sono cambiamenti apparenti.
Esso seguita ad onorare gli dèi della polis, divinità uraniche per la maggior parte e alcune anche ctonie integrate da tempo nella religione poliade, come le “due dee” di Eleusi.
Quanto sia ancora seguito il culto di Apollo lo prova la ricostruzione del tempio di Delfi, distrutto dal cataclisma del 373: oltre ai contributi ufficiali di ogni città, fissati dal congresso panellenico di Sparta, affluiscono in gran numero i doni inviati spontaneamente, cosicché si giunge senza troppa difficoltà ad accumulare l’enorme somma (da 500 a 700 talenti) necessaria per riedificare il santuario degli Alcmeonidi.
Ciò nonostante in una civiltà in cui il culto è un affare di Stato qualsiasi mutamento politico comporta un’evoluzione religiosa.
Ora, nel secolo quarto l’equilibrio della polis è così compromesso che il fervore per le divinità poliadi pare diminuire a vantaggio di altri dèi, meglio corrispondenti alle aspirazioni dell’individuo.
La crisi che già si delineava fin dal 430 si approfondisce ed assume proporzioni sempre più inquietanti.
Pag. 387-88

Si tratta insomma di una religione dinamica e vivace, le cui manifestazioni sono state paragonate a quelle del cattolicesimo all’epoca del Bernini.
L’irreligiosità non è ammessa e i processi per empietà si moltiplicano.
Molti sono in preda ad una febbre spirituale intensa e devono cercare altrove quelle sensazioni che i culti orgiastici sono incapaci di dare.
I demoni rapitori di bambini e i fantasmi ossessionano l’immaginazione popolare, la magia e i sortilegi si sviluppano a tal punto che Platone crede opportuno condannarli con le pene più severe.
Sulle tavolette per il malocchio compaiono molte formule di maledizione e si chiede con insistenza ad Ermes o ad Ecate di legare  la lingua e le membra dei nemici più odiati.
Dobbiamo richiamarci a quella contraddizione fondamentale, a cui avevamo già accennato all’inizio: il secolo 4., il secolo di Aristotele, è anche quello in cui l’aspirazione al divino si fa sentire per la prima volta con estrema intensità.
Dovunque trionfano le forze irrazionali a cui ci si abbandona con piacere.
Appaiono certe parole-chiave, alle quali non si vuole rinunciare: amore, salvezza, purificazione, redenzione…
Ognuno risponde a questo appello secondo la propria natura; Platone e Prassitele sanno creare dei mondi radiosi, costruiti al di sopra della realtà, ma i poveri e le donne devono contentarsi di accedere con i tiasi ad un misticismo alla portata di tutti.
Pag. 393

 

 

 

Libro 4. Il rinnovamento ellenistico

Cap. 1. Gli Stati ellenistici

L’epoca denominata convenzionalmente “ellenistica” (in tedesco Hellenismus) inizia con la morte di Alessandro e termina, in date molto differenti a seconda delle ragioni, con la conquista romana.
E’ caratterizzata dall’estensione delle conquiste greche e dallo spostamento del centro di gravità della civiltà greca; il ruolo preponderante non è più assunto dalla Grecia propriamente detta, ma dalle grandi monarchie orientali.
La sua storia è particolarmente complicata: si compone di una lunga serie di guerre accanite e sanguinose e di frequenti usurpazioni che non cessano di modificare le frontiere degli Stati.
La documentazione è invece molto più abbondante di quelle delle epoche precedenti.
Vanno menzionati, in primo luogo, i papiri, conservati in gran numero soprattutto in Egitto, grazie ai quali le testimonianze più diverse hanno potuto giungere sino a noi: lettere di sovrani, testi amministrativi, archivi notarili, corrispondenza privata, quaderni di scuola.
Tratteremo, dunque, solo brevemente dei destini politici del mondo ellenico in un’epoca così tormentata.
Non sarebbe certo il caso di esporre qui le interminabili guerre con le quali i generali di Alessandro si contendono la supremazia dell’Impero.
Fin dal 321, dopo l’assassinio del reggente Perdicca, uan prima spartizione ha luogo a Triparadiso; ad Antipatro viene data la Macedonia, a Tolomeo l’Egitto, a Lisimaco la Tracia, ad Antigono Monoftalmo l’Asia Minore, a Seleuco Babilonia.
A partire dagli anni 306-05, essi assumono il titolo di re (Antipatro è stato sostituito dal figlio Cassandro).
Le lotte continuano ancora per più di vent’anni, contrassegnate da episodi cruenti come l’annientamento e la morte di Antigono Monoftalmo ad Ipso (301) e di Lisimaco a Curupedio (281), e l’uccisione di Seleuco per mano di Tolomeo Cerauno (280).
Si può dire che a questa data i diadochi, o successori diretti di Alessandro, siano tutti scomparsi, dopo quarant’anni di tentativi, d’intrighi, di conflitti per conquistare almeno una parte dell’immenso Impero, dal momento che non potevano dominarlo nel suo insieme.
La situazione tende allora a stabilizzarsi con la costituzione di tre vasti reami: quello d’Egitto con Tolomeo 2. (figlio del primo Tolomeo), quello d’Asia con Antioco 1. (figlio di Seleuco), quello di Macedonia, che tocca ad Antigono Gonata (nipote di Monoftalmo).
Nessuna età ha assistito a lotte personali altrettanto aspre, all’azione di condottieri così arditi, ad alleanze così instabili.
L’indomabile Monoftalmo, suo figlio Demetrio Poliorcete (l’espugnatore di città), valoroso e dedito ai vizi, il duro Seleuco, l’astuto Tolomeo e il brutale Cassandro sono i protagonisti di queste gesta.
La generazione seguente, quella degli epigoni, avrà ambizioni meno vaste, perché tutti i sovrani hanno rinunciato a ristabilire l’Impero universale (illusione lungamente carezzata da diadochi), ed assisterà ad un consolidamento generale dei regni sorti da tante battaglie.
Non è nostra intenzione descrivere le successive campagne che permisero ai romani di porre fine all’indipendenza del mondo greco, né analizzar ei motivi ed i pretesti dei loro interventi, la tortuosa politica senatoriale e la cupidigia dei cavalieri: questi avvenimenti appartengono di fatto alla storia romana.
Richiameremo dunque tali vicende solo in un contesto ellenico.
Pag. 397-98

Nella Grecia propriamente detta alcune città, in particolare Atene ed episodicamente Corinto, conservano un’indipendenza formale e un’apparenza di istituzioni tradizionali.
Il declino però si accentua in seguito agli sconvolgimenti sociali e alla crisi economica che comporta un impoverimento generale.
Solo alcune città insulari traggono profitto dal progressivo spostamento della potenza politica ed economica che si localizza ora in Oriente.
Se Atene ha perduto ogni influenza, ciò non è dovuto tanto alle imprese dei sovrani macedoni (nel 228 essa giunge fino ad espellere la guarnigione del Pireo, riacquistando almeno apparentemente un’autonomia totale), quanto piuttosto al fatto che si è spento lo spirito democratico.
Certo le istituzioni sono sempre le stesse, nonostante l’aggiunta di due tribù a quella di Clistene, ma il popolo non è più sovrano.
Il teorico e la maggior parte dei misthòi  sono stati soppressi; il potere è concentrato nelle mani dell’Areopago e dello stratega più importante, quello degli opliti.
Il servizio militare è scomparso e lo Stato affida la difesa a mercenari.
Gli efebi non sono più che studenti i quali si riuniscono per continuare i propri studi.
L’attività economica è notevolmente diminuita in seguito all’abolizione delle cleruchie ed all’inattività del Pireo, tagliato fuori dalle grandi rotte commerciali.
Si avrà uan leggera ripresa dopo la “liberazione” della Grecia e soprattutto quando, nel 166, i romani restituiscono qualche cleruchia, aggiungendovi Delo per fare opposizione agli abitanti di Rodi.
Tale ripresa durerà fino al saccheggio di Silla, nell’86.
Pag. 398-99

Sul piano intellettuale il prestigio della città resta notevole.
Le cerimonie continuano ad avere un fasto eccezionale, specie i Misteri Eleusini e le Dionisiache, durante le quali hanno luogo rappresentazioni non solo di opere classiche, ma anche di commedie nuove, piacevoli pitture della società contemporanea.
Un seleucide, un lagide, un principe numida non disdegnano di prendere parte ai concorsi delle Panatenaiche.
Le scuole filosofiche di Atene sono le più brillanti del mondo ellenico e il loro prestigio seduce un pubblico raffinato e sazio, che non ha tuttavia perso il gusto per le costruzioni dell’intelletto.
Le sue “botteghe” di scultura diffondono nel mondo intero eccellenti copie di capolavori del periodo classico.
Si va già delineando il ruolo che Atene avrà in epoca romana: un centro universitario, depositario d’un passato cancellato per sempre, nel quadro monumentale ancora intatto della città periclea.
In Grecia la situazione è dovunque critica.
Certo l’agricoltura progredisce, grazie all’uso dei concimi, che permettono di ottenere ricche messi, e l’allevamento trae profitto dall’estensione dei pascoli, ma pochi se ne avvantaggiano, poiché la grande proprietà è in continua espansione secondo una tendenza già evidente nel secolo 4.
L’industria e il grande commercio sono in pericolo, malgrado una breve ripresa negli anni successivi alla conquista di Alessandro.
Ben presto infatti i nuovi Stati orientali cominciano a fabbricare sul luogo i prodotti di prima necessità.
La Grecia è ancora affetta dalla perpetua carenza di cereali, tanto più costosi in quanto il prezzo del grano, dopo essere diminuito all’inizio del secolo 3., subisce un aumento notevole nel 2.
Al contrario può esportare solo olio e vino, i cui prezzi sono purtroppo stabili, e prodotti di lusso che consentono all’artigianato di sopravvivere modestamente, in particolare a Corinto e ad Atene.
Gli elementi più dinamici d’altra parte hanno abbandonato la madrepatria e i ricchi investono il loro denaro solo in terre, il che fa scomparire il fermento indispensabile dell’attività economica presente nell’epoca classica.
Pag. 400

Rodi mette in ombra tutte le isole vicine.
Formatasi nel 408 dal sinecismo di tre città, si è destreggiata abilmente nel secolo 4. ed ha resistito agli attacchi del Poliorcete.
Verrà in futuro un lungo periodo di  splendore e conserverà la sua indipendenza in mezzo agli intrighi dei re, offrendo un magnifico esempio di sopravvivenza della polis in piena età ellenistica.
La sua costituzione è di tipo moderato: si tratta di una repubblica a carattere mercantile, , gelosa del suo diritto di cittadinanza, ma pronta ad accogliere generosamente e a proteggere tutti gli stranieri che possano accrescere la sua ricchezza.
La prosperità di Rodi è dovuta essenzialmente alla sua posizione privilegiata, vicinissima alla costa asiatica e di fronte ad Alessandria.
Possiede tre porti, muniti di depositi e arsenali importanti: uno per il commercio, uno militare e uno si scalo.
I suoi giganteschi magazzini rigurgitano di vino e di olio (prodotti sul posto o importati), di grano pontico ed egizio, di vasi, di prodotti esotici, che vengono poi ridistribuiti in tutto il bacino Mediterraneo.
Le anfore contrassegnate dai suoi sigilli sono presenti ovunque:  nelle steppe della Pontide come in Gallia o in Spagna.
Essa ha dunque ereditato il ruolo tenuto dal Piero nell’epoca classica.
Le sue banche sono particolarmente attive; la sua flotta da guerra (cinquanta vascelli, mantenuti in perfetta efficienza) conserva la pace nell’Egeo conducendo un’accanita lotta contro i pirati.
Il suo codice marittimo (la lex Rhodia) è talmente famoso che Marco Aurelio ne accoglierà alcuni principi, più tardi ereditati anche da Bisanzio e da Venezia.
E’ così ricca e così utile a tutti che, distrutta da un terremoto nel 227, viene ricostruita immediatamente con l’aiuto e il soccorso dell’intero mondo ellenico.
Pag. 402

La potenza effettiva è rappresentata dalla Macedonia, che estende la sua egemonia anche sulle città apparentemente indipendenti della Grecia continentale.
Le tengono testa soltanto la lega achea e quella etolica.
L’Epiro fa una meschina figura, benché si riprenda il regno di Piero.
Pag. 405

Il regno dei due ultimi sovrani, Filippo 5. (figlio di Demetrio 3.) e suo figlio Perseo, è dominato interamente dalla lotta contro Roma.
Filippo 5. è un monarca energico, ma violento e si lascia trascinare dagli achei in una guerra contro gli etoli, la “guerra degli alleati”, terminata nel 217 con la pace di Naupatto sulla base dell’uti possidetis.
La prima guerra di Macedonia, in cui gli etoli e Pergamo si trovano a fianco dei romani, e Filippo si allea con Annibale, si concluda a Fenice (205) con la spartizione dell’Illiria tra Roma e Filippo.
La seconda guerra, in cui gli etoli e anche gli achei sono alleati con Roma, vede la disfatta della falange macedone a Cinocefale (197).
L’anno seguente Filippo è obbligato, in seguito a un trattato di pace, a rinunciare alla Tessaglia e alla Grecia e deve consegnare la flotta; Flaminino proclamerà allora a Corinto la libertà dei greci.
Perseo riprende la lotta ma, irresoluto ed avaro, non possiede affatto le qualità del padre.
La terza guerra di Macedonia trova il suo epilogo nella disfatta di Pidna (168): Perseo è trascinato a Roma per il trionfo di Paolo Emilio.
La Macedonia viene suddivisa in quattro distretti, più tardi verrà ridotta a provincia (148).
Nel 146 in seguito ad una rivolta Corinto è espugnata e rasa al suolo da Mummio: orrendo misfatto, che segna la scomparsa di una delle più belle città della Grecia.
Eccetto Sparta, Atene e Delfi, che ottengono di diventare federate, tutte le altre città greche devono versare un tributo.
La Grecia resta sottoposta all’autorità del proconsole di Macedonia fino al 27, anno in cui Augusto ne farà una provincia speciale, l’Acaia.
Essa soccombe restando fedele a se stessa: nemica di ogni costrizione, preferisce allearsi al barbaro romano, piuttosto che accettare il giogo della Macedonia.
Ricordiamo infatti che a Cinocefale gli assalti furiosi degli etoli contribuirono in parte alla vittoria dei romani.
Pag. 406

Instaura il suo dominio a Siracusa, mettendo in fuga i mamertini e riceve il titolo di re.
Il suo regno non è vasto, ma lo amministra imitando i metodi dei sovrani ellenistici.
Le principali disposizioni della famosa Lex Hieronica, che regola l’esazione dell’imposta fondiaria sui contadini del re e limita i proventi degli appaltatori, sono ispirate all’Egitto dei lagidi.
Roma le adotterà a sua volta, apportandovi profonde modifiche.
L’artigianato artistico e il commercio sono ancora fiorenti.
Le monete con l’effigie della regina Filistide sono autentici capolavori.
Il prestigio di cui gode gli permette d’intervenire anche in Oriente, al soccorso dell’Egitto in preda alla carestia, o di Rodi, distrutta da un terremoto.
Ricostruisce il teatro, si circonda di artisti e letterati, e anche se Teocrito gli preferisce il Filadelfo, Archimede da solo basterebbe a rendere famosa Siracusa.
Quando la Sicilia diventa il campo di battaglia di romani e cartaginesi, Ierone agisce con prudenza.
Nel 263 stringe alleanza con Roma, già sua nemica, accettando di pagare un tributo, e nel 248 ottiene di venire esentato da tale obbligo.
I servigi da lui resi in questa occasione contribuiscono alla vittoria romana.
La Sicilia viene annessa, ma Ierone conserverà il regno fino alla morte, avvenuta nel 215 durante la seconda guerra punica.
Siracusa crede allora di poter rompere l’alleanza con Roma e si schiera con Annibale.
Nel 211 Marcello la conquista con un assedio, nonostante le macchine da guerra di Archimede, che perisce vittima della soldataglia, e l’abbandona al saccheggio,
E’ la fine della Sicilia greca.
Pag. 411

L’Impero che Seleuco 1. lascia a suo figlio Antioco 1. è vastissimo; si estende infatti dall’Afghanistan agli Stretti, dal Ponto alla Siria.
E’ anche molto composito: vi si parlano tutte le lingue, dal greco al persiano, dall’aramaico ai dialetti asiatici.
Tutte le religioni coesistono, dal politeismo ellenico allo zoroastrismo, dal giudaismo ai culti indigeni dell’Anatolia.
Le forze centrifughe sono così potenti, che la storia del regno è quella del suo progressivo smembramento.
Possiamo stupirci solo che tale disgregazione non sia avvenuta più rapidamente.
Il suo vero centro è la Siria, dove fin dal 300 Seleuco fonda la capitale, Antiochia sull’Oronte.
E’ logico quindi che il frazionamento abbia luogo essenzialmente nelle regioni più lontane dalla Siria: l’Anatolia settentrionale e le satrapie orientali.
I seleucidi sono stati senza dubbio vittime della scelta del fondatore della dinastia: i Gran Re, loro predecessori, erano stati infatti più accorti e avevano amministrato l’Impero da capitali situate nel suo centro geometrico, l’Iran.
Ma Seleuco è un greco e intende fare delle sue conquiste uno Stato ellenico, quindi mediterraneo.
Pag. 414

Uno smembramento tale è dovuto anche all’incredibile debolezza dei sovrani seleucidi.
Il potere è minato dagli intrighi della corte, dove delitti e usurpazioni si succedono a catena, spesso sotto l’istigazione di regine abusive.
I funzionari più altolocati non dànno sempre prove di fedeltà, come quel Molone, stratega della Media, che si solleva contro Antioco 3.
I vicini sovrani dell’Egitto, a cui sono pur legati da tanti vincoli dinastici, fanno loro una guerra implacabile per il dominio della Celesiria.
Ma la più grande debolezza del regno sta forse nella mediocrità della maggior parte dei suoi sovrani.
E dire che avevano avuto un grande esempio nella persona del fondatore stesso della dinastia, rude combattente che aveva meritato il soprannome di Nicatore (Vincitore).
Fin dall’ultimo periodo del regno di suo nipote, Antioco 2. Theos, oscuri intrighi di palazzo, nei quali la regina Laodice ha un ruolo indegno, portano alla divisione del regno tra due fratelli, Seleuco 2. Callinico e Antioco Ierace.
Alla loro morte i seleucidi vengono spogliati di ogni possedimento a nord del Tauro.
Un solo monarca viene a interrompere questo processo di decadenza: Antioco 3. (223-187), che ristabilisce il potere indebolito da tanti dissensi, riconquista gran parte dell’Asia Minore, percorre l’Oriente fino all’India in un’anabasi stupefacente che ricorda quella di Alessandro, e strappa definitivamente l’Egitto alla Celesiria.
Giunto all’apice della sua gloria, merita a ragione l’appellativo di Grande.
Le sue ambizioni suscitano però la gelosia di Pergamo e di Rodi, che fanno appello a Roma, già inquieta perché aveva accolto Annibale come consigliere.
Antioco viene sconfitto dagli Scipioni a Magnesia sul Supilo (189) e privato, con il trattato di Apamea, di tutta l’Anatolia oltre il Tauro.
Questo sovrano ardito ed ambizioso, che era potuto apparire come un secondo Alessandro, trova la morte nella Susiana in una scaramuccia contro i suoi stessi sudditi ribelli, offrendo così ai moralisti un esempio della potenza della Fortuna sul destino d’un mortale.
Pag. 416

Lo Stato attalide nacque da un tradimento.
Lisimaco aveva affidato la custodia della cittadella di Pergamo, che conteneva un notevole tesoro, a Filetero, ufficiale  di padre greco e di madre paflagone.
Questi passa dalla parte di Seleuco 1. (282) ottenendone la signoria su Pergamo, a condizione di riconoscersi suo vassallo.
Suo nipote, Eumene 1., rompe con Antioco 1. proclamandosi indipendente.
Il passo decisivo è compiuto dal nipote di Eumene 1. e suo successore, Attalo 1., che combatte vittoriosamente contro i galati e osa arrogarsi il titolo di re (240).
Egli conclude soprattutto un trattato d’alleanza con Roma, alla quale sarà fedele durante le prime guerre di Macedonia.
Tale alleanza segnerà ormai tutta la storia di Pergamo e grazie ad essa i suoi re cesseranno di essere i sovrani d’un piccolo regno anatolico per intervenire in modo decisivo negli eventi storici del mondo greco durante il secolo 2.
Pag. 417

Fin dal tempo della conquista assira gli ebrei hanno perso la loro indipendenza; conservano però fortissime tradizioni nazionali e trovano grande forza nell’alleanza che, secondo la loro credenza, li unisce a Jahweh.
Sono divisi in due gruppi, la cui evoluzione è molto differente in Giudea e nella diaspora.
Pag. 418

L’emigrazione degli ebrei dalla Giudea era un evento storico di vecchia data, poiché risaliva almeno alla grande catastrofe del 586: la presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor seguita dall’esilio.
Si tratta della Diaspora (Dispersione) che si accentua quando la Palestina entra a far parte del mondo greco per opera di Alessandro e più ancora dopo le agitazioni ebraiche del secolo 2.
L’area di tale dispersione è considerevole.
La popolazione ebraica in tutto il mondo all’epoca ellenistica poté essere valutata intorno agli otto milioni.
Essa è raggruppata principalmente in quattro zone: Babilonia, Siria, Anatolia, Egitto, ciascuna delle quali conta oltre un milione di ebrei.
Ma essi si trovano numerosi anche in Cirenaica, nelle isole dell’Egeo, in Grecia, persino in Africa, in Italia e in Spagna.
Dappertutto hanno luogo delle conversioni al giudaismo, specialmente tra le donne (gli uomini infatti provano ripugnanza a farsi circoncidere): si va formando così una categoria di semi convertiti, i cosiddetti sebomenoi (coloro che temono Dio).
Esiste un solo Tempio, ma le sinagoghe (luoghi di riunione e di preghiera) si moltiplicano.
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Ciò nonostante la differenza fra gli ebrei di Giudea, spesso solo superficialmente ellenizzati, e quelli della Diaspora rimane considerevole.
L’assimilazione della cultura greca in questi ultimi è molto più profonda (particolarmente in Anatolia, in Siria e in Egitto), ed essi non esitano, pur rimanendo fedeli al principio essenziale della loro fede che è il monoteismo, ad abbandonare alcune delle pratiche più assurde della loro religione, che avrebbero reso difficile la loro vita in un mondo ellenizzato.
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Il monarca è l’espressione vivente della legge e le sue decisioni non hanno bisogno di essere approvate da alcun consiglio o da alcuna assemblea; in ciò sta la differenza essenziale con il periodo classico, in cui la legge era espressione di una volontà collettiva.
In pratica i documenti in cui si manifesta il volere dell’onnipotente re, sono svariati: leggi (nomoi), regolamenti (diagrammata), ordinanze (prostagmata), che rivestono spesso la forma di lettera.
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Tali istituzioni sono destinate ad avere un seguito importante, sia sul piano storico che su quello ideologico.
Quel Traiano che Plinio il Giovane ci presenta nel suo Panegirico, è l’erede diretto d’un monarca ellenistico ed è anche evidente che lo stratega ha servito da modello al proconsole e più ancora al legato di Augusto.
Ma l’esame dei problemi economici e sociali sorti nei regni greci d’Oriente con la conquista pone dei problemi altrettanto appassionanti: si notano la stessa audacia, lo stesso spirito moderno nelle situazioni adottate, da cui appare chiaramente la vitalità di un ellenismo che rifiuta di sclerotizzarsi.
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I successori di Alessandro si trovano davanti a un problema che già il macedone dovette affrontare: organizzare la vita economica e sociale in regni dove essa dipendeva tradizionalmente dall’autorità del re.
Vi si consacrano con il pensiero costante (frutto della saggezza e del buon senso), di non sovvertire troppo l’ordine già esistente.
Tuttavia le condizioni nuove (sviluppo d’una borghesia capitalista di origine greca e introduzione della moneta in Egitto) determinano trasformazioni profonde, particolarmente sensibili nei centri urbani.
La sovrapposizione di una classe di conquistatori a una massa di indigeni vinti (benché abituati da lungo tempo alla dominazione straniera), conferisce al mondo ellenistico una sua facies originale che prefigura in molti casi quella del futuro Impero romano.
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Tutte questa città sono delle vere e proprie poleis nel senso greco del termine, con un territorio, un’autonomia municipale (specialmente in campo giuridico e finanziario) e dei magistrati.
Naturalmente non costituiscono più degli Stati indipendenti come nell’età classica: sono poste per la massima parte sotto la severa tutela d’un governatore (epistata) e talvolta devono accogliere una guarnigione.
D’altra parte il sovrano fa spesso prova di liberalità nei loro riguardi contribuendo con i fondi personali alla costruzione di edifici pubblici, soccorrendole in caso di catastrofe, accordando loro dei privilegi che ne accrescono l’autonomia, come il diritto d’asilo o l’inviolabilità.
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L’ambizione degli Attalidi è di fare di Pergamo l’Atene del mondo ellenistico.
La sua biblioteca rivaleggia con quella di Alessandria; il palazzo reale contiene un vero museo di scultura, e vi nasce senza dubbio la critica d’arte.
La scuola di retorica, le botteghe di scultura che accentuano gli effetti patetici sono meritatamente celebri, come pure gli artisti dionisiaci protetti dal sovrano, grazie ai quali la città diviene il centro principale dell’arte drammatica.
Il più bell’omaggio reso a Pergamo è forse quello di Plinio il Vecchio (33, 149): “Da quando morì Attalo (il re che lasciò ai romani i suoi Stati), i romani cominciarono a damare, e non più soltanto ad ammirare, le meraviglie straniere”.
Pergamo, scuola di Roma, si pone così a fianco di Atene, scuola della Grecia.
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Il suo sviluppo però non è in rapporto diretto con quello dell’Egitto.
La formula latina Alexandria ad Aegyptum (Alessandria presso l’Egitto) sottolinea una realtà valida anche per l’epoca tolemaica.
La grande città, simile agli altri centri ellenistici ma più rigogliosa, è la capitale di un regno che, nella chora, continua la sua esistenza immutabile.
E’ questa in fondo la vera debolezza di Alessandria e di coloro che l’hanno fondata.
Accecati dalle forme tipicamente greche dello Stato, esso sono riusciti a creare una polis grande, fiorente, senza poterla inserire nella vita del regno a cui essa è stata quasi sovrapposta.
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La vita economica subisce un mutamento radicale.
La Grecia ha perduto ormai quella funzione centralizzatrice e dominatrice che le era stata propria in passato.
Il suo declino era cominciato fin dal secolo 4.: soltanto due centri insulari (Rodi e più tardi Delo), e Corinto, conservano un’importanza internazionale.
Tutte le attività tendono a concentrarsi in Asia Minore, in Siria e in Egitto.
………………
Da un lato i regni ellenistici sviluppano un attivo commercio sia tra di loro sia con la Grecia.
Esso è costituito dall’inizio da derrate alimentari (l’Egitto in particolare è un grande esportatore di grano; i greci d’Oriente invece importano buon vino, di provenienza greca o anatolica, e olio d’oliva; i papiri ci forniscono utili informazioni riguardo a scambi commerciali ancor più specializzati, come per esempio l’esportazione delle nocciole del Ponto); Poi da materie prime (legno, pece, metalli).
Inoltre circolano manufatti di buona qualità: le cosiddette ceramiche di Megara, i vasi di metallo, i bronzi artistici, ex voto e gioielli, tessuti e tappeti di lusso (lo sviluppo delle industrie di base permette oramai la fabbricazione diffusa degli oggetti di uso corrente).
Anche il traffico degli schiavi è molto sviluppato.
D’altra parte la conquista dell’Oriente permette di importare nel bacino mediterraneo i prodotti delle regioni interne dell’Africa, dell’Arabia e delle Indie: avorio, spezie, incenso, profumi, perle e pietre preziose, legni pregiati……
L’importanza dei porti della Siria e di Alessandria può essere spiegata col fatto che questi prodotti vi arrivano per le vie di terra o marittime.
L’acquisto di prodotti di gran lusso porta a un deficit della bilancia commerciale, e di qui a un’emorragia d’oro e d’argento che persisterà sino alla fine dell’Impero romano.
Avremo occasione di trattare di questo traffico commerciale in terre lontane, causa e allo stesso tempo conseguenza dell’interesse del mondo ellenistico pe rle regioni che la Grecia del periodo classico aveva quasi trascurate.
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La domanda è considerevole.
Non si tratta solo più dei fattori costanti, che permangono, come ad esempio la necessità, per la Grecia, di procurarsi i viveri di prima necessità, o, per l’Egitto, d’importare legno o ferro.
A queste necessità vitali se ne aggiungono altre originate dal raffinamento d’una civiltà che non intende rinunziare ad alcun piacere o ad alcun lusso.
I sovrani spendono a profusione per mantenere la propria corte e per organizzare delle feste, che diventano quasi un obbligo e un segno tangibile del loro prestigio.
Una borghesia ricca e illuminata, amante del fasto, non può più contentarsi della vita austera dei greci del secolo 5.
Si ricerca tutto quanto è sontuoso e accresce il prestigio.
Perfino il Mediterraneo diventa ormai troppo piccolo per soddisfare tutte le cupidigie: l’Africa nera e l’India forniscono prodotti per decorare palazzi e dimore o per adornare la persona, e comunque oggetti che rendono più attraente la vita quotidiana con il fascino dell’esotismo.
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La ragione più profonda dello sviluppo d’un vasto commercio internazionale va ricercata nell’avvento definitivo di una grande borghesia capitalista, di cui fanno parte banchieri ed appaltatori generali, ma anche armatori e commercianti.
Spesso i trafficanti si associano tra loro, come si può osservare con particolare evidenza a Delo.
Talvolta sono abbastanza potenti da agire da soli, come quell’Apollonio, diocete di Filadelfo, del quale gli archivi di Zenone rivelano non soltanto gli interessi ricavati dall’immensa proprietà di Fayum, ma anche i legami commerciali con la Siria.
I greci più dinamici, una volta espatriati, accumulano in tal modo favolose fortune in Oriente, imitati dai siriani, dagli egizi e in seguito dai negotiatores italici, che approfitteranno sempre più della preponderanza politica di Roma per imporsi come padroni del mercato.
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A prescindere da altri fattori capitali, che analizzeremo in seguito, i sovrani sono indotti ad occuparsi attivamente della terra, perché la conquista ha conferito loro i diritti già riconosciuti ai faraoni e agli achemenidi.
La terra appartiene dunque per la maggior parte al monarca; è “la terra del re” (basiliké gé), data in appalto con un contratto a dei “contadini del re”.
Essi la coltivano pagando un canone che, con le tasse, può giungere fino a comprendere la metà del raccolto.
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Ciò nonostante, il sistema è in una certa misura 8difficile determinare in quale) modificato dalla novità sostanziale costituita dall’introduzione e dalla diffusione definitiva del sistema monetario.
L’economia puramente naturale dell’Egitto viene profondamente trasformata dai due corollari conseguenti all’uso della moneta: la banca e l’interesse dei capitali ricavati dalle imposte.
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Questo interesse che il potere manifesta per i lavori agricoli, affatto nuovo nel mondo ellenico, non tarderà a dare i suoi frutti.
Si scrivono trattati di agronomia.
Le aree coltivate aumentano grazie al drenaggio delle paludi e all’irrigazione delle zone periferiche del deserto.
La più bella creazione del Nuovo Impero, l’immensa oasi del Fayum, riprende a vivere dopo il lungo abbandono del Basso Impero.
Mezzi tecnici più perfezionati vengono introdotti nell’irrigazione: un congegno a ruota dentata e la vite di Archimede tendono a sostituire gli shaduf primitivi.
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I risultati economici di tale politica sembrano felici: la produzione del suolo e l’allevamento vengono intensificati; sul piano sociale invece nulla è previsto per migliorare la condizione del contadino, sfruttato ancor più duramente che sotto i faraoni.
Nelle epoche di crisi egli non ha altra risorsa se non l’anacoresi, cioè la fuga davanti all’oppressione e all’iniquità.
I lagidi non vollero comprendere che aumentando i salari e opprimendo di meno il ceto rurale, avrebbero incrementato il potere d’acquisto e il commercio interno.
La società sorta dalla conquista è di tipo coloniale, con la sovrapposizione degli occupanti (macedoni o greci) agli indigeni.
Questi ultimi rimangono molto più numerosi: in Egitto, circa 8 milioni d’indigeni contro appena 1 milione d’invasori.
Tale sproporzione provoca conseguenze inevitabili in simili casi:  da parte dei greco-macedoni, una reazione difensiva intensa a preservare l’integrità della loro civiltà, e non di meno una orientalizzazione progressiva, particolarmente evidente in campo religioso; da parte degli indigeni, delle reazioni a carattere nazionalistico dirette a conservare costumi e credenze; il che non esclude la comparsa di un élite che si ellenizza per interesse.
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La nascita di una borghesia numerosa e agiata costituisce il fenomeno più notevole di quest’epoca.
Le sue rendite provengono dall’industria e soprattutto dal commercio, ma l’acquisto di beni fondiari non è mai trascurato.
I suoi mezzi materiali ed il suo livello intellettuale sono più elevati che nell’epoca precedente; da ciò deriva una trasformazione profonda della vita quotidiana.
La borghesia ama vivere bene, una tavola ben imbandita, le cortigiane, le dimore confortevoli e non si priva delle soddisfazioni più raffinate che possono offrire la poesia, l’arte o la filosofia.
Un personaggio sempre più comune è il finanziere.
Nei grandi mercati i banchieri accumulano enormi ricchezze; non meno potenti sono gli appaltatori generali, i quali, soprattutto in Egitto, approfittano del desiderio del re di non correre rischi personalmente.
La maggior parte dei redditi è affidata alle banche, il che costituisce una garanzia supplementare in un paese che conosce da poco tempo un’economia monetaria.
Certo il sovrano si premunisce con precauzioni eccezionali: l’appaltatore deve versare una cauzione; tutti i mesi i suoi conti sono verificati dall’economo ed egli stesso garantisce con i suoi beni personali.
I papiri ci dànno un’idea dell’enorme contenzioso dei differenti contratti d’affitto.
Ed è chiaro che non si vedrebbero uomini di ogni razza (specialmente greci ma anche egizi ed ebrei) disputarsi gli appalti, se il sistema non fosse molto lucrativo per i pubblicani.
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Re, borghesi, funzionari e sacerdoti vivono sfruttando la fatica degli umili.
La scissione della collettività in due classi antitetiche, ricchi e poveri, e lo sfruttamento degli uni da parte degli altri, fenomeni già apparsi nel secolo 4. in Grecia, non fanno che accentuarsi nel mondo ellenistico.
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Schiacciato da un sistema oppressivo, da affitti iniqui e abitazioni malsane, il contadino fugge.
Si tratta dell’anacoresi, uno dei fenomeni più gravi della tarda epoca ellenistica, che diverrà in seguito una delle piaghe dell’Egitto romano e assumerà anche caratteri religiosi con i primi anacoreti cristiani.
Malgrado quanto è stato detto in proposito, il deserto offre asilo solo a un’infima minoranza, poiché la vita vi è possibile solo per coloro che sono abituati al nomadismo.
Alessandria invece, con la sua moltitudine formicolante e poco controllabile, esercita una forte attrazione: vi si può trovare del lavoro e i templi sono disposti a dare asilo ai contadini disertori.
Altri ancora si raggruppano in bande di briganti che devastano la pianura.
Nei papiri possiamo notare l’angoscia e le aspre lamentele di coloro che restano e che la solidarietà del villaggio costringe a pagare per i fuggitivi.
Le denunce indignate si moltiplicano presso gli agenti del re.
I papiri mostrano in modo evidente il profondo malcontento che regna nelle campagne.
I contadini vi appaiono violenti e ribelli; le loro rivendicazioni hanno un accento di rivolta contrastante con il tono calmo di adulazione adottato in simili circostanze dai “piccoli greci”.
Questo scoraggiamento e questa turbolenza spiegano perché le rivolte abbiano trovato tanta eco nella chora egizia.
In tal modo va sempre più aumentando il divario tra il mondo urbano che sfrutta e quello rurale che viene sfruttato.
In questo fenomeno M. Rostovtzeff scorge a ragione la tara più profonda delle società antiche a partire dal secolo 4., e una delle cause determinanti della loro rovina.
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Uno dei fattori essenziali di tale ellenizzazione è la presenza dei soldati nelle città o nelle metropoli dei nomi.
L’esercito ha un ruolo talmente importante negli eventi del mondo ellenistico, nato d’altronde dalla stessa conquista e diviso da lotte incessanti, che merita uno studio particolare.
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Il mercenario, spesso esiliato per sempre, diventa uan specie di apolide privo di qualsiasi diritto politico.
Vita militare e vita civile, così intimamente legate nella Grecia classica, si dissociano definitivamente.
Certo, non è raro vedere delle guarnigioni, delle unità, e persino delle associazioni di soldati votare decreti onorifici ed eleggere magistrati, ma tali manifestazioni non portano a risultati concreti di tipo politico; senza dubbio esprimono solo la nostalgia delle antiche istituzioni che molti di loro conservano sempre viva.
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Per quanto lontani dalla patria, i mercenari greci e macedoni restano profondamente attaccati alla grecità, pur subendo in modo rilevante l’influenza dei culti locali.
Sembra che sia in gran parte da attribuire a loro la fondazione dei ginnasi che si moltiplicano negli Stati ellenistici.
Ma su questo punto dobbiamo fare una distinzione: nel mondo siro-anatolico i ginnasi sono aperti agli indigeni, avidi di accedere alla cultura greca; in Egitto, al contrario, esso sono dei club gelosamente riservati agli occupanti, e quando l’esercito viene invaso dai semiti divengono il focolare d’una specie di massoneria ellenica, desiderosa di preservarsi dalla contaminazione dei barbari.
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I regni ellenistici lasciano un’impressione confusa di riuscita e d’insuccesso.
Da una parte, grandi città cosmopolite dalla larghe strade e dai nobili monumenti, un’innegabile prosperità, una borghesia dinamica e in piena espansione e l’ellenizzazione di una classe media di origine indigena.
Dall’altra la crisi delle campagne che, duramente sfruttate, non traggono alcun profitto dal nuovo ordinamento.
Il re e i grandi capitalisti, nelle cui mani è concentrato il potere, si curano solo dei loro profitti e, coscientemente o no, favoriscono quella scissione tra mondo urbano e rurale che solo in apparenza sembra inserirsi nella tradizione della civiltà greca.
In realtà, benché la civiltà classica trovasse la sua espressione più completa nella polis, quest’ultima comprendeva nella sua sfera vitale anche la campagna.
In alcune caratteristiche dell’ellenismo c’è, ancora prima della conquista, un’anticipazione di quello che sarà l’Impero romano, nel quale questa scissione sta quasi all’origine della sua grandezza che della sua debolezza.
Dobbiamo tuttavia sottolineare che la situazione in Egitto si deteriora considerevolmente: preti, guerrieri e funzionari acquistano privilegi sempre maggiori a scapito del sovrano, e le campagne, rovinate dall’anacoresi, rimangono quasi incolte.
Si è giustamente parlato di un “rifiuto delle masse”, che vengono abbandonate alla loro sorte, senza che si faccia nulla per migliorarne il livello di vita (delle riforme avrebbero invece potuto essere un mezzo, dal punto di vista capitalistico, per risanare l’economia), e senza offrire un ideale capace di dare un senso al loro lavoro.
Ciò nonostante dobbiamo sottolineare per spirito d’obbiettività che i sovrani hanno fatto il possibile per fronteggiare la situazione, soprattutto tenendo conto del numero esiguo d’immigranti greci e macedoni, incapaci d’imporsi e di stimolare le masse indigene molto più numerose.
Riprendendo una famosa frase che si riferiva all’Alto Impero, potremmo dire, con tutte le restrizioni che comporta questa formula, che il mondo ellenistico era allora il migliore dei mondi possibili.
Un diocete esprimeva un pensiero analogo scrivendo: “Nessuno ha il diritto di fare ciò che desidera, ma tutto è organizzato nel modo migliore”.
Del resto lo studio della civiltà che si è sviluppata in questo contesto storico ci permetterà di sottolineare successi d’altro tipo, spesso molto brillanti.
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Cap. 3. L’ultima trasformazione della grecità spirituale

L’abbondanza  un po’ disordinata delle creazioni dell’epoca ellenistica colpisce in modo particolare.
Vi si osserva una vitalità così rigogliosa, che difficilmente può essere ridotta ad unità.
L’individualismo, che già tanti progressi aveva compiuto dalla fine del secolo 5., trionfa ormai pienamente.
Esso si esprime attraverso le forme più diverse: il successo della lirica, l’aspirazione del filosofo a una saggezza personale, le esigenze mistiche dell’anima preoccupata di ottenere la propria salvezza.
Ma l’uomo, paradossalmente, sembra poter affermare la propria individualità sono in seno alla collettività.
I poeti si raccolgono in cenacoli, le tradizioni delle botteghe degli artisti esercitano un influsso in scuole rigidamente organizzate.
Persino i mistici trovano un loro dio soltanto all’interno delle confraternite.
Sotto l’impulso di queste tendenze si organizzano, grazie all’aiuto di sovrani illuminati, biblioteche e istituti in cui si accumula e accresce il sapere umano.
I due primi Tolomei, sotto l’influenza di Demetrio Falereo discepolo di Teofrasto e del poeta Faleta di Coo, dotano la loro capitale del Museo e della Biblioteca.
Il Museo (letteralmente “santuario delle Muse) fondato da Sotere, diviene con Filadelfo un centro accademico di studi superiori: i sapienti vengono mantenuti e pagati grazie alla munificenza del principe e trovano gli strumenti, collezioni, giardini zoologici e botanici, necessari ai loro studi.
La Biblioteca, annessa al Museo, non cessa di ampliarsi: duecentomila volumi alla morte di Sotere, quattrocentomila a quella di Filadelfo, che acquista fondi importanti (in particolare quello di Aristotele), settecentomila al tempo di Cesare.
Filadelfo crea inoltre, nel Serapeo, uan seconda biblioteca, ricca di cinquantamila opere.
Gli Attalidi fanno concorrenza ai Lagidi fondando a Pergamo una biblioteca di quattrocentomila volumi, specializzata in opere d’erudizione e meno fornita di opere letterarie.
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Le novità sono altrettanto evidenti per quanto concerne i rapporti degli artisti con i potenti e con il pubblico.
Un tipo umano del tutto nuovo compare in questo contesto sociale: l’uomo di lettere.
Tuttavia, poiché l’antichità ignorava la nozione di diritto d’autore, il letterato non può vivere che grazie alla generosità del sovrano, a meno che non disponga di risorse proprie.
Il mecenatismo diventa dunque la base di tutta la vita letteraria: esso è particolarmente in auge presso i primi Lagidi, che incoraggiano sia la letteratura che le arti e le scienze.
Il pericolo a cui neanche i più grandi poeti potevano sfuggire era quello dello sviluppo di una poesia di corte, con le sue inevitabili adulazioni.
Teocrito, dopo aver tentato invano d’imporsi all’attenzione di Ierone di Siracusa ed avere soggiornato a Coo, dove aveva forse dei parenti, viene a stabilirsi ad Alessandria, e qui finalmente ottiene il favore del re Adelfi.
Ciò gli fornisce l’occasione di scrivere uno degli idilli più mediocri, l’Elogio di Tolomeo: un vero esercizio scolastico nel rigoroso pedantismo del suo schema, modellato sui panegirici dei sofisti e dei retori: vi sono lodati successivamente i genitori, la nascita, i meriti di Filadelfo.
L’esempio delle Siracusane invece, uno dei suoi poemi più perfetti, in cui sa descrivere lo splendore delle feste del palazzo reale ed entrare con eleganza nel gioco dell’apoteosi dei monarchi, Teocrito mostra come la poesia di corte non isterilisca necessariamente l’ispirazione.
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Se la tragedia è morta, la commedia invece sopravvive per un certo tempo con grande splendore ad Atene e si diffonde in Macedonia (Filippo fa dare delle rappresentazioni dopo la presa di Olinto, e Alessandro dopo quella di Tebe) e nell’Oriente ellenistico.
Il coro e la parabasi spariscono: degli intermezzi tendono a spezzare in singoli atti la materia fino ad allora continua.
Un prologo, ispirato a quello della tragedia, permette al poeta di rendere omogenea l’azione e di esporre le proprie opinioni, quasi come avveniva un tempo nella parabasi.
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La storia sopravvive pur trasformandosi radicalmente.
Seguendo la strada tracciata da Eforo di Cime, essa tende a divenire universale: la sua curiosità abbraccia, oltre alla Grecia, tanto l’Oriente (che le si apre con l’epopea di Alessandro) che l’Occidente, su cui le progressive conquiste romane attirano sempre più l’attenzione.
Ma la massa degli eventi è ormai talmente considerevole e le ricerche necessarie talmente vaste, che lo storico diventa un erudito il quale attinge la sua materia dai libri; la sola eccezione è rappresentata da Polibio, che deve alla conoscenza diretta dei fatti narrati l’incontestabile superiorità sui predecessori e sugli emuli.
D’altra parte, la storia si propone sempre più come ricerca scientifica e abbandona talvolta ogni pretesa letteraria.
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Fin dall’inizio della sua opera, Polibio assegna alla storia una duplice funzione didattica, politica e morale: ricavarne degli insegnamenti per l’uomo che governa e insegnare a resistere ai colpi della fortuna avversa.
Rifiuta perciò ogni ornamento e in particolare la retorica.
Per raggiungere il suo scopo deve consacrarsi alla ricerca delle cause, mostrandosi così un discepolo fedele di Tucidide.
Anch’egli esige che si faccia una distinzione tra i pretesti e i motivi reali delle guerre.
Fra questi ultimi, attribuisce un’importanza preminente all’azione di forti personalità, come Annibale o Scipione, alle istituzioni e ai costumi (pensa che la rivalità tra Roma e Cartagine fosse inevitabile, a causa di una sorta di determinismo), ai fattori economici (mostra con grande evidenza il ruolo assunto nella politica romana dal movimento dei capitali, dalla borsa, dai negotiatores). Ai fattori sociali (insiste sull’influenza e importanza della crisi demografica nel declino della Grecia).
Insomma, per lui la storia non è affatto la narrazione di eventi particolari, ma un’opera d’intelligenza orientata verso fini pratici.
Malgrado questa costante tendenza  alla spiegazione razionale, invoca spesso la Tyche (Sorte), anche se non ammette, pare, l’esistenza del caso e della provvidenza nello svolgimento degli eventi storici.
La Tyche rappresenta dunque una specie di residuo ed egli si sforza, per quanto gli è possibile, di attribuire ad avvenimenti umani cause umane: così ad esempio la conquista romana appare ai suoi occhi come il risultato di un piano prestabilito e delle doti eccezionali d’una razza.
Pag. 461-62

Le esigenze di natura etica, già notevoli nelle scuole tradizionali, non fanno che accentuarsi nelle due dottrine che compaiono alla fine del secolo 4., l’epicureismo e lo stoicismo.
Con un po’ di esagerazione si potrebbe dire che la filosofia si presenta ora come il rifugio contro i disorientamento dell’uomo, che non trova più una ragione di vita nel mestiere di cittadino.
La sua prima aspirazione è di offrire una soluzione al problema della felicità; in un caso come nell’altro, malgrado evidenti differenze, la risposta è la stessa: la felicità consiste nel controllo di sé raggiunto da un’anima che sa sfuggire al mondo, liberarsi dalle contingenze, raggiungere uno stato d’indifferenza (atarassia per gli uni, apatia per gli altri), da cui nulla potrà più distoglierla.
Il fondamentale ascetismo che si trova alla base di tali dottrine non è certo una novità alla fine del secolo 4., ma per la prima volta è fondato sulla scienza e in particolare sulla fisica; donde il dogmatismo scientifico che, in realtà, le allontana nettamente dalle filosofie umanistiche della grande tradizione classica.
Pag. 464-65

La ricerca della felicità intrapresa dai filosofi è senza dubbio il sintomo più caratteristico di quest’epoca turbolenta.
Tale felicità non è tuttavia possibile senza il distacco dell’anima, che mediante l’ascesi si sottrae alle vicissitudini della vita.
Allo stesso modo, durante la crisi dei secoli 3. e 4. dopo Cristo, lo slancio mistico del neoplatonismo prometterà all’iniziato le beatitudini dell’evasione.
Si fa dunque strada un nuovo ideale morale: all’eroe dei tempi più antichi, al cittadino dell’età classica, succede il saggio.
Vi è una sorta di rassegnazione in questa concezione, una fuga davanti al reale, che bisogna dominare dal momento che non lo si può accettare.
Dobbiamo però sottolineare la grandezza di questa ascesi che rende onnipotente l’anima.
La salvezza, a cui aspirano tutte le religione di allora, è ottenuta con la lotta.
Il pensiero ellenico sceglie ormai definitivamente la via dell’individualismo, poiché la coscienza è sola di fronte al suo destino; ma non dispera neppure di riformare lo Stato specialmente grazie agli stoici, eminenti consiglieri dei sovrani; e, quel che è più importante, in un magnifico slancio di vera e propria filantropia non dimentica che tutti gli uomini sono fratelli.
La simiglianza dei concetti di atarassia e di apatia, che rappresentano il punto di arrivo di due dottrine radicalmente eterogenee, non può non colpire lo storico.
Del resto, è stata anche sottolineata la vicinanza tra questi due stati di calma serena e il nirvana delle dottrine indiane: vi si può scorgere indubbiamente qualcosa di più d’un accostamento fortuito.
Certo non è senza un motivo che la medesima saggezza si manifesta nel Mediterraneo orientale e nella pianura indogangetica, tra cui cominciano a stabilirsi contatti così fecondi.
Pag. 467-68

Se la filosofia e la scienza ci hanno trasportati nel “templi sereni” il cui accesso è riservato solo a pochi specialisti,
l’arte ci riconduce nell’ambito della vita quotidiana.
Infatti nessuna epoca ha mai richiesto come questa agli artisti di abbellire le città e le abitazioni.
Dal punto di vista quantitativo la produzione è immensa; si costruisce febbrilmente e i grandi cantieri di scavi hanno riportato in luce a migliaia statue grandi e piccole destinate a decorare gli edifici.
Gli architetti, gli scultori, i pittori non furono mai così numerosi.
Il mondo ellenistico vive nella prosperità e i sovrani sentono il bisogno di circondarsi di uomini capaci di dare lustro alle loro capitali e alle loro dimore.
Un’altra ragione sta nello sviluppo di una borghesia ricca, amica delle arti e delle lettere, nella quale le tendenze evergetiche si sviluppano nelle corti.
L’arte si laicizza, dato che i grandi promotori sono ora i re e i ricchi borghesi.
Naturalmente l’architettura e la scultura religiose continuano a fiorire, tanto più che non esiste città greca che non abbia il suo santuario, e l’urbanizzazione è uno dei fenomeni più tipici dell’epoca.
Tuttavia, a parte qualche eccezione, lo slancio della fede non esiste più: la costruzione dei templi non comporta innovazioni di alcun genere e ci si contenta generalmente d’impiegare modelli già noti; la statuaria raffigura divinità dai tratti molto umani e le scene di genere sostituiscono spesso il rilievo a carattere religioso.
Nelle belle città ordinate secondo un piano urbanistico razionale, gli edifici civili si moltiplicano; palazzi e case private fanno a gara per lusso e comodità.
L’influenza dell’Oriente non è più sensibile e le arti indigene, oramai in piena stasi, imitano spesso i modelli greci.
Dappertutto trionfa l’ellenismo e assistiamo, malgrado le nette differenze esistenti tra una scuola e l’altra, alla genesi di una sorta di koiné artistica.
Pag. 471

Nonostante le opinioni contrastanti, l’arte greca non rinasce nell’epoca ellenistica perché non era affatto morta; e nemmeno sopravvive a se stessa, poiché innova e si rinnova seguendo le vie più diverse.
Il suo carattere fondamentale va ricercato nella rappresentazione dell’uomo e delle sue angosce, ma anche nell’aspirazione a una felicità serena.
Poche sono le emozioni ch’essa esprime, dal furore delle passioni fino alle dolcezze idilliche.
Nessun tema viene trascurato: greci e barbari, vecchi e bambini, bellezza ideale e deformità.
Destinata piuttosto alle classi agiate, essa trova spesso la sua aspirazione nel mondo degli umili.
Tenta tutte le strade: dal romanticismo di Pergamo fino al barocco di certi rilievi alessandrini.
E’ un’arte prettamente greca, perché come non mai sa cogliere l’essenza dell’uomo in tutte le sue sfumature.
Pag. 483

La religione tradizionale non scompare, come non scomparve nel secolo 4.
Le Panatenee continuano a svolgere le loro processioni lungo le pendici dell’Acropoli, gli atleti si misurano nelle gare olimpiche e Delfi pronunci ai suoi oracoli ambigui, mentre i pellegrini invadono i sagrati di Eleusi: tutti questi santuari continueranno d’altronde ad esser frequentati molto tempo dopo il periodo ellenistico, fino al tramonto del mondo antico.
Ma il fervore della fede non esiste più e i sacrifici pubblici forniscono solo l’occasione per un buon pasto fra l’allegria generale.
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Le divinità dell’Oriente hanno un fascino speciale, fatto in parte di esotismo e di mistero, al quale la Grecia era stata anche troppo sensibile fin dal 420.
Il loro trionfo durante l’epoca ellenistica avviene tanto più facilmente in quanto i greci occupano ormai le sedi stesse di questi culti.
L’Influenza dell’Asia minore rimane notevole, mentre diminuisce quella tracica e aumenta quella egizia.
Tralasceremo provvisoriamente il buddismo e il brahmanesimo, di cui avremo occasione di sottolineare la forza d’attrazione sui greci della diaspora nelle zone più orientali.
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Nuove forme di pensiero fanno la loro apparizione: l’astrologia, l’alchimia: ma nessuna è più importante dell’ermetismo, che trae il suo nome da Ermes, equivalente ellenico del Thoth egizio.
Dio benevolo, inventore della scrittura geroglifica e dispensatore di tutte le scienze sacre, egli misura il tempo, scrive il destino, sa formulare le invocazioni secondo il tono richiesto e, secondo i teologi di Ermopoli, crea anche il mondo con il suo verbo demiurgico.
Per quanto riguarda i trattati ermetici, d’epoca romana anche se derivano da testi ellenistici, gli specialisti non sono sempre d’accordo nel discernere gli elementi egizi da quelli ellenici o anche iranici.
In ogni caso la parte concernente le antiche speculazioni indigene è notevole: “I greci – dichiara Asclepio in uno di questi libri (Corpus hermeticum, 16, 2) – sono capaci solo di parlare nel vuoto e di trovare delle dimostrazioni: in verità, tutta la filosofia dei greci non è che un rumore di parole. Quanto a noi, egizi, non ci serviamo di semplici parole, ma di suoni pieni di significato”.
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Gli adepti delle nuove divinità si raggruppano in comunità culturali.
Mentre per gli dèi poliadi il luogo riservato ai riti era per definizione la città stessa, ora ci troviamo di fronte ad associazioni private, vere confraternite, in cui i fedeli si riuniscono a fianco a fianco dopo aver scelto liberamente di adorare lo stesso dio.
Greci e barbari, cittadini e forestieri, vi confluiscono.
Benché gli schiavi si radunino talvolta fra loro (come i competaliasti a Delo), la maggior parte delle comunità accolgono indistintamente uomini liberi e schiavi.
Uomini e donne sono considerati uguali e anche i bambini sono ammessi come chierichetti.
E’ facile immaginare il poderoso fermento d’unificazione sociale rappresentato da queste confraternite: al mondo classico, in cui l’opposizione fra il greco e il barbaro, tra il cittadino e lo schiavo era assoluta, in cui la donna era in ultima analisi disprezzata, succede un mondo nuovo che cancella gli antagonismi.
Tutti gli uomini, si sentono fratelli perché venerano uno stesso dio e attendono da lui la stessa salvezza.
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In quest’epoca tormentata dall’angoscia gli uomini colti ed eletti trovano il proprio equilibrio nella ragione filosofica che dissipa i dubbi, così come gli umili trovano la salvezza nelle speranze che le diverse dottrine offrono loro.
Roma sarà l’erede di questa religione tanto viva e fervente, in cui il contributo dell’Oriente non deve essere sottovalutato rispetto a quello ellenico.
Da questo mondo nascerà più tardi un’altra religione orientale, fondata anch’essa sui misteri, anch’essa apportatrice di salvezza, che s’imporrà lentamente: il cristianesimo.
Quantunque le sue radici ebraiche siano evidenti, esso troverà la base psicologica nelle dottrine ellenistiche: la trinità, la possibilità di un’unione tra la natura divina e quella umana, la madre del Salvatore, il culto dei santi; tutti questi dogmi possono trovare il loro equivalente diretto nei regni ellenizzati d’Oriente, mentre sono profondamente estranei al giudaismo.
Notiamo inoltre, ed è forse ciò che più conta, che il cristianesimo come i culti mistici dell’Asia o dell’Egitto insegna ad amare e non a temere Dio.
Nel vasto confronto tra la Grecia e l’Oriente, originato dalle conquiste di Alessandro, è difficile determinare quale sia stato l’apporto orientale alla civiltà ellenistica; esso è quasi nullo in letteratura e nella scienza, un poco più palese in arte, in filosofia, nelle scienze, ma molto importante nella religione.
Tutto ciò che concerne la letteratura in generale e il linguaggio, è poco sensibile alle influenze orientali, ma i riti e le credenze dell’Oriente seducono con il loro mistero gli spiriti.
Un greco dell’Egitto in caso di malattia si rivolgerà ad un medico greco, che impiegherà un metodo diagnostico, un trattamento e una farmacopea quasi esclusivamente ellenici.
Ma se in questo modo non otterrà la guarigione, la chiederà a Amenhotep  figlio di Apu, “dio molto buono”, implorandolo nelle tombe poste sulla montagna di Tebe.
Molti graffiti, quasi tutti incisi in greco, dimostrano la frequenza di queste pratiche.
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Cap. 4. Al di là delle frontiere politiche

L’estensione dell’oikoumene è forse il fenomeno più importante dell’epoca.
Esso si manifesta chiaramente sia in Occidente che in Oriente e non è quindi originato solo dalla conquista di Alessandro.
Vi sono interessati sia territori di antica civiltà, come Cartagine o l’India, sia regioni ancora barbariche, come la Scizia, la Gallia o l’Iberia.
Dappertutto, il mondo si schiude alla penetrazione ellenica; grazie alle relazioni commerciali, all’arte, al pensiero, alla religione, il modo di vivere dei greci si diffonde lontano, facendo da lievito alle civiltà più diverse.
In questa evoluzione generale possiamo distinguere due aspetti differenti.
Da una parte il fenomeno, ben noto fin dai tempi arcaici, dell’ellenizzazione mediante la fondazione di colonie in terre balcaniche: senza Marsiglia per esempio l’Occidente gallico, ligure o iberico non sarebbe diventato quello che fu invero.
D’altra parte i rapporti commerciali su grandi distanze (alcune migliaia di chilometri separano l’Occidente mediterraneo dall’India e dalla Cina), che stabiliscono un contatto fra mondi prima ignoti l’uno all’altro.
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Fin dal quinto secolo l’Occidente è quasi interamente celtizzato, ma il dinamismo turbolento dei celti li spinge ad altre conquiste.
All’inizio del secolo quarto essi occupano l’Italia padana creandovi uan nuova Gallia.
La Gallia meridionale riceve nuove ondate di immigranti nel secoli quarto e terzo, le Isole Britanniche e la Spagna nel terzo; altri s’installano nella valle danubiana e giungono fino all’Illiria e in Tracia.
Le orde dei galati saccheggiano la Grecia nel secolo terzo, prima di volgersi verso l’Asia Minore, dove molti finiranno per stanziarsi definitivamente in Galazia.
A partire dal 250 i belgi conquistano tutto il nord della Francia e una parte della Gran Bretagna.
Al termine di questa espansione la regione celtica comprende la Germania fino all’Elba, tutta l’Europa centrale da una parte e dall’altra del Danubio, le Isole Britanniche, la Francia, l’Italia settentrionale, la Spagna e il Portogallo.
Nella stessa Scandinavia notiamo molte influenze celtiche, dovute soprattutto all’importazione di oggetti artistici.
Nessun altro popolo dell’Europa indipendente è altrettanto potente.
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Marsiglia conserva la sua potenza.
Durante la seconda guerra punica è la più fedele alleata di Roma, con la quale manteneva da tempo ottimi rapporti.
Nel secolo secondo Roma la ricompensa inviando le sue truppe a difenderla contro i celto-liguri e dotandola d’un vasto territorio tolto ai suoi nemici lungo il litorale, mentre fino ad allora essa aveva potuto disporre esclusivamente di un retroterra molto ristretto.
Solo la cattiva scelta nel conflitto fra Cesare e Pompeo le farà perdere la libertà e verrà allora annessa all’Impero.
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Da tempi immemorabili la costa che si stende dalle foci del Rodano fino all’Arno era occupata da popoli primitivi, i fieri liguri, d’origine non indoeuropea.
In Provenza essi si fondono con la nuova ondata d’invasori celti (secolo quarto), dando così vita a una civiltà mista.
nasce una potente confederazione celto-ligure, quella dei Sali, che ha come principali centri Arles e Entremont (alla periferia di Aix-en-Provence).
Per quanto i rapporti con Marsiglia siano spesso tesi, si formano presto dei legami commerciali, tanto più che i celti si mostrano più sensibili dei liguri all’ellenismo.
Del resto Marsiglia è potentemente fortificata e possiede ancora a Saint-Blaise uno straordinario avamposto, che solo i luogotenenti di Cesare riusciranno a distruggere.
I suoi mercanti sono ben protetti e generalmente vengono accolti con favore, in virtù d’accordi stipulati con gli indigeni dell’interno.
Una mano di bronzo (inizio del secolo primo) rinvenuta nell’Alta Provenza è una tessera d’ospitalità con i velauni, tribù delle Alpi Marittime.
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Questo insediamento coloniale nel retroterra sembra essere un fatto unico; ma solo il commercio può spiegare l’ellenizzazione tanto rapida dei celto-liguri.
Vengono introdotte la coltura della vite e dell’olivo, in misura tuttavia assai limitata.
Gli oppida sono fortificati secondo le tecniche greche con mura ben costruite, che contrastano con quelle delle cinte della Gallia chiomata.
Il culto di Dioniso si diffonde con l’amore per il vino.
I celti cominciano a scrivere la loro lingua con l’alfabeto greco: esistono in Provenza una quarantina d’iscrizioni celto-greche assai enigmatiche, tra cui le famose dediche alle Madri (dee galliche della Fecondità) di Glanon.
Ma, soprattutto, prende forma un’arte celto-greca, nota essenzialmente grazie alle scoperte di Entremont e di Roquepertuse.
I temi sono celtici, ma la tecnica è visibilmente ispirata a quella greca.
Certo questa scultura rimane assai barbara e ci si stupisce che, per quanto risalga ai secoli terzo e secondo, faccia sovente pensare all’arcaismo greco, coem se gli scultori all’inizio si fossero trovati davanti agli stessi problemi e per risolverli avessero ricorso alle stesse convenzioni.
Se però si confrontano questi oggetti celto-greci con le sculture prettamente celtiche, come la testa scoperta a Msecké-Zébrovice (Boemia) con la sua bizzarra stilizzazione, o il dio col cinghiale di Euffigneix (Alta Marna), si potranno notare i decisivi progressi, compiuti sotto l’influenza mediterranea.
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Dalle Alpi ai Pirenei, la Gallia meridionale è una “Gallia greca”, secondo l’espressione di Giustino.
Benché Marsiglia non vi eserciti alcuna supremazia politica, i suoi scambi commerciali introducono largamente nuove esigenze e un altro stile di vita.
La differenza con le regioni celtiche dell’interno rimane sostanziale: qui infatti la civiltà conserva una rozzezza gallica, malgrado alcuni evidenti apporti ellenici.
A partire dal 125 Roma, dovendo assicurarsi il collegamento con le province iberiche, occupa la regione di cui Narbo Martius diverrà la capitale, e crea una nuova provincia, la Transalpina, che prenderà il nome di Narbonense sotto il regno di Augusto.
La conquista romana modifica rapidamente i rapporti di forza, benché Marsiglia rimanga indipendente fino al 49 ed assorba un vasto territorio.
Gli oppida della Provenza che hanno opposto resistenza vengono invece selvaggiamente distrutti e perfino nel Languedoc, dove sopravvivono avendo preferito la sottomissione, il commercio va orientandosi risolutamente verso l’Italia, come risulta dal gran numero di monete romane.
La decadenza di Marsiglia precede di qualche tempo la sua rovina politica; del resto la grande strada costruita dai romani, la via Domiziana, passa volutamente lontano da Agde, il centro principale del suo traffico.
Roma occupa oramai il posto della città focese, che nell’epoca imperiale sarà una città morta, un centro universitario geloso del suo patrimonio ellenico, preservato per tanti secoli.
Ma l’impronta data da Marsiglia al Mezzogiorno della Francia non scomparirà: se la Narbonense raggiungerà un incomparabile splendore, lo dovrà al fatto di essere stata percorsa, in ogni senso e fin dai tempi più arcaici, dai mercanti greci, ricevendone la civiltà
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Ciò nonostante dobbiamo riconoscere i limiti di tale ellenizzazione, che svanisce rapidamente man mano che si procede verso la Meseta e che non impedisce ad altre influenze di manifestarsi, e in particolare a quella cartaginese.
Ma la trasformazione che ne deriva, così come avvenne per la Gallia meridionale, non è meno profonda.
In queste due regioni una delle creazioni più brillanti della civiltà greca, la statuaria, ha sedotto gli indigeni al punto da spingerli ad imitarla per esprimere le loro proprie concezioni.
Anche qui i romani, quando conquistano la Spagna per strapparla ai cartaginesi (l’intervento romano ha luogo nel 219, con il primo sbarco di truppe ad Emporion, dunque molto tempo prima che in Gallia Transalpina), grazie ai greci si trovano davanti a un paese non più barbaro.
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Al principio dell’epoca ellenistica il Mediterraneo centrale è diviso fra due repubbliche aristocratiche, dapprima alleate e poi ben presto rivali: Cartagine e Roma.
Entrambe subiscono l’influenza dell’ellenismo più intensamente delle nazioni barbare d’Europa.
L’antica colonia fenicia non è più confinata nell’isolamento dei secoli precedenti.
La sua apertura sul mondo esterno fa però aumentare le agitazioni sociali.
Il popolo, ostile al potere aristocratico, rivendica i suoi diritti dopo le sconfitte della prima guerra punica e la rivolta dei mercenari.
Una grande famiglia, quella dei Barca, ne approfitta per appoggiarsi alle classi inferiori e dar corso in Spagna ad una serie d’imprese personali che ricordano quelle di Alessandro e dei diadochi.
Uno dopo l’altro Amilcare (che vi sbarca nel 237), il genero Asdrubale e il figlio Annibale, vi estendono progressivamente il loro potere.
Lo Stato da loro creato si appoggia su un esercito di mercenari e presenta tutti i caratteri d’una monarchia ellenistica: essi svolgono uan politica d’integrazione razziale, sposano delle principesse iberiche, fondano una nuova Cartagine (Cartagena) e coniano delle monete su cui sono effigiati come re, la testa cinta dal diadema.
Dopo un’interruzione di quasi due secoli Cartagine riprende a commerciare con il mondo greco.
I suoi rapporti con l’Egitto sono particolarmente stretti, così come con Rodi e la Campania,
La moneta vi compare fin dal secolo quarto (persino dal secolo quinto nella Sicilia punica, per pagare i mercenari); il campione usato è quello fenicio, identico a quello dei Tolomei.
A Tebe e a Delo risiedono numerosi mercanti punici; Tebe ha un prosseno a Cartagine.
Plauto, ispirandosi a una commedia greca, fa sbarbare un negoziante punico a Calidone, dove c’è un rappresentante della sua città.
Il traffico è basato sullo scambio con manufatti greci, derrate alimentari del Magreb e minerali greggi, importati grazie al commercio con le lontane terre dell’Africa nera (oro dei placers della Gambia) o con le Isole Britanniche (stagno).
Gli oggetti greci sono frequenti a Cartagine stessa o nelle necropoli del Capo Bon: vasellame, bronzi, avori.
Un bel vaso con decorazione plastica, ritrovato ad Alessandria, presenta una testa d’uomo sul coperchio e una rana al di sotto: simbolo egizio della resurrezione.
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A Roma, l’ellenizzazione era già un fatto compiuto.
Le due date essenziali sono il 343, anno dell’accordo con Capua, che orienta interessi e curiosità verso una zona profondamente ellenizzata, e il 272, anno che vede la caduta di Taranto e che mette un termine definitivo alla conquista della Magna Grecia.
D’ora in poi i contatti politici e militari con il mondo ellenistico, la dominazione progressiva sul bacino orientale del Mediterraneo e l’afflusso di schiavi dall’Oriente non faranno che accelerare il processo.
Invano i conservatori cercheranno di arrestarlo: Catone il Vecchio farà approvare delle leggi sontuarie, ma egli stesso imparerà il greco in tarda età; nel 186 il Senato reprimerà severamente i Baccanali, senza peraltro riuscire a scacciare Bacco né a vincere il misticismo.
La causa di questa irreversibilità deve essere ricercata nell’evoluzione profonda che caratterizza la situazione sociale.
 La città è divisa dalle lotte fra patrizi e plebei, gli uni e gli altri avidi di piaceri.
Il potere autocratico dei sovrani orientali esercita un certo fascino sugli spiriti più nobili; si avvicina sempre di più il momento in cui degli imperatores privi di scrupoli detteranno legge allo Stato.
Quanto al popolo, essi non è insensibile al radicalismo di certi pensatori politici greci.
Compare inoltre il grande commercio, che segue l’esempio greco.
A partire dal 326, Roma fa coniare in Campania le sue prime monete d’argento, i “didracmi romano-campani”.
La sua iniziazione all’economia monetaria è abbastanza rapida: fin dal 289 abbandona il campione greco a favore del sistema della libbra e nel 269 trasferisce i laboratori nella città stessa.
Nel 179 costruisce ad Ostia un vasto porto di tipo ellenistico.
Da quel momento i negotiatores e i banchieri italici si differenzieranno dai loro concorrenti orientali solo per un’avidità ancor più sfrenata.
Il cambiamento più palese si manifesta nelle abitudini della vita quotidiana.
L’abitazione tradizionale, con l’atrium, viene ampliata nella parte posteriore con un peristilio.
I pavimenti si rivestono di mosaici, le pareti di affreschi, di cui Pompei ed Ercolano hanno conservato begli esemplari.
I vecchi mobili di legno sono sostituiti con tavole di marmo e letti in bronzo.
I ricchi vogliono abiti più sontuosi, banchetti e cibi più raffinati.
La città diventa più bella, non solo perché si costruiscono nuovi edifici, ma anche perché i saccheggi vi fanno affluire in gran numero i capolavori dell’Oriente.
Silla riporta un capitello dell’Eretteo: la nave carica d’opere d’arte rinvenuta al largo di Mahdia (Tunisia) conteneva forse uan parte del suo bottino.
Il caso di Verre è lungi dall’essere isolato.
Le conseguenze sulla moralità pubblica sono funeste.
La vecchia società patriarcale si dissolve; l’autorità del pater familias è messa in dubbio.
Matrimoni d’interesse e divorzi sono sempre più frequenti e la ricerca sfrenata del piacere succede all’austerità d’un tempo.
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Dobbiamo esaminare soprattutto le forme epurate d’arte ellenistica che producono a Roma un prodigioso risveglio artistico.
La letteratura, fino ad allora piuttosto rozza, nasce realmente nella seconda metà del secolo terzo.
Le prime manifestazioni sono il teatro e il poema epico.
Tragedia e commedia si sostituiscono alle forme drammatiche primitive (indigene o di provenienza etrusca e osca) e traggono i loro soggetti dalla Grecia.
Lo si nota nella commedia di costume chiaramente greca, la palliata (che deve il suo nome al pallium, abito greco).
L’epopea trova uan naturale fonte d’ispirazione nelle lotte titaniche di Roma contro Cartagine, ma utilizza esclusivamente gli schemi ellenici.
L’arcaico verso il latino, il saturnio, lascia presto il posto ai metri greci.
Anche la storia si sviluppa in questo periodo, ma i primi annalisti, Q. Fabio Pittore e L. Cincio Alimento, non pensano di poter scrivere se non in greco.
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Il più concreto dei popoli comincia ad apprezzare la filosofia.
Nel 155 Atene invia come ambasciatori i capi delle sue scuole più famose (Liceo, Accademia, Portico).
Carneade crea uno scandalo tenendo due conferenze contraddittorie sul medesimo tema.
Il circolo degli Scipioni è un intenso focolaio intellettuale e non è certo un caso se Cicerone lo sceglie come sfondo per i suoi dialoghi filosofici.
Ormai i filosofi affluiscono a Roma e, per quanto siano spesso oggetto di schermo, l’influenza che esercitano è duratura.
……………….
L’antica religione romana con il suo fondamentale animismo e i suoi strani riti sopravvive, ma vi si sovrappongono sempre più elementi ellenici, secondo un processo evolutivo iniziatosi fin dall’epoca arcaica.
Già da lunga data le principali attività del pantheon romano erano state identificate con divinità greche.
Apollo, così greco da essere stato il solo a conservare il proprio nome, favorisce con lo sviluppo del rituale ellenico il progresso d’una religione aperta e fraterna, in netta opposizione con il severo formalismo tradizionale.
Il suo culto favorisce successivamente la rinascita del pitagorismo e il rifiorire degli oracoli sibillini dell’epoca sillana.
Cerere prende il volto mistico e doloroso di Demetra, madre di Persefone, e viene venerata alla greca durante il sacrum Caereris, in cui le matrone osservano il digiuno e l’astinenza sessuale per nove giorni.
Venere, un antico demone della fecondità femminile, diventa la protettrice dei grandi uomini: Silla, Cesare, Pompeo.
Ma i tradizionali dèi ellenici non sono più sufficienti né ai romani, né agli stessi greci.
Il misticismo orientale irrompe a sua volta in Roma, specialmente durante la terribile crisi della seconda guerra punica.
Dopo Canne si attende il responso dell’oracolo di Delfi, e nel 212 vien fatta venire da Pergamo la Gran Madre di Pessinunte, solennemente consacrata sul Palatino.
I misteri bacchici attraggono tutti coloro che non separano il misticismo dai culti di tipo più naturalistico.
Nel 186 il Senato deve intervenire duramente contro le orge scandalose dei Baccanali.
La repressione è terribile: settemila arresti, per la maggior parte seguiti da esecuzioni capitali.
Indubbiamente, al di sotto di tutte le forme di ellenizzazione, sopravvive il vecchio sostrato romano, sempre caratterizzato da una grande concretezza e amore per il prammatismo, e con la sua diffidenza nei confronti delle speculazioni e delle ricerche intese a rendere più bella l’esistenza.
Si è osservato, per esempio, che i nomi dei legumi sono latini, mentre quelli dei fiori sono greci.
Ma la penetrazione dell’ellenismo è irresistibile; d’altronde le medesime necessità, le medesime aspirazioni appaiono in Italia e nel bacino orientale del Mediterraneo.
A partire dal secolo terzo anche Roma diviene uan città ellenistica.
I suoi cittadini più illustri non dimenticano questo debito culturale e Cicerone ricorda a suo fratello ch’egli comanda a dei greci, “una razza che, non paga di essere civile, passa per essere la culla della civiltà”. (1,. 1., 27).
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La spedizione di Alessandro in India apre degli orizzonti illimitati all’espansione greca verso Oriente.
A causa dell’ammutinamento dei veterani il conquistatore non può penetrare fino nel bacino del Gange, e i suoi eredi, i Seleucidi, assisteranno al progressivo smembramento di un regno smisuratamente grande, che perderà le satrapie orientali.
Ma i contatti che si sono così stabiliti non s’interrompono: lo testimonia fin dall’inizio del secolo terzo la storia del più grande fra gli imperatori indiani dell’epoca ellenistica, Asoka.
Principi greci continuano a regnare su vastissime regioni divise oggi tra le  repubbliche meridionali dell’Urss, l’Afghanistan, il Pakistan e perfino una parte dell’Unione Indiana.
Meglio ancora, i rapporti commerciali e culturali tra l ‘India e il mondo mediterraneo si intensificano.
Pag. 522

È sorprendente il fatto che questi regni greco-battriani, e poi greco-indiani, siano potuti sopravvivere per due secoli.
Quest’appassionante avventura storica è stata possibile solo grazie al dinamismo e all’abilità di quei condottieri i cui profili energici e scaltri si stagliano sulle monete.
Alcuni osano spingere i loro eserciti molto più lontano di Alessandro, fino in piena valle del Gange.
Dotati del titolo di re, come i monarchi seleucidi o lagidi, e dei loro stessi epiteti, a volta anche prima di loro (Antimaco Theos, Platone Epifane) amministrano i propri Stati alla maniera greca, con l’aiuto di strateghi che governano le satrapie e tengono sotto di sé dei meridarchi (comandanti di frazioni).
La politica di urbanizzazione continua e conosciamo la città di Demetriade di Aracosia, fondata da un Demetrio, e un Dionisopoli nel Gandhara.
Pag. 525-26

Una parte della pianura dell’Indo e del Gange si aprì per un breve periodo alle ardite iniziative di questi re; ma durante tutto il periodo ellenistico vi si svolse un’altra epopea, quella dei mercanti che spediscono verso il Mediterraneo i prodotti di lusso dell’India e dell’Afghanistan: avori, pietre, preziose, perle, profumi, spezie, mussola, legni pregiati e inoltre animali (elefanti soprattutto e pappagalli, cani, bestiame indiano, che ritroviamo ad Alessandria), e perfino delle cortigiane.
Possiamo individuare tre strade che costituiranno le grandi arterie per il traffico con l’India nell’epoca romana, ma che erano già utilizzate fin dall’epoca ellenistica.
La più semplice è costituita dalla rotta marittima che giunge in Arabia; essa è utilizzata durante il monsone che permette di andare e ritornare rapidamente e a date regolari.
Ora, il monsone fu conosciuto dai greci solo in un periodo tardo, grazie ad un certo Ippalo: verso l’80 a. C. per gli uni, verso il 40 della nostra era per altri.
Da molto tempo i marinai arabi, indiani e cingalesi avevano notato il fenomeno e il traffico più importante si trovava dunque nelle loro mani.
Le mercanzie venivano generalmente sbarcate nel Golfo Persico, a Gerrha e, alle bocche del Tigri, nella città di Alessandria Charax (più tardi chiamata Antiochia).
Nel primo caso esse sono convogliate per mezzo di carovane condotte dai gerrhei verso Petra, di qui raggiungono Gaza e i porti della Siria e Alessandria.
Nel secondo caso risalgono fino a Seleucia sul Tigri, dove si ricongiungono con la seconda via.
Pag. 527

I ritrovamenti di Begram, ai quali si dovrebbero aggiungere i documenti ionici e gli enigmatici poliedri alessandrini di Tessila, dimostrano che fin dall’epoca ellenistica – dunque molto prima che il commercio romano faccia affluire gli oggetti greco-romani – degli esemplari di grande qualità artistica provenienti dal Mediterraneo giungono nel mondo indiano.
Si può così spiegare la profonda influenza che l’arte greca esercita su quella buddistica contemporanea.
Si dovrebbe tuttavia parlare piuttosto di influenza occidentale, poiché l’apporto ellenico è accompagnato spesso da componenti iraniche e persino mesopotamiche.
Pag. 529

Le divinità e gli eroi della religione greca forniscono dunque al buddismo la sua iconografia, come avverrà più tardi con il cristianesimo.
Tuttavia, paradossalmente, la tradizione ellenica sarà più forte in Asia che in Occidente.
Nel corso di un millennio circa il Budda-Apollo conquista a poco a poco le Indie, l’Asia centrale, l’Indocina, la Cina, la Corea, il Giappone, subendo una lenta evoluzione e varie deformazioni.
In tutto l’ellenismo non esistono ripercussioni così impreviste.
Il più bello fra gli dèi greci si diffonde contemporaneamente all’evangelizzazione buddistica: la sua influenza si estende a macchia d’olio in terre lontane.
Pag. 530

I rapporti tra l’India e l’Occidente non si limitano allo scambio di prodotti di lusso e gli insegnamenti dell’arte greca; si instaura anche una serie di rapporti che conduce questi due mondi a una conoscenza più diretta.
Certo non sono contatti nuovi: alcuni elementi orientali del pitagorismo possono essere di origine indiana.
In ogni modo lo è di sicuro il “grande anno” di 10800 anni che, secondo Eraclito, discepolo di Aristotele, parla della visita fatta a Socrate da un saggio indiano, che gli insegna come non si possano conoscere le cose umane senza conoscere quelle divine: vero o falso, l’aneddoto non sembra affatto assurdo.
La storia delle scienze (soprattutto l’astronomia e la medicina) fornirebbe inoltre esempi validi di questa influenza dell’Oriente sull’Occidente.
I trattati ippocratici fanno menzione delle cure indiane.
Quello Sui venti spiega la malattia con la circolazione del vento nel corpo seguendo le speculazioni braminiche.
Platone nel Timeo spiega l’equilibrio corporeo con l’esistenza di tre sostanze fondamentali: l’aria, la flemma e la bile, dottrina classica nella fisiologia indiana.
Le ambascerie e il commercio moltiplicano le informazioni sul lontano Oriente nei regni mediterranei.
Si ammira la vita esemplare e la saggezza dei gimnosofisti.
La famosa conversazione di Cinea  con il suo padrone Pirro ricorda in modo curioso un dialogo tra il re Koravyo e il Budda Ratthapalo.
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Si ha difficoltà ad ammettere che siano esistiti rapporti più lontani ancora, con il mondo mongolo e cinese.
Essi sono tuttavia indiscutibili, benché sporadici e soltanto intuibili, in parte grazie ai reperti di casuali ritrovamenti archeologici.
Anche in questo caso la Battriana ha un ruolo capitale.
Delle piste interminabili, sulle quali il viaggiatore soffre la sete e deve superare dei tratti molto ardui, la congiungono da lunga data con il mondo cinese.
Due di queste piste meritano una particolare attenzione.
La prima raggiunge Kashgar attraverso le valli del Pamir e aggira sia a nord (Aksu, Turfan, Kanchow) il bacino desertico del Tarim; da questo punto la strada verso la Cina diviene più facile.
La seconda pista punta dritta verso nord in direzione di Samarcanda, dove si può raggiungere il tratto settentrionale della prima ad Aksu, oppure continuare verso nord-est e raggiungere il Fiume Giallo attraverso la Mongolia.
I testi cinesi citano Ta-yuan (Fergana), annessa almeno in parte dai re battriani, e Ta-hia (Battriana).
Forniscono notizie precise sulla conquista del regno battriano da parte dei Yueh-chi.
L’imperatore Wu manda in Afghanistan una missione con lo scopo di raccogliere delle informazioni; essa è diretta da Chang-Ch’ien (circa 138-125) e il suo resoconto verrà utilizzato e parzialmente riprodotto verso il 100 da Ssu-ma Ts’ien: vi sono menzionate in particolare numerose città fortificate che possono essere solo opera dei greci.
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Dal Bou Regreg al Gange, dall’Elba al Nilo azzurro, il solo fattore capace di unificare in un certo modo questo mondo così vario è la diffusione dell’ellenismo.
Ma il pensiero e il modo di vivere dei greci viene assimilato in modo diverso, a seconda della distanza, del carattere etnico e, soprattutto, del grado di civiltà.
Roma esce totalmente trasformata dal contatto con i regni ellenistici; i celti, gli iberi, i nubiani raggiungono grazie ad essi un modo di vita più umana; gli indiani invece riceveranno solo un nuovo concetto della bellezza.
D’altronde la grecità si impone ovunque non con la forza, ma con il suo indefinibile fascino.
Esso conquista moralmente dei popoli già sottomessi ma anche i romani, politicamente vittoriosi sui greci, e i parti e gli sciti, affrancati dalla loro tutela.
La famosa frase di Orazio (Epistole, 2., 1., 156) sulla “Grecia vinta, che ha vinto il suo feroce vincitore è valida anche per molte altre nazioni, oltre che per Roma repubblicana.
Cedere al fascino ellenico non significa per nessun popolo rinunciare a se stesso; ma piuttosto trovare i mezzi per realizzarsi pienamente, per meglio esprimersi ed accedere a una vita più umana.
Donde l’importanza di un’arte che diffonde forme magnificamente armoniose, un linguaggio in cui materia e spirito sembrano fondersi, e una sintassi che esprime nel modo più raffinato le apparenze e la realtà essenziale.
Per i migliori dell’ellenismo è stato una liberazione, l’accesso ai templi sereni, l’abbandono delle superstizioni e dei ritualismi.
Per tutti è stato una rivelazione, una profonda presa di coscienza delle proprie possibilità virtuali, un mezzo per approfondire le convinzioni più intime.
L’austero volto degli eroi di Entremont e il sorriso sereno e superiore dei Budda, del Grandhara possono perciò essere considerati allo stesso modo figli della Grecia.
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Conclusioni generali

Un’altra avventura inizia con l’annessione progressiva dei regni ellenistici da parte di Roma.
Il periodo storico che si apre non è tuttavia del tutto differente da quello che lo precede.
Da una parte il territorio orientale dell’Impero rimane per intero di lingua e di cultura greca; la Grecia stessa conosce nel secolo secondo d. C. una rinascita, alla quale contribuiscono personalità differenti come Plutarco, Luciano e Pausania.
D’altra parte in Occidente le province più dinamiche, che dimostrano una lunga vitalità, sono quelle penetrate dall’ellenismo: la Betica, la Tarraconese, la Narbonese e l’Africa.
La stessa Roma è totalmente ellenizzata: diffonde ovunque un’educazione retorica ereditata dai greci, un’arte che rimane, fino alla rottura del secolo terzo, nella corrente di quella ellenistica, una letteratura ispirata dai modelli greci, una religione derivata da un sincretismo greco-orientale.
Sotto il regno degli Antonini la filosofia di Stato è direttamente ispirata dal pensiero stoico.
La monarchia autocratica e gli ingranaggi dell’amministrazione provinciale sono ricalcati sui reami ellenistici.
Durante la crisi che, nel secolo terzo, scuote il mondo romano fino nelle sue fondamenta, Plotino e i suoi discepoli trovano nuovi fermenti di vita spirituale in una rinascita del platonismo.
Una religione orientale, che fin dal secondo secolo ha assimilato la parte più viva del pensiero antico, si diffonde sempre più.
L’apologista Giustino osa scrivere: “Socrate era stato una incarnazione del Logos; il Cristo ne fu un’altra più completa, poiché egli è la verità assoluta”.
Dopo la divisione definitiva dell’Impero in due parti, l’Occidente risente sempre meno degli apporti ellenici, sebbene le lettere greche continuino per un certo tempo ad essere diffuse.
In Oriente, dove la pressione dei barbari è stata meno forte, il basileus bizantino si considera fino al 1453 come l’erede diretto degli imperatori romani e dei monarchi ellenistici.
Il platonismo si diffonde a Costantinopoli durante il secolo nono con l’opera di Psello, e conquista Mistra nel secolo quindicesimo grazie al pensiero di Gemisto Platone.
In Occidente la grecità contribuisce sensibilmente al rinnovamento del pensiero sia durante la rinascita carolingia che nel Rinascimento, quando eruditi e poeti “compulsano giorno e notte gli esemplari greci”.
Senza trattare di periodi storici più recenti, dobbiamo tuttavia riconoscere che la grecità bizantina e anche quella classica, dopo aver permeato la cultura romana (il cui ruolo storico, oltre all’unificazione politica, brillantemente realizzata, del mondo mediterraneo, è stato quello di servire da ponte con la cultura greca) fece giungere i suoi lumi fino nelle tenebre medievali e fu alla base del rinnovamento che ha inizio con l’era moderna.
L’ampiezza e la durata di una tale influenza non possono lasciare indifferente lo storico.
Noi non consideriamo più, come Renan, il “miracolo greco” quale una creazione assoluta, una Fiat lux; sappiamo con certezza che i greci, con la loro curiosità e la loro duttilità, subirono le influenze dei preelleni e degli orientali.
Anch’essi fecero da ponte tra le prime affermazioni della civiltà umana negli imperi d’Oriente e Roma, che a sua volta trasmise questo messaggio fino al Medioevo e alla nostra epoca.
D’altra parte oggi noi conosciamo le tare di una civiltà alla quale non possiamo più, in ogni modo, guardare come a una età dell’oro.
In effetti la civiltà greca offre anche un altro volto; non possiamo dimenticare l’esistenza della schiavitù, le orribili esposizioni di bambini, la pederastia, di cui Platone, mettendola sullo stesso piano della ginnastica o della filosofia, faceva un tratto caratteristico dei greci, che si differenziano così dai barbari.
La disunione costante rese inoltre la storia greca, da Micene all’epoca ellenistica, un seguito quasi ininterrotto di conflitti cruenti.
“Atene è stata solo un’immagine rudimentale del paradiso” (J. L. Borges).
Ciò nonostante non possiamo fare a meno di sottolineare quel dinamismo fondamentale, elemento permanente nel corso di due millenni, che sopravviverà, elemento permanente nel corso di due millenni, che sopravviverà persino all’annientamento politico del mondo greco.
La sua causa prima, ed anche la più evidente, deve essere ricercata nell’energia, nella costanza, nell’ostinazione di un piccolo popolo.
Queste caratteristiche sono tanto valide quanto quelle che noi a giusto titolo ammiriamo in tutto lo sviluppo della storia romana.
Questo accanimento compare tanto negli sforzi compiuti per creare delle forme politiche, per aprire nuovi sbocchi economici, che nella conquista della verità realizzata con intelligenza e passione.
Socrate, nel Fedro, non vuole che i suoi compagni si addormentino per la siesta: è meglio dialogare, affinché le cicale messaggere dicano alle Muse che essi praticano la filosofia e la musica, due discipline sorelle coem le loro divine patrone.
Lungo tutti questi secoli vi è un fine al quale mira la civiltà greca; nel tardo ellenismo esso viene simboleggiato con l’antica immagine omerica della catena d’oro, divenuta allegoria di quel saldo legame, che unisce tutte le generazioni nella ricerca del vero.
Da ciò proviene lo spirito giovanile che nella grecità ci appassiona e ci seduce.
“Voialtri greci siete sempre dei fanciulli: un greco non è mai vecchio. Voi tutti siete giovani nell’animo”, diceva già a Solone, con una certa condiscendenza, il sacerdote egizio del Timeo di Platone (22b).
Al centro di questa ricerca si intuisce uan costante: lo sforzo inteso ad ottenere i mezzi che permettono ad un uomo di realizzarsi compiutamente.
Ma l’uomo greco non è un isolato e vive fra altri uomini; di qui il suo interesse per il problemi politici e la sua appassionata ricerca di nuove forme sociali, assai mutevoli secondo le epoche (regni achei o ellenistici, città arcaiche o polis classiche) che non soffochino la personalità dell’individuo.
Uomo in un kosmos che gli è infinitamente superiore, ma che egli può dominare stabilendo delle relazioni armoniose con le potenze soprannaturali e, soprattutto, elaborando una cosmologia e una scienza che ne penetrino i misteri.
Uomo infine che si trova di fronte ai suoi problemi e che deve procurarsi i mezzi per controllare i suoi istinti e dirigere il suo destino.
Possiamo dunque definire le due caratteristiche che, sommariamente, fanno emergere meglio le qualità della civiltà greca: ordine e misura.
L’ordine, come insegnava Anassagora, è il trionfo dello spirito: con la sua azione si possono subordinare gli elementi inferiori a quelli superiori dopo una dura battaglia; ma per ottenere questo risultato bisogna dapprima vincere se stessi; e, ancor più, andar oltre la propria individualità.
Non meno difficile da raggiungere è la misura; essa nasce da un calcolo ragionato delle capacità e dei limiti dell’uomo e permette al cittadino  greco di sottrarsi agli eccessi degli imperialismi orientali e alla violenza delle passioni.
Non dobbiamo dunque meravigliarci se i greci si sono ostinatamente rifiutati di mutilare l’uomo, di soffocare uan qualunque delle componenti che gli conferiscono la sua perfetta novità.
Il corpo è accuratamente educato, la sensibilità viene controllata solo per essere compiutamente valorizzata.
Non esistono infatti sentimenti umani che i greci non abbiano percepito e ai quali non abbiano dato un’espressione definitiva.
Essi compaiono in tutta la loro gamma: dall’affetto pieno di turbamento di Ettore che si congeda dal cittadino che si sacrifica per la patria alla devozione degli spiriti mistici.
Lo spirito ha un ruolo di primo piano, e il maggior titolo di gloria della civiltà greca  è forse quello di aver fondato la scienza razionale e la filosofia.
Ma i creatori del razionalismo hanno lasciato un posto anche alle potenze più oscure dell’anima: sull’acropoli il tempio della Ragione, raffigurata con i tratti di Atena, e il santuario di un’antica dea-orso, Artemide Brauronia, sono posti uno accanto all’altro.
L’epoca ellenistica assiste al trionfo del misticismo e contemporaneamente all’apogeo della scienza antica.
Non vi è armonia senza un equilibrio, ricercato, tra le capacità e i poteri dell’uomo; e questa armonia è essenziale poiché, tra tutti i valori, i greci stimano soprattutto la bellezza.
“Solo la bellezza ha avuto – dice Platone (Fedro, 25od) – il privilegio di poter essere ciò che è più in evidenza e che possiede il fascino più amabile”.
Essa è la qualità che gli dèi più apprezzano nelle offerte che vengono fatte loro, e non è per nulla separata dalla virtù, poiché l’ideale umano è il kalos kagathos, l’uomo che è ad un tempo bello e buono.
Per Platone tutta la dialettica dell’amore si orienta verso la bellezza, considerata come una divinità, e gli stoici considerano un artista il fuoco supremo che anima il mondo.
La bellezza non si separa nemmeno dall’intelligenza, poiché nasce da precise proporzioni matematiche, da canoni in cui lo spirito impone la sua legge alla materia.
Essa è vincitrice e vinta allo stesso tempo, al termine di una dura lotta; è una caratteristica degli dèi immortali, ma anche degli uomini mortali che vi trovano il mezzo più adatto per divenire simili alla divinità.
Ultimo simbolo dell’ellenismo, Ipazia, le geometres, figlia dell’ultimo dei filosofi del Museo di Alessandria, illustre seguace di Platone, percorre la città seguita dai suoi discepoli che incatena con la sua bellezza non meno che mostrando loro la proiezione della sfera.
Essa muore in un giorno dell’anno 415, lapidata dai cristiani che in lei perseguitano quell’ellenismo al quale dovevano una delle parti più alte della loro fede.
Pag. 534-38

Bibliografia

 Opere generali

La civiltà della Grecia arcaica e classica / F. Chamoux. – Sansoni, 1968
La città greca / G. Glotz. – Einaudi, 1956

Economia e società

Paideia: la formazione dell’uomo greco / W. Jaeger. – La Nuova Italia, 1936-59

Religione

La religione nell’antica Grecia fino ad Alessandro /R. Pettazzoni. – Boringhieri, 1957
Psiche: culto delle anime e fede nell’immortalità presso i greci / E. Rodhe. – Laterza, 1914

Vita intellettuale

Pensatori greci / Th. Gomperz. –La Nuova Italia, 1933-62
Storia del pensiero greco / L. Robin. – Mondadori, 1962

Letteratura

Storia della letteratura greca / A. Lesky. – Il Saggiatore, 1962

Bibliografia per periodi

L’età delle invasioni

La civiltà egea 7 G. Glotz. – Einaudi, 1962
Minoici e micenei / L. R. Palmer. – Einaudi, 1969
La Grecia e il vicino Oriente prima di Omero / A. Severyns. – Sansoni, 1962

Epoca geometrica e arcaica

La Magna Grecia / J. Bérard. – Einaudi, 1966
Le eterie nella vita politica ateniese del 6. e 5. secolo / F. Sartori. – 1957

Il classicismo

Alessandro il Grande / G. Radet. – Einaudi, 1944

Cap. 1.: Introduzione: Atene tra mito e storia

Ma il mito di Atene, grazie soprattutto alla mediazione delle scelte bibliotecarie di Alessandria e alla forza della cultura romana alla fine ha vinto.
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La forza di quel mito sta nella duplicità di piani su cui è possibile ed è giusto leggere l’epitafio pericleo.
E’ evidente, infatti, che svincolato dalla situazione concreta (l’epitafio discorso falso per eccellenza) e dalla concreta vicenda dei protagonisti (Pericle princeps in primo luogo), quella immagine di Atene è, comunque, fondata, e perciò ha retto e alla fine ha vinto.
Ma il paradosso è che quella grandezza che il Pericle tucidideo delinea – e che era vera già allora – era l’opera essenzialmente di quei ceti alti e dominanti che il ‘popolo di Atene’ tiene sotto tiro e, quando possibile, abbatte e perseguita.
E il Pericle ‘vero’ questo lo sapeva benissimo e lo aveva vissuto e patito in prima persona.
La grandezza di quel ceto consistette nel fatto di aver accettato la sfida della democrazia, cioè la convivenza conflittuale con il controllo ossessivo occhiuto e non di rado oscurantista del “potere popolare”: di averlo accettato pur detestandolo, com’è chiaro dalle parole dette de Alcibiade, da poco esule a Sparta, quando definisce la democrazia “una follia universalmente riconosciuta come tale”.
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L’acrimonia con cui Aristofane nelle Nuvole rappresenta quel mondo elitario, con Socrate al centro, davanti al suo pubblico, in cui prevaleva certamente il tipo dell’”Ateniese medio”, dimostra – come del resto il Socrate platonico dichiara apertamente nell’Apologia – che l’”Ateniese medio” detestava e guardava con sospetto quel mondo: dal quale per lo più provenivano le persone che erano (a rotazione e conquistandosi il consenso) a capo della città.
Aristofane sta in bilico tra questi due importanti soggetti sociali: è il mestiere che si è scelto a porlo in bilico; se non fosse stato così, il suo lavoro artistico sarebbe andato incontro al fallimento.
Perciò è così complicato cercar di definire ‘il partito’ di Aristofane.
Pag. 11

Il ‘miracolo’ che quella straordinaria élite  ha saputo compiere, governando sotto la pressione non certo piacevole della ‘massa popolare’, è stato di aver fatto funzionare e prosperare la comunità politica più rilevante del mondo delle città greche e, ciò facendo, aver modificato almeno in parte, nel vivo del conflitto, se stessa e l’antagonista.
Questo lo si capisce bene studiando l’oratoria attica, ove si può osservare come la parola dei ‘signori’ – i soli la cui parola ci è nota – si impregni di valori politici che sono di base nella mentalità combattiva e rivendicativa della ‘massa popolare’: innanzi tutto to ison, ciò che è uguale e, quindi, giusto.
Lo si è visto – all’inizio – ripercorrendo i motivi cardine dell’epitafio pericleo.
Del quale si coglie solo in parte il senso se ci si limita a constatare quanto esso sia limitrofo della parola demagogica.
Pag. 13

Da questa duplicità di piani discendono i due tempi della storia di Atene: da un lato il tempo storico e contingente, che è quello di una esperienza politica che – così com’era nella sua contingente storicità – si è autodistrutta, e dall’altro il tempo lunghissimo, che è quello della persistenza nei millenni delle realizzazioni di quell’età frenetica.
E ci si potrebbe spingere oltre, osservando che se Atene funzionò così, se produsse tanto perché una élite aperta accettò la democrazia, cioè il conflitto e il rischio costante della sopraffazione, allora ciò significa che, a sua volta, anche quel meccanismo politico, per la cui definizione tanto si sono affannati e inquietati gli interpreti (da Cicerone a George Grote o a Eduard Meyer), recava dentro di sé due tempi storici: quello ut nunc di cui l’opuscolo di Crizia è solo in parte una caricatura e, per altro verso, il valore inestimabile del conflitto come detonatore di energia intellettuale e di creatività durevole, che è forse il vero lascito di Atene e l’alimento legittimo del suo mito.
Pag. 14-15

Cap. 2. Lotta intorno a un mito

Come è noto, l’impero ateniese ebbe origine da una iniziativa degli isolani che maggiormente avevano collaborato, nei limiti delle rispettive forze, alla vittoria nella guerra navale contro i Persiani (480. A. C.).
Creazione della flotta, voluta con lungimiranza da Temistocle, costruzione tumultuaria delle “grandi mura” miranti a trasformare Atene in una fortezza con un magnifico sbocco al mare, e nascita di una lega inizialmente di tipo paritario (‘Atene e gli alleati’ con il tesoro federale sistemato nell’isola di Delo) sono azioni concomitanti che segnano l’inizio del secolo ateniese, di cui la vittoria a Maratona dieci anni prima era stata solo un antefatto (passibile, allora, anche di altri sviluppi).
Come il ventesimo secolo incomincia col 1914 così il quinto secolo incomincia con Salamina e la nascita dell’impero ateniese: destinato a durare per poco più di settant’anni, fino al crollo del 404 e la riduzione di Atene, priva ormai di mura e senza flotta, a mero satellite di Sparta.
Pag. 16

La giustificazione dell’impero in ragione della vittoria sui Persiani ha avuto una lunga storia.
Quando Isocrate la riprende è pura ideologia: l’attacco verso Oriente è fuori dell’orizzonte ateniese (e di ogni altra potenza greca).
La seconda lega naufragherà dopo trent’anni in una logorante guerra tra Atene e gli alleati (la ‘guerra sociale’: 357-355); di lì a qualche anno, guidata da Demostene, Atene cercherà l’aiuto persiano contro la Macedonia e alla fine sarà proprio la Macedonia a scatenare l’attacco decisivo a Oriente e porterà in pochi anni alla dissoluzione dell’impero persiano (334-331 a. C.).
E nondimeno il mito di Atene liberatrice dei greci perché vincitrice dei persiani funzionava ancora quando Demostene – nel 340/339 – cercava di giocare, con disinvoltura realpolitica, la carta persiana, scontrandosi in assemblea, ancora alla vigilia di Cheronea, contro il radicato mito del “nemico tradizionale dei greci” e perciò “immutabile avversario di Atene”.
Pag. 19

Ma Filippo non ha invaso l’Attica, come pure si era temuto all’annuncio della sconfitta; ha cercato il compromesso.
Ha dato corpo ad una sua “pace comune”, col trattato di Corinto (336).
Sapeva di aver vinto ma non era certo di aver fiaccato definitivamente Atene.
Non deve perciò sorprendere che, qualche decennio più tardi, quando ormai la fine dell’impero persiano ad opera di Alessandro aveva cambiato la faccia del mondo, purtuttavia, alla notizia della morte di Alessandro Atene è stata in grado di mobilitare daccapo una coalizione panellenica che fu per qualche mese (323-322: la cosiddetta “guerra lamiaca”)  in grado di mettere a rischio il predominio macedone in Europa.
E’ con la fine della guerra lamiaca, più che con Cheronea, che finisce la storia di Atene come grande potenza.
Pag. 27

La verità storica cede il passo alla necessità, immediata, urgente, di disegnare con nettezza il ritratto del nemico.
A questo punto al feroce lotta per l’egemonia durata oltre un secolo diventa una gara cavalleresca in cui le potenze si scontravano “pur non avendo in origine torti reciproci di cui dolersi” ma per il dovere di “riparare torti inflitti ad altri”.
Ed in questa gara, mentre quella tebana sfuma quasi nel nulla; e perché Sparta, come già argomentava Isocrate nel Panegirico, ha commesso più ingiustizie nella sue breve egemonia che non Atene nei suoi oltre settant’anni.
Il lettore rischia quasi di crederci.
In questa pagina è come se la storia conosciuta incominciasse con l’egemonia ateniese, con l’impero, e non ci fosse invece una lunghissima fase precedente nella quale la potenza regolatrice degli equilibri era stata Sparta.
Ma Sparta non aveva saputo, o voluto, esportare il suo “mito”.

Cap. 3. Un mito tra i moderni

Della nascita e dello sviluppo dell’Impero ateniese avevamo una descrizione sintetica e severa nel primo libro di Tucidide, al principio del suo excursus sul ‘Cinquantennio’ intercorso tra la vittoria di Salamina (480) e lo scoppio della lunga guerra contro Sparta e gli alleati (431).
Lì Tucidide spiega in brevi tratti come si era prodotta la torsione in senso imperiale dell’alleanza sorta sull’onda del successo ateniese contro la Persia.
Ma l’attenzione dello storico e del politico è rivolta soprattutto al rapporto sempre più diseguale tra Atene e gli alleati, non però alla parallela e conseguente trasformazione del “popolo di Atene” in cero privilegiato all’interno della realtà imperiale considerata nel suo complessivo e unitario funzionamento.
Pag. 31

E’ la città dove si pratica la censura: e la vittima è nientemeno che Socrate.
“Défions nous, messieurs, de cette admiration pour certaines réminiscences antiques!”.
Insomma, la polarità che vorrebbe istituire tra una libertà oppressiva (cioè la democrazia antica) e la libertà libera dei moderni (da lui auspicata e che, incauto, vede finalmente realizzata nella Francia di Luigi 18.) gli si sfascia quando si tratta di Atene.
E’ lì che il suo teorema si inceppa perché Atene è le due cose assieme, come si evince del resto dall’epitafio pericleo-tucidideo, a saperlo leggere.
Pag. 38

Negli anni Sessanta del 5. secolo tutta la popolazione povera di Atene si strinse attorno a un partito unitario con lo scopo di impossessarsi del potere politico.
Alla guida si pose Efialte, un uomo la cui personalità sappiamo purtroppo assai poco, ma che certamente è da considerarsi tra le più spiccate intelligenze politiche dell’antichità.
Bastava in fondo un unico provvedimento per rovesciare l’ordine esistente e sostituire il potere del proletariato a quello della borghesia: si doveva far decadere il principio, in virtù del quale l’attività svolta in Consiglio e presso i tribunali era considerata solo onorifica.
Appena a un membro del Consiglio o a un giudice popolare fosse stata pagata una diaria che gli avesse consentito di vivere, sarebbero cadute le barriere che sino ad allora avevano tenuto i proletari lontani da una partecipazione attiva alla vita pubblica.
Solo così si sarebbe veramente salvaguardato il principio dell’elezione a sorte introdotto dalla repubblica borghese.
Ora, in tutte le circoscrizioni dello Stato i cittadini poveri erano assai più numerosi dei ricchi e la semplice applicazione del sorteggio avrebbe perciò determinato necessariamente nel Consiglio e nei tribunali una maggioranza di poveri.
Raggiunto questo obiettivo, tutto il resto sarebbe venuto da sé.
Pag. 41-42

Se non aspiravano al socialismo, ancor meno i proletari ateniesi pensavano all’abolizione della schiavitù.
Già prima abbiamo sottolineato come non esistesse che in modo irrilevante un sentimento di solidarietà tra i greci liberi e gli schiavi importati dai paesi barbari.
Il proletariato ateniese, appena assunto il potere, si preoccupò comunque di garantire legalmente agli schiavi un trattamento più umano, e questo provvedimento resta pur sempre a gloria dei cittadini poveri di Atene.
La totale abolizione della schiavitù, sarebbe stata di scarsa utilità pratica per i cittadini nullatenenti.
Per quanto riguarda Atene non abbiamo notizia che esistesse disoccupazione tra i liberi, e, come diremo più avanti, i salari dei lavoratori liberi qualificati erano abbastanza alti al tempo della dittatura del proletariato, e perciò non è ipotizzabile che con l’abolizione della schiavitù essi sarebbero ulteriormente cresciuti.
Pag. 42-43

Riassumendo, possiamo dire che l’antica polis costituì, dopo la creazione della disciplina degli opliti, una corporazione di guerrieri.
Ovunque una città voleva seguire una politica attiva di espansione sul continente, essa doveva seguire in misura più o meno grande l’esempio degli spartani, vale a dire formare gli eserciti di opliti addestrati traendoli dai cittadini.
Anche Argo e Tebe crearono all’epoca della loro espansione dei contingenti di guerrieri specializzati – a Tebe legati ancora dai vincoli della fratellanza personale.
Le città che non possedevano truppe di questo genere, come Atene e la maggior parte delle altre, erano sul terreno costrette alla difensiva.
Dopo la caduta delle schiatte (gene) gli opliti cittadini costituirono però ovunque la classe decisiva tra i cittadini di pieno diritto.
Questo strato non trova nessuna analogia né col Medioevo né in altra epoca.
Anche le città greche diverse da Sparta avevano, , in grado più o meno rilevante, il carattere do un accampamento militare permanente.
Perciò, agli inizi della polis degli opliti, le città avevano sviluppato sempre più l’isolamento verso l’esterno, in antitesi con l’ampia libertà dei movimenti dell’epoca di Esiodo: e molto spesso sussistevano limitazioni all’alienabilità dei lotti di guerra.
Ma questa istituzione scomparve già per tempo nella maggior parte delle città, e diventò del tutto superflua quando assunsero importanza predominante sia i mercenari ingaggiati sia, nelle città marittime, il servizio nella flotta.
Ma anche allora il servizio militare rimase in ultima analisi decisivo per il dominio politico nella città, e questa conservò il carattere di una corporazione militaristica.
Verso l’esterno, fu proprio la democrazia radicale di Atene ad appoggiare quella politica espansionistica che, abbracciando l’Egitto e la Sicilia, aveva quasi del fantastico in relazione  al limitato numero degli abitanti.
Verso l’interno la polis, quale gruppo millenaristico, era assolutamente sovrana.
La cittadinanza disponeva a suo arbitrio del singolo individuo sotto ogni aspetto.
La cattiva amministrazione domestica, specialmente lo sperpero del lotto di terra ereditato (i bona paterna avitaque della formula di interdizione romana), l’adulterio, la cattiva educazione dei figli, il maltrattamento dei genitori, l’empietà, la presunzione – cioè in genere ogni comportamento che metteva in pericolo la disciplina e l’ordine militare e cittadino, e che poteva eccitare la collera degli dei a danno della polis – venivano duramente puniti, nonostante la famosa assicurazione di Pericle nell’orazione funebre di Tucidide, secondo la quale ad Atene ognuno poteva vivere come voleva.
Pag. 44-45

Ciò che accadde ad Atene alla fine del 5. secolo non si ripeté altrove, perché soltanto Atene offriva la necessaria combinazione di elementi: sovranità popolare, un gruppo ampio e attivo di pensatori vigorosamente originali e le esperienze uniche provocate dalla guerra.
Proprio le condizioni, insomma, che attiravano ad Atene le menti migliori della Grecia potevano metterle, e le misero per un certo tempo, in una situazione singolarmente precaria.
Atene pagò un prezzo terribile: la maggiore democrazia greca diventò soprattutto famosa per avere condannato a morte Socrate e per aver allevato Platone, il più vigoroso e il più radicale moralista antidemocratico che il mondo abbia mai conosciuto.
Pag. 45

La discussione su Demostene e Filippo, assunti quasi a metafora di conflitti attuali, si era sviluppata anche in Italia.
Il Demostene di Piero Treves (1933) ed il Filippo il Macedone (1944) di Arnaldo Momigliano rendono bene questa polarità.
Proprio dall’ambiente del fascismo culturale italiano venne il più duro attacco contro Jaeger.
E’ la lunga e aspra recensione scritta da Gennaro Perrotta sulla rivista del ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai “Primato”.
Lì viene messo sotto accusa il “classicismo”, che ha consacrato a Demostene “un culto eroico”, viene definito il libro di Jaeger “prova della funesta immortalità del classicismo”, sbeffeggiato Piero Treves come autore  di “uno sconclusionato libretto su Demostene e la libertà dei Greci”, vilipeso il concetto di libertà come autonomia, esaltata la “necessità e razionalità della storia” che sta alla base del trionfo di Filippo contro la “libertà grettamente municipale di Atene”.
Il tutto nel nome di Droysen, di Beloch e della vera politica “che non sa che farsi della rettorica”.
Il tono è sovraeccitato e trasparentemente politico: Treves, come ebreo, aveva dovuto riparare in Inghilterra per le leggi razziali del 1938, e la guerra hitleriana stava facendo strame della “libertà come autonomia”.
Non è senza significato che, della traduzione italiana del Demostene di Jaeger (Einaudi, 1942), l’autore nonché collaboratore di Calogero sua rimasto anonimo.
Pag. 49-50

Sorge perciò la domanda: come mai, nonostante i vincitori fossero stati i macedoni e nonostante proprio grazie a loro e alle loro istituzioni culturali (Alessandria etc.) la cultura greca si fosse salvata nei secoli che precedono l’egemonia romana, nondimeno alla fine era stata l’immagine di Demostene che aveva prevalso, così come quella dell’Atene classica?
Sì che c’era voluto, millenni dopo, un Droysen per capovolgerla e lanciare la visione dell’Ellenismo come epoca positiva, come lunghissima fase positiva della Weltgeschichte.
(Nel mai realizzato disegno droyseniano, l’Ellenismo andava considerato nel suo sviluppo storico almeno fino all’Islam).
Il ripristino del primato dell’Atene classica fu dovuto essenzialmente ai romani.
Furono i romani, i quali per dominare davvero il Mediterraneo dovettero abbattere non solo Annibale ma soprattutto la ferrea e armatissima monarchia macedone, a ‘declassare’ il ‘nemico’, e ad esaltare – in un misto di idealizzazione letteraria e sterilizzazione politica – Atene, il suo mito e la sua centralità.
Declassarono i macedoni in favore del proprio ruolo imperialistico e inventarono, si potrebbe dire, il ‘classicismo”, di cui Atene era il focus: dunque il contrario dell’Ellenismo.
Che Atene potesse anche diventare un modello politicamente pericoloso, come quando il cesaricida Marco Giunio Bruto arruolava ‘repubblicani’, uno dei quali era il povero Orazio, tra la gioventù studiosa che frequentava le scuole della città-museo, non costituiva un vero rischio.
E poi s’era visto al tempo di Silla cosa i romani erano capaci di fare ad Atene se mai fosse apparsa militarmente fastidiosa, come accadde nell’ultimo sussulto di autonomia politica, quando Atene si schierò con Mitridate.
Il mito letterario-museale di Atene, culla del classicismo, durava e fioriva ancora al tempo di Adriano.
Non erano certo valse le opzioni di Cesare, e soprattutto di Antonio, in favore dell’ultima monarchia ellenistica, quella di Cleopatra, ad intaccare la scelta fondamentale.
Anzi, se Cicerone traduceva la Corona demostenica, nelle scuole di retorica si elaboravano declamationes che scongiuravano Alessandro di non voler superare i confini del mondo.
Pag. 52

Cap. 4. Una realtà conflittuale

Il conflitto domina la vita ateniese in ogni suo aspetto.
Il teatro mette in scena, per sua stessa natura, genesi, finalità e struttura, il conflitto.
Il tribunale – che ben più dell’assemblea è il luogo dove si esplica capillarmente e direttamente la democrazia – è, e non può non essere, conflitto: le Vespe aristofanee  in tanto mordono come satira in quanto si riferiscono ad una realtà primaria delle vita cittadina.
L’assemblea è la sede ufficiale dello scontro, aspro e continuo, beninteso se il contesto è la democrazia.
Ed è dal conflitto tra gli opposti valori delle aristocrazie per un verso e del demo per l’altro che si mette in moto il pensiero etico.
Nella polis, spazio limitato, il possesso della piena cittadinanza è il bene più conteso: quando il conflitto degenera in guerra civile il primo intervento è la limitazione della cittadinanza.
E la guerra come forma normale di risoluzione dei conflitti unifica in un coerente atteggiamento d’insieme questo modo di essere.
“Ares cambiavalute di corpi umani che regge la bilancia dello scontro – canta il coro dell’Agamennone di Eschilo – […] rimanda ai parenti polvere lacrimata e arsa, colmando di cenere, in cambio di uomini, vasi funerari, carico maneggevole”.
Secondo Platone, nelle Leggi, gli spartani lo sanno da sempre: sono allevati secondo l’assioma “che tutti devono condurre durante la loro vita una guerra perpetua contro tutte le città”.
La morte politica domina l’esperienza ateniese sin dal principio.
E’ un carattere di cui cogliamo le remote matrici nella grecità arcaica.
Che l’Iliade, cioè il racconto aspro di una guerra di rappresaglia con le sue infinite e minuziose descrizioni di morte, e l’Odissea, il cui culmine è un massacro per vendetta, siano stati da molto presto i testi fondativi e formativi  è segno di una visione cupa e conflittuale della convivenza che segna in modo durevole quelle società.
La centralità della guerra d’altra parte è inerente a tali società in quanto strumento primario per la cattura di oro e di schiavi, cioè delle forme primarie e basilari di ricchezza e di produzione (la schiavitù).
La retorica della guerra, il dovere della guerra, la pratica della guerra come strumento di selezione e accertamento del valore e definizione delle gerarchie investe la poesia come anche l’arte figurativa.
Tirteo, Callino, Archiloco stesso ne parlano come dell’ovvio habitat del maschio, cioè, nella visione arcaica, del principale fattore e attore della storia.
L’educazione parte dal presupposto che “è bello (kalon) morire combattendo in prima fila”.
Dare la morte e riceverla sembra qui la forma privilegiata di comunicazione.
Al ritorno dalla lunghissima guerra intorno a Troia i guerrieri greci vengono coinvolti in una serie di “rese dei conti” di carattere politico-passionale, che si traducono, per esempio, nel caso di Agamennone, in una serie di omicidi a catena, e nel caso di Odisseo in una vera e propria strage.
Pag. 54-55

Ma neanche gli avversari avevano la mano leggera.
I siracusani, sconfitta la grande armata ateniese, gettarono a morire nelle latomie centinaia di prigionieri ateniesi (413 a. C.).
Lisandro, dopo la vittoria decisiva contro Atene ad Egospotami (405 a. C.) fece  gettare in acqua centinaia di prigionieri ateniesi.
Il crollo demografico del mondo greco al passaggio dal quinto al quarto secolo si spiega anche così.
Per comprendere la portata e il costo umano di tutto ciò conviene ricordare che la guerra è, nel mondo antico, la norma nelle relazioni internazionali, la pace è l’anomalia: perciò nei trattati di pace viene indicata la durata prevista.
Sono paci ‘a tempo’ e quasi sempre il tempo scade molto prima del previsto; la rottura del trattato di pace si produce ben prima.
La pace è dunque, al più, una lunga tregua: e la parola che designa la pace è la stessa che significa ‘tregua’: spondai.
E’ dunque facile comprendere che decenni e decenni di conflittualità diffusa che sfocia periodicamente in grandi ‘guerre generali’ hanno determinato un declino demografico inarrestabile, cui ha contribuito in grande stile la gestione miope del diritto di cittadinanza, come ben dice l’imperatore Claudio nell’efficace squarcio storico che Tacito gli attribuisce.
Se Sparta è un caso simile, in quanto Stato apertamente razziale, in cui la comunità ‘pura’ dominante è in guerra permanente con le etnie-classi sociali sottoposte, Atene – pur nella grande apertura dovuta ai commerci, in larga parte praticati da non-ateniesi residenti (i cosiddetti meteci) – è ugualmente ostile all’estensione indiscriminata della cittadinanza.
E ciò perché la cittadinanza comporta privilegi politici ed economici che il ‘popolo’, soggetto principale della democrazia, non intende condividere.
In questa chiusura signori e popolo – pur in conflitto su tutto il resto – sono pienamente concordi, fruitori come sono, entrambi (sia pure in diversa misura), dei vantaggi pratici della ricchezza riveniente dall’impero.
Pag. 56-57

Il profilo della storia ateniese come conflitto rischia non di rado di scivolare nella guerra civile deve incominciare con uno sguardo lungo.
Dal conflitto sociale esasperato che Solone nel 594/3 disinnescò con la seisacstheia e la svalutazione della moneta (che tagliava alla radice la massa stessa dei debiti), alla presa del potere da parte di Pisistrato (561/0), all’ambigua posizione degli Alcmeonidi  - Clistene arconte sotto Pisistrato -, all’ammazzamento di Ipparco (514), all’intervento spartano (510), all’invenzione contestuale della democrazia e dell’ostracismo (508/7), al tentativo di colpo di mano di Isagora appoggiato dagli spartani contro Clistene, alla rivolta popolare che riporta Clistene al potere.
Pag. 59-60

L’eliminazione dell’avversario politico (dalla violenza fisica all’ostracismo, esilio, uccisione in una specie di gradatio: la scena politica ateniese offre esempi di tutti e tre i generi) appariva prassi non sconcertante, ma, piuttosto, drammatica prosecuzione della lotta politica.
Colpisce, in anni di molto successivi, una tremenda uscita demostenica risalente al 341, quando ormai la resa dei conti con la Macedonia si avvicinava e l’ossessione di Demostene era la ‘quinta colonna’ del sovrano macedone all’interno della città: “la lotta è per la vita o per la morte: questo bisogna capire. E quelli che si sono venduti a Filippo bisogna odiarli o ammazzarli”.
L’eliminazione fisica dell’avversario come esito del conflitto è una eventualità messa in contro, non è una situazione estranea – almeno potenzialmente – alla prassi del quotidiano scontro politico.
Pag. 63

Ma dal conflitto nasce anche il diritto, che a sua volta è figlio delle domande capitali sulla “giustizia” (to ison).
Il conflitto scaturisce infatti immancabilmente dalla aspirazione alla immediata compartecipazione, alla condivisione in parti uguali.
E dalla nozione di uguale/giusto discendono anche le questioni etiche, e anche la questione, ancor più tormentosa perché insolubile, della sofferenza del giusto e dell’indifferenza inspiegabile del divino.
In Atene tutto questo sfocia nella forma di comunicazione di massa più influente: il teatro.
Il teatro di Dioniso, dove, in un contesto politico e rituale molto suggestivo, vengono rappresentate le tragedie al cospetto dell’intera città, è il cuore della comunità.
Ciò che le persone pensano si forma a teatro, nella costante fruizione della drammaturgia, direttamente regolata dal potere pubblico: molto più che nella stessa assemblea popolare.
Qui  la parola politica assume quasi sempre la forma della mediazione sospetta, mirante al risultato immediato, a strappare il consenso contingente.
Ed è dei più acculturati.
Non mira necessariamente allo scavo in direzione del vero.
E i politici che sanno bene quanti conti il teatro non solo lo tengono d’occhio ma talvolta si impegnano essi stessi direttamente come coreghi.
Temistocle arconte nel 493/492 assegna il coro al tragediografo Frinico, che mette in scena la Presa di Mileto (la triste epopea della rivolta ionica contro i persiani), nel 476 è corego ancora per Frinico che mette in scena le Fenicie (il dramma riguardava la vittoria ateniese a Salamina).
Pericle, appena venticinquenne, è corego per Eschilo, che mette in scena i Persiani.
Non tutte le implicazioni di questo gesto ci sono chiare: al di là della ovvia scelta ‘liturgica’ al servizio della città, doverosa per un politico on crescita, c’è un senso speciale (un Alcmeonide, con quel passato sospetto, che contribuisce alla celebrazione delle vittorie sui persiani), e c’è anche un prendere posizione per Temistocle (l’anno dopo colpito da ostracismo).
Tutto questo ‘funziona’ intorno al teatro.
Pag. 65-66

Cap. 5. La democrazia ateniese e i socratici

Due pensatori sono stati messi a morte dai tribunali ateniesi: Antifonte e Socrate.
Entrami erano settantenni quando bevvero la cicuta.
Il primo fu accusato di aver tradito la città complottando col nemico; il secondo di corrompere i giovani e di non credere negli dei della città.
Il primo si era a lungo astenuto dalla politica attiva e aveva deciso di impegnarsi solo quando gli parve giunto il momento e offerta la possibilità di instaurare un ordine completamente diverso da quello ‘democratico’.
Il secondo non fece mai politica, ma si trovò ad un certo momento della sua vita, dati i meccanismi affidati al cado dagli organi rappresentativi della città, alla ‘presidenza della repubblica’ (il collegio dei pritani): proprio nel giorno in cui l’assemblea, in funzione giudicante, decideva di condannare a morte i generali vincitori alle Arginuse, fu l’unico ad opporsi alla procedura illegale, e poco mancò che lo buttassero giù fisicamente dal suo seggio.
Ma alla politica come problema aveva dedicato gran parte della sua straordinaria forza critica.
Pag. 67

Cap. 6. I quattro storici di Atene

Tucidide elabora anche la teoria che dei fatti storici si possono studiare i “sintomi”.
Lo dice a proposito della ricostruzione del passato più remoto, nella cosiddetta ‘archeologia’; lo dice a proposito della stretta concatenazione, dovunque si produca un conflitto, tra guerra esterna e guerra civile; e lo riafferma, quasi negli stessi termini, quando spiega il grande spazio da lui riservato ai sintomi della peste.
Alla base c’è l’idea, mutuata dalla sofistica, della sostanziale immutabilità della natura umana.
Pag. 79

Parte prima. Il sistema politico ateniese: “Una gilda che si spartisce il bottino”.

Cap. 1. “Chi vuole parlare?”

In conclusione.
La commedia può dire molto di più di quel che si può dire nell’assemblea, ma, proprio perché parla esplicitamente, e non per metafora, della politica cittadina, non può non tener conto dei vincoli e dei limiti inerenti al funzionamento della macchina politica, non può calpestare quelle “clausole di sicurezza” (o di garanzia, come si dice nel moderno linguaggio costituzionale) con cui il sistema, nella fattispecie la democrazia assembleare, difende se stessa.
C’è del vero al di là del tono eccessivamente ammirativo, in ciò che scrive Madame de Stael su Aristofane, e il suo giudizio può valere per l’intera commedia attica ‘antica’: “Aristofane – scriveva la figlia di Necker – viveva sotto un governo talmente repubblicano che tutto veniva messo in comune col popolo, e gli affari pubblici passavano agevolmente dalla piazza delle riunioni al teatro”.
E certo il teatro è, in Atene, accanto all’assemblea e ai tribunali, un pilastro del funzionamento politico della comunità.
Sono quelle le tre sedi in cui la comunità si riconosce tale e nelle quali la comunicazione è davvero generale e immediata.
E questo è un tratto specifico di Atene.
Atene è certamente, del mondo greco, il luogo dove più largamente si consuma cultura: “un paese – ricorriamo ancora alle parole di Madame de Stael – dove la speculazione filosofica era quasi altrettanto familiare alla comune delle persone che i capolavori artistici, dove le ‘scuole’ si tenevano en plein air”.
En plein air, cioè a teatro, veniva portata in discussione, delibata e magari derisa anche l’ipotesi radicale di una società comunistica (Aristofane, Ecclesiazuse), di cui però Platone discuteva al chiuso.
Ed è degno di nota, a questo proposito, il giudizio convergente del Pericle tucidideo nell’epitafio (“siamo il luogo di educazione dell’intera Grecia”) e di Isocrate nel Panegirico, che pure su tanti punti a quell’epitafio si contrappone (“ho voluto dimostrare, con questo discorso, che la nostra città è all’origine di ogni positiva realizzazione per gli altri greci”).
Atene del resto è il luogo di maggiore alfabetizzazione: basti pensare alla assoluta prevalenza di epigrafi attiche su quelle di ogni altra provenienza per il periodo in cui Atene fu anche il rizzo Diceopoli, mentre attende che l’assemblea finalmente si popoli, scrive (“e io intanto passo il tempo a lamentarmi, a sbadigliare, a smaniare, a fare peti, a scribacchiare e a farmi dei conti”).
Pag. 86-87

Il teatro tragico molto raramente trattava materia storico-politica che potesse considerarsi attuale.
Quando nel 493 (o 492) a. C. Frinico mise in scena La presa di Mileto il pubblico ebbe una forte reazione emotiva, molti scoppiarono in lacrime.
Il poeta fu punito per aver messo in scena quella sventurata vicenda della rivolta ionica (peraltro poco efficacemente sorretta dagli ateniesi) e fu fatto divieto di portare mai più in scena quella vicenda.
Invece venti anni dopo, Eschilo, coi Persiani, che mettono in scena la sconfitta dei persiani a Salamina e la grande vittoria ateniese che fu alla base della nascita dell’impero, conseguì il successo: e corego fu Pericle, allora appena venticinquenne.
Il meccanismo di controllo sui contenuti non potrebbe essere più chiaramente illustrato.
Mettere in scena la vittoria sui persiani era qualcosa di molto simile alla pedagogia storico-politica impartita con il rito quasi annuale degli “epitafi” per i morti in guerra.
Anche negli epitafi Atene appariva sempre vittoriosa nelle guerre del passato, e sempre propugnatrice delle cause giuste, contro nemici che erano anche despoti o tiranni.
Ma, appunto, la materia storico-politica nel teatro tragico non era usuale.
Molto più usuale quella mitologica, che aveva l’enorme vantaggio della immediata comprensibilità da parte del pubblico, trattandosi di repertorio conosciuto e tradizionale, nonché il vantaggio per gli autori, della eventuale allusività di vicende remote e indiscutibili (dunque sottratte a qualunque censura) se opportunamente rivissute, riproposte, secondo una libertà nei confronti del bagaglio mitico-religioso caratteristica della religiosità greca.
“Le opere dovevano essere di grande respiro e a forti tinte per impressionare le masse” scrive Rosenberg, il quale ha il merito di mettere in luce lo stretto nesso che vi è tra la grande, enorme, massa degli spettatori e la conseguente necessità di materia semplice e nota oltre che fortemente emotiva.
La mediazione offerta dal bagaglio mitologico liberamente ripensato consentiva di esprimere valori, dunque di interloquire con la città su di un piano, in senso alto, politico, fino a prese di posizione e fino a porre domande sommamente radicali.
Questo sfuggiva a qualunque controllo preventivo di qualunque zelante arconte eponimo per quanto dotato di senso civico e per quanto fervente assertore della ‘morale media’.
Un riscontro negativo poteva venire dal pubblico, che rifiutando il premio (come lo rifiutò quasi sempre ad Euripide) mostrava di respingere questa indiretta e altamente problematica, e non di rado squassante, ‘politica’ proveniente dalla scena.
Pag. 89-90

Cap. 2. La città messa in discussione dalla scena

Esponenti dei ceti elevati, i quali pur dotati della necessaria preparazione per la politica, disertavano l’assemblea, sceglievano però di far sentire la propria voce critica attraverso il teatro, dalla scena.
Raggiungevano così un pubblico molto più vasto, a fronte dell’endemico assenteismo assembleare, e correvano molti rischi (a parte, beninteso, quello di non conseguire il premio).
Pag. 89

Orbene, con la téchne Antifonte ha fatto, nel 411, ciò che a chiunque (Tucidide compreso) sembrava una impresa impossibile: togliere di mano agli ateniesi la democrazia dopo circa un secolo di pratica ininterrotta di tale regime politico particolarmente caro al demo (cioè alla ‘maggioranza’, al più forte).
L’Antifonte che esalta, in quel trimetro, la téchne e i suoi prodigi contro la superiorità della natura, è dunque in piena sintonia con l’Antifonte tucidideo, il quale “preparandosi da moltissimo tempo” riuscì a fare quello che a chiunque sarebbe parso impossibile e che la scienza politica moderna ha definito “forza irresistibile delle minoranze organizzate”.
Pag. 94-5

Condizione dello schiavo – che ha chiara memoria di sé quando era libero -, non inferiorità del barbaro, condizione femminile, aporie della monogamia: erano temi che scalfivano in profondità le certezze etiche e sociali della città, dell’”ateniese medio” buon democratico.
E Antifonte proprio sul tema del carattere fittizio della distinzione greco-barbaro (cioè libero-schiavo) si esprimeva con forza nel trattato Sulla verità: “La verità del sofista Antifonte – scrisse Wilamowitz nel suo grande libro sulla Fede dei greci – dissolveva ogni vincolo del diritto e della morale (e del costume) in quanto tirava le conseguenze più radicali, estreme, del contrasto tra ciò che è giusto secondo natura e ciò che è giusto secondo la convenzione (“la legge”).
“Noi siamo più barbari dei barbari” – scrive Antifonte in quel frammento, restituitoci da un papiro – perché abbiamo posto un abisso “tra greci e barbari”, laddove per natura siamo uguali, “respiriamo tutti col naso e prendiamo tutti il cibo con le mani”.
Pag. 95-96

“E’ strano – commenta Wilamowitz – che uno che scriveva in questo modo sia rimasto indisturbato e non abbia dovuto andarsene”.
La questione è giusta, ma può trovare risposta proprio nell’ipotesi di un unico Antifonte.
Chi parla in quel modo, infatti, non è, necessariamente, un campione dell’uguaglianza di tutti gli uomini, addirittura “antesignano” della mentalità abrogazionista affermatasi nell’America di Jefferson o nella Francia di Robespierre: sarebbe un grande abbaglio anacronistico interpretare così quelle righe.
Per quanto il contesto conservatosi sia molto limitato, è abbastanza evidente che siamo di fronte al ben riuscito esercizio sofistico consistente nel mettere in crisi le certezze consolidate della città che si reputa democratica: e la leva per scuotere quelle certezze è pur sempre la scoperta dell’alterità tra legge e natura.
Un argomento spiazzante come quello dell’identità fisica (“naturale”) degli uomini può diventare distruttivo rispetto ai privilegi del demo (al potere in nome dell’eguaglianza: eguaglianza zeppa in una città piena di schiavi) ed è anche un’eccellente premessa per avvalorare altre forme politiche di gerarchia, come quelle appunto – fondate sulla competenza – che gli oligarchi pensanti e agguerriti rivendicano e propugnano.
E tenteranno di realizzare per ben due volte sul finire del quinto secolo: nel 411 sotto la leadership di Antifonte e nel 404 sotto la guida di Crizia.
Pag. 96

La riflessione sulle varie possibili forme di ‘giusta’ gerarchia politica, sui criteri di competenza che dovrebbero essere alla base di una sana gerarchia, sulle forme non ‘aritmetiche’ ma ‘geometriche’ di giustizia (ison, che vuol dire anche, al tempo stesso, giustizia e uguaglianza) bene si concilia con lo smantellamento dell’abisso che proprio la democrazia ateniese – a partire da Solone – ha frapposto tra il libero e lo schiavo.
Il potere di tutti purché di condizione libera è il bersaglio: perché quei tutti non sono selezionati affatto col criterio della competenza e si godono il bene derivante dallo status di cittadino pleno iure  per la sola ragione di trovarsi dalla parte giusta (di non essere cioè piombati nel campo di coloro, gli schiavi, che la città democratica relega nel campo di non uomini).
Ecco come l’apparentemente semplicistico brano della Verità di Antifonte, lungi dall’essere un “Manifesto” ante litteram, si annoda bene alle premesse politiche e filosofiche di coloro che della città democratica additano il difetto alla radice e che non accettano il compromesso col “popolo sovrano” che consente ai maggiorenti di “guidare” ed “essere guidati” dalla massa incompetenze (per usare l’immagine cara a Tucidide nel ritratto di Pericle).
Pag. 97

Il frammento più lungo proviene dal Sisifo, dramma satiresco che, secondo l’ipotesi  formulata da Wilamowitz, concludeva una tetralogia i cui primi tre drammi erano Tennes, Radamanto e Piritoo.
Del Piritoo merita attenzione almeno un frammento (22 Diels-Kranz), in cui un personaggio demolisce senza remore la figura del politico professionale (rhetor) dominatore delle assemblee: “un carattere nobile – così si esprime questo personaggio – è cosa più sicura della legge: giacché la legge un qualunque politico te la fa a pezzi e te la sconvolge in tutte le direzioni con le sue ciarle, ma il carattere non lo potrà mai abbattere”.
Pag. 99

Euripide non può essere poso in diretto rapporto con le convulsioni politiche della città, ma la sua vicenda personale – nei limiti in cui  ci è nota – conferma quella vicinanza agli ambienti da cui quelle convulsioni si sprigionarono.
I dati che possiamo assumere come certi e particolarmente indicativi sono due: uno negativo e uno positivo.
Diversamente da Sofocle, impegnato a farsi eleggere stratego e a ricoprire cariche di grande peso (strategia, ellenotamia), Euripide si è rigorosamente astenuto da qualunque attività politica.
Come nel caso di Antifonte, è importante ciò che non ha fatto.
Il gesto che alla fine compie, andarsene via da Atene dopo il 408, è almeno altrettanto significativo della sistematica defezione dalla vita pubblica: se ne va quando viene restaurata, col rientro di Trasilio e della flotta di Samo e con la fine del regime ‘moderato’ (terameniano) dei ‘Cinquemila’, la democrazia.
Se a questo si aggiunge il buon rapporto con Crizia e il fatto di venir bersagliato sistematicamente, non meno di Socrate, dalla commedia – buon indicatore delle pulsioni dell’”ateniese medio” – il ritratto si chiarisce.
E si comprende tanto l’ostinazione sua nel porre in discussione i pilastri etico-politico-sociali della città democratica, quanto l’insuccesso sistematico di fronte al pubblico.
Non è casuale che l’ultima delle sue cinque vittorie, conseguita postuma, sia stata ottenuta nella spettrale Atene governata dai Trenta del 404/3.
Pag. 101

Non ci soffermeremo dunque sulla critica euripidea ai pilastri etici e sociali (famiglia, schiavitù, religione) su cui si fonda la città, ma guarderemo con una certa attenzione ad un caso concreto di critica politica: ad una discussione sul fondamento stesso della democrazia ateniese (e della democrazia in generale) che Euripide introduce nel bel mezzo di una tragedia, le Supplici (databili intorno al 424 a. C.), costruita ancora una volta intorno ad un mito ben noto al pubblico, quello della saga tebana e del destino dei sette assalitori di Tebe col relativo corollario del fratricidio.
Pag. 105

Cap. 3. Pericle princeps

Il contagio pestilenziale fu talmente sconvolgente per la città che lo storico cha ha raccontato quelle vicende, Tucidide, ha ritenuto di dedicare pagine alla descrizione della pestilenza e dei sintomi del contagio, “perché, se un domani ritornerà, si sappia come si presenta questo malanno”; e descrive la città in preda alla devastazione morale e materiale: cumuli di cadaveri bruciati per le strade, degrado morale, crollo dei freni che regolano la convivenza.
Pag. 113

Uno dei creatori della scienza politica, Thomas Hobbes, il quale a lungo non scrisse, e quando cominciò a scrivere tradusse Tucidide in inglese, premettendovi una mirabile introduzione, osserva a questo proposito che Tucidide ebbe una visione politica profondamente monarchica; infatti i due personaggi positivi della sua storia sono Pisistrato – il cosiddetto tiranno – e Pericle, il monarca.
Questa immagine della “democrazia solo a parole, ma di fatto governo del principe”, ha avuto una vitalità lunghissima.
Si potrebbe dire che l’idea stessa di princeps nella realtà politica della Roma tardorepubblicana prende le mosse da Pericle.
Il nome che è giusto fare è quello di Cicerone, il quale – teorico della politica, critico della decadenza della repubblica romana, quattro secoli dopo Pericle – sogna il princeps: ha l’idea che dalla difficoltà strutturale della repubblica si uscirà attraverso un princeps, e lo delinea nel De Republica, a giudicare dai frammenti che abbiamo, esattamente con le parole con cui Tucidide descrive il potere di Pericle: “Pericles ille, et auctoritate et eloquentia et consilio, princeps civitatis suae”.
Pag. 115

Nel Gorgia, è Socrate che parla, è lui che descrive i grandi corruttori della politica.
A suo giudizio, nella storia ateniese, sono quattro: Milziade, Temistocle, Pericle e Cimone.
Platone è spietato, come sempre, nella sua critica radicale del sistema politico ateniese.
I personaggi che qui condanna in blocco erano stati anche tra loro rivali, eppure li condanna tutti in quanto corruttori del popolo.
Perché fecero quello che Tucidide nega che Pericle abbia fatto: parlare pros hedonèn, “per far piacere” al popolo.
Rimprovera a Pericle proprio l’oratoria demagogica, l’assecondare l’assemblea e per questo, dice il Socrate del Gorgia, “ha reso gli ateniesi peggiori di quello che erano”.
Non soltanto lo condanna per questa oratoria demagogica, per questo assecondare il popolo, ma anche perché per primo introdusse un salario per i pubblici uffici.
Il salario per ricoprire una carica, che è l’architrave del meccanismo democratico ateniese.
Pag. 116

L’ordinamento ateniese, come ogni democrazia antica, ha nell’assemblea di tutti il fondamento.
Ma cos’è propriamente l’assemblea di tutti?
Quando Erodoto raccontò che alla morte di Cambise qualcuno aveva prospettato di instaurare la democrazia in Persia, “alcuni greci” non gli credettero.
Dire, per esempio ad Atene, che nell’Impero persiano, immensa realtà geografica, qualcuno volesse instaurare la democrazia significava far immaginare una assemblea di tutti in un grande Stato territoriale: qualcosa di impossibile.
Ma anche ad Atene l’assemblea di tutti è un’idea-forza.
Quando, molti anni dopo, gli oligarchi abbatteranno il sistema politico ateniese e abrogheranno il salario per i pubblici uffici, dichiareranno – come ben sappiamo – che in fondo, anche in regime assembleare, al massimo cinquemila persone andavano all’assemblea.
Atene a metà del 5. secolo ha trentamila cittadini maschi adulti in età militare.
La realtà concreta della democrazia assembleare è una realtà mobile, nella quale il corpo civico attivo può cambiare, come ora vedremo, in ragione dei rapporti di forza.
Pag. 116

Il tribunale è il ganglio intorno a cui si svolge la lotta di classe.
Spostare i poteri dell’Areopago in tribunali popolari significava spostare il peso decisivo su un altro ceto.
Questa è la riforma del 462.
Ed essa avviene perché all’assemblea c’erano altri.
Quattromila opliti erano in Messenia a combattere agli ordini di Cimone, e Efialte e Pericle realizzano con il sostegno di un’altra massa cittadina una riforma epocale.
Per maggiore chiarezza azzardiamo un paragone.
Si tratta di una realtà molto simile – per certi versi – a quella dell’Atene della democrazia diretta: la Parigi dell’anno 2. della Repubblica, la Parigi delle Sezioni.
Nelle Sezioni ci sono i sectionnaires, cioè i frequentatori abituali, i sanculotti.
Ammazzato Robespierre, i sanculotti se ne vanno dalle Sezioni e arrivano i borghesi.
Le Sezioni continuano a funzionare, quindi formalmente il meccanismo è lo stesso; però è come se nelle vene scorresse un sangue diverso.
E’ la stessa cosa che succede nel 462: assenti gli opliti, decidono i teti, i nullatenenti.
Fra Salamina e la terza guerra in Messenia, Atene è diventata una grande potenza marittima, la cui forza è nelle navi; quindi il soggetto sociale decisivo è diventato quello legato al potere navale, e Pericle deve fare i conti con i teti.
Pag. 116

“La storia non deve stancarsi di ripetere che in essa vige un criterio di misura del tutto diverso dalla moralità e dalla virtù privata” scriveva Droysen (1808-1884) nel 1838.

Cap. 4. Una critica non banale della democrazia

Scrive Aristotele che la svolta nel sistema politico ateniese del secolo precedente è rappresentata dal dopo Pericle, dall’affacciarsi alla direzione dello Stato di uomini come Cleone e Cleofonte.
Aristotele rende anche ‘visivamente’ questa volta, quando rileva il mutamento di tono, di stile, dovuto all’emergere dei nuovi capi popolari: il deterioramento infatti si verifica – per lui – appunto sul versante democratico.
Fino a Pericle, anche i capi popolari sono “onorati” (eudokimountes): dopo, emerge un Cleone, cioè colui che più d’ogni altro ha contribuito a corrompere il demo, colui che per primo “si mise ad urlare alla tribuna, a vomitare ingiurie, a parlare scoprendosi in modo scomposto”.
In questa raffigurazione sprezzante e caricaturale – che del resto nella tradizione su Cleone è quasi stereotipa – Aristotele focalizza emblematicamente il segno esterno della svolta prodottasi.
Alla politica dei signori era subentrata la politica dei popolani.
Così, quando, subito dopo, nomina Cleofonte, il capopopolo degli ultimi anni della guerra peloponnesiaca, lo chiama sprezzantemente “il fabbricante di lire”.
Pag. 130

E siamo così, per merito di questa apologia di Alcibiade, ancora una volta dinanzi ad una vera e propria divaricazione.
Alcibiade esprime la propria repugnanza per la demokratia, per questa “notoria pazzia”, con altrettanta durezza che il “vecchio oligarca” ma – all’opposto di lui ( o di un Frinico, o di un Antifonte) – è convinto che proprio la guerra e l’incombente minaccia militare del nemico abbiano reso impossibile qualunque tentativo di sovvertire questa “dittatura del demo”.
Mentre gli oligarchi promotori del colpo di Stato del 411 conteranno apertamente sull’aiuto spartano, mentre l’autore di questo opuscolo prospetta come unica seria ipotesi di salvezza il classico rimedio di “aprire le porte” e far entrare i nemici, per Alcibiade è veramente pericleo, poiché la distinzione di fondo è per lui, buon alcmeonide, tra l’ordine tradizionale (demo come opposto di tirannide) che ha reso Atene grandissima e liberissima e la demokratia, cioè il predominio incontrollato del demo.
Il primo va difeso, ed è un valore durevole, il secondo è transitorio ed è immodificabile finché c’è guerra.
Pericleo è, anche, Alcibiade, nella consapevolezza di essersi trovato spesso contro il demo ed i suoi ispiratori, così come Pericle è stato anche, temporaneamente, sconfitto, quando il demo gli si è posto apertamente contro.
E’ soprattutto con la formula “eravamo alla guida della comunità nel suo insieme (tou Xympantos)” che Tucidide rende chiaro il filo che congiunge Pericle ad Alcibiade come ideatori di una forte leadership che si pretende, super partes, guida di “tutta la comunità” (dalla Xympasa polis come si esprime Tucidide nel bilancio postumo su Pericle).
Pag. 149-150

Cap. 5. Demokratia come violenza

Demokratia non nasce dunque come parola della convenienza politica, ma come parola di rottura, esprime la prevalenza di una parte più che la partecipazione paritetica di tutti indistintamente alla vita della città (che è espressa piuttosto da isonomia).
Addirittura la democrazia nasce, secondo Platone, con un atto di violenza: “quando vincono i poveri, e uccidono alcuni dei ricchi, altri li scacciano, e ai rimanenti concedono di compartecipare alla pari alla vita politica e alle cariche, e per lo più in essa le cariche vengono affidate per sorteggio”; e prosegue osservando che questa instaurazione violenta si realizza o senz’altro con le armi ovvero per una spontanea autoesclusione del partito avverso “che si ritira in preda al terrore”.
Demokratia non racchiude in sé neanche l’implicita legittimazione derivante dal concetto di “maggioranza”; concetto, questo, ben più presente in plethos che in demos.
Non a caso Otanes, nel dibattito costituzionale che si sarebbe svolto secondo Erodoto, alla corte persiana nel corso della crisi successiva alla morte di Cambise, dice che il plethos archon, cioè appunto “il governo della maggioranza” ha il nome più bello, isonomia.
Su questo punto Aristotele è molto chiaro ed esplicito:
“Non si deve definire la democrazia alla maniera che sogliono oggi alcuni, come il predominio dei più numerosi, né l’oligarchia come il regime in cui pochi sono i padroni dello Stato.
Se infatti, per fare un esempio, i cittadini fossero in tutto 1300, e di costoro 100 fossero ricchi e non concedessero l’accesso alle cariche restanti 30 non ricchi, ma peraltro liberi e per il resto uguali, nessuno direbbe che quello è un regime democratico.
Analogamente, se i poveri fossero pochi ma egemoni rispetto ai ricchi, più numerosi, nessuno definirebbe oligarchia un tale regime, sol perché  tutti gli altri, che in questo caso sarebbero i ricchi, si troverebbero esclusi dalla cariche pubbliche.”
Pag. 152-53

Dunque demokratia vale essenzialmente dominio di un gruppo sociale – il demo -, non necessariamente della maggioranza; e demo sono “i poveri tra i cittadini”, secondo la definizione senofontea, o meglio, come precisa Aristotele, “agricoltori, artigiani, artigiani, marinai, manovali, commercianti”.
Pag. 154

Il Pericle tucidideo dunque pone l’accento sull’uguaglianza (to ison), intesa appunto – e il Menesseno lo rispecchia fedelmente – come antitetica rispetto al dominio di una sola parte.
Giacché to ison è, al tempo stesso, “ciò che è uguale” e “ciò che è giusto”.
Quello Che è potuto sembrare l’elogio pericleo, talora imputato addirittura allo stesso Tucidide, della “democrazia” ateniese è invece uno dei testi che maggiormente ‘prendono le distanze’ da una tale forma politica.
Nel famoso dialogo senofonteo tra il vecchio Pericle e il giovane Alcibiade intorno alla violenza e alla legge, la conclusione è che, quando la massa legifera prevalendo sui ricchi, quella è violenza, non è legge.
Pag. 155

Cap. 6. Egualitarismo antidemocratico

Ma l’evoluzione più interessante si produce, per influenza della sofistica e della sua scoperta del contrasto tra la natura e la legge, in un’ala oligarchica-radicale che si è anche resa responsabile, sul piano politico,  dei più clamorosi tentativi di sovvertimento dell’ordine democratico.
Nella sua critica estrema ai privilegi del demo, più di un teorico oligarchico sembra assumere come punto di riferimento proprio quello che per un Teognide era il disvalore assoluto, cioè lo schiavo.
Lo schiavo, cioè la prova ‘vivente’ del fondamento genetico della disuguaglianza e delle differenze di casta (il figlio di una schiava sarà uno schiavo anch’esso).
Orbene un Antifonte, il temibile, lo scontroso, il “troppo bravo” Antifonte – come ce lo rappresenta Tucidide nell’appassionato ritratto – intacca proprio questa certezza.
Pag. 157

Sempre nell’Athenaion Politeia spicca la notazione, polemica, secondo cui ad Atene anche gli schiavi se la passano bene: ma per rilevare contestualmente che il demo non è esteriormente distinguibile dagli schiavi (1., 10).
Qui, in questa affermazione che ad Atene schiavi e demo nemmeno si distinguono, ci sono le premesse per un ulteriore passo: perché mai il demo, che è in tutto uguale agli schiavi, accentra nelle proprie mani la politeia?
Alle spalle c’è, evidentemente,  il riconoscimento dell’uguaglianza “di natura” tra gli uomini, che è la  dirompente scoperta della sofistica.
Ma questa scoperta – che finiva col mettere in discussione proprio i privilegi del demo -  si è tradotta, politicamente, in esperimenti ultra oligarchici.
Ha costituito ad esempio, nel caso dei Trenta, la premessa non per esperimenti ‘utopistici’, ma al contrario per il tentativo di abbassare il demo al livello degli schiavi, espropriandolo dello ‘spazio politico’.
Coi Trenta sembra quasi di veder tradotta in esperimento concreto l’idealità di un sofista “egualitario” coem Falea di Calcedone, teorico, a cavallo tra quinto e quarto secolo, di un rigido livellamento delle proprietà e dei patrimoni, e al tempo stesso propugnatore della riduzione di tutti i lavoratori manuali (artigiani etc.) al livello di “schiavi pubblici” (demosioi) – un’anticipazione, per certi aspetti, del cosiddetto “comunismo platonico”.
Pag. 159 

Certo, è proprio sul tema del rapporto con gli schiavi che la democrazia viene attaccata dai suoi avversari.
Si può dire anzi che quello della maggior licenza degli schiavi in regime democratico è quasi un topos.
Secondo Platone, l’estremo segno degenerativo, nella città retta dal demo, si ha “quando gli schiavi e le schiave sono liberi tra uomini e donne”.
E Teramene, quando vuol definire gli ideali della democrazia radicale, dice: “io ho sempre combattuto contro coloro che apprezzano la democrazia solo quando a comandare sono gli schiavi e i poverissimi che venderebbero la città come per una dracma”.
Pag. 160

La democrazia radicale, dunque, che è la principale beneficiaria della guerra, è anche responsabile di questa condizione più ‘libera’ e di benessere assicurata agli schiavi.
E’, per così dire, un sistema schiavistico imperfetto.
Quando, nel secolo successivo, il demo avrà perso l’egemonia politica, e sarà economicamente immiserito,  e la pressione servile si sarà fatta più pesante e i ricchi non ce la faranno più da soli a difendersi, allora l’impegno ad impedire “esili, confische di beni, suddivisioni di terre, remissioni di debiti, liberazione di schiavi a fini sediziosi” sarà sancita, con la massima evidenza, in un trattato internazionale imposto, dopo Cheronea, da Filippo, disinvolto protettore delle fazioni oligarchiche nelle città greche”.
Pag. 163

Parte seconda: Il buco nero: Melo

Cap. 7. Il terribile dialogo

Cap. 8. La vittima esemplare

E’ stata una vittoria della propaganda sulla verità ad opera del maggiore storico ateniese esaltatore alquanto autolatrico del “valore perenne” della “faticosa ricerca della verità”: in un certo senso un vero capolavoro.
Pag. 173

Intorno alla vicenda di Melo vi fu di certo un moto di opinione per lo meno in ambienti presso i quali l’impero era oggetto di critica.
Ripristinata la corretta informazione sui presupposti della vicenda (Melo ha defezionato e col tempo è passata a sostenere occultamente lo sforzo bellico spartano), resta il fatto macroscopico della decisione ateniese di regolare i conti con Melo proprio nel 416, cioè ben cinque anni dopo la stipula della pace con Sparta.
E’ in questa punizione ritardata il motivo della scandalo.
Era usuale (lo attesta Isocrate, Panegirico, 100)rinfacciare ad Atene la feroce repressione di Scione e di Melo: quei due episodi venivano citati insieme (conferma tra l’altro dell’affinità delle due vicende), ma Scione aveva defezionato subito dopo Amfipoli, dunque in piena guerra (424/3) ed era stata esemplarmente punita da Cleone appena possibile (422/1).
Invece per Melo si attinsero anni prima di intervenire.
L’intervento si sviluppò in tre fasi distinte: a) sbarco e tentativo di trattativa; b) fallimento della trattativa e assedio; c) resa e punizione durissima dei Melii, voluta da Alcibiade (circostanza, quest’ultima, taciuta da Tucidide).
pag. 174

Cap. 9. Euripide a Melo

Nell’estate del 416, quando l’invio di una flotta contro Melo era stato appena deciso o la flotta era al più appena sbarcata nell’isola, Euripide chiese il coro per una tetralogia dedicata al ciclo troiano: Alessandro, Palamede, Troiane e il dramma satiresco Sisifo.
Essa fu rappresentata alle Dionisie del 415 (marzo), quando ormai Melo era stata conquistata, una cleruchia ateniese insediata, gli abitanti sterminati, le donne rese schiave.
Sino a quel momento la grande spedizione contro Siracusa non era stata ancora portata in discussione dinanzi all’assemblea.
Che dunque la tetralogia culminante nel dramma (le Troiane) consacrato al duro destino delle prigioniere troiane sia stata concepita  sull’onda della campagna contro Melo – come si è talvolta cercato di dimostrare – è ipotesi più che legittima.
Problematica può apparire la connessione da taluno istituita tra le Troiane ed il sorgere in Atene di una psicosi di massa favorevole alla spedizione contro Siracusa: Tucidide data, peraltro assai sommariamente, tale “volontà diffusa” nell’inverno 416%5 (6., 1, 1,), quando cioè la tetralogia veniva ormai rappresentata.
Pag. 177

L’attacco contro l’isola di Melo fu sferrato in tempo di pace, mentre cioè era in vigore la pace stipulata nel 421 che si suole definire “pace di Nicia” in quanto da lui fortemente voluta e sottoscritta.
Questo elemento resta spesso in ombra, nella considerazione moderna di quella vicenda, grazie all’impalcatura stessa del racconto tucidideo che enumera come “anni di guerra” anche gli anni di pace.
Si aggiunga la tendenza dell’intero racconto tucidideo a ridimensionare quella pace come “tregua infida” e si aggiunga poi che l’impostazione tucididea, , del tutto originale, secondo cui dal 431 al 404 non ci fu che un’unica guerra ha prevalso, per cui l’idea di una ininterrotta guerra ventisettennale è divenuta senso comune.
Il che ha portato a rubricare la vicenda di Melo come un episodio di guerra.
Ciò ha sminuito enormemente la gravità dell’iniziativa ateniese, che invece va rimessa in luce e che trova conferma anche nell’accanito e prolungato dibattito sulle responsabilità ateniesi in quella vicenda che riappare carsicamente nella riflessione politica ateniese (nei limiti in cui ci è nota) fino alla vigilia di Cheronea, alla fine quasi del secolo seguente.
La visione unitaria della guerra spartano-ateniese considerata come un unico conflitto, ancorché legittima e audace al tempo stesso, non fu fatta propria né dai contemporanei né nel secolo successivo dai pensatori e dagli oratori politici ateniesi.
Questo è stato più volte osservato,  ma non è superfluo ripeterlo qui.
Che i contemporanei (o almeno una parte di essi) si sentissero, dopo il 421, ritornati ad una condizione di pace ed ai vantaggi che ne derivano lo si ricava per esempio dalle argomentazioni, tutt’altro che inefficaci sul pubblico dell’assemblea, svolte da Nicia nel dibattito assembleare intorno alla  proposta messa in moto da Alcibiade di intervenire in grande stile in Sicilia.
Il rifiorire di Atene “inconseguenza della pace di Nicia” è descritto con toni molto netti e con dovizia di dettagli da Andocide, quando rievoca quegli anni nel suo discorso Sulla pace con Sparta (8) del 392/391.
Ed un acuto lettore rinascimentale di questa emblematica vicenda – il Machiavelli – aveva ricavato, non a torto, la conclusione che Atene avesse vinto la guerra decennale (431-421).
Vi era dunque, sul momento, e vi fu a lungo dopo, un’altra visione della storia della guerra che portava a collocare l’intervento contro Melo in una luce – se possibile – ancor più negativa: e, se per lo meno per i contemporanei, più veridica.
Pag. 180-81

Sparta ovviamente non intervenne, e sarebbe stato del resto ben singolare in un momento in cui, nonostante tutto, Sparta e Atene erano pur sempre legate dal trattato di alleanza stipulato nel 421 subito dopo la stipula della pace.
Per il Melii fu micidiale quella scelta della grande potenza in cui avevano confidato.
Ma nel 404 Lisandro, su ordine degli efori, riportò i Melii superstiti (ben pochi ovviamente) nella loro isola, forse ancora ingombra dai 500 cleruchi ateniesi installatisi dopo il massacro.
E così Sparta, luogo privilegiato dell’eunomia, poté far quadrare ancora una volta i conti della potenza e della virtù.
Pag. 186 

Cap. 10. Isocrate demolisce la costruzione polemica tucididea sulla vicenda di Melo

Werner Jaeger  seppe cogliere l’intreccio profondo che lega la colossale messinscena tucididea sulla vicenda di Melo.
E scrisse, in un veloce, intelligente appunto nascosto in un angolo di un libro non riuscitissimo come il Demosthenes, che Senofonte ha perseguito “una unità intrinseca (Einheit der inneren Haltung)” rispetto a Tucidide.
E’ più ragionevole pensare che, semplicemente, si tratta di Tucidide in un caso come nell’altro.
Oltre tutto, la storia editoriale del lascito tucidideo si comprende ancora meglio se si considera la vicinanza politica tra Tucidide e Senofonte, cementata, potremmo dire, dall’esperienza di entrambi nelle due oligarchie.
Pag. 189

Intermezzo

Cap. 11. Effetti imprevisti del “mal di Sicilia” (415 a. C.): ciò che Tucidide vide

Fu una smania di salpare che Tucidide con parola che non adopera mai altrove definisce “eros” o anche “desiderio smodato”: “Volevano andare in Sicilia per sottometterla.
In realtà i più non conoscevano neanche le dimensioni dell’isola, quali popoli la abitassero, quanti fossero i barbari e quanti i greci; non capivano di imbarcarsi in una guerra grande quanto quella che avevano combattuto contro Sparta e i suoi alleati”.
E qui, con orgogliosa polemica contro le scelte impulsive dei suoi concittadini, traccia da esperto geografo et etnografo un profilo della Sicilia e del suo popolamento.
Dopo di che commenta: “E’ contro un’isola di teli dimensioni che gli ateniesi volevano muoversi: il loro vero desiderio era di conquistarla tutta quanta, dicevano però di coler proteggere le popolazioni di stirpe affine ed i loro alleati recenti”.
Ma c’era chi concepiva progetti anche più ambiziosi: Alcibiade, affacciatosi ancora giovanissimo alla politica e illustratosi in un infelice esordio diplomatico e militare nei due anni precedenti, al di là della Sicilia pensava addirittura a Cartagine: anzi la conquista della Sicilia era per lui “la premessa per la conquista di Cartagine”.
Pag. 194

Parte terza. Come perdere la guerra avendola vinta

Antefatto

Diversamente dai suoi contemporanei, nonché dagli storici e politici del secolo successivo, Tucidide – lo abbiamo già ricordato – ha intuito la sostanziale unità del conflitto apertosi nella primavera del 431 a. C. con l’ultimatum spartano e terminato con la capitolazione di Atene nell’aprile del 404.
Tale visione unitaria trova un calzante parallelo nella valutazione delle due guerre mondiali sviluppatesi nella prima metà del Novecento come fasi di un unico conflitto.
In entrambi i casi si tratta di due periodi bellici prolungati, nell’intervallo tra i quali si producono conflitti minori e tensioni in altre aree, sicché la pace stessa che conclude il primo dei due (la pace di Nicia nel primo caso, la pace di Versailles nel secondo) viene percepita come qualcosa di provvisorio.
Va però osservato che la coscienza di tale unità si forma, necessariamente, a posteriori.
E’ lo sviluppo degli avvenimenti che dà via via maggior forza all’idea che il primo conflitto si sia solo apparentemente concluso e sia inevitabilmente riaperto per proseguire finché uno dei due grandi soggetti in lotta soccomba definitivamente.
Fermo restando, comunque, che la persuasione stessa che si sia alla fine giunti ad un epilogo veramente conclusivo viene non di rado messa in discussione dall’ulteriore sviluppo degli avvenimenti: a riprova del fatto che qualunque periodizzazione storica è provvisoria.
Non a caso Teopompo ha proseguito l’opera di Tucidide continuando fino al 394 a. C., cioè fino alla rinascita delle mura di Atene abbattute nella capitolazione del 404.
Nel caso della riflessione storico-politica di Tucidide sulla grande guerra di cui fu testimone, vediamo affiorare man mano nella sua opera la scoperta dell’unità dell’intero conflitto.
Per parte loro, d’altro canto, Lisia, Platone, Eforo continuarono a ragionare in termini di tre guerre distinte: guerra archidamica (431-421 a. C.), conclusa da una pace molto impegnativa quale la cosiddetta pace di Nicia, guerra siciliana (415-413 a. C.), guerra deceleica (413-404 a. C.).
Era ben presente a questi interpreti della vicenda ateniese che la pace di Nicia aveva segnato un punto fermo e che, come Nicia aveva temuto, fu proprio l’attacco di Atene contro Siracusa nel 415 a provocare la riapertura del conflitto tra Sparta ed Atene, principali firmatari della pace di Nicia.
e poiché l’attacco ateniese contro Siracusa non era una mossa inevitabile, ne discende che la riapertura catastrofica per Atene del conflitto era soltanto una, ma non l’unica delle possibilità sul tappeto.
La stessa grande discussione in assemblea popolare tra Nicia che sconsiglia l’impresa siciliana e Alcibiade che la caldeggia cavalcando un’ondata di opinione pubblica infiammatasi per la presunta facile conquista dell’Occidente, significa per l’appunto che due strade si aprivano e che la svolta bellicista non era una scelta inevitabile.
Quando dunque Tucidide dà tanto rilievo al fatto che due strade si aprivano e fu imboccata quella sbagliata, con ciò stesso dimostra di non aver ancora maturato la visione in certo senso deterministica di un conflitto unitario, destinato inevitabilmente a riaprirsi e a concludersi con l’annullamento di una delle due potenze in lotta.
Una tale visione egli l’ha maturata via via, quando ha potuto constatare che Sparta e Corinto si inserivano nella guerra tra Atene e Siracusa e riaprivano il conflitto in Grecia denunciando la pace di Nicia.
La conquistata visione unitaria ha prodotto integrazioni importanti nel primo libro dell’opera sua, quali il rapido profilo del cinquantennio tra le guerre persiane e lo scoppio del conflitto con Sparta, nonché quel memorabile breve commento che egli colloca al termine del congresso di Sparta, dove dichiara che gli spartani accedettero alle sollecitazioni corinzie in pro di una risposta militare alla crescente egemonia ateniese “non perché persuasi dai corinzi e dagli altri alleati, ma perché ormai temevano l’accrescersi costante della potenza ateniese e vedevano che la gran parte della Grecia era soggetta ad Atene”.
Scoperta dell’unità dell’intero conflitto, intuizione della “causa verissima” (allarme spartano di fronte alla crescente potenza imperiale ateniese), necessità di tracciare un rapido profilo della genesi e crescita dell’impero ateniese, sono dunque tutti fenomeni strettamente intrecciati tra loro e costituiscono la traccia sotterranea per dipanare, perlomeno a grandi linee, la stratigrafia compositiva del racconto tucidideo.
Ma gli effetti di tale scoperta, che reinterpretava originalmente un’intera fase storica, ha avuto come conseguenza – nella mente dello storico – un processo di svalutazione del rilievo di alcune tappe del conflitto inizialmente da lui stesso considerate di grande importanza: per esempio, gli incidenti (Corcira, Potidea, l’embargo contro Megara) che precedettero di qualche anno lo scoppio del conflitto, e che inizialmente erano parsi a Tucidide cause talmente rilevanti da richiedere un’esposizione analitica che occupa gran parte del primo libro.
Analogamente si spiega il racconto minuziosamente analitico della campagna siciliana, la quale dovette dapprima essere concepita come la narrazione di un altro conflitto, con un suo proprio proemio etno-geografico, e divenne poi parte di un racconto molto ampio, i cui anni di guerra vengono immessi nell’unica progressiva numerazione dei ventisette anni.
E’ di per sé evidente che questa modifica in corso d’opera della visione generale del conflitto, nel giudizio tucidideo, ha determinato scompensi narrativi: che parvero sconvenienti ad un critico puntiglioso ma non profondo come Dionigi d’Alicarnasso.
Orbene, nel quadro dalla acquisita visione unitaria del conflitto, è evidente che la pace di Nicia finisce con l’apparire ed essere presentata come poco più che una tregua.
Ma tale non fu la percezione dei contemporanei e forse fino ad un certo momento dello stesso Tucidide, come è chiaro dalle stesse parole che egli fa pronunciare a Nicia all’inizio del libro 6., là dove Nicia descrive la ripresa economica appena avviata grazie alla pace dopo il decennio di invasioni spartane dell’Attica.
Questa svalutazione del significato della pace di Nicia comporta che resti in ombra, nel racconto tucidideo,  il più macroscopico dei risultati della pace: il riconoscimento finalmente formalizzato dell’impero ateniese da parte spartana e l’accettazione della sua consistenza ‘territoriale’.
Se solo si considera che la nascita stessa dell’alleanza stretta intorno ad Atene aveva rappresentato una rottura di fatto dell’alleanza panellenica capeggiata da Sparta, sorta con l’invasione di Serse (480 a. C.), ben si riesce a comprendere la portata epocale della presa d’atto da parte spartana dell’ufficiale esistenza e legittimità dell’impero ateniese.
Tale presa d’atto è affidata al testo della pace di Nicia, che Tucidide stesso ci ha conservato.
Chi dunque pensi, come il Machiavelli, che Atene aveva “vinto la guerra” non è fuori strada.
La frequentazione dei testi greci da parte del Machiavelli fu indiretta ma sempre all’altezza della sua penetrante capacità di leggere politicamente il passato.
Nel libro terzo dei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio il Machiavelli tocca quasi per caso questa materia e approda ancora una volta ad una delle sue drastiche formulazioni geniali.
 Prende spunto da un problema squisitamente politico e cioè il maggior peso che le élites acquistano in caso di guerra.
A suffragio di questa sua tesi porta il caso di Nica di fronte alla campagna siciliana e inserisce, cosa piuttosto insolita per lui, un ampio riferimento al racconto tucidideo.
Ed è qui che lascia cadere quasi per incidens una dichiarazione che al lettore moderno appare quasi stravagante e che invece è profondamente vera, che cioè Atene avesse vinto la guerra: ovviamente la guerra decennale, conclusasi con la pace di Nicia, la cui portata politica e diplomatica gli è perfettamente chiara:
“Egli fu sempre, e sempre sarà, che gli uomini grandi e rari in una repubblica, ne’ tempi pacifichi, sono negletti; perché, per la invidia che si ha tirato dietro la riputazione che la virtù d’essi ha dato loro, si truova in tali tempi assai cittadini che vogliono, non che essere loro equali, ma essere loro superiori.
E di questo ne è uno luogo buono in Tucidide, istorico greco; il quale mostra come, sendo la repubblica ateniese rimasa superiore in la guerra peloponnesiaca, ed avendo frenato l’orgoglio degli spartani, e quasi sottomessa tutta l’altra Grecia, salse in tanta riputazione che la disegnò di occupare la Sicilia.
Venne questa impresa in disputa in Atene.
Alcibiade e qualche altro cittadino consigliavano che la si facesse, come quelli che, pensando poco al bene pubblico, pensavono all’onore loro, disegnando essere capi di tale impresa.
Ma Nicia, che era il primo intra i reputati di Atene, la dissuadeva: e la maggiore ragione che, nel concionare al popolo, perché gli fusse prestato fede, adducesse, fu questa: , che consigliando esso che non si facesse questa guerra, e’ consigliava cosa che non faceva per lui; perché, stando Atene in pace, sapeva come vi era infiniti cittadini che gli volevano andare innanzi; ma, facendosi guerra, sapeva che nessuno cittadino gli sarebbe superiore o equale (cap. 16)”.
Pag. 206-210

Cap. 12. Scandali e oscure trame (415 a. C.) con una silloge di documenti

Cap. 13. Lotta politica nella grande potenza d’Occidente: Siracusa, 415 a. C.

Ne consegue – in Magna Grecia e in Sicilia – una tradizione di democrazia totalitaria che sfocia normalmente in ‘tirannide’, cioè in un forte potere personale repressivo verso i ceti alti, e, necessariamente, sia pure in diverse forme, verso l’intera società.
Dal punto di vista dell’immagine consolidata dalla storiografia greca superstite e successiva, questo tipo di democrazia totalitaria è rimasto perdente.
La competizione, in Magna Grecia e in Sicilia, tra democrazia e tirannide spiega, o aiuta a capire, perché la ‘tirannide’ occidentale duri così a lungo.
Essa prolunga la sua esistenza nel 5. e nel 4. secolo a. C. (e in certi casi fono alla conquista romana) appunto perché è la forma che li assume la democrazia.
Al contrario in Grecia la ‘tirannide’ per una lunga fase scompare.
Lo scenario ateniese è del tutto diverso.
Qui la democrazia si compenetra con l’individualismo dei ceti alti, assertori, come si sa, della isonomia e assai poco inclini, anzi in genere ostili, alla demokratia (“potere popolare”).
Il principio che informa la concezione aristocratica della eleutheria/isonomia, e che è largamente teorizzato nell’epitafio pericleo-tucidideo è: tutti, ricchi o meno, siano liberi di esprimere le rispettive potenzialità, ma vinca il migliore”.
Pag. 241

Cap. 14. Internazionalismo antico

Ma l’episodio ha rilievo anche per l’aspetto relativo all’automatismo delle alleanze: i signori, appena la città è sconfitta, rovesciano il demo grazie alla vittoria spartana contro la propria città.
Nel caso dei “signori” quell’automatismo ha funzionato senza scosse né incertezze.
Atene può scontrarsi, perseguendo la sua politica di potenza (che è il suo principale obiettivo), anche contro città che non siano rette da oligarchie.
Sparta non si è mai trovata, da quando si è sprigionato il conflitto con Atene per l’egemonia, ad appoggiare regimi popolari.
L’aiuto a Siracusa è dato in nome della comuen origine ‘dorica’, ma, ovviamente, ha la sua ragion d’essere nella politica di potenza.
Si può azzardare dunque una diagnosi di carattere generale: nel mondo greco, nell’età dei conflitti per l’egemonia, sono gli oligarchi i veri “internazionalisti”.
Pag. 245

Cap. 15. La guerra totale

Tra le guerre del 5. secolo a. C. la cosiddetta guerra peloponnesiaca fu l’unica che non si risolse con una o due battaglie (“con due battaglie navali e due terrestri” si era risolta la più grande delle guerre precedenti, la guerra contro Serse, coem notava Tucidide nell’ultimo capitolo del suo lungo proemio).
Ma questo fu chiaro dopo.
O meglio fu sempre più chiaro via via che la guerra venne assumendo un aspetto nuovo dal punto di vista militare: quello di uno stato di belligeranza che poteva durare anni, nonostante il verificarsi di scontri che in altri contesti sarebbero risultati immediatamente risolutivi.
Né la cattura a Sfacteria di tanti spartiati in un solo scontro, né la sconfitta ateniese a Delion, bastarono a porre termine al conflitto.
Conflitto che si sviluppa, negli anni della guerra decennale, e poi daccapo durante la “guerra deceleica” (413-404 a. C.), come un susseguirsi di scontri marginali e relativamente impegnativi che sfociano ad un certo momento in più impegnativi eventi militari, per attestarsi subito dopo in una conflittualità più limitata, e così via.
E’ come se i belligeranti si studiassero, magari impegnandosi in scontri di modesta entità, in vista del momento in cui imporre all’avversario lo scontro risolutivo nelle condizioni per lo più sfavorevoli.
Di qui l’andamento del conflitto, simile in questo alle guerre moderne ben più che alle guerre arcaiche, di cui i greci fino a quel momento avevano fatto esperienza (fatta eccezione, s’intende, per il lungo e remoto assedio di Troia.
Pag. 246

La definizione di “guerra totale” tenta di rispondere al quesito: perché in tutta la storia millenaria dei greci soltanto la “guerra peloponnesiaca” durò tanto a lungo.
Non ci riferiamo soltanto alla originale concezione tucididea di un unico conflitto ventisettennale, bensì anche ai due conflitti ‘parziali’, entrambi durati ben dieci anni, la guerra detta “decennale” (431-421) e la guerra detta “deceleica” (413-404).
Tucidide, il cui racconto è sapientemente selettivo, dietro l’apparenza di una quasi inscalfibile né ulteriormente dilatabile (ma apparente) totalità, ci guida nella comprensione di un andamento bellico nel quale lo “stato di guerra” perdura indipendentemente dalla frequenza con cui avvengono scontri terrestri e navali e indipendentemente dalla loro distruttività.
Non è che si combatta ininterrottamente, ma i due principali contendenti cercano costantemente dove e quando colpire.
Ciascuno punta ad infliggere colpi con le armi in cui si considera più forte e sul terreno che stima più favorevole.
Di qui la discontinuità dello scontro diretto pur nella continuità dello status di guerra e l’ampiezza crescente del teatro di operazioni.
E’ sintomatico, e aiuta a comprendere il fenomeno, il fatto che, già nel caso della guerra decennale, Atene tenti più volte di intervenire in Sicilia (nel 426 e poi nel 422), ben prima dell’intervento in grande stile del 415 che trasformerà definitivamente, e fino al momento della capitolazione di Atene, la guerra ‘peloponnesiaca’ in guerra mediterranea, da Siracusa al Bosforo alle isole dell’Egeo antistanti l’Asia.
Pag. 248-49

E soprattutto guerra civile andrebbe preso in altro senso rispetto a quello che Hanson mutua dall’esperienza della guerra di secessione americana.
Fu guerra civile, come s’è detto (cfr. paragrafo 2), perché erano in gioco al tempo stesso l’egemonia e i modelli politici: per la semplice e macroscopica ragione che l’egemonia che Atene era venuta acquisendo era coessenziale al suo sistema politico (la democrazia imperiale) e si fondava sull’esportazione/importazione di quel modello nelle città alleate/suddite.
E’ per questo che Lisandro, nel momento della vittoria finale, pretende anche e contestualmente il cambio di regime nella città finalmente sconfitta, anche se tale cambio non figurava formalmente tra le clausole della capitolazione.
Il fatto che le cose abbiano preso presto, già poco dopo la vittoria, un’altra piega nulla toglie alla lucidità dell’intuizione del vincitore.
Ma come non ricordare, a questo proposito, che anche per il secondo conflitto mondiale, nonostante quasi ogni scelta dei contendenti in lotta sia stata dettata dal calcolo realpolitico più  che dalle opzioni ideologiche e di principio, fu comunque anche una gigantesca guerra civile?
Ecco perché l’analogia diagnostica più efficace, per comprendere l’interminabile conflitto 431-404, resta pur sempre quella del conflitto che occupò la prima metà del Novecento.
Ed ecco perché la sola definizione appropriata a connotarlo è quella di “guerra totale”.
Pag. 250

Parte quarta. La prima oligarchia: “Non era impresa da poco togliere la libertà al popolo ateniese”.

Cap. 16. Anatomia di un colpo di Stato: il 411

Da quando in Atene si era presa coscienza della catastrofe siciliana il clima politico era mutato.
Un primo segno erano stati i propositi di “buona amministrazione” su cui Tucidide posa un velo di ironia.
Sta di fatto che per i nemici della democrazia, per coloro che da sempre l’avevano avversata come il peggiore dei regimi, quella catastrofe era la prova di quanto rovinoso fosse un tal regime, un regime nel quale ”il primo capitato può prendere la parola” e la città può essere portata perciò alla rovina dalla avventata decisione di un giorno.
Oltre tutto la democrazia è un sistema disperante: “Il popolo può sempre addebitare la responsabilità delle decisioni a quell’unico che ha presentato la proposta o l’ha messa ai voti, e gli altri tirarsi indietro dicendo: io non ero presente!”.
E’ la stessa irresponsabilità politica denunciata da Tucidide quando ricorda l’indignazione della gente contro i politici che avevano caldeggiato la spedizione siciliana: “come se non l’avessero votata essi stessi!”.
Insomma parve giunto il momento della resa dei conti.
Il disastro era troppo grande, l’emozione e la paura troppo forti, e l’occasione quindi troppo favorevole perché i circoli oligarchici, l’opposizione occulta, i vecchi inaspriti e i giovani “dorati” dell’antidemocrazia non passassero all’azione.
La nomina  dei dieci “anziani tutori” della politica cittadina – l’altro provvedimento sotto l’impressione della sconfitta – non era che un primo segno del nuovo clima che veniva maturando.
Un clima nel quale lentamente le parti si invertono.
Se nel predominio popolare e assembleare sono i signori, i “nemici del popolo” che per lo più tacciono, ora incomincia a verificarsi il contrario.
Ora gli oligarchi proclamano davanti all’assemblea un programma, che era la negazione del principio base della democrazia periclea del salario minimo per tutti: sostenevano che soltanto chi serviva in armi poteva ottenere un salario e che non più di cinquemila cittadini dovevano avere accesso alla politica.
In tempi normali nessuno avrebbe osato anche solo profferire queste ipotesi senza cadere sotto l’accusa pericolosa di “nemico del popolo”.
L’assemblea e il Consiglio continuavano a riunirsi, ma non decidevano se non quello che stabilivano i congiurati, “e ormai chi parlava nell’assemblea erano soltanto loro ed esercitavano la censura preventiva su qualunque intervento altrui”.
La crisi politica di Atene in questi mesi cruciali della primavera del 411 è tutta in questo mutamento: gli oligarchi hanno preso il potere servendosi né più né meno che degli strumenti propri del regime democratico.
Pag. 252-53

Piegarsi a riflettere su questi eventi, in sé effimeri, è per Tucidide come concepire e comporre un manuale di fenomenologia politica, i cui temi sono: come il popolo perde il potere, come il terrore bianco riesca a paralizzare la volontà popolare e renda innocua la “maggioranza” indotta addirittura a decretare la propria decapitazione politica, come gli oligarchi siano incapaci di tenere il potere quando l’hanno conquistato perché subito scoppia tra loro la rivalità e la spinta al dominio di uno solo, come al politica estera determini, in ultima analisi, quella interna, onde la perdita dell’Eubea porta alla rapida fine dell’oligarchia allo stesso modo che alla sconfitta in Sicilia aveva affossato la già turbata democrazia.
Pag. 254

Il regime oligarchico non sopravvisse a questa débâcle.
Appena giunte le notizie dall’Eubea si tenne, immediatamente, una prima assemblea in cui i capi dell’oligarchia, i cosiddetti “Quattrocento” furono deposti e tutti il potere passò ai “Cinquemila” (la cui lista peraltro non era stata mai fatta, e che solo ora fu definita); nei giorni successivi si tenne una serie di assemblee che portarono all’elezione di nomoteti e ad altre decisioni relative alla costituzioni (97,2).
Pag. 258

Cap. 17. Tucidide tra i “Quattrocento”.

Densità narrativa.
E’ questo l’elemento distintivo di quell’unicum che è la cronaca dei meno du quattro mesi del governo oligarchico del 411 che leggiamo nell’8. libro di Tucidide, e che ne occupa la metà.
Nessun episodio ha, nell’opera, un tale spazio.
Forse solo Sfacteria (oltre due mesi): e Tucidide probabilmente era lì e ha visto da vicino l’assedio.
Non basta dire: ‘s’informava’.
Nessuna informazione recuperata interrogando testimoni può produrre una narrazione praticamente quotidiana, in grado cioè di rispecchiare lo svolgimento quotidiano degli eventi.
Un raffronto obbligato e illuminante è costituito da Erodoto.
Egli narra fatti che certamente non ha visto (le guerre persiane) con una densità narrativa illusoria: la densità del suo racconto, anche per la seconda guerra persiana, è ben più lassa.
Avevo affrontato la questione del carattere apparentemente totale (senza ‘vuoti’) ma in realtà selettivo della narrazione storiografica in generale, e antica soprattutto, circa quarant’anni fa in Totalità e selezione nella storiografia classica (Laterza).
E resto del parere che quel criterio sia valido: la ‘densità narrativa’ come strumento che ci può orientare nel valutare la genesi di ciò che leggiamo nelle opere storiografiche degli antichi.
Punto di partenza resta l’intuizione di Eduard Schwartz nelle prime pagine del suo saggio sulle Elleniche senofontee.
Pag. 269

Cap. 18. Il principale responsabile

Se è vero sempre che “la storia vera è quella segreta”, come ebbe a dire felicemente Ronald Syme, più che mai lo è nel caso di una congiura; e, più in generale, dovunque l’azione politica sia svolta o promossa da società segrete.
Le ‘eterie’ ateniesi tali erano senza dubbio, anche se, come accade non di rado in organizzazioni del genere, qualcosa trapelava all’esterno.
Vi era certamente un livello più aperto, che si manifestava e si esprimeva nel contesto ludico del simposio.
E vi era un livello molto più delicato e molto meno aperto, dove si progettava, si tramava, si rivaleggiava e, se del caso, ci si tradiva, come avvenne nelle convulse giornate delle delazioni e contro-delazioni conseguenti agli scandali ‘sacrali’, ma in realtà politici, del 415.
Non deve sfuggire la precisione terminologica di Tucidide: per un verso parla di ‘eteri’ quando ad esempio riferisce la riunione dei congiurati in cui Frinico espone controcorrente i suoi dubbi, per altro verso quando parla di Pisandro in azione e proteso ormai all’organizzazione concreta della trama dice che costui visitò, ad Atene, una per una, “le congiure in atto”.
Pag. 270

Cap. 19. Frinico il rivoluzionario

I temi in discussione sembrano essere due: se ancorare le fortune dell’imminente azione eversiva al richiamo di Alcibiade riservando e riconoscendo dunque all’ingombrante esule un ruolo protagonistico; e se contare sull’automatismo del cambio di regime anche nelle città alleate una volta preso il potere in Atene.
Su entrambi i punti – nota Tucidide con ammirazione e consenso – Frinico vedeva più lontano degli altri.
E parlava chiaro (come del resto è normale, tra oligarchi, quando non si deve manovrare la retorica demagogica).
Agli altri sembrava plausibile, e da accogliere, l’offerta di Alcibiade: un accordo con la Persia in cambio del proprio rientro ad Atene purché non più in democrazia.
Frinico invece metteva in guardia.
Diceva – riferisce Tucidide come uno che è stato presente -: a me, Alcibiade non sembra affatto incline ad un regime piuttosto che ad un altro, l’unica cosa cui mira è di poter rientrare, in un modo o nell’altro, “chiamato dalla sua eteria (ypo ton etairon parakletheis) dopo aver rimesso in sesto la città dalla sua condizione attuale”.
E qui Tucidide inserisce un suo commento: “il che era vero!”.
Aggiungeva Frinico che anche l’argomento relativo agli intendimenti del Gran Re gli sembrava errato: “ormai che anche i peloponnesiaci erano sul mare ed avevano così numerose città sotto il loro dominio, era improbabile che il Gran Re spostasse il suo favore dalla parte degli ateniesi, dei quali comunque non si fidava, pur potendo invece farsi amici i peloponnesiaci, dai quali non aveva mai subito alcun danno”.
Parole molto significative, che evocano il rancore mai sopito in Persia nei confronti di Atene per il ruolo svolto nella rivolta della Ionia novant’anni prima.
Frinico passava quindi a spiegare – e Tucidide assicura che quelle furono esattamente le sue parole -  che le città alleate oppresse dal governo popolare ateniese non avrebbero affatto scelto di restare più volentieri con Atene dopo il colpo di mano e l’instaurazione qui di un governo oligarchico: non vorranno “seguitare ad essere servi, ma dell’oligarchia (douleuein met’oligarkias) vogliono liberarsi e basta; e qui soggiunse quello che Moses Finley ha poi definito “il paradosso di Frinico”: “non dimentichiamo – disse – che l’impero fa comodo anche a noi e che gran parte dei nostri vantaggi materiali vengono appunto dall’impero”.
E disse anche qualcosa di più pungente vista la circostanza e l’ambiente in cui parlava: che la disaffezione degli alleati-sudditi sarebbe rimasta immutata anche dopo il cambiamento di regime giacché gli alleati-sudditi sapevano benissimo che dei crimini commessi dal regime democratico nei loro confronti erano stati per lo più istigatori e promotori proprio i ‘signori’ (i kalokagathoi).
Questa discussione in cui i partecipanti non hanno alcun bisogno di praticare la seduzione oratoria (non avendo davanti materia prima umana a cui destinarla) ma guardano la realtà in faccia, magari con una divisione di ruoli che si forma nel corso stesso della discussione, è molto simile a quella che si svolge nel più volte ricordato dialogo Sul sistema politico ateniese.
Pag. 281

Questo è un luogo tucidideo di straordinaria importanza.
Uno dei luoghi, oltre tutto, in cui Tucidide esprime direttamente le sue vedute politiche: il che gli accade più spesso del solito proprio in questo lunghissimo diario della crisi del 411.
(Si pensi alla netta valutazione positiva, come “primo vero buongoverno in Atene”, del governo terameniano dei Cinquemila).
Ma è straordinario questo luogo anche su di un piano più profondo, inerente alla concezione stessa della storiografia che Tucidide invera nell’empiria della scrittura.
Lo studio della politica vivente è per lui la sola vera forma di conoscenza storica: di qui l’accento posto sul valore esemplificativo degli eventi considerati nel loro stesso svolgersi rispetto alle diagnosi, e prognosi, di cui il vero, e dunque lungimirante, politico si dimostra capace.
Frinico ha visto ciò che gli altri non hanno voluto intendere sebbene messi sull’avviso.
E perciò andranno incontro al fallimento: l’esperienza di un governo finalmente non dominato dagli umori popolari e dalla necessità di assecondarli (cioè la democrazia) fallirà quando addirittura si staccherà l’Eubea dall’impero, e allora si correrà ai ripari liquidando il governo di Antifonte, Aristarco e compagni.
Esito che rappresenta una grande, ma sterile, vittoria postuma di Frinico (che nel frattempo era stato assassinato in circostanze mai del tutto chiarite).
Pag. 283-84

Cap. 20. Frinico cade e risorge: variazioni sul tema del tradimento.

Guillaume Guizot, l’abile ministro di Luigi Filippo, definiva il marchese di Lafayette “ornamento di tutte le cospirazioni”, poiché per circa mezzo secolo il suo nome veniva fuori puntualmente ad ogni cospirazione: ancora durante la Restaurazione quando vendite carbonare pullulavano negli ambienti militari ben dopo il ritorno del Borbone sul trono della Francia.
Alcibiade, rispetto alla crisi cronica e alle convulsioni della politica dalla pace di Nicia (421) al governo dei Trenta (404), potrebbe apparire il Lafayette della Repubblica ateniese.
Appena trentenne, nel 421, egli era l’uomo che tramava per far saltare la pace appena stipulata, due anni più tardi è il grande tessitore della fallimentare coalizione sconfitta a Mantinea, nel 415 è il principale sospettato nella tormenta degli scandali sacrali, ai quali non era certo estraneo, e che, nonostante il sarcasmo tucidideo sull’allarmismo patologico della mentalità democratica, una trama politica celavano.
Nel periodo trascorso a Sparta, e poi nell’entourage del satrapo Tissaferne, è riuscito a destare sospetti in tutti.
Nel 411 è al centro, come potenziale o ipotizzato complice più che come promotore, di tutte le manovre in atto.
E passa per essere l’uomo senza del quale non si può vincere, senza del quale la Persia continuerebbe ad essere ostile; e che però non rientrerebbe in città se non dopo un cambio di regime, comunque non – come mandò a dire ai congiurati – “sotto la democrazia, colpevole di avermi cacciato”.
Pag. 286

Mentre Alcibiade, ignaro del fallimento della sua contro-manovra, si affannava ad incrinare la fiducia di Tissaferne negli spartani, Pisandro sbarcava coi suoi uomini ad Atene.
Si presentava come messo dalla flotta di Samo e parlò davanti all’assemblea popolare: era pur sempre, nella considerazione corrente, un “demagogo” di lungo corso.
In sintesi il suo discorso fu: vi si offre la possibilità di avere il Gran Re come alleato e dunque di sconfiggere gli spartani, le condizioni sono: a) far rientrare Alcibiade, b) e perciò “far funzionare diversamente la democrazia”.
Questa formula è il gioiello, una vetta della mistificazione linguistica della parola politica.
Pisandro sta preparando la trama che ha come obiettivo l’abbattimento del regime democratico, ma deve catturare il consenso, e allora inventa la formula “ci vuole un’altra democrazia”, “non possiamo continuare a praticare la democrazia alla solita maniera”, se vogliamo che “Alcibiade rientri e ci porti l’’alleanza con la Persia”.
Pag. 288

Cap. 21. Morte di Frinico e processo al cadavere

Cap. 22. Il processo ad Antifonte

Riepilogando.
Il dato di partenza dev’essere quanto scrive Tucidide su quel memorabile processo, il cui verdetto era già scritto in partenza.
E Antifonte era il primo ad esserne consapevole.
Come pensare che smentisse puerilmente le proprie idee, che erano ben note ai suoi accusatori e visibili dai suoi comportamenti?
Come pensare che Tucidide, se davvero ebbe davanti un’apologia in cui Antifonte si scrollava di dosso ogni responsabilità nel colpo di Stato e ogni addebito si sentimenti anti-democratici, si spingesse, nello stesso contesto, ad additare in Antifonte il vero artefice del colpo di Stato e ad esaltare la sua apologia come “eccellente”, anzi insuperata?
Quella pagine di Tucidide è forse, insieme con la lunga riflessione sullo stile di governo di Pericle e il fallimento dei suoi successori (2., 65), tra le più importanti di tutta l’opera, e certo tra le più significative anche dal punti di vista della biografia dello storico.
Pag. 324

Cap. 23. Gli altri processi

Il “cambiamento” non significava affatto ritorno alla democrazia: anzi, i due punti qualificanti della nuova situazione erano agli antipodi della democrazia (solo 500 cittadini pleno iure e divieto categorico, ribadito con pene severissime per i trasgressori, del ‘salario’).
Il ‘salario’ era il simbolo stesso, il palladio, della democrazia, che i vecchi, caricaturali, del coro della Lisistrata giurano di voler difendere anche con le armi.
Dunque argine assoluto contro il ritorno al ’vecchio regime’ democratico.
E nondimeno per i capi del gruppo fino ad allora dominante – Antifonte, Pisandro, Acheptolemo, Onomacle, Aristarco, Alessicle – l’unica soluzione era fuggire a Sparta.
E’ evidente che paventavano una resa dei conti in cui, come sempre nella lotta politica ateniese, non ci sarebbero state mezze misure: o ammazzare o essere ammazzati.
Pag. 326

Cap. 24. La commedia di fronte al 411

E’ sapiente la parodia, in realtà assai vicina all’originale, del linguaggio politico del momento.
Lo si coglie nel diverbio Probulo-Lisistrata sull’amministrazione del tesoro e lo si coglie nell’attacco stesso con cui i vecchi lanciano il loro grido di allarme: “Chiunque è uomo libero non può starsene a dormire!”.
Non è affatto casuale che il coro dei vecchi adoperi un lessico politico in cui oligarchia e tirannide valgono come sinonimi.
Questo è un aspetto cruciale del linguaggio di parte democratica, di cui Tucidide ci dà due volte – in punti cruciali del suo racconto – capitale testimonianza, e che ha a che fare con la costruzione ideologica più forte della democrazia ateniese: l’auto-rappresentazione della democrazia come antitesi polare della tirannide.
Per cui la mentalità e la prassi oligarchica ricadono, per così dire, nell’ambito della ‘tirannide’, dell’aspirazione alla tirannide.
Il che non è totalmente svincolato dalla reale dinamica della lotta politica.
Tucidide stesso sa (e Aristotele ripete) che tra gli oligarchi scoppia ben presto la gara per cui “ciascuno vuol essere il primo”; e l’oligarca-tipo del celebre e acutissimo ritratto delineato da Teofrasto nei Caratteri va in giro ripetendo di continuo il verso omerico “uno sia il capo!”; così come – in quanto caposaldo della stessa politica – ripete il ritornello: “o noi o loro in città!”.
Nelle due occasioni in cui Tucidide parla di colpi di Stato ad Atene – quello paventato (e forse abortito) del 415 e quello, portato a compimento, del 411 – attribuisce alla coscienza popolare (“il demo pensando che etc.”, “il demo ricordando ciò che sapeva per tradizione orale, etc.”) il timore di una “congiura – come egli si esprime – oligarchica e tirannica”.
In questo caso riferisce pensieri correnti nel demo.
Commentando però l’exploit dei tre artefici della rivoluzione oligarchica – e dando in questo caso l’idea di parlare in prima persona – osserva che era impresa grande “togliere la libertà al demo a cento anni circa dalla caduta dei tiranni”.
In questo secondo caso sembra che egli faccia propria quella equiparazione oligarchia/tirannide che è l’ideologia di base del demo ateniese, confermata tra l’altro e ribadita annualmente negli epitafi.
In realtà a ben vedere la frase è volutamente ambigua.
Vi è infatti anche un altro modo di utilizzare il concetto di “libertà del popolo”: è quello, sommamente ostile, dell’opuscolo dialogico Sul sistema politico ateniese che denuncia come principale stortura del regime democratico il fatto che “il popolo vuol essere libero, anziché assoggettarsi all’eunomia”.
Ed è del tutto evidente, alla luce degli altri, espliciti, giudizi tucididei sulla irresponsabilità con cui il popolo fa uso della propria illimitata libertà d’azione in democrazia (poiein o ti bouletai), che proprio di questo Tucidide intende parlare.
La libertà che “sembrava impossibile togliere al demo dopo un secolo” è per l’appunto quel poiein o ti an doké, quel porsi al di sopra delle leggi che connota il ‘potere popolare’.
Ecco perché, quasi a completare il pensiero sulla libertà/arbitrio che i congiurati avevano finalmente spento, Tucidide prosegue osservando che quella ‘libertà’ del popolo ateniese era consistita essenzialmente nel dominio sugli altri: perché la del popolo ateniese viene a sostanziarsi della tirannia che esso esercita sugli altri.
Il coro dei vecchi, a sua volta, a sua volta, lancia l’allarme con uno straordinario attacco oratorio appellandosi a “chiunque vuol essere libero” e subito dichiara di temere la tirannide (“odore di Ippia”, “pugnale nel mirto”, “statua di Aristogitone”), per poi concretamente identificare la libertà nel misthos, che la tirannide appunto metterebbe in pericolo.
E’ un campionario perfetto del gergo democratico.
Resta senza risposta la domanda, legittima, se Aristofane stia semplicemente descrivendo l’allarmismo democratico o stia approfittando della scena comica per lanciare un allarme.
Pag. 338-340

E nello stesso tempo –dopo la rappresentazione dell’Oreste (408) – se ne va Euripide, della cui collaborazione in drammaturgia con Crizia si è detto a suo tempo.
Ovvio che non possiamo pretendere di leggere tra le righe in una tradizione biografica così inquinata come quella sedimentatasi intorno alla figura di Euripide.
Rispetto a tale tradizione è di per sé molto più importante il fatto che Aristofane lo prendesse di mira ancora più che lo stesso Socrate.
Mentre è fatica sprecata cercare di incasellare Euripide in una delle correnti democratiche ateniesi, ha più senso rilevare come il radicalismo della sua critica del costume lo collochi in quell’area intellettuale di critici radicali delle convenzioni su cui la città democratica poggia che poté vedere nella presa del potere da parte di dottrinari alla Antifonte e Crizia o di miscredenti della democrazia come Teramene un fatto positivo.
Salvo a rimanere delusi, come dice Platone di sé al principio della lettera settima.
Non può essere un caso che, volendo, nelle Rane, indicare gli ‘allievi’ di Euripide, Aristofane abbia indicato in Teramene e Clitofonte.
Clitofonte – cui si intitola un dialogo platonico avente come oggetto la giustizia! – è colui che, nel 411, aveva ulteriormente appesantito il decreto di Pitodoro che mise in moto la procedura di nomina dei Quattrocento, con un ulteriore decreto che ordinava di riesaminare le leggi note come di Clistene in quanto la ‘vera’ costituzione di Clistene non era democratica ma, semmai, soloniana.
Crizia, Teramene, Clitofonte (che riapparirà puntualmente nel 404): se questo è il milieu intellettual-politico di Euripide, non è difficile comprendere perché l’atmosfera della aggressiva restaurazione democratica del 409 gli possa essere parsa irrespirabile.
Aristofane invece, nonostante tutto, a quel che sappiamo, rimase.
Gli ispiravano antipatia i leaders democratici; ma neanche questi dottrinari, la cui ‘coerenza’ poteva diventare omicida, erano nelle sue corde.
Uno che, dopo l’anno terribile degli scandali sacrali e delle persecuzioni giudiziarie e dei tradimenti di tutti verso tutti, scrive gli Uccelli (414) non ha palesemente fiducia né negli uni né negli altri.
Pag. 349-50 

Parte quinta. Tra Alcibiade e Teramene

Cap. 25. Una verità dietro due versi

Cap. 26. Il ritorno di Alcibiade

Il ritorno della democrazia ridiede slancio alla città, e soprattutto segnò il ricongiungimento della flotta, ormai agli ordini di Alcibiade, con i cittadini, dopo la separazione determinatasi a seguito della presa di potere da parte dei Quattrocento.
Alcibiade era dunque rientrato nel generale convincimento che egli fosse l’unico possibile restauratore della potenza ateniese.
Nelle fonti che parlano di questi avvenimenti ritorna frequentemente l’espressione “il solo” (monos).
Ma, come vedremo, l’accordo tra Alcibiade e i suoi concittadini durò poco.
Per intanto si produsse un fenomeno altrettanto inaudito quanto l’attribuzione dei pieni poteri ad Alcibiade.
Gente umile, “i poveri” – riferisce Plutarco – si recavano insistentemente nella dimora di Alcibiade e gli chiedevano di assumere “la tirannide”.
Plutarco, che ci dà questa importante notizia – assente, ovviamente, negli appunti tucididei messi in ordine da Senofonte – dice esattamente che questa massa di poveri “era presa dalla smania incredibile (eran erota thaumaston) di essere sotto la sua tirannide”.
Non solo: lo incitavano ad abrogare leggi e decreti e politici professionali (li definivano “i chiacchieroni”) responsabili di “mandare in rovina la città”.
Questo è uno squarcio di realtà che, senza la capacità di Plutarco di dar conto delle sue immense letture, sarebbe andato smarrito.
Ed è sommamente istruttivo: perché dimostra ancora una volta, quasi in ideale ricongiungimento all’esperienza di Pisistrato, la vicinanza, almeno dal punto di vista della base sociale, tra democrazia e tirannide.
Ma c’è qualcosa di più: quell’attacco ai “chiacchieroni” rovinosi per la città sta ad indicare che, a vent’anni ormai dalla morte di Pericle (princeps secondo Tucidide e ‘tiranno’ secondo il comici), la fiducia nel ceto politico si era logorata.
Perlomeno tra i ceti più poveri: consapevoli dell’inganno ‘democratico’, del loro non contar nulla nonostante il meccanismo apparentemente egualitario dell’assemblea, essi cercano ormai di saltare la mediazione del ceto politico che li ha delusi, e puntano ad un nuovo ‘tiranno’ di loro fiducia.
Un ciclo della storia politica ateniese si stava chiudendo.
Plutarco commenta giustamente (35, 1) chenon riusciamo a cogliere “cosa veramente Alcibiade pensasse della tirannide”.
E si limita a notare la paralisi degli altri politici dinanzi ad un tale pericoloso trionfo, protesi perciò a liberarsi di lui: “che riprendesse il mare al più presto”; e gli concessero anche, cosa inaudita ma rientrante nei ‘pieni poteri’, di “scegliersi i colleghi che voleva”.
Ed è per questo che, di lì a poco, l’insuccesso a Notion di un suo subordinato determinerà la sua mancata rielezione ed il suo nuovo ritiro dalla scena.
Non aveva osato compiere quel passo audacissimo, forse troppo azzardato, che gli veniva proposto; aveva pensato di affidarsi al ‘metodo’ di Pericle di puntare comunque alla rielezione annuale: e perciò lo si poté colpire al primo insuccesso [paragone con Matteo Renzi].
Ma per un momento non breve la posizione raggiunta gli era parsa tale da non esigere la esplicita assunzione della tirannide.
Un grande poligrafo ottocentesco che ha dedicato ad Alcibiade una mirabile e appassionata biografia, Henry Houssaye, ha descritto bene questa perplessità di Alcibiade: “nominato generale con pieni poteri su tutto l’esercito sia di mare che di terra, padrone della politica interna e della politica estera, acclamato all’assemblea ogni volta che vi appariva, idolatrato dal popolo, temuto da tutta la Grecia non meno che del re di Persia, non aveva forse già in pugno poteri sovrani? Consacrato dittatore (autokrator) dalla volontà popolare perché avrebbe dovuto tradirla per farsi tiranno? Investito dalle leggi  di pieni poteri perché avrebbe dovuto violarle?”.
Pag. 263-64

Cap. 27. Il processo degli strateghi

Cap. 28. Teramene uno e due

A questo punto comincia ad essere evidente al lettore che intorno alla figura di Teramene si è aperta una battaglia, politica e poi storiografica, che è cominciata vivente lui medesimo; e che è andata avanti almeno fino alla ‘codificazione’ aristotelica della storia costituzionale di Atene, dove spicca quell’inquietante capitolo ventottesimo culminante in una specie di plaidoyer, di Aristotele, in difesa di Teramene “modello del buon cittadino”.
Inquietante è quel capitolo per varie ragioni, non ultima la esclusione di Pericle dal novero dei ‘buoni politici’ e l’inclusione – invece – di Tucidide, figlio di Melesia, suo sfortunato avversario, tra i tre in assoluto migliori (beltistoi): accanto a Nicia e a Teramene.
In parte avrà pesato in questa scelta l’influsso della dura valutazione platonica nei confronti di Pericle.
Ma questo non basta a spiegare la singolarità di quel capitolo.
Tra l’altro Teramene è del tutto assente dal ‘mondo di Platone’ e anzi ci si stupirebbe di trovarcelo dato il legame mai sconfessato – anzi dichiarato e valorizzato in un dialogo che porta il suo nome – di Platone con Crizia.
Pag. 373

Che dunque Teramene sia stato al centro di una discussione politico-storiografica di enorme rilievo – che investiva i momenti decisivi del dramma ateniese (la pace coatta divenuta resa incondizionata; la seconda oligarchia e la guerra civile) – è dimostrato dalla diametrale opposizione tra i sue trattati di Teramene che emergono dalle fonti nonché dalla violenza polemica degli assertori dei due opposti profili.
Violento è il dettagliato ritratto che Lisia inserì nel Contro Eratostene; appassionata, e ben lontana dalla abituale freddezza è l’apologia che ne fa Aristotele (e già Eforo).
E fonti riemerse per caso dal naufragio delle letterature antiche, per esempio il cosiddetto “Papiro Michigan di Teramene”, ci permettono di constatare che motivi di bruciante polemica presenti nelle parole di un testimone oculare quale Lisia (“gli altri usano il segreto contro il nemico, Teramene l’ha adoperato contro di voi”) ritornavano nella storiografia: da un’opera di storia infatti proviene quel frammento di papiro.
Lì veniva data la parola a Teramene, il quale con efficaci argomenti difendeva la sua linea: condurre una trattativa nascondendone i contenuti ai suoi concittadini.
Ma era difficile per lui sottrarsi alla taccia di aver preteso fiducia incondizionata per poi mandare alla rovina la città che si era messa, disperatamente, nelle sue mani.
Lisia su questo punto è perentorio, ma ancor più duro – pur senza il ricorso a toni sopra le righe ed anzi in stile secco e oggettivo – è il resoconto della condotta di Teramene, in quei mesi, racchiuso nel secondo libro delle Elleniche.
Di tale narrazione, il punto di partenza è la disastrosa battaglia navale di Egospotami (estate 405), il punto di arrivo è la capitolazione di Atene  e la distruzione delle mura (aprile 404); di mezzo l’assedio e la strenua resistenza di Atene – durata quasi nove mesi – al blocco spartano dopo la perdita dell’ultima flotta.
Il clima da feroce resa di conti in cui la guerra volge al termine è chiaro già dal modo in cui Lisandro, vincitore ad Agospotami forse grazie al tradimenti, tratta i vinti: tranne il generale fellone, Adimanto, unico prigioniero che Lisandro risparmia, tutti gli altri vengono passati per le armi.
Il tradimento è, come si sa, parte essenziale della guerra.
Sono le “anime belle” inorridiscono di fronte alla necessaria sospettosità di grandi leaders che hanno dovuto fare i conti con l’ossessione del tradimento.
“Non vi è faccenda che non richieda l’utilizzo di spie” insegna il maestro Sun Tzu nel 13. capitolo dell’Arte della guerra
Pag. 376-77 

Intermezzo

Cap. 29. Gli spartani non esportarono la libertà: Isocrate contro Tucidide

Parte sesta. La guerra civile

Cap. 30. Atene anno zero: come si esce dalla guerra civile

Ad Atene ancora una volta fu un’assemblea popolare ad abbattere la democrazia.
Sotto gli occhi di Lisandro e con in casa gli spartani in armi, l’assemblea elesse i Trenta: una magistratura straordinaria che aveva il compito di scrivere una nuova costituzione.
Furono scelti gli oligarchi più in vista.
Tra gli altri Teramene che, secondo Lisia, fu addirittura il promotore della proposta.
Ma questa volta il “coturno” sarebbe stato presto liquidato da uomini, come Crizia, più spregiudicati e forse anche protesi, a differenza di Teramene, verso una impossibile rottura col passato di Atene.
Così ebbe inizio il truce regime dei Trenta.
Pag. 394 

Cap. 31. Dopo la guerra civile: la salvazione individuale, 401-399 a. C.

Ecco perché Senofonte non fu presente al processo di Socrate.
Né stupisce che Socrate gli avesse sconsigliato di andarsene da Atene.
Giacché Socrate per se stesso, quando venne il suo turno, decise appunto in quel modo: di non salvarsi andandosene da Atene, il che fino all’ultimo, come sappiamo dal Critone platonico, gli sarebbe stato pur possibile.
Senofonte ha fatto dunque, disobbedendo a Socrate, quello che Socrate non ha voluto fare: si è sottratto alla giustizia della sua città.
Certo la sua posizione doveva essere piuttosto seria: poiché la condanna fu l’esilio, il reato doveva essere di sangue; e sappiamo che l’amnistia del 403 non valeva per questi reati (Aristotele, Costituzione degli ateniesi, 39, 5).
Il che spiegherebbe la scelta di ritirarsi ad Eleusi, e quella conseguente di scomparire nell’armata di Ciro quando la repubblica oligarchica di Eleusi fu sopraffatta a tradimento.
Anche per Socrate si trattava di un tardivo contraccolpo della guerra civile: per lui “era rimasto in città”, come si disse allora di coloro non si erano uniti ai democratici del Pireo, e che, soprattutto, era noto per aver “educato” Crizia, come gli fu rinfacciato post mortem in un libello di successo ed ancora tanti anni dopo da Eschine in un discorso giudiziario di grande risonanza (1., 173).
La sua memoria non ci è stata forse serbata da quei giovani “ricchissimi” della cui frequentazione egli si vanta nell’Apologia platonica (23c)?
Dunque il processo contro di lui nell’anno 399, un anno ricco di processi apertamente dissonanti con la lettera e lo spirito dell’amnistia, rientrava in quella resa dei conti che è spesso il prolungamento più penoso di una guerra civile.
Pag. 411

Cap. 32. Dopo la guerra civile: il dibattito costituzionale


Se le cose stanno in questo modo si chiariscono vari punti.
Innanzitutto svanisce l’idea che ci sia stata una proposta limitativa della cittadinanza ancorata al requisito di “possedere terra”.
Nella lunga storia ateniese della lotta intorno al possesso della cittadinanza questo sarebbe un unicum contrastante con il criterio base ogni volta riproposto.
Invece una volta inteso rettamente il senso del primo discorso si comprende che, in quelle assemblee cui fa cenno anche Aristotele, qualche proposta punitiva ultra-democratica era stata avanzata per escludere i grandi proprietari terrieri, cioè il ceto più ricco (nello spirito del discorso sui “cani alla catena”), e che il primo parlante di questa coppia di discorsi ha contrastato l’iniziativa argomentando che c’erano stati anche ricchi proprietari ‘patrioti’.
E il parlante potrebbe essere, in tal caso, proprio Formisio, il cui nome Dionigi trovava attestato come protagonista di questa vicenda.
Pag. 421

Naturalmente non sappiamo perché, nel rotolo di cui Dionigi disponeva, questo discorso di Formisio stesse insieme ad un testo, di opposto orientamento, attribuito a Lisia.
Probabilmente Lisia si era espresso, o in forma di pamphlet o con una vera demegoria (nei primi giorni del rientro degli esuli nessuno poteva impedire ad uno dei finanziatori di Trasibulo di parlare all’assemblea, ancorché meteco: quale che sia l’esatta data del decreto di Trasibulo che estendeva la cittadinanza), ed aveva svolto quegli argomenti radical-patriottici che leggiamo nei capitolo 6-7.
E poiché il suo bersaglio era il discorso moderatissimo e subalterno agli spartani che Formisio aveva pronunciato in quella occasione i due testi furono, ad un certo punto, accorpati.
Il discorso del secondo parlante (cioè Lisia) rispetto all’altro parlante (Formisio) sembra vertere non tanto sul merito della proposta cui Formisio si oppone ma sulla subalternità nei confronti degli spartani: che Formisio sapeva benissimo essere stati, Pausania in odio a Lisandro, artefici della liquidazione del governo oligarchico e dunque della restaurazione dell’ordinamento preesistente.
(Ma magari a Pausania sarebbe piaciuta una moderata patrios politeia, mentre Trasibulo e Lisia e molti altri pretesero la democrazia pienamente restaurata).
Perciò il nocciolo degli argomenti svolti dal secondo parlante è: non dobbiamo accettare alcuna tutela spartana e, se necessario, siamo pronti a contrastare anche loro (palese insensatezza estremistica).
Ma questa impostazione non è forse quella che Aristotele nel suo breve cenno dice che si affermò e fu assunta come premessa per la piena restaurazione democratica?
“Il popolo si è liberato con le sue sole forze”, dunque non siamo debitori di nulla a Pausania e agli spartani.
E’ questa l’impostazione del secondo parlante, è questo il suo punto di forza: agevolò nettamente la restaurazione democratica, anche se, ovviamente, la proposta di ridurre all’atimia i proprietari perché tradizionali sostenitori dell’oligarchia fu certamente accantonata.
Probabilmente anche per merito di Formisio.
Pag. 422-23 

Parte settima. Uno sguardo sul 4. secolo

Cap. 33. Corruzione politica

Poiché la maggior parte dell’oratoria attica superstite è del 4. secolo, è comprensibile che per tale epoca noi siamo largamente informati sul fenomeno della corruzione politica in ogni suo aspetto.
Grandi e monumentalizzati oratori protagonisti della politica si scambiano, su tale terreno, le accuse più pesanti in un intreccio, per noi spesso inestricabile, di falso e di vero.
E determinante è ovviamente lo schieramento, il punto di vista.
Dal punto di vista dei gruppi politici favorevoli al predominio macedone, la politica demostenica è “al soldo della Persia”.
Eschine (Contro Ctesifonte, 156 e 239) e Dinarco (Contro Demostene, 10 e 18) sono espliciti, anche se si riferiscono soprattutto all’epoca successiva a Cheronea (338 a. C.).
Ma nulla autorizza a pensare che prima della sconfitta di Cheronea le cose andassero diversamente.
Una tradizione storiografica, evidentemente filomacedone, forniva anche i dettagli sull’argomento: Alessandro avrebbe trovato a Sardi, dopo la caduta dell’impero persiano e la conquista degli archivi persiani, le lettere del re di Persia con cui i satrapi della Ionia ricevevano l’ordine di sostenere Demostene in ogni modi e di versargli somme colossali (Plutarco, Vita di Demostene, 20, 4-5).
Il re di Persia era consapevole della minaccia rappresentata  dalle mire macedoni e dalla aggressività di Filippo, e perciò pagava Demostene perché fomentasse l’opposizione contro Filippo in Grecia.
Plutarco, il quale qui potrebbe dipendere da Teopompo, forse dal suo durissimo e implacabile libro sui “demagoghi ateniesi”, inserito quale digressione nelle Storie filippiche, precisa anche che Alessandro trovò, negli archivi persiani, una documentazione completa: non solo le lettere del re di Persia ai satrapi, ma anche le lettere di Demostene, evidentemente indirizzate ai suoi interlocutori persiani, e addirittura i rendiconti dei satrapi, attestanti l’entità delle somme versate all’oratore ateniese.
Non abbiamo tracce altrettanto circostanziate dell’analogo rapporto esistente tra il re di Macedonia e gli avversari di Demostene: quegli avversari – Eschine e Filocrate per esempio – cui Demostene rinfaccia continuamente di essere “pagati” dal sovrano macedone e di agire perciò, nella scena politica ateniese, sempre e soltanto nell’interesse del sovrano macedone.
Ma non abbiamo ragione di dubitare che anche Demostene dica il vero quando batte, ossessivamente, su questo tasto.
Ovviamente, nessuno dei due schieramenti agisce alla luce del sole come rappresentante degli interessi dell’una o dell’altra grande potenza: il sostegno viene dato in modo indiretto.
Il compito di Eschine e dei suoi amici è quello di smorzare l’allarme che Demostene e i suoi lanciano senza soste contro le mire macedoni: Eschine ed i suoi tendono a dar apparire quello di Demostene coem un allarmismo infondato; e quando l’attrito si fa evidente ed è impossibile negare l’ostilità di Filippo verso Atene, tendono in tutti i modi a dimostrare che è la politica provocatoria di Demostene e dei suoi che ha portato la situazione al punto di rottura.
Al tempo stesso si sforzano in tutti i modi di far emergere che Demostene in tanto si schiera per la rottura frontale e senza mediazioni nei confronti della Macedonia, in quanto lavora per il re di Persia: non dunque per quell’esasperato e sempre ostentato patriottismo che occupa tanta parte dei suoi discorsi.
Pag. 424-25

E’ evidente l’ottica faziosa con cui la fonte di Plutarco presenta il fenomeno Pericle.
Una politica di lavori pubblici che ha come fine ‘sociale’ un salario ai nullatenenti diviene – in quest’ottica – uno strumento di corruzione generalizzata.
E vengono messi insieme fenomeni tra loro diversi: la politica di opere pubbliche, la voglia di arricchirsi da parte degli architetti che quelle opere siressero, il ‘salario’ ai frequentatori del teatro, la moltipilcazione delle occasioni festive, in quanto occasioni ‘demagogiche’.
Anche il dialogo Sul sistema politico ateniese deplora: “Gli ateniesi celebrano il doppio di feste rispetto agli altri”.(3., 8).
Occasioni demagogiche, le feste, in quanto, oltre tutto, momento adatto al consumo gratuito di carne: cibo costoso, per i non benestanti.
Pag. 427

Una magistratura i cui comportamenti venivano costantemente scrutati e sottoposti al controllo era, comprensibilmente, quella da cui maggiormente dipendevano le sorti della città: la strategia.
Magistratura elettiva (insieme con l’ipparchia), era riservata di fatto ad esponenti delle più alte classi di censo (pentacosiomedimmi, cavalieri).
Questo spiega perché quelle due magistrature sono costantemente ‘sotto osservazione’: non solo per la estrema delicatezza del ruolo, per l’enorme potere che esercitano, ma anche per il tipo di persone agli occhi popolari sempre sospette, che le riveste.
Pag. 430

Cap. 34. Demostene

Ma una “tregua sociale” i proprietari la ottennero soltanto sotto la dominazione macedone: una delle clausole principali della “pace comune” stipulata tra Filippo e gli Stati greci (338) e confermata nel 336 da Alessandro impegnava tutti gli Stati e le città contraenti ad impedire “esilii, confische di beni, suddivisioni di terre, remissioni di debiti, liberazione di schiavi a fini sediziosi”.
Anzi, il trattato del 338 fu preso a base non solo nel 336 ma anche nel 319, su iniziativa di Filippo 3. e Poliperconte, e nel 302 con Demetrio Poliorcete e Antigono Monoftalmo.
Ed è interessante osservare il tono di grande rispetto con cui Filippo, nella Lettera agli Ateniesi tramandata nella raccolta demostenica, parla “dei cittadini più ragguardevoli” (gnorimotatoi) delle città greche, perseguitati dai sicofanti che vogliono ingraziarsi il demo (12., 19): si può anzi osservare che qui Filippo adopera termini tecnici della lotta politico-sociale degli Stati greci.
Pag. 440

Cap. 35. Epilogo: dalla democrazia all’utopia

La democrazia e l’impero erano nati insieme.
Temistocle che porta Atene alla vittoria, a Salamina, genera l’una e l’altro: e la sua intuizione di munire immediatamente la città di un potente sistema di mura, superando con l’inganno le resistenze e l’opposizione spartana, suggella, col necessario strumento difensivo, il successo conseguito e pone le premesse per il futuro conflitto con Sparta.
Quelle mura costituiscono il ‘palladio’ tanto della democrazia quanto dell’impero, e formalizzano la rottura degli equilibri fino allora incentrati sulla indiscussa egemonia spartana sull’intero mondo greco.
Del resto la pretesa spartana di impedire ad un’altra città, Atene, di munirsi di mura denota di per sé che de facto la prevalenza di Sparta interferiva fin nella vita interna delle altre comunità.
Il conflitto era cominciato sin da subito.
E’ formalistico delimitare il periodo di guerra al trentennio finale del quinto secolo: in un crescendo, quel conflitto ha inizio con la nascita stessa delle mira.
E le mura saranno, al momento della capitolazione di Atene (404), il principale bersaglio dei vincitori e l’oggetto di disperata e vana difesa da parte dei vinti.
E la rinascita di quelle mura nel 394 segnerà il nuovo inizio di una seconda, e meno durevole ma a suo modo produttiva, nuova avventura imperiale.
Pag. 451

A ben vedere, tutta l’opera di Platone, là dove affronta direttamente il problema politico (la Repubblica è il documento più grande ma non certo l’unico), presuppone che l’impero non c’è più e che il conflitto sociale non conosce soste e raggiunge vertici di asprezza: donde la necessità di trovare una soluzione totalmente nuova, più profonda,  del problema politico, che si intreccia indissolubilmente con la conflittualità sociale.
Portando alle estreme conseguenze la questione, Aristotele, nel terzo e nel quarto libro della Politica, perverrà alla perfetta identificazione tra forme politiche e gruppi sociali e formulerà l’identificazione compiuta democrazia = dominio (governo) dei poveri versus oligarchia = dominio (governo) dei ricchi, indipendentemente dalla consistenza numerica dei due gruppi contrapposti.
Pag. 452

Non era la prima volta che Senofonte si impegnava nella riflessione sul miglior ordinamento.
Per la gran parte della sua vita egli era rimasto fermo nella persuasione della superiorità dell’eunomia spartana su ogni altra forma di ordinamento politico e sociale.
E aveva conformato, cosa rara, le sue scelte di vita a tale convincimento.
Se fino alle guerre persiane Sparta era stata indiscutibilmente la grande potenza nonché il modello di comunità incentrata sull’armata di terra e sulla identità cittadino-guerriero (non dissimile è ancora l’Atene di Milziade), con l’irrompere della flotta ateniese e quindi dell’impero e quindi della democrazia quel kosmos spartanocentrico si era spezzato.
Si era infranto e aveva prodotto uan sequela di guerre e conflitti: fino a quello interminabile ed efferato e alla catastrofe finale.
Tutto ciò era parso a molti, e a Senofonte in primis, una conferma della gravità dell’errore di partenza: essersi discostati dall’eunomia.
Il ‘credo’ senofonteo di questi anni, culminati nella sua partecipazione diretta alla guerra civile dalla parte oligarchica, è racchiuso, e retrospettivamente riaffermato, nella sua Costituzione degli spartani.
A Sparta – egli osserva – è addirittura vietato il possesso dell’oro e il valore principale è l’obbedienza ai magistrati: anche i potenti visi adeguano (cap. 8)!
Pag. 457

La questione sociale domina il quarto secolo come domina l’oratoria demostenica: anche quando l’oratore sembra parlar d’altro.
Quando c’era l’impero, il conflitto si svolgeva all’interno della ‘gilda’ per dirla ancora con Weber, e aveva come posta in gioco la redistribuzione del bottino.
Perduto l’impero una prima e seconda volta, la immediata reazione dei ceti più forti è stata quella di tentare di ridurre la cittadinanza.
Negli anni che intercorrono tra il decollo dell’avventura politica di Demostene, proteso a trovare per la sua città spazio per una terza ‘egemonia’ (magari nell’orbita della Persia), e la disfatta definitiva del 322, cioè nel corso di un trentennio, si consuma ancora una volta lo scontro sociale che non conosce soste.
E quando i benestanti avranno i macedoni come garanti della sconfitta dell’ultima reincarnazione della democrazia imperiale, per prima cosa ridurranno il corpo civico a novemila cittadini, sulla base del censo e su esplicita sollecitazione di Antipatro.
E’ l’Atene di Focione a sovranità limitata.
Ed è l’inizio di un declino che non conoscerà soste.
Al tempo di Cicerone e di Posidonio di Apamea, al tempo di Silla  in guerra contro Mitridate, sarà il governo del filosofo e politico Atenione.
Posidonio, di cui si è salvata una pagina in cui si narra quella vicenda, non esita a ridurre, con inusitata ferocia, il mito della grande Atene – che parla per bocca di Atenione, caricatura di Demostene – ad una farsa: “Basta con il templi sbarrati, i ginnasi abbandonati, il teatro deserto, muti i tribunali e la Pnice, sacra agli dei, priva del demo!”.
Questo dice il demagogo, nella derisoria parafrasi del filosofo di Apamea, cliente dei potenti romani.
Atene era ormai, per lui, come per Cicerone, il luogo della “nimia libertas”, ora ridotta in farsa.
E per essa, a loro giudizio, era finita.
Pag. 462-63 

Bibliografia

La democrazia realizzata / Hans Bogner
Democrazia / D. Musti
Atene: la costruzione della democrazia / G. Camassa
Storia greca / H. Berve. – Laterza, 1966
Storia della civiltà greca / J. Burckhardt. – Sansoni, 1955
Storia dei greci / G. De Sanctis. – La Nuova Italia, 1939
Economia e società / M. Weber. – Ed. di Comunità, 1974
Storia economica: linee di una storia universale dell’economia e della società / M. Weber. – Donzelli, 1993
La lega ateniese del sec. 4. a. C. / S. Accame. – Signorelli, 1941
Storia delle finanze greche dai tempi eroici fino all’inizio dell’età greco-macedonica / A. M. Andreades. – Cedam, 1961
Il partenone / M. Beard. – Laterza, 2004
Polis: un modello per la cultura europea / G. Cambiano. – Laterza, 2000
Gli architetti del Partenone / R. Carpenter. – Einaudi, 1979
L’imposizione progressiva nell’antica Atene / G. Gera. – 1975
Frinico fra propaganda democratica e giudizio tucidideo / G. Grossi. – 1984
Filippo il macedone / A. Momigliano. – Le Monnier, 1934
Rapporti di forza: storia, retorica, prova / C. Ginzburg. – Feltrinelli, 2000
Machiavelli e gli storici antichi: osservazioni su alcuni luoghi dei discorsi sopra la prima deca di Tito Livio / M. Martelli. – Salerno, 1998
La città e l’uomo: saggi su Aristotele, Platone, Tucidide / L. Strauss. – Marietti, 2010
Studi sull’Athenaion politeia pseudosenofontea / L. Canfora. – In: Atene e Roma 29, 1984
Commento all’Athenaion Politeia dello pseudo-Senofonte / W. Lapini. – 1997
La costituzione degli ateniesi dello pseudo-Senofonte / G. Serra. – 1979
Aristofane: introduzione alle commedie / J. G. Droysen. – Sellerio, 1998
Commedie di Aristofane / G. mastromarco. – Utet, 1983-2006
Aristofane autore di teatro / C. F. Russo. – Sansoni, 1962
Lisia: difesa dall’accusa di attentato alla democrazia / a cura di D. Piovan. – Antenore, 2009
Memoria e oblio della guerra civile: strategie giudiziarie e racconto del passato in Lisia / D. Piovan. – ETS, 2011






 

 

Cap. 1. La formazione della civiltà greca

Il Neolitico, periodo che in Grecia copre l’arco cronologico dal 6. al 4. millennio (6000-3000).
Pag. 11

Le caratteristiche degli insediamenti neolitici e, in particolare, della ceramica, inducono, in alcuni casi, a ipotizzare relazioni con regioni del Vicino Oriente, come l’Anatolia o la regione siro-palestinese (per la Tessaglia e la Grecia centrale), e con l’area balcanica (per la Macedonia); altrove, come in Argolide, sembra più probabile che i mutamenti siano dovuti a sviluppi di carattere locale.
Pag. 12

Creta e le Cicladi sono caratterizzate dall’espansione delle città, dall’adozione del sistema palaziale e dal mantenimento di un intenso livello di scambi; nel Peloponneso e nella Grecia centrale e settentrionale si registra invece una significativa regressione culturale.
…..
Il sistema palaziale, già presente nel Vicino Oriente, è un sistema di organizzazione politico-sociale fortemente centralizzato.
Pag. 13

Il carattere graduale della transizione induce a pensare più probabilmente a infiltrazioni, più che a vere e proprie invasioni, di genti parlanti lingua greca, che si sovrapposero a un sostrato etnico e linguistico precedente in un momento e con modalità difficili da stabilire per noi: ciò sembra trovare conferma nella tradizione, che mostra coscienza che la civiltà greca era nata da una mescolanza di elementi autoctoni (come i Pelasgi di cui parlano Erodoto 1., 56-58 e Tucidide 1., 3) e di elementi sopraggiunti in seguito attraverso migrazioni.
Pag. 15

Sulla scorta di Pierre Carlier, è ragionevole ritenere che il “mondo di Odisseo” corrisponda, nelle sue grandi linee, ad alcune società greche dell’alto arcaismo.
Pag. 26

La triade altare/tempio/temenos, di origine orientale e caratteristica del santuario greco “classico”, si afferma nel corso dell’8. secolo.
Pag. 27

Ma l’importanza del fattore militare nei cambiamenti politici che hanno a che fare con la nascita della polis, intesa come appartenenza a una comunità in cui le prerogative politiche sono attribuite sono attribuite in base alla funzione militare, difficilmente può essere negata.
Pag. 32

La sovranità del popolo, o meglio della maggioranza, si esprime nella partecipazione, garantita da strumenti quali il sorteggio delle magistrature (che assicura un accesso non discriminato e un’opportuna turnazione), il rendiconto delle medesime e, soprattutto, la “messa in comune”, “in mezzo” (eis to koinon, es meson) del processo decisionale.
Pag. 33

Il mondo greco è interessato costantemente da fenomeni di spostamento e di migrazione, con una significativa pluralità di forme che si riflette nella ricca articolazione terminologica.
Pag. 42

Nonostante i timori espressi dagli intellettuali greci, la progressiva “barbarizzazione” delle colonie greche nel campo della lingua e dei costumi venne in genere efficacemente controbilanciata dalla ellenizzazione degli indigeni, producendo una koiné culturale capace di realizzare, tra i diversi elementi etnici delle zone interessate, livelli di interscambio impensabili nella assai meno aperta Grecia metropolitana.
Pag. 45

Il sentimento di unità panellenica fu certamente percepito a livello di lingua, di cultura, di religione, di stile di vita fin dal 5. secolo: lo rivela Erodoto (8, 144) che ricorda come requisiti dell’Hellenikòn, cioè dell’essere greci, quelli di avere “lo stesso sangue e la stessa lingua, i templi comuni degli dèi, i riti sacri, gli analoghi costumi”.
Tuttavia, tale sentimento non seppe mai declinarsi efficacemente a livello politico, neppure quando, con la fine del 5. secolo, si sviluppò un’acuta sensibilità al problema del panellenismo e alle forme della sua possibile realizzazione storica.
La stessa crisi della polis, che caratterizza il 4. secolo avanzato e le epoche successive, ha le sue radici nell’incapacità del sistema polis di superare i suoi limiti e le sue contraddizioni e, quindi, di garantire al mondo greco, oltre alla necessaria stabilità, un’unità di intenti capace di contrastare efficacemente spinte imperialistiche esterne: la debolezza della Grecia di fronte alla Macedonia di Filippo, di Alessandro, dei diadochi e, poi, di fronte a Roma sta tutta in questa incapacità di superare le contrapposizioni reciproche per presentarsi all’esterno in modo unitario e, quindi, come interlocutore efficace.
Pag. 53

Bibliografia

  1. Preistoria e protostoria

I Greci: storia, cultura e società / a cura di S. Settis. – Einaudi, 1996

  1. La civiltà minoica

La civiltà di Creta / S. Hood. – Roma, 1979

  1. La civiltà micenea

La civiltà micenea: guida storica e critica / a cura di G. Maddoli. – Laterza, 1992
I micenei: archeologia, storia, società dei Greci prima di Omero / M. Cultraro. – Roma, 2006
Troia / D. Hertel. – Bologna, 2003

  1. L’”età oscura”, 110-800 ca.

La Grecia dalla preistoria all’età arcaica / M. I. Finley. – Laterza, 1972
La Grecia delle origini / O. Murray. – Il Mulino, 1993
Le origini dei greci: dori e mondo egeo / a cura di D. Musti. – Laterza, 1985
Un’archeologia della Grecia / A. Snodgrass. – Einaudi, 1994
L’alba della grecità / M. Santucci. – Lanciano, 2010

  1. L’alto e medio arcaismo

Il mondo di Odisseo / M. I. Finley. – Laterza, 1978
Omero e la storia / P. Carlier. – Roma, 2014
La musa impara a scrivere / E. Havelock. – Laterza, 1987
Sapere e scrittura in Grecia / a cura di M. Detienne. – Laterza, 1989
Le istituzioni politiche greche / G. Camassa. – In: Storia delle idee politiche, economiche e sociali, vol. 1.: L’antichità classica. – Einaudi, 1982
Città e stati federali della Grecia classica / G. Poma. – Il Mulino, 2003
Forme della vita politica dei Greci in età arcaica e classica / G. Camassa. – Il Mulino, 2007
La città antica: guida storica e critica / C. Ampolo. – Laterza, 1980
La città antica: istituzioni, società e forme urbane. – Roma, 1999
La civiltà dei greci: forme, luoghi, contesti. – Roma, 2001
Il cittadino nella Grecia antica / C. Mossé. – Roma, 1998
La polis greca / C. Bearzot. – Il Mulino, 2009
Storia d’Europa e del Mediterraneo. Il mondo antico: vol. 2. La Grecia, 3. Grecia e Mediterraneo dall’8. secolo a. C. all’età delle guerre persiane
Lo scudo di Achille: idee e forme di città nel mondo antico / D. Musti. – Laterza, 2008
Alimentazione e demografia nella Grecia antica / L. Gallo. – Salerno, 1984
La nascita della città greca: culti, spazio e società nei secoli 8.-6. a. C. / F. de Polignac. – Milano, 1991
L’esperienza religiosa antica: introduzione alle culture antiche / E. Greco. – Einaudi, 1992
I greci: il sacro e il quotidiano / C. Bearzot. – Cinisello Balsamo, 2004
Storia del pensiero politico antico / S. Gastaldi. – Laterza, 1998
Il pensiero politico in pratica: Grecia antica, secoli 7. a. C. – 2. d. C.) / P. Cartledge. – Roma, 2011
Stati federali greci: focesi, calcidesi di Tracia, acarnani / S. N. Consolo Langher. – Messina, 1996
Il federalismo nel mondo antico. – Milano, 2005
Partiti e ideologie negli stati federali greci / C. Bearzot. – In: “Partiti” e fazioni nell’esperienza politica greca. – Milano, 2008
Il federalismo greco / C. Bearzot. – Il Mulino, 2014
Le eterie nella vita politica ateniese del 6. e del 5. secolo / F. Sartori. – Roma, 1967
Il simposio nel suo sviluppo storico / D. Musti. – Laterza, 2001
I migliori di Atene: la vita dei potenti nella Grecia antica / P. Schmitt Pantel. – Laterza, 2012
L’alba della Magna Grecia / D. Ridgway. – Milano, 1984
I greci sui mari: traffici e colonie / J. Boardman. – Firenze, 1986
Antiche fondazioni greche / F. Cordano. – Firenze, 1986
Colonie greche dell’Occidente antico / E. lepore. – Roma, 1989
Grecità di frontiera / L. Braccesi. – Padova, 1994
Il Mediterraneo nell’età arcaica / M. Gras. – Paestum, 1997
Grecità adriatica / L. Braccesi. – Il Mulino, 1977
Il commercio greco arcaico / A. Mele. – Napoli, 1979
La nascita della moneta: segni premonetari e forme arcaiche di scambio / N. Parise. – Roma, 2000
Scrittura e mutamento delle leggi nel mondo antico / G. Camassa. – Roma, 2011
Studi sull’omicidio in diritto greco e romano / E. Cantarella. – Milano, 1976
Phonos: l’omicidio di Draconte all’età degli oratori / L. Pepe. – Milano, 2012
La città e il tiranno: il concetto di tirannide nella Grecia del 7.-6. secolo a. C. / G. Giorgini. – Milano, 1993
Tirannidi arcaiche in Sicilia e Magna Grecia / N. Luraghi. – Firenze, 1994
I tiranni in Sicilia / L. Braccesi. – Laterza, 1998
La guerra nel mondo antico / H. Sidebottom. – Il Mulino, 2014
L’invenzione della diplomazia nella Grecia antica / L. Piccirilli. – Roma, 2002

Cap. 2. La Grecia tardo-arcaica

Nel capitolo precedente, la trattazione relativa alla Grecia dell’alto e medio arcaismo ci ha portato spesso, a proposito dei fenomeni come la tirannide e la colonizzazione, a considerare avvenimenti di pieno 6. secolo.
In questo capitolo si intende proporre un quadro complessivo della Grecia coem essa si assestò nel tardo arcaismo, cioè nel corso del 6. secolo e agli inizi del 5., prima della svolta epocale delle guerre persiane che introduce alla cosiddetta “età classica”.

Bibliografia

  1. I Greci d’Asia e delle isole

Mileto: aspetti della città arcaica e del contesto ionico / C. Talamo. – Roma. 2004
Tra mare e continente: l’isola d’Eubea / a cura di C. Bearzot e F. Landucci. – Milano, 2013

  1. La Grecia centro-settentrionale

La Lega tessala fino ad Alessandro Magno / M. Sordi. – Roma, 1958
Nascita e struttura dello stato macedone / L. Moretti. – In: storia e civiltà dei greci, vol. 5.3. – Milano, 1979

  1. Atene

Atene nell’epoca classica / P. Funke. – Il Mulino, 2001
Breve storia di Atene / L. Asmonti. – Roma, 2009
Aristotele, Atene e le metamorfosi dell’idea democratica: da Solone a Pericle / E. Poddighe. – Roma, 2014
La nascita della categoria del politico in Grecia / Chr. Meier. – Il Mulino, 1998
Arte e cultura nell’Atene di Pisistrato e dei Pisistratidi / S. Angiolillo. – Laterza, 1997
La città e l’oracolo: i rapporti tra Atene e Delfi in età arcaica e classica / A. Giuliani. – Milano, 2001
Il cittadino e la polis: le origini della cittadinanza nell’Atene antica / P. B. Manville. – Genova, 1999
Atene: la costruzione della democrazia / G. Camassa. – Roma, 2007

  1. Sparta e il Peloponneso

Sparta / E. Baltrusch. – Il Mulino, 2002
La nascita del kosmos: studi sulla storia e la società di Sparta / M. Nafissi. – Napoli, 1991
L’ordine delle generazioni: classi di età e costumi matrimoniali nell’antica Sparta / M. Lupi. – Laterza, 2000
Un progetto di riforma per Sparta: la Politeia di Senofonte / E. Luppino. – 1988
Pausania e le tradizioni democratiche: Argo ed Elide / U. Bultrighini. – 1990
Argo: una democrazia diversa / a cura di C. Bearzot e F. Landucci. – 2006

  1. I greci d’Occidente

Storici greci d’Occidente / a cura di R. Vattuone. – 2002
La Sicilia antica / a cura di E. Gabba e G. Vallet. – 1980
Megale Hellas: storia e civiltà della Sicilia greca / a cura di G. Pugliese Carratelli. – 1983
Sikanie: storia e civiltà della Sicilia greca / a cura di G. Pugliese Carratelli. – 1985
La Sicilia greca / L. Braccesi e G. Millino. – 2000
Magna Grecia: il quadro storico / D. Musti. – Laterza, 2005
La Sicilia antica / M. Dreher. – Il Mulino, 2010
Cartagine / W. Huss. – 1999
Italia omnium terrarum parens: la civiltà degli enotri, choni, ausoni, sanniti, lucani, brettii, sicani, siculi, elimi / G. Pugliese Carratelli (a cura di). – 1991

 

 

Cap. 3. Il quinto secolo

Verso il 500 a. C., dunque, la Persia di Dario 1. controllava l’intero bacino orientale del Mediterraneo; città e popoli che si trovavano nel suo territorio godevano di una certa autonomia ed erano liberi di esprimere la propria identità culturale; tuttavia, l’esazione fiscale sottraeva loro risorse, il controllo territoriale inibiva le diverse forme di mobilità e di scambio che avevano caratterizzato il mondo egeo, la tendenza all’espansionismo costituiva un grave motivo di preoccupazione.
La possibilità di una convivenza dei greci d’Asia minore e delle isole prospicienti con la presenza persiana veniva così a dipendere da equilibri assai delicati.
Pag. 97

Dalle guerre persiane l’identità greca uscì fortemente consolidata, sulla base di un modello “oppositivo”, di carattere non tanto etnico quanto culturale: i greci si erano accorti di essere profondamente diversi dai persiani per riferimenti di valore e stile di vita, e rivendicavano ora, con la vittoria, la loro superiorità.
I greci che avevano resistito con successo all’invasione persiana erano quelli “che pensavano il meglio per la Grecia” (Erodoto, 7., 145 e 172) perché “volevano essere liberi” (Erodoto, 7., 178); erano quanti avrebbero potuto far proprie le parole degli Spartiati Spertia e Buli che, al persiano Idarne che dichiarava di non comprendere la loro ostinazione a non volersi fare amici del Re, risposero (Erodoto 7., 235):
“Idarne, il consiglio che ci dai non è equo. Tu ci consigli avendo sperimentato una cosa, ma essendo inesperto dell’altra.
Tu conosci bene l’essere schiavo, ma non hai mai fatto esperienza della libertà, se sia dolce o no.
Se l’avessi provata, ma non le lance, ma persino con le scuri ci consiglieresti di combattere per essa”.
Con tutto ciò, non sarebbe corretto, coem è stato ampiamente sottolineato, interpretare le guerre persiane in chiave nazionalistica: durante tutto il conflitto i greci mostrarono profonde divisioni tra loro, non solo tra antipersiani e medizzanti, ma anche all’interno della stessa Lega degli Hellenes, e queste divisioni riemersero drammaticamente all’indomani della vittoria.
Tuttavia i greci, trovandosi a fronteggiare un attacco che, nonostante la diversa opinione dei medizzanti, era diretto non contro la sola Atene, ma contro tutta la Grecia (Erodoto 7., 138), svilupparono un’embrionale coscienza panellenica che consentì loro di superare i più accesi localismi: proprio questa visione più unitaria della grecità è il presupposto dei conflitti per l’egemonia panellenica, che si aprono con il 478.
Pag. 107-8

Altre forme di lesione dell’autonomia degli alleati si svilupparono in seguito: lo spostamento in Atene della cassa della lega, con il conseguente uso delle risorse comuni per gli interessi ateniesi; l’unificazione di moneta, pesi e misure; l’accentramento dei processi; l’imposizione di guarnigioni e di governatori; l’invio di cleruchie; l’instaurazione di regimi democratici.
Pag. 116

Non c’è dubbio, comunque, che a partire dalla rivolta di Nasso la Lega delio-attica, rispetto al momento della fondazione, andò incontro a profondi mutamenti.
Cambiò l’obiettivo della lega: dalla continuazione della guerra contro la Persia si passò alla tutela di interessi diversi, alcuni comuni, coem il controllo della libertà dei mari dalla pirateria, altri prevalentemente ateniesi, come la contesa con Sparta per l’egemonia della Grecia.
Cambiarono i caratteri dell’alleanza, che da lega militare egemonica di carattere paritario divenne un impero, un’arché in cui gli alleati erano divenuti sudditi (hypekooi).
Cambiarono i metodi di gestione delle relazioni tra egemone e membri, improntate a rapporti di potenza e non di collaborazione e ridefinite di volta in volta in trattati in cui il ruolo dell’egemone diventava sempre più oppressivo.
Tucidide si interroga insistentemente sulla natura imperialistica della lega delio-attica, in diversi discorsi che fa pronunciare a protagonisti della politica ateniese come Pericle e Cleone: e nella degenerazione della lega da alleanza paritaria a impero tirannico coglie una delle cause principali della sconfitta che Atene subì nella guerra del Peloponneso.
Pag. 118

Nel 4. secolo Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 63 ss.) ci informa del fatto che il sorteggio per la selezione dei giudici e la loro assegnazione alle singole corti veniva fatto di volta in volta e con una serie di complesse procedure precauzionali, che comprendevano il sorteggio immediato non solo dei giudici e del presidente del tribunale, ma anche dei funzionari incaricati di sovrintendere alle operazioni di sorteggio e di voto, in modo da assicurare la formazione di giurie assolutamente imparziali.
Lo stesso meccanismo di voto era fortemente controllato, per evitare, per esempio, che un giudice votasse due volte o votasse in un tribunale diverso da quello assegnatogli.
Pag. 126

Il sistema di sorteggio (klerosis), che costituisce una delle più significative garanzie democratiche, è stato oggetto, da parte degli antichi e dei moderni, di forti contestazioni, in quanto considerato espressione di una sostanziale indifferenza di fronte ai meriti e alle competenze dei singoli e dunque ispirato a criteri demagogici.
Pag. 128

Nella democrazia greca, alla radicalizzazione dell’esperienza democratica all’interno della comunità poleica corrispondono non l’apertura, la tolleranza e la disponibilità all’integrazione, ma la valorizzazione dell’identità e la chiusura verso l’esterno: la legge di Pericle fu una vera e propria “serrata della cittadinanza”, che, sospesa in momenti di crisi demografica (come la guerra del Peloponneso), venne poi regolarmente riproposta a emergenza superata.
Nonostante ciò, va detto che Atene era ritenuta tradizionalmente più disponibile di altre città nei confronti degli stranieri; Sparta, per esempio, faceva sorvegliare attentamente gli stranieri di passaggio dagli efori e praticava, coem si è detto, regolari xenelasiai, “espulsioni di stranieri”, per evitare che i contatti con gli stranieri alterassero il delicato sistema spartano.
Pag. 132

Tali differenze sembrano legate alla presenza di una democrazia nell’isola (si fa infatti riferimento, secondo l’integrazione comunemente accolta, al “demos dei Sami”), evidentemente imposta dagli ateniesi vincitori.
….
Una novità significativa di questi anni sembra però l’imposizione di democrazie, che non caratterizzava, in origine, l’arché ateniese, ma che in alcuni casi (Mileto, Samo, Colofone) sembra da considerare assai probabile o addirittura sicura e che è comunque attestata dalla Costituzione degli ateniesi pseudosenofontea.
Pag. 136

Bibliografia

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L’epoca delle guerre persiane / P. Vannicelli. – In: Storia d’Europa e del Mediterraneo: il mondo antico. – 2007
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La Persia antica / J. Wiesehofer. – Il Mulino, 2003
I greci e gli altri: convivenza e integrazione / C. Bearzot. – Roma, 2012
L’Europa nel mondo antico / a cura di M. Sordi. – 1986
La rivolta ionica / P. Tozzi. – 1978
La battaglia di Maratona / P. Krentz. – Il Mulino, 2010
Maratona: il giorno in cui Atene sconfisse l’impero / R. A. Billows. – 2010
Le Termopili: geografia e storia / P. Janni. – In: Geografia storica della Grecia antica. – Laterza, 1991
La battaglia delle Termopili: una sconfitta che vale una vittoria / M. Moggi. – In: Il dopoguerra nel mondo antico: politica, propaganda, storiografia. – 2007
I tiranni in Sicilia / L. Braccesi. – Laterza, 1998
La monarchia di Gelone tra pragmatismo, ideologia e propaganda / G. Maffodda. – 1996


  1. Atene e Sparta: il modello della doppia egemonia
  2. Democrazia e imperialismo

Il sistema non riformabile: la pseudosenofontea Costituzione degli ateniesi e l’Atene periclea / E. Flores. – 1982
Pericle di Atene e la nascita della democrazia / D. Kagan. – 1991
Il governo della città: Pericle nel pensiero antico / A. Banfi. – Il Mulino, 2003
Pericle: l’inventore della democrazia / C. Mossé. – Laterza, 2006
Demokratia: origini di un’idea / D. Musti. – Laterza, 1995
La democrazia ateniese nel 4. secolo a. C. / M. H. Hansen. – 2003
La vita quotidiana della donna nella Grecia antica / C. Mossé. – Milano, 1988
Schiavitù antica e ideologia moderne / M. I. Finley. – Laterza, 1981
Gli schiavi nella Grecia antica / Y. Garlan. – Milano, 1984
La democrazia ateniese e gli alleati / S. Cataldi. – 1984

  1. La guerra del Peloponneso: due blocchi a confronto

La guerra del Peloponneso / B. Cleckmann. – Il Mulino, 2010
Biaios didaskalos: guerra e stasis a Corcira tra storia e storiografia / M. Intieri. – Rubettino, 2002
Platea: momenti e problemi della storia di una polis / L. Prandi. – 1988
Ricerche sulla concessione della cittadinanza ateniese nel 5. secolo a. C. / L. Prandi. – 1982
Tendenze politiche ad Atene: l’espansione in Sicilia dal 458 al 415 a. C. / S. Cagnazzi. – Laterza, 1990
Prospettive occidentali allo scoppio della guerra del Peloponneso / S. Cataldi. – 1990
Logoi e storia in Tucidide: contributo allo studio della spedizione ateniese in Sicilia del 415 a. C. / R. Vattuone. – 1992
La spedizione ateniese contro Melo del 416 a. C.: realtà e propaganda / S. Cagnazzi. – Laterza, 1983
Tucidide e l’impero: la presa di Melo / L. Canfora. – Laterza, 2002

Cap. 4. Il quarto secolo

Sparta era stata, fino al 479, la città prostates del mondo greco: il re Cleomene 1. (circa 520-488) aveva sostenuto questo riconosciuto ruolo egemonico con una politica assai attiva nella difesa del Peloponneso e nel settore dell’egemonia continentale, evitando tuttavia avventure in aree geopolitiche remote.
Con la fine della seconda guerra persiana, Sparta aveva manifestato chiaramente la sua riluttanza ad assumersi le responsabilità connesse con l’egemonia panellenica, in particolare la difesa dei Greci che vivevano nei territori del Re; di fatto essa aveva ceduto agli Ateniesi l’egemonia sul mare, inaugurando la stagione del bipolarismo, in cui l’equilibrio del mondo greco veniva fatto dipendere dalla divisione delle sfere di influenza.
Con la spedizione in Tracia del 424 e la guerra deceleica gli orizzonti spartani si ampliarono notevolmente, anche per impulso di personalità coma Brasida e Lisandro: se pur non senza resistenze interne, Sparta seppe impegnarsi in queste occasioni lontano dal suo territorio, per terra e per mare.
Con la vittorio de 424, la liberazione della Grecia dall’influenza ateniese e l’assunzione dell’egemonia, Sparta si trovò al centro di un sistema egemonico il cui mantenimento imponeva, in contrasto con le sue tradizioni, un deciso interventismo, la disponibilità di ingenti risorse e l’abbandono di quegli ideali di autonomia di cui essa si era fatta portavoce nel 432/1, al momento di entrare in guerra con Atene.
Le conseguenze furono gravi sia per Sparta, sia per la Grecia, che subì, tra 404 e 371, un imperialismo assai più pesante di quello ateniese.
Dal canto suo, Atene seppe promuovere una riflessione sulle vicende che l’avevano vista protagonista nel 5. secolo e trarne i necessari insegnamenti: essa non ripropose, quindi, l’imperialismo di cui la Lega delio-attica era stata strumento, ma anzi seppe sottrarre a Sparta la bandiera dell’autonomia, valore che essa difendeva a parole ma contraddiceva nei fatti.
Tuttavia, Atene non seppe cogliere, dopo la fine dell’egemonia spartana nel 371, l’occasione che le si offriva di tornare ad essere il punto di riferimento del mondo greco.
Un mondo in cui peraltro, fin dal 404, andavano emergendo sempre più prepontemente quelle “terze forze” che già avevano rivendicato un loro spazio nel 5. secolo, all’epoca  dello scoppio della guerra del Peloponneso e poi, in particolare, nel periodo 421.418 (Corinto, Argo, Tebe): sarà proprio una di queste “terze forze”, Tebe, a essere protagonista dell’ultimo tentativo, da parte di una polis, di ottenere l’egemonia panellenica.
A questi elementi vanno aggiunti il risveglio e la progressiva affermazione degli stati federali, che nel corso del 4. Secolo vedranno accrescere la loro importanza rispetto alle città, anche grazie alla maggiore estensione territoriale e alle maggiori risorse economiche e demografiche di cui potevano godere.
Come è stato sottolineato, il mondo greco del 4. secolo, dunque, non è più un mondo bipolare, ma un mondo policentrico (D. Musti), caratterizzato dalla “ricerca fallita di un equilibrio” (M. Sordi).
La consapevolezza della debolezza derivante da un’eccessiva conflittualità condusse alla ricerca di strumenti che assicurassero maggiore stabilità, di carattere giuridico (la koinè eirene o “pace comune”) o anche, semplicemente, propagandistico (l’ideale panellenico, l’ideologia antibarbarica), capaci di mobilitare le forze greche per un obiettivo comune.
Il fallimento di questi diversi tentativi appare già chiaro nel disordine e nella confusione (akrisia kai taraché) in cui la Grecia si trovava nel 362, all’indomani della battaglia di Mantinea, secondo il celebre giudizio di Senofonte (7., 5, 27), la nostra fonte più importante per il periodo tra il 404 e il 362, ed emerge con particolare evidenza nell’inadeguatezza del mondo greco a contrastare efficacemente l’azione intelligente e costruttiva di Filippo 2. di Macedonia: si può ben dire che questo fallimento costituisce la fondamentale caratteristica di quello che può essere caratterizzato, almeno dal punto di vista della Grecia delle città, come un “secolo breve”.
Pag. 169-70

La pace del Re era stata per Sparta, nell’immediato, un grande successo diplomatico; sulla lunga distanza, però, lo sfruttamento di questo strumento giuridico in chiave di politica di potenza ne vanificò i risultati.
Sparta dimostrò infatti di non poter rinunciare al sostegno persiano e, quindi, di non potersi assumere coerentemente la tutela dei Greci d’Asia, nonché di imporre a città e federazioni il principio dell’autonomia con estremo rigore, ma senza poi rispettarlo essa stessa.
Con le armi della politica e della propaganda Atene si impegnò, dopo il 387/86, a denunciare questo equivoco, riappropriandosi della pace comune e del principio dell’autonomia, che essa pose, con un significativo sforzo di superamento dell’esperienza imperialistica del 5. Secolo, alla base della Seconda lega navale.
Pag. 187

Ma la Grecia era anche completamente diversa che all’epoca di Leuttra: Sparta, rimasta esclusa dalla pace comune conclusa dopo la battaglia per la questione di Messene, era del tutto isolata; Atene, indebolita nel suo impero, stava per essere travolta dalla guerra degli alleati; nel Peloponneso, nonostante la scarsa stabilità, il federalismo e il movimento democratico erano in pieno sviluppo; la Grecia settentrionale, con la Macedonia e la Tessaglia, era stata pienamente coinvolta nelle vicende greche e si preparava a svolgere quel ruolo da protagonista che Senofonte mostra di intuire nei discorsi che presta a Cligene di Acanto (Elleniche, 5., 2, 12-19) e a Polidamante di Farsalo (Elleniche, 6., 4-16).
Il rapido fallimento dell’egemonia tebana rese evidente la fine del ciclo storico delle egemonie cittadine, ma Pelopida ed Epaminonda recuperarono i punti principali del programma di Giasone di Fere e trasmisero questo modello a Filippo di Macedonia, che proprio a Tebe si era formato e che dei due grandi tebani riprese la politica peloponnesiaca e tessalica e fu il vero erede.
Pag. 202

Egli fece della polis Siracusa il centro di un grande impero, comprendente la Sicilia greca e indigena, liberata dal pericolo cartaginese, la Magna Grecia, l’Adriatico e il Tirreno, e addirittura i popoli barbarici dell’Occidente: una realtà sovranazionale e multietnica veramente “europea”, e in senso ben diverso da quel concetto di Europa sostanzialmente ellenocentrico che trova riscontro nella tradizione greca.
Uno stato complesso, con un territorio non omogeneo ma articolato, in cui Siracusa, polis capitale ed egemone, si collegava attraverso un sistema di rapporti con realtà diverse, città e popolazioni, greci, indigeni e barbari, seguendo moduli diversi adatti alle diverse situazioni (alla dura repressione verso le città calcidesi dell’area etnea e verso Reggio fanno riscontro i rapporti di amicizia e di alleanza con Messina e con Locri e le aperture nei confronti degli indigeni); uno stato di cui si è riconosciuto il carattere paradigmatico rispetto a esperienze come quelle degli stati ellenistici (per il quali sarebbe errato limitarsi a riconoscere le influenze orientali) e della stessa Roma.
Pag. 220

 

 

Bibliografia

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Federalismo e autonomia nelle Elleniche di Senofonte / C. Bearzot. – 2004
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Memoria e oblio della guerra civile: strategie giudiziarie e racconto del passato in Lisia / D. Piovan. – 2011
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La città dissipatrice: studi sull’excursus del libro decimo dei Philippika di Teopompo / C. Ferretto. – 1984
Studi su Eforo / L. Breglia. – 1996
Eforo di Cuma: studi di storiografia greca / G. Parmeggiani. – 2011
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Demokratia: origine di un’idea / D. Musti. – Laterza, 1995
Isocrate / A. Masaracchia. – 1995
Filippo il Macedone / A. Momigliano. – 1987
Basileis o tyrannoi: Filippo 2. e Alessandro Magno tra opposizione e consenso / G. Squillace. – 2004
Demostene / W. Jaeger. – Einaudi, 1942
Per la cronologia di Demostene / L. Canfore. – Laterza, 1968
Demostene / P. Carlier. – 1994
Un imperialismo tra democrazia e tirannide: Siracusa nei secoli 5. e 4. / S. N. Consolo Langher. – 1997
I figli di Marte: mobilità, mercenari e mercenariato italici in Magna Grecia e Sicilia / G. Tagliamonte. – 1994

Cap. 5. Alessandro e l’ellenismo

La prima fase della spedizione iniziò nella primavera del 324.
Pag. 234

In queste vicende si manifesta con grande chiarezza lo scontro fra la visione vetero-macedone della regalità, che vedeva il sovrano come il migliore dei suoi pari, e quella orientalizzante, che isolava il sovrano in una dimensione di eccezionalità quasi sovrumana.
Alcuni dei greci, come appunto Anassarco, erano possibilisti di fronte all’affermazione di una monarchia assoluta: il filosofo, chiamato a consolare Alessandro dopo la morte di Clito, gli disse che “ogni cosa decisa da Zeus è fatta con giustizia; dunque anche le azioni compiute da un grande re devono essere ritenute giuste” (Arriano, 4., 9, 7).
Tuttavia la condanna di Callistene alienò ad Alessandro le simpatie di cui egli godeva nell’ambiente degli intellettuali greci.
Nel 326 Alessandro penetrò in India
Pag. 240

L’anno successivo, immettendo 20.000 persiani nella falange, Alessandro mostrò di voler proseguire sulla strada della fusione etnica forzata.
A proposito della guerra di Alessandro alla rivolta di Opis, Arriano (7., 8, 3) nota che egli “era più irritabile per il servilismo dei barbari, e non più ben disposto come prima nei confronti dei Macedoni”; la necessità, certamente chiara ad Alessandro, di adattare la tradizionale regalità macedone a una situazione ormai completamente diversa da quella del momento della sua ascesa al trono nel 336, fu percepita dalle fonti greche come la conseguenza della corruzione cui il contatto con il lusso dell’Oriente e l’adulazione dei barbari avevano esposto Alessandro.
Pag. 241

La spedizione condotta dallo zio di Alessandro, Alessandro il Molosso, in Italia tra 334/3 e 331/0 rende non del tutto improbabile un interesse di Alessandro per il mondo occidentale.
Pag. 242

Le luci e le ombre del ritratto arrianeo sono le medesime che traspaiono dal dibattito dei moderni, che hanno privilegiato, sulla scia della vivacissima discussione degli antichi, ora l’Alessandro conquistatore, mosso dal desiderio di conquista e di conoscenza, edificatore di un impero universale e multietnico, capace di superare la tradizionale chiusura della polis, greca, ora l’Alessandro intollerante di ogni limite imposto alla sua volontà, sensibile alle forme autocratiche del potere del culto della personalità, spregiatore delle migliori tradizioni greco-macedoni.
Indubbiamente Alessandro fu assai meno sensibile del padre Filippo ai valori del mondo greco, ci sui apprezzò la cultura, ma senza condividerne profondamente i contenuti politici e ideologici.
Così, se Filippo aveva cercato di inserire l’egemonia macedone in schemi greci, Alessandro impose a tutti, greci e macedoni, una monarchia universale, esercitata su un territorio vastissimo ed eterogeneo sul piano etnico e culturale, che, nel suo carattere divino, tradiva e insieme superava sia i valori della tradizione macedone, sia quelli della polis greca, destinata a sopravvivere solo come realtà culturale e come luogo di uno specifico stile di vita.
Non sorprende, quindi, che la sua figura abbia suscitato da sempre un accanito dibattito e gli aspetti indubbiamente innovativi della sua opera gli abbiano assicurato una straordinaria fortuna, tanto nell’antichità quanto in ogni epoca successiva.
L’immagine “romantica” di Alessandro, desideroso di giungere, nella sua ansia di conoscenza e di conquista, ai confini del mondo conosciuto, ha attraversato i secoli.
E’ la suggestione di questa immagine che induce il sobrio Arriano a chiudere la sua Anabasi di Alessandro affermando che “non ci fu popolo, né città, né un solo uomo di quel tempo cui non sia giunto il nome di Alessandro; non mi sembra che un uomo simile, non somigliante a nessun altro, sarebbe potuto nascere senza un intervento divino” (7., 30, 2).

Nel 285 la Macedonia restò nelle mani del solo Lisimaco.
Lisandra, figlia di Tolomeo e vedova del figlio di Lisimaco, Agatocle, che il padre aveva fatto uccidere, si rivolse a Seleuco, che nel 281 invase l’Asia Minore, giunse rapidamente a Sardi e sconfisse Lisimaco nella piana di Curupedio, presso Magnesia al Sipilo.
Tolomeo era morto nel 283 e Seleuco si trovava a questo punto nella posizione ideale per diventare re di Macedonia e ricostituire l’impero di Alessandro: ma nell’autunno del 281 egli venne ucciso da Tolomeo Cerauno, figlio di Tolomeo, che era stato privato del regno dal fratellastro Tolomeo 2. e cercava una compensazione in Macedonia.
A Seleuco successe il figlio Antioco 1., già associato al regno fin dal 293 (queste forme di condivisione del potere intendevano favorire la successione dinastica ed evitare il rischio di rivendicazioni inattese e di vuoti di potere).
Dopo quarant’anni di guerre e di spartizioni, i quattro stati territoriali nati dalla divisione dell’impero di Alessandro si erano ridotti a tre per la definitiva scomparsa del regno di Lisimaco, a cavallo tra Europa e Asia.
Di questi tre, due si erano ormai assestati: l’Egitto era stabilmente guidato da Tolomeo 2., della dinastia dei Lagidi; la Siria, comprendente tutti i domini asiatici, da Antioco 1., della dinastia dei Seleucidi; solo la Macedonia appariva ancora instabile, sia per la costante irrequietezza della Grecia, sia perché la corona non era ancora saldamente nelle mani di alcuna dinastia.
Tolomeo Cerauno, divenuto re, morì nel 279 combattendo contro i celti (chiamati galati dai greci), che scendendo dalle regioni balcaniche avevano attaccato la Macedonia.
Nello stesso anno essi investirono Delfi, che fu difesa con successo dai focesi e soprattutto dagli etoli; un altro gruppo si diresse verso la Tracia e fu fermato da Antigono Gonata a Lisimachia, nel 277.
La vittoria sui galati assicurò al Gonata il trono macedone; il tentativo di Pirro, rientrato dalla sfortunata avventura in Italia e in Sicilia (280-275), di usurpare nel 274 il trono macedone si concluse con la sua morte ad Argo, nel 272.
Il superstiti passarono in Asia minore, dove imperversarono a lungo, finché, intorno al 230, furono vinti da Attalo 1., re di Pergamo (città che si costituì in regno indipendente dal dominio di Seleuco nel 263) e si stanziarono nella regione che fu poi chiamata Galazia.
Pag. 249

Persino i democratici come Demostene non potevano fare a meno di rilevare l’efficienza e la rapidità di decisione e di azione della monarchia macedone, a fronte dei conflitti interno e della lentezza dei processi decisionali cittadini.
Pag. 252

Il nuovo ruolo svolto dalle città è una delle caratteristiche dell’ellenismo.
La polis assunse nell’epoca ellenistica una caratterizzazione più omogenea rispetto alla grande varietà di modelli dell’arcaismo e dell’età classica.
Le istituzioni erano molto simili tra loro e comprendevano un consiglio, un’assemblea, tribunali e magistrature elettive: si trattava, in sostanza, di democrazie moderate, nell’ambito delle quali si formarono, col tempo, aristocrazie di notabili.
L’autonomia promessa alle città dalla propaganda di Antigono e di Tolomeo, che garantiva, secondo una formula assai fortunata, “libertà, autonomia, immunità dai tributi, immunità dalle guarnigioni”, si traduceva nei fatti in una autonomia puramente amministrativa: le città libere e autonome non erano soggette al diretto controllo dei delegati del re, potevano eleggere liberamente i loro magistrati, legiferare, battere moneta, amministrare la giustizia, nonché sottoscrivere alcuni accordi di carattere internazionale, ma non avevano una vera indipendenza politica.
……………..
Nelle città sorsero gruppi di “ellenisti”, individui di origine non greca, ma che parlavano greco e apprezzavano lo stile di vita greco, espresso soprattutto nella frequentazione del ginnasio; tuttavia, la massa degli indigeni restò ai margini di questo processo “a senso unico” e non si determinò mai in una vera assimilazione, se non, forse, in campo religioso, dove la diffusione di divinità non greche e lo sviluppo di culti misterici avvicinò  greci e indigeni più che in altri settori.
Il tramonto dell’esperienza politica della polis, però, favorì certamente una percezione diversa, e caratterizzata da maggiore apertura, verso lo straniero.
La grande crescita della popolazione e la commistione che essa portò con sé creò, soprattutto nelle grandi metropoli ellenistiche, un tessuto sociale assai composito, in cui la diversità, anche etnica, fu percepita in forma meno drammatica.
All’interno delle città, la differenza tra meteci e xenoi, così forte nella polis classica, si affievolì; lo sviluppo della vita associativa, in ambito militare, commerciale e religioso-cultuale, favorì l’integrazione degli elementi stranieri, anche di etnia non greca.
Certo, se nell’ambito del regno seleucido, che ereditò il carattere sovranazionale dell’Impero persiano, le differenze etniche e culturali furono meno sentite, in Egitto, dove i Tolomei non perseguirono alcun tentativo di integrare gli indigeni, le difficoltà furono molto maggiori e solo con la decadenza dell’esercito greco-macedone e la conseguente necessità di procedere all’arruolamento su base locale essi ottennero una progressiva promozione.
Ma Alessandria, la grande metropoli in cui convissero, accanto ai conquistatori greco-macedoni, le etnie più diverse, può ben costituire un esempio della diversa capacità del mondo ellenistico, rispetto a quello della Grecia classica, di realizzare una più efficace integrazione fra uomini di provenienza eterogenea, rimuovendo discriminazioni e pregiudizi culturali e realizzando un’unità linguistica, giuridica, di costumi, insomma di civiltà capace di maggiore accoglienza: la città ellenistica, concepita come centro di cultura piuttosto che come forma di stato, può essere considerata, diversamente da quella classica, più adatta a favorire forme di integrazione.
Pag. 254-56

Bibliografia

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L’Egitto dopo i faraoni: da Alessandro Magno alla conquista araba / A. Bowman. – 1988

Cap. 6. La Grecia e Roma

Polibio scrisse le sue Storie per “conoscere in che modo e con quale costituzione i Romani riuscirono, in meno di cinquantatré anni, a vincere e a ridurre sotto il loro dominio quasi l’intero mondo conosciuto, cosa mai accaduta in passato” (1., 1, 5).
I cinquantatré anni di cui parla lo storico acheo sono quelli che vanno dal 220 al 167, dalla guerra annibalica alla sottomissione della Macedonia.
Polibio riteneva che i romani, in questo arco di tempo, avessero elaborato e sistematicamente realizzato un piano di espansione avente come obiettivo la progressiva unificazione dell’ecumene.
Egli fu dunque, in un certo senso, il primo a porsi il problema, tanto dibattuto, del cosiddetto “imperialismo” romano.
Negli ultimi decenni la questione è stata ampiamente ridiscussa, ora revocando in dubbio la possibilità stessa di utilizzare con riferimento alla storia romana il concetto di “imperialismo”, ora invece riaffermando il carattere imperialistico della politica romana e contestando i fondamenti della teoria dell’”imperialismo difensivo”, secondo cui Roma si sarebbe impegnata in Oriente per sventare le minacce che da quell’area provenivano effettivamente o che come tali venivano percepite, sulla base della nozione di guerra preventiva.
La discussione ha condotto a un equilibrato ridimensionamento della teoria imperialistica.
La reale incidenza della preoccupazione difensiva nella condotta romana, la presenza di una forte componente etica nella decisione politica relativa all’entrata in guerra, il peso di motivi ideali come quello, celeberrimo e troppo spesso ridotto al livello di pure pretesto, della libertà dei greci, e di disposizioni “culturali” come il filellenismo sembrano, infatti,  di ammettere.
Allo stesso modo, Roma svolse una coerente politica di non annessione e di “clientela” nei confronti della Grecia e dell’Oriente ellenistico, allo scopo di garantire il mantenimento di un equilibrio politico generale: la realizzazione di questo equilibrio va quindi ritenuta il vero obiettivo del dominio romano fino alla fondazione della provincia di Macedonia e conservò anche in seguito, per una parte della classe dirigente romana, una sua validità, pur scontrandosi con l’emergere di una mentalità espansionistica nei gruppi finanziari e commerciali, nelle masse meno abbienti e in coloro che si facevano sostenitori delle loro rivendicazioni.
L’incidenza dei fattori economici, del resto, non va sopravvalutata, giacché, se la conquista apportò indubbi vantaggi economici, non fu però, a quanto sembra, una politica economica a guidare la condotta romana.
Un irrigidimento della politica romana e una progressiva affermazione dell’utilitarismo, con la spregiudicata accettazione dell’impero e dei suoi vantaggi e con il passaggio da una fase propriamente “imperialistica”, sembrano da individuare a partire dal 167 o addirittura dal 172.
Tale svolta fu del resto già colta dalla tradizione antica, che indicava nella guerra contro Perseo il momento dell’affermazione, peraltro non incontestata, di una nuova condotta politica, la nova sapientia di cui parla Livio (42., 47, 2-9).
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E’ chiaro che questa prospettiva conduce all’ammissione di una volontà interventista da parte romana, individuando già nella seconda guerra macedonica quella svolta nella politica romana che viene in genere collocata dopo Pidna.
E’ stato posto l’accento su fattori diversi, coem lo sviluppo di una mentalità espansionistica in alcuni strati della società (masse e ceti finanziari e commerciali) e l’emergere di ambizioni personali; l’incidenza di fattori ideologici e culturali (primo fra tutti il filellenismo della classe dirigente) che avrebbero indotto Roma, di fronte alle richieste di intervento da parte greca e rodio-pergamena, a guardare alla Grecia come doveroso e privilegiato ambito di intervento; la prosecuzione da parte di Roma  di quella linea tradizionale che la portava, nei settori in cui non avesse ancora maturato un  progetto autonomo, a offrire la propria disponibilità militare e politica agli alleati, in questo caso Pergamo e Rodi.
La spinta offensiva sarebbe stata incoraggiata, sul piano internazionale, soprattutto dalla crisi dell’Egitto tolemaico sotto il regno di Tolomeo 5. e dal conseguente squilibrio in ambito mediterraneo a favore della Siria e della Macedonia: una situazione cui Roma, vuoi per il senso di insicurezza che gliene derivava, vuoi per compiacere i suoi alleati, avrebbe risposto con la guerra.
Una convergenza di elementi diversi e complessi, dunque, avrebbe determinato una volontà, se non propriamente imperialistica, almeno interventistica e comunque non certo difensiva ma piuttosto offensiva.
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Inoltre la guerra siriaca ebbe gravi ripercussioni interne, giacché comportò l’apertura di un intenso dibattito all’interno della classe dirigente romana.
Alla politica filellenica di Flaminimo e degli Scipioni, incentrata sul tema della libertà e dell’autonomia delle città, veniva contrapposta la politica ben più aggressiva nei confronti dell’Oriente greco del gruppo di cui, sullo scorcio della guerra siriaca, si fece portavoce Vulsone (il cui discorso per la richiesta del trionfo, conservato in Livio 38., 47-49, costituisce un vero e proprio “manifesto” imperialista).
I due gruppi ebbero significativi appoggi internazionali: il primo fu sostenuto dai Rodii, il secondo (che garantiva una presenza più spregiudicata e incisiva dei romani in Oriente, a tutto vantaggio dei loro alleati) aveva invece il sostegno di Eumene, a beneficio del quale era stata compiuta la spedizione galatica guidata da Vulsone.
All’idealismo filellenico o al realismo pragmatico (comunque si voglia caratterizzare la politica svolta fino a questo momento da Roma verso l’Oriente ellenistico e sostenuta da Flaminino e dagli Scipioni) si andava sostituendo progressivamente un orientamento assai diverso: è infatti proprio nel corso della guerra siriaca che, sotto diverse sollecitazioni, i romani intuirono e svilupparono la possibilità di costruire un impero universale.
Da questo momento in poi, vi furono all’interno della classe dirigente e, più genericamente, della società romana spinte non prove di risvolti “imperialistici”, che già all’indomani di Apamea cominciarono a manifestarsi per condurre, nel corso di un ventennio, alla svolta di Pidna.
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Ma è chiaro che Roma cercava ormai, e avrebbe comunque trovato, un pretesto per provocare una rottura e chiudere definitivamente il problema macedone.
Numerosi fattori spingevano in questo senso.
Prima di tutto, motivi strettamente politici, come l’effettiva preoccupazione per la riscossa macedone e il timore di una sua riaffermazione nell’Egeo, collegato anche con la possibilità (in caso di Vittoria di Antioco 4. nella contemporanea sesta guerra siriaca) di un accostamento siro-macedone, che avrebbe coalizzato contro Roma due forze desiderose di riscatto e di vendetta.
Il timore per la riaffermazione della potenza macedone è in effetti fortemente sottolineato dalle fonti: Roma, che pur annientando i nemici sconfitti aveva sempre cercato di ridurli in condizione di non nuocere, non poteva che guardare con preoccupazione alla ricostituzione della potenza macedone, a un suo reinserimento autorevole in area egea e soprattutto al prestigio che Perseo sembrava aver recuperato presso i greci (auctoritas: Livio, 42., 11, 9) e che costituiva il pericolo più serio, giacché minava il suo patrocinio su una Grecia che aveva rinunciato a occupare.
In secondo luogo, motivi difensivi, collegati soprattutto con il timore di un’invasione dell’Italia.
Essa appare, nel contesto del 172, una vera e propria chimera, giacché Perseo non aveva flotta; va tuttavia sottolineato che tale timore fu abilmente alimentato da Eumene 2. (Livio, 42., 13, 10-11: “ho ritenuto una vergogna per me che Perseo venisse in Italia a portare guerra prima che io, vostro alleato, venissi ad avvertirvi di stare in guardia”), accanito denunciatore dei pericoli, veri o falsi, che provenivano dalla Macedonia.
Tutto ciò non basta certo a giustificare giuridicamente la guerra: ma è certo che l’intervento, questa volta voluto dai romani, fu presentato come preventivo, contro un nemico che appariva tale per la sua dinamicità e la sua intraprendenza potenzialmente pericolose, più che effettivi atti ostili.
Infine, non ultimi, motivi di carattere economico.
E’ stato sottolineato l’apporto che all’iniziativa che all’iniziativa bellica fu dato dalle spinte provenienti da uomini politici plebei e dai populares, portavoce di una politica aggressiva e bellicista, dalla quale si attendevano risultati prestigiosi e vantaggi economici: queste nuove forze avrebbero avuto, in questa occasione, la meglio sull’aristocrazia senatoria, meno incline alla soluzione conflittuale.
Roma si mosse così in modo coscientemente provocatorio nei confronti di Perseo: del resto il comportamento romano suscitò perplessità già nei contemporanei, ed è a proposito dell’ambasceria con cui nell’ottobre 172, al Peneo, Quinto Marcio Filippo ingannò Perseo, protraendo i negoziati solo per permettere a Roma di prepararsi meglio a un intervento ormai deciso, che Livio (42., 47, 4-9) parla dell’affermazione di una nova sapientia, in contraddizione con i principi (a cominciare da quello della fides) che fino a quel momento avevano mosso la politica estera romana.
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Anche per quanto riguarda i rapporti con le altre monarchie ellenistiche il 168 costituì un anno di significativi mutamenti.
Antioco 4., subentrato nel 175 al fratello Seleuco 4., era impegnato nella sesta guerra di Siria: dopo una serie di alterne vicende militari e diplomatiche (egli, vincitore sul piano militare,  nel 169 aveva realizzato un accordo con Tolomeo 6., ma questi aveva poi accettato di dividere il regno con il fratello Tolomeo 8. e con la sorella-sposa Cleopatra, provocando la ripresa delle ostilità) aveva invaso l’Egitto e chiedeva la consegna di Pelusio e di Cipro.
Ma appunto nel 168 egli si vide imporre da Marco Pompilio Lenate ad Eleusi, un sobborgo di Alessandria, l’abbandono immediato del paese: il romano tracciò un cerchio nella sabbia intorno al sovrano seleucide, chiedendogli di dare una risposta immediata senza uscirne, se voleva mantenere l’amicizia con Roma (Polibio 29., 27).
Il trattato imposto ad Antioco 3. nel 188 in realtà non intimava restrizioni alla Siria per quanto riguardava i suoi rapporti con l’Egitto e sul piano del diritto Antioco 4. non aveva commesso violazioni: ma egli, che era salito al trono con il sostegno indiretto di Roma e non desiderava scontrarsi con essa, volle evitare di trovarsi nella situazione di Perseo e preferì soggiacere all’intimazione romana.
Roma si mostrava decisa a imporre la propria visione dell’equilibrio mediterraneo indipendentemente dal contenuto dei trattati intercorsi con gli stati ellenistici: l’intimazione di Popilio riflette infatti il rifiuto di negoziare l’obbedienza ai dettami di Roma, che intendeva essere riconosciuta coem maggior potenza mediterranea e come arbitra indiscutibile del destino degli stati che sul Mediterraneo gravitavano.
Come la Siria, costretta a prendere atto del nuovo ruolo che Roma si era scelta, con la “giornata di Eleusi”  anche l’Egitto veniva a cadere nell’orbita romana: a Roma del resto i re egiziani cercavano da tempo di appoggiarsi per sopperire alle debolezze del paese e della dinastia.
Nessuno degli Stati ellenistici si trovava più in grado di esercitare liberamente la propria sovranità nel Mediterraneo, giacché, come avevano mostrato i recenti avvenimenti, ciò rischiava di venir considerato un inaccettabile fattore di instabilità e quindi di turbamento dell’ordine romano.
Antioco 4. si volse a Oriente, dove lo chiamavano la crisi giudaica, apertasi nel 175 e gravida di pericolosi sviluppi, e l’instabilità dei confini, minacciati dai sovrani di Armenia e di Battriana e dalla crescita del regno dei Parti.
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Il fratello e successore di Giuda, Gionata, seppe inserirsi abilmente nelle lotte dinastiche seleucidiche e tra il 152 e il 143/2 si giunse, attraverso varie fasi, alla costruzione di uno stato giudaico indipendente.
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Roma, che in un primo momento non era parsa interessata all’annessione, decise allora di incamerare il territorio pergameno e nello stesso 129 Aquilio fu incaricato di organizzare la provincia romana d’Asia.
Essa comprendeva la Misia, la Lidia, la Frigia e parte della Caria ed Efeso ne fu la capitale; le città greche restarono libere e fu anzi abolito il tributo percepito dal re.
La cessione di territori ai re microasiatici, prevista da Aquilio, non fu ratificata dal senato.
Uomini dell’aristocrazia senatoria (Quinto Mucio Scevola, Publio Rutilio Rudo, Lucio Licinio Lucullo) cercarono in ogni modo di impedire l’irruzione nella nuova provincia dei publicani: con la lex Sempronia del 123, con cui C. Gracco rinnovò il sistema fiscale creando appunto un monopolio per i publicani, lo sfruttamento economico della provincia veniva affidato all’iniziativa di forze politiche diverse (i populares, che già con Tiberio Gracco avevano individuato nei tesori di Attalo un mezzo per il finanziamento della legge agraria) da quelle che avevano, di malavoglia, realizzato l’annessione.
Ormai il controllo della situazione sfuggiva di mano al Senato: concluso il ciclo che aveva portato Roma a estendere il suo controllo sulla Grecia e su parte dell’Oriente ellenistico, nuove  forze politiche si preparavano a dare una diversa impronta alla linea di comportamento da seguire in quelle aree che nel secolo successivo sarebbero state progressivamente provincializzate, aprendo un insanabile dissidio e insieme la crisi senza ritorno del governo che quelle conquiste aveva realizzato.
Roma aveva tentato a lungo di evitare l’esercizio di una dominazione diretta sulla Grecia, per motivi di carattere ideale, per valutazioni di opportunità e per questioni pratiche e organizzative.
A suo modo anche Roma, come Filippo 2. di Macedonia, aveva provato a comprendere i principi che regolavano l’equilibrio internazionale greco e ad inserirsi negli schemi politici e giuridici esistenti, presentandosi come garante della pace comune, come difensore della libertà e dell’autonomia, come egemone riconosciuto sollecitato a interventi di carattere giudiziario e militare.
Ma l’irriducibile conflittualità del mondo greco, la stessa che aveva reso debole la Grecia delle poleis, estenuatesi nelle guerre per l’egemonia, e la stessa Grecia ellenistica delle grandi monarchie, in perenne guerra reciproca, costrinsero alla fine Roma a procedere a quegli interventi di annessione territoriale e di riduzione all’ordinamento provinciale che soli potevano garantire pace e stabilità nel tormentato settore geopolitico greco-orientale.
La difesa esasperata, e quindi spesso priva di lungimiranza, da parte dei singoli Stati greci, città, fondazioni e monarchie, della libertà, dell’autonomia e del diritto a svolgere una politica conforme ai propri esclusivi interessi aveva, infine, posto termine all’indipendenza della Grecia intera.
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